Seconda parte
I soggiorni di San Josemaría in Andorra
* * *
Appendice 1
Le guide della spedizione del 1937
Appendice 2
Alcuni chiarimenti relativi alla spedizione del 1937
Appendice 3
Altre spedizione di evasione
I soggiorni di san Josemaría in Andorra
Riassumiamo in questo capitolo le due permanenze di san Josemaría in terra andorrana: quella del 1937 e quella del 1943[53].
Il soggiorno del 1937 (2-10 dicembre)
La permanenza di san Josemaría in Andorra nel 1937 si collocava alla fine di una storia drammatica, che era cominciata il 18 luglio 1936, con l’inizio della guerra civile spagnola.
Nei capitoli precedenti abbiamo potuto seguire le dolorose esperienze della fuga da Madrid, attraverso Valencia, Barcellona, Peramola, Pallerols, e le dure marce lungo i 100 Km che condussero i fuggitivi fino a Sant Julià de Lòria, il 2 dicembre 1937.
Andorra fu effettivamente per loro, come per molte altre persone, un luogo accogliente, di rifugio e di libertà; per questo, quando san Josemaría ricordava questi avvenimenti, ne parlava sempre come del «nostro cammino di liberazione»[54].
A motivo di una forte nevicata dovettero rimanere in Andorra dal 2 al 10 dicembre, giorno in cui finalmente poterono uscire attraverso la frontiera francese del Pas de la Casa.
I nove giorni trascorsi in Andorra significarono per il gruppo un magnifico riposo, dopo le mazzate dei giorni precedenti. Dobbiamo infatti tener presente che erano perseguitati da diciassette mesi, dal 18 luglio 1936, malnutriti, e con intense sofferenze interiori e fisiche[55]. Per questo si capiscono bene i frequenti riferimenti, nel Diario, al pane bianco e soffice, ai pasti serviti dall’Hotel Palacín, al caffè e al bicchierino di anice che offriva loro di solito Mn. [Mosén, cioè Don – ndt] Lluis Pujol quando andavano a trovarlo, praticamente ogni giorno. D’altro canto, possiamo osservare come san Josemaría evitasse un relax che potremmo definire solo biologico. Faceva in modo che in ogni momento venisse occupato bene il tempo in cose spirituali, dalle quali avrebbero tratto energie per poter superare gli ostacoli che la vita ordinaria avrebbe frapposto.
Potremmo trovare naturale che in queste circostanze eccezionali si alzassero per esempio, la mattina, alle 10 o perfino a mezzogiorno, ma non fu così. Già dal primo giorno si alzavano presto, di solito alle otto di mattina, e qualche giorno alle sette o addirittura alle sei. Non omettevano mai la Messa quotidiana, i momenti di meditazione e di preghiera personale alla mattina e alla sera, le tre parti del rosario, le preghiere abituali prima di andare a dormire... E insieme a queste pratiche spirituali, ne vivevano altre di tipo culturale: una visita alla Casa de la Vall, un’altra a un’importante collezione fotografica, dedicavano alcuni momenti a disegnare o dipingere acquarelli sulle chiese e sulle croci di frontiera, redassero il Diario e parteciparono ad altre attività di tipo sociale, come le visite a persone andorrane, con le quali sarebbero nati rapporti di amicizia destinati a durare tutta la vita.
Arrivati a Escaldes-Engordany, gli oltre venti fuggitivi della spedizione si divisero tra gli Hotel Palacín e Muntanya, che erano uno davanti all’altro. Il gruppo di san Josemaría prese posto all’Hotel Palacín, occupando quattro stanze a due letti, alcune delle quali con vista sul fiume[56], e altre sulla strada[57], secondo quanto emerge dai documenti storici. Si divisero a coppie: san Josemaría e Juan Jiménez Vargas, Pedro Casciaro e Francisco Botella, José María Albareda e Miguel Fisac, Manuel Sainz de los Terreros e Tomás Alvira. [Vedi Foto 69 e 70] e [Vedi Foto 71]
Nell’Hotel Palacín risiedevano anche, in quei giorni, alcune delle persone citate nel Diario: il colonnello René Baulard, che era il capo delle forze francesi che assicuravano l’ordine nel Principato; la guida della spedizione Josep Cirera, che di solito abitava in quell’Hotel, come ci ha commentato personalmente, e si deduce anche dalle relazioni del Diario; il signor Manuel Cerqueda, direttore di una banca di Sant Julià de Lòria; il cognato di un banchiere della Seu de Urgell, che era anche cognato del Vicario Generale della diocesi di Urgell.
Nel Diario del 5 dicembre scrivono: «Il Sig. Cerqueda sta qui con un cognato di un banchiere della Seu de Urgell, cognato anche del Vicario Generale della diocesi. Sono entrambi molto gentili».
Un po’ più avanti si legge: «Uno di questi signori ci racconta le impressioni sulla Spagna nazionalista: dopo l’insurrezione, è stato varie volte a San Sebastián, dove ha la sua famiglia, e a Burgos».
Nel Diario del 7 dicembre si dice che hanno parlato di nuovo con «il cognato del Sig. Vicario Generale della Seu de Urgell, che sta qui in Andorra e dirige un’impresa di legname».
La storia di questo banchiere della Seu de Urgell, come quella del direttore della banca di Sant Julià, ci è stata chiarita dal signor Albert Fornesa, della Seu de Urgell. Secondo lui, il banchiere della Seu era suo padre, Joan Fornesa. Ci ha detto che nel 1937, l’unico banchiere delle Seu che si trovava in Andorra era Joan Fornesa, fratello e non cognato del Vicario Generale Mn. Ricard Fornesa. Lui non conosce alcun cognato che potesse trovarsi in Andorra nel 1937, a parte Josep Albinyà, sposato con Pietat Fornesa, che però non era banchiere. Inoltre stette poco tempo in Andorra e si spostò presto a San Sebastián. Joan Fornesa, invece, era il proprietario della Banca Fornesa, come di un’azienda di legname a La Seu de Urgell. Nel 1936 gli confiscarono tutto e dovette fuggire ad Andorra. Poco dopo, si spostò a vivere a San Sebastián con tutta la sua famiglia, moglie e figli[58].
Quando Joan Fornesa andava da San Sebastián ad Andorra, viveva normalmente nell’Hotel Palacín e da lì gestiva i suoi affari del legname e della banca, insieme a Manuel Cerqueda, che era celibe e che viveva nello stesso Hotel. I due erano molto amici, dato che già prima della guerra Manuel Cerqueda aveva lavorato nella Banca Fornesa della Seu de Urgell, e allora era il direttore del Banc Agrícol i Comercial de Andorra, di Sant Julià de Lòria, e in qualche modo il rappresentante della Spagna nazionalista in Andorra[59]. Per quanto riportato nel Diario, non diedero molto peso a questo titolo di rappresentante della Spagna nazionalista, dato che loro non desideravano alcun aiuto pubblico, ma aspettavano solo l’aiuto del fratello di José María Albareda, che si trovava a Irún.
Dato che tutti vivevano nello stesso Hotel, è naturale che si incontrassero spesso in sala da pranzo e parlassero con frequenza delle possibilità di andarsene attraverso il Colle di Envalira [dove si trova il Pas de la Casa verso la Francia – ndt], di come ottenere il denaro avallato dal fratello di José María Albareda e di altre questioni relative al viaggio.
I racconti fatti dagli stessi fuggitivi nel Diario del passaggio dei Pirenei, scritti a turno da ciascuno di loro, ci serviranno per seguire il filo degli avvenimenti di questi nove giorni trascorsi ad Andorra. Quelli che narrano le loro esperienze sono sette, dato che san Josemaría non scrisse mai nel Diario. Giovedì 2 dicembre lo redasse Juan Jiménez Vargas, venerdì 3, fu José María Albareda; sabato 4, Tomás Alvira; domenica 5, Pedro Casciaro; lunedì, giorno 6, Manolo Sainz de los Terreros; martedì 7, Francisco Botella; mercoledì 8, Miguel Fisac; giovedì 9 sarebbe toccato a Juan Jiménez Vargas, ma non sappiamo che cosa accadde quel giorno, perché non c’è niente di scritto. Finalmente, seguendo l’ordine prestabilito, venerdì 10 dicembre lo scrisse ancora José María Albareda.
San Josemaría rispettò sempre il modo di pensare e di scrivere di ciascuno dei fuggitivi, che come si è detto erano alcuni dell’Opus Dei, e altri no. Perciò dobbiamo tener conto del fatto che i modi di esprimersi dei redattori del Diario erano sempre personali, e che pertanto le loro affermazioni o valutazioni della realtà culturale o politica del momento non si possono imputare al resto dei fuggitivi, e men che meno a san Josemaría, che in ogni caso seminava concordia e unione tra le persone. Più di una volta si evince dal Diario come egli abbia “ripreso” alcuni che facevano commenti poco azzeccati sulle persone o sulle situazioni che li circondavano. Ma, d’altra parte, non ha mai preteso di rettificare le opinioni degli altri, tranne nel caso che costituissero una grave mancanza di carità.
In questo senso, alcune espressioni che in qualche momento possono sembrare poco rispettose verso certe persone o luoghi, devono essere situate nel tempo, nell’ambiente e nella concreta situazion...