Essenze del cuore
… Ma le stelle non brillano
se non c’è il buio
(Elisa Biasi)
La vibrante raccolta di Francesco Lappano è un percorso intimo, intenso, profondo: è la naturale evoluzione di un itinerario poetico, che dalla “Genesi di un equilibrista” conduce all’approdo maturo e, in apparenza, paradossale di virtuosistici equilibrismi, specchio di un vissuto che assimila a chi è in «bilico» ed ha «un’asta nelle mani / il piombo nel cuore / un equilibrio da creare». Come scrive l’autore, l’equilibrista «traballa sulla sua umanità / sogna sul mondo / vive tra l’aria e ingoia la realtà con un colpo di glottide».
Grazie a lui si comprende che «ci si avvicina tra capriole e acrobazie», «ci si allontana dietro anomali silenzi», perché nelle relazioni «si richiedono virtuosismi», dal momento che «non basta più venirsi incontro». «L’unica strada è il filo», il quale, a sua volta, dalla suggestione «circense» rimanda … ad aura di Mito: Arianna e Penelope sono figure emblematiche, una per il labirinto, l’altra per la tela. Entrambe depositarie di un oggetto che è, al contempo, topos letterario e correlativo-oggettivo, capace di evocare efficacemente la condizione dell’uomo nella sua essenza complessa, mutevole, multiforme.
E così la vita insegna «a dire di sì, perché risponde di no», e a «far scoprire il valore del no, per rispondere a lei, che si prende gioco con i suoi sì».
Essa si traduce in «semaforo» per l’uomo preso dal suo incessante cammino e spesso simile ad un «Sisifo stolto», che «ripete il suo andare / ricalca i suoi errori / ormai dimentico della ragione» e trova tregua «fra le braccia di Morfeo». Contemporaneamente la vita è indagine, è «gioco tra fiamme», è maschera, è «volto ignoto», è «folata di vento», «giorno di sole», «saluto di un passerotto», «pioggia primaverile», «rischio di caduta», quando si è appesi «sul vuoto», mentre il filo fa scorrere i passi e «incognita è la meta».
Francesco scrive versi che sono icastici palpiti del cuore e fotogrammi lirici di un itinerario esistenziale riconducibile all’universale da una dimensione particolare. Egli ci guida per sentieri attraverso i quali si giunge ad orizzonti contemplativi: chi è «prigioniero di tempi ignoti» e si sente «reduce da un mondo / che non concede respiro al proprio destino» conosce il sapore dello «smarrimento» e della «inettitudine» e allora «rimanendo sul limite» rivela «occhi protesi nel profondo». L’autore ci ricorda che «i folli sognatori / chiudono gli occhi ad ogni risveglio / ma la realtà / è lì, pronta con la sua falce / a seviziare spighe di grano / avide di sole».
Ciascuno scorge «fantasmi», che «d’improvviso bussano alla porta», beve il succo dei fiori di loto e ricambia «consapevole» il «sorriso ambiguo di Monna Lisa», che «sorride ambigua dalla meta», «sa o finge», osserva «pietosa e beffarda». Intanto Francesco, specchio di tanta umanità, «si culla del mistero dei suoi passi / perplesso / del suo tornare indietro guardando avanti». Il sorriso di Monna Lisa riconduce a quello leonardesco e, ancor prima, a quello apollineo: in ogni contesto è espressione di mistero e consapevolezza.
Di Apollo si rievoca anche il passo fatale nel tentativo disperato di raggiungere la sua Dafne, ma di lei egli sfiorerà solo «meravigliosi lineamenti» soggetti a metamorfosi; poi «le maschere di roccia» si ricomporranno, per imporre atti, e «tutto perderà libertà». Il passo, come il filo, la tela ed il labirinto, rappresenta una parola chiave della raccolta e rievoca l’ulissiaca dimensione dell’uomo alle prese con il suo viaggio tra «luce e buio», nell’attimo eterno in cui può capitare che «Agape si vesta da Medusa».
Si vive in un’Odissea, al pari di novella Penelope, che «sfila la tela / più per fragilità / che per costanza» e «precipita / nel baratro di un cuore / che dimenticherà le vibrazioni della parola pace». In questa interminabile ed universale performance odissiaca, Francesco ci ricorda che si anela alla purezza, ma, intanto, ci si copre di fango, tranne qualcuno che, proprio per questo, vive una «duplice Odissea», perché non ha condiviso «il falò del disincanto».
In tale rutilante condizione esistenziale, resa differente dal percorso di ognuno, si condivide, però, il cuore e si aspira così alla «singola pluralità», in cui, come l’autore ricorda nei versi tratti da un componimento precedente, “Essere uni”, si agogna di appoggiare la testa sul petto della persona amata, e di «sentire quel dolce profumo che / sprigiona dal suo cuore»: in sintesi l’immagine di una comunione che è «voglia di essere uni», «voglia di scoprire / che tutto ciò dà Amore / che tutto ciò / ricolora la vita».
L’amore si traduce nella chiave di lettura di un mistero cosmico, che ci avvolge e ci induce a trovare rifugio nell’altro, a dare senso ai propri giorni, ritrovando la parte perduta di sé in chi ci ama ed amiamo. Solo così riusciamo ad accettare il rischio, la fragilità, la precarietà della nostra essenza umana, che ci costringe a stare in equilibrio sul filo, mentre tentiamo di «costruire il nostro arrivo» con sacrificio e speranza …
Un «cuore puro», «dolce e irrequieto», fa risplendere la verità dei suoi occhi «oltre il suo nascondere» e la loro luce si fonde con quella di chi ha uno sguardo degno di fiducia. «Le contraddizioni / perdono confini / le verità non hanno identità» e «l’amore abbraccia tutto / senza puntare il dito» nella vastità di magici silenzi, interrotti solo dalla risacca del mare e dal soffio del vento nella suggestione di notti rischiarate da pleniluni, che possono far risplendere «dialoghi fugaci e lineamenti confusi».
Particolare è la condizione dei «mendicanti di amore», «i custodi della grotta del pianto», perché di questo sentimento essi non «disdegnano le briciole», ridando ai cuori la magia di un battito. Il loro aspetto è quello di «fanciulli un po’ cresciuti / insaziabili di sogni» e il loro spirito rimanda alla figura di Cassandra …
Ancora una volta Francesco vive la suggestione del Mito: se con Didone egli canta «l’urlo dell’anima», scaturito dalla lacerazione, con Cassandra l’autore può dipingere in versi la condizione della «figlia di un tempo prematuro». La profetessa dell’antica Troia, «mendica amore e fiducia», vaticina, pur consapevole di non essere creduta, e alle parole ritenute «figlie del vento» affida, comunque, il senso del suo «canto profetico», che la rende «voce di puro veleno» e «donna dall’oscuro destino». La principessa troiana è figura emblematica nella materia poetica dell’autore, in quanto ella incarna la verità come inesorabile interpretazione della realtà ed invita a non procrastinare il confronto con sé e con l’Altro, a rapportarsi all’amore, sapendo di non poter attendere niente per sé, dovendo solo donare, e, infine, a perseverare in quel che dà senso alla propria vita, pur a costo di sacrifici e rinunce. Cassandra è canto i...