XII
Riuscì a chiudere gli occhi per alcune ore, poco prima dell’alba. Quando si svegliò le sensazioni non erano cambiate: mancanza di appetito, stanchezza, ma nonostante ciò anche la necessità di uscire, di fare quattro passi. Per quanto si sforzasse di non pensare alla lettera del Pittore, alcune parole non cessavano di ronzargli in testa: immobile, insicuro, passivo, pigro, più di tutte le altre che, di tanto in tanto, si affacciavano ma senza riuscire a rubare la scena a quelle quattro; si alternavano cambiando ordine e intonazione, ma il significato rimaneva sempre lo stesso. Se osservava attentamente, in quelle quattro parole vedeva il suo riflesso, e quell’immagine lo scombussolava; tuttavia, come lo stesso Pittore aveva scritto, il suo orgoglio era ancora sufficiente a respingere con sdegno quel riflesso, a considerare eccessivo il poker di aggettivi che erano capaci di descriverlo, probabilmente, in alcuni frangenti ma certo non erano lo specchio di lui nella sua interezza. La realtà, a suo giudizio, era ben diversa. In fin dei conti, quanto profondamente poteva conoscerlo il Pittore per poterlo definire così? Aggrappandosi a domande simili cercava di liquidare il contenuto della lettera, augurando con distacco, dentro di sé, ogni fortuna al Pittore Errante.
Attese un’ora circa prima di vestirsi, ma Juan, che intanto si era risvegliato, aveva già capito tutto e scodinzolava impaziente, così affrettò i tempi per accontentarlo. Pochi metri fuori di casa e vide La ballerina venirgli incontro, di fronte a sé. Portava un vestitino nero ed elegante, che riluceva al sole, un po’ spiegazzato. Sopra indossava una giacchetta, anch’essa nera, con le maniche trasparenti.
-“Che coincidenza! Stavo proprio venendo a trovarti! Come stai?”- disse la ragazza, non trattenendo una certa contentezza.
-“Non c’è male...”- rispose Marlog. E tutto sommato fu un discreto esordio, per uno che non spiccicava parola da molte ore.
-“Chi è lui?!”- chiese stupita – “È così carino!”-
-“È Juan, il mio cane.”-
-“È adorabile!”- si chinò ad accarezzarlo -“Dove state andando di bello?”-
-“Facciamo due passi, Juan ha bisogno di sgranchirsi un po’.”-
-“Posso unirmi a voi?”- domandò lei senza pensarci più di tanto.
-“Sì, certo…”- replicò imbarazzato Marlog, disorientato dalla sua richiesta. Si trovò un poco a disagio vedendola camminare accanto, non era preparato ad un avvenimento simile, non così presto almeno. Stettero in silenzio per alcuni istanti, poi lei si tolse la giacchetta scoprendo delle braccia graziose, leggermente abbronzate, con un sensuale neo sopra il gomito sinistro. Juan venne subito conquistato dai modi di fare della Ballerina e, perché no, anche dal suo fascino; le zampettava intorno, finendole spesso tra i piedi. La ragazza rischiò diverse volte di inciampare: anche senza Juan, pareva difficile riuscire a districarsi con quei tacchi. Al contrario del cane, Marlog non si mostrava sereno, nella sua testa riecheggiavano le parole del Pittore e allo stesso tempo, pur non essendone molto convinto, cercava una scusa per liberarsi della ragazza e rimanere da solo, una di quelle scuse che non lasciassero possibilità di controbattere. Non gli venne in mente nulla.
-“Io ho fame, ti va di mangiare qualcosa?”- domandò lei.
-“A dire la verità no, ho lo stomaco chiuso.”-
-“Andiamo, non farti pregare: offro io!”- insistette.
-“Ti ringrazio, ma non ho fame. Davvero.”-
-“Ok, allora prenderò qualcosa per Juan, sono certa che lui non mi dirà di no. Aspettami qui”- aggiunse - “prendo un paio di panini e torno.”-
Entrò in un bar. Marlog fu seriamente tentato dall’idea di andarsene e lasciarla lì. Ma non lo fece, anche perché Juan gli sembrò affamato sul serio e per qualche istante fu indeciso se andare dietro alla ragazza oppure stare lì col suo padrone. Aveva già annusato nell’aria il cibo in arrivo. Lei tornò poco dopo con due panini imbottiti di cose impensabili.
-“Sei sicuro di non volerne? Nemmeno un morso...?”-
-“No, ti ringrazio.”-
-“Allora lo dividerò con Juan”- disse tagliando con le mani un pezzo del primo panino da dare al cane -“lui apprezzerà senz’altro.”-
La ragazza cominciò quindi a mangiare, con una voracità che ormai, per Marlog, era diventata familiare.
-“Mangeresti meglio se ci sedessimo...”- suggerì lui.
-“Hai ragione, quella panchina è perfetta!”-
Marlog si accese una sigaretta, sedendosi accanto a lei. Attraverso gli occhiali da sole le rubò un’occhiata: il suo sguardo era svilito dal trucco sfatto ed eccessivo che le circondava gli occhi. Concluse il primo panino e, come in precedenza, divise anche il secondo con Juan, che mostrò la sua gratitudine saltandole addosso. Lei si mise a ridere di gusto, una risata spontanea, e lo accarezzò nuovamente.
-“Andiamo a fare un giro?”- chiese poi voltandosi verso Marlog.
-“Perché no, è una buona idea.”-
-“Andiamo lontano, fuori, lasciamoci alle spalle la città…”- aggiunse, e il suo viso si fece teso, un po’ preoccupato, i suoi occhi malinconici sembrava non desiderassero altro. Marlog voleva accontentarla, ma si limitò a proporle un compromesso.
-“Potremmo andare al vecchio molo, ti va?”-
-“D’accordo. Ho bisogno di rilassarmi, di non pensare a nulla per un po’.”- rispose con un intristito filo di voce. S’incamminarono lungo il viale, sotto i maestosi alberi che tracciavano fresche ombre sull’asfalto. Viola divenne stranamente pensierosa, il sorriso sul suo volto aveva ceduto il posto ad un’espressione corrucciata.
-“Qualcosa non va?”- chiese Marlog allarmato.
-“Sai, questi tacchi iniziano a darmi fastidio. Voglio fare come te: ora li tolgo e cammino scalza!”- esclamò, e il suo volto si illuminò di nuovo. Anche lui sorrise, alleggerendosi un pochino, e pensò che quel viso, quel viso da uomo, tutto sommato non fosse poi tanto male.
-“Ora va molto meglio”- riprese la ragazza -“mi sporcherò un po’, ma almeno i piedi non mi faranno più male!”-
-“Camminare scalzi è tutta un’altra cosa...”-
-“Ci facciamo pure un bel bagno al mare, che ne dici?”-
-“Forse non te ne sei accorta, ma siamo in autunno inoltrato. Non ho addosso un costume e, ad ogni modo, io non ci penso neanche lontanamente!”- gelò il suo entusiasmo -“Ma se davvero ci tieni, sarò lieto di scaraventarti in acqua dalla banchina!”-
-“Ahah! Molto divertente! Però dubito che ne avresti il coraggio... Davvero lo faresti?”-
-“Per te questo e altro!”-
Risero insieme; dopo un breve attimo di silenzio, La ballerina ritornò di nuovo seria.
-“Ci conosciamo da un po’ di tempo”- attaccò a parlare - “Ti ricordi quando ci siamo incontrati?”-
-“Sì, certo. E da allora non ti ho visto ballare nemmeno una volta…”-
-“Che dici? Abbiamo ballato insieme! Te ne sei dimenticato?!”-
-“Ah già... Tecnicamente però non ti ho visto ballare, proprio perché in quel momento ballavo con te...!”-
-“Non penserai di cavartela così, vero?”-
Con un tempismo perfetto, Juan attirò la loro attenzione abbaiando ad un insetto che gli svolazzava sopra la testa, infastidendolo.
-“Tempo fa, quando sono stata a casa tua, un cane non l’avevi, o ricordo male?”-
-“Ci siamo conosciuti da poco, durante una camminata: ha incominciato a seguirmi e così l’ho portato con me, fino a casa.”-
-“Mi pare che ti trovi più a tuo agio con gli animali che con le persone!”- disse lei esplodendo in una risata - “Senza offesa!”-
-“Hai ragione. Tra me e Juan c’è una certa sintonia, è molto più intelligente di tante persone...”- con un fischio lo chiamò e il cagnolino accorse subito. La ragazza li guardò incuriosita.
-“Lei non crede alla tua intelligenza.” - disse rivolgendosi al cane -“Su, diglielo. Falle vedere che non sto scherzando.”-
Juan abbaiò rivolto verso di lei.
-“Non è possibile!”- esclamò Viola - “È un genio!”- aggiunse sarcastica -“Cos’ha detto...?”-
-“Questo non lo so, stiamo ancora lavorando sull’interpretazione. Siamo appena agli inizi.”-
-“È un lavoro duro, immagino...”- continuò sarcasticamente.
-“Beh ci vuole impegno. Però è senza dubbio più semplice comunicare con gli animali, con un cane in particolare. A volte basta uno sguardo. Con gli esseri umani è molto più macchinoso, hanno delle aspettative enormi. Eccessive.”-
-“Capisco...”-
-“Dubito che tu possa capire.”- la interruppe - “Non mi pare proprio che abbia problemi nel comunicare!”-
La ballerina arrossì e tentò quasi di nascondersi dietro un silenzio imbarazzato. Anche Marlog tacque, preferendo non insistere. D’altronde era l’ennesima dimostrazione di ciò che aveva appena affermato: è più facile comunicare con gli animali. Si accese una sigaretta.
-“Ne vuoi una?”- chiese alla ragazza. Lei accettò con un timido sorriso, senza dire nulla.
Rimasero in silenzio, scambiandosi soltanto qualche occhiata fugace, fin quando arrivarono al porto; era una bella giornata, calda, e il sole splendeva ormai alto sopra di loro. Entrambi si sedettero sul bordo della banchina, bagnando i piedi nell’acqua. Viola incominciò improvvisamente a ridere, in modo quasi isterico, di fronte allo sguardo perplesso, in cerca di spiegazioni, di Marlog, e più lui la guardava, più lei non riusciva a trattenere le risate; si calmava per qualche secondo, con profondi respiri, ma le bastava appena osservarlo per riprendere a ridere come una matta. Ci vollero lunghi minuti prima che riuscisse a parlare, a spiegare a Marlog il motivo di quelle risate; lui, dentro di sé, già aveva pensato di alzarsi e andarsene.
-“Niente, scusami, è che ho ripensato a ciò che mi hai detto prima, ho visualizzato la scena di te che mi scaraventi in acqua per farmi fare un bagno…”- a quel punto anche lui sorrise, e si tranquillizzò -“Non ricordo l’ultima volta che ho riso in questo modo, grazie.”- aggiunse. L’ imbarazzo si frappose di nuovo tra di loro, rendendo l’aria che li circondava meno leggera. Il turbamento di Marlog fu accentuato dalle parole messe per iscritto dal Pittore che si insinuarono di nuovo nella sua mente, a cui se ne aggiunsero delle altre; gli tornarono in mente non solo perché erano impresse in quella lettera, ma anche perché, proprio come aveva ipotizzato il Pittore, gli erano già state dette in passato. Aveva giurato a se stesso che mai più si sarebbe trovato nella condizione di sentirsele dire di nuovo e il fatto di non esserne stato capace lo gettò in uno stato di confusione, un misto di rabbia e paura che non provava da tempo, dal giorno in cui aveva sentito quelle parole in precedenza, da un’altra persona a lui molto vicina. Ebbe una reazione quasi automatica, dettata dalla paura che lentamente cambiava la sua muta in terrore, e cominciò a tremare.
-“Tutto bene?”- chiese la ragazza, preoccupata per lui. Lui la guardò cercando di rassicurarla a parole, ma il suo sguardo diceva tutt’altro; in parte la causa del suo terrore era proprio lei, la sua vicinanza, le sensazioni che era in grado di suscitare nel suo animo. Avrebbe voluto allontanarla finché era in tempo, finché ancora non era a conoscenza del suo vero nome, pur temendo che in realtà fosse già troppo tardi.
-“Non me la dai a bere, non va affatto bene”- disse lei con piglio deciso -“dimmi se posso fare qualcosa per te, se posso esserti d’aiuto. Puoi fare affidamento su di me.”-
-“No, no, ti ringrazio, non credo che tu possa fare qualcosa”- rispose Marlog, e le sue parole furono senza la minima ombra di dubbio sincere -“È tutto ok, ho avuto soltanto un giramento di testa...”-
-“Capita anche a me, qualche volta. Fai dei bei respiri profondi, così…”- e iniziò a mostrargli come avrebbe dovuto fare. Osservarla non fu d’aiuto alla sua agitazione, ma riuscì comunque a recuperare una parvenza di normalità, che servì a rassicurare Viola. Nonostante le sue difficoltà nella gestione dei rapporti umani, qualche tecnica elementare l’aveva appresa.
-“Vuoi una sigaretta?”- chiese lei accennando un lieve sorriso. Constatata la risposta affermativa, infilò con disinvoltura la mano nella tasca della giacca di Marlog ed estrasse le sigarette e l’accendino, poi se ne mise due sulle labbra e le accese, porgendone una a lui. Si lasciò andare ad una risata che alleviò l’inquietudine di entrambi.
-“Te lo leggo negli occhi: mi consideri una persona invadente! Ma è la mia natura, non posso farci nulla. In molti mi criticano per questo e magari dopo un po’ non vogliono più avere a che fare con me, spero che tra di noi non accada lo stesso!”-
-“Sta’ tranquilla, non ti considero invadente. Solo, a volte, magari un po’ inopportuna…”- le rispose sorridendo, Viola arrossì un poco e abbassò lo sguardo -“ma nulla di irrimediabile.”- aggiunse dopo qualche secondo.
-“Ho anche altri difetti, questo non è certo l’unico! Però alle persone che mi stanno vicino piaccio così, e ciò è l’unica cosa che conta veramente. Non faccio nulla per nasconderli, fanno parte di me e celarli significherebbe non essere me stessa.”-
Marlog la stette a sentire in silenzio, gli piacque il modo in cui la ragazza si mise un poco a nudo con lui, mostrando consapevolezza di alcuni lati del suo carattere che, con la stessa cognizione, mostrava senza alcun timore; cosa di cui lui non era affatto capace, condizionato da quell’insicurezza che il Pittore gli aveva sbattuto in faccia nella sua lettera e che, con ogni probabilità, anche la Ballerina aveva intuito. Lasciò che fosse lei a parlare, intervenendo solamente se interpellato e dando risposte brevi ed elusive, come nel suo stile. Nel momento in cui le distanze tra di loro si andavano accorciando, lui si tirò indietro, per l’ennesima volta.
Il sole aveva già dato inizio alla sua lenta discesa, colorando d’arancione lo specchio d’acqua, mentre Juan dava i primi segni di insofferenza. Si levò un venticello fresco, la Ballerina si rimise la giacchetta; mostrava un po’ di stanchezza, non soltanto fisica: aveva un’espressione affaticata, come se non dormisse da settimane. Si asciugò con molta cura i piedi prima di alzarsi.
-“Le scarpe non le metti?”- chiese Marlog.
-“Se non lo fai tu, non lo faccio nemmeno io...”-
Così si avviarono scalzi. Dopo aver parlato per buona parte del pomeriggio, anche lei si mise a tacere; camminavano uno accanto all’altro, scambiandosi ogni tanto delle oc...