PRIMI TRE MESI A MILANO – Venerdì sera
Io non ho orari, non è stabilito da nessuna parte a che ora io debba uscire di qui, quando sia il momento giusto per alzarmi da questa sedia, senza il timore di essere considerato un ladro che sta sgattaiolando via dall’open space. Non ho un contratto che definisce la mia giornata lavorativa. La logica vuole che me ne vada appena finiti i compiti della giornata e li ho già terminati un paio di ore fa, ma seguire questo criterio, in quest’ambiente, è come ostentare blasfemia in un luogo sacro. Bisogna sempre mostrarsi occupati. Nel caso ti venga posta la domanda: «Tu come sei messo? Sei preso?». Mai rispondere: «Sì sono così libero che mi sto annoiando». Meglio tergiversare in modo evasivo dicendo di star monitorando, verificando, analizzando, ma che volendo si può procrastinare se ci sono altre priorità. Questo stolto agire è il comportamento più intelligente qui. Un uomo seduto a una scrivania di un ufficio non può essere libero, è in ogni caso occupato, è sempre sul pezzo, come dicono da queste parti. Sono le 18, chi ha un contratto se ne sta andando, quindi potrei decidere di levare le tende anche io. Ma è meglio fare prima una verifica. Imposto il mio cellulare per fare chiamate anonime e telefono al numero dell’ufficio del mio responsabile diretto. Il telefono suona a vuoto, deve essere già uscito. Per fortuna di venerdì difficilmente fa straordinari. Bene! Cercare sempre di andare via dopo chi ti controlla.
Mi appoggio contento al pannello dell’ascensore, mentre tiro un sospiro di sollievo già con le cuffie dell’Ipod nelle orecchie.
Saluto con un cenno alcuni colleghi in fila davanti alla macchinetta del badge che mi guardano con uno strano sorriso che fa trasparire un po’ di paradossale invidia per la mia libertà, anche se solo formale, di non dover quotidianamente registrare il mio tempo in quella macchinetta.
Finalmente via, non si respira più aria d’ufficio e non fa niente che sento le polveri sottili anche sui vestiti, il fine settimana mi si apre davanti e l’aria ha comunque il gusto della libertà.
Un’altra settimana di lavoro da schiavetto si è trascinata via. Il termine schiavetto non è proprio quello più indicato, meglio dire una settimana di lavoro “usa e getta”, ossia da tirocinante o per fare i fighi stageur. Compenso di 700 euro al mese e devo ritenermi fortunato, tanto fortunato che ricevo una paga. Ti pagano poco, davvero poco, però così fai esperienza, dovresti essere grato, dovresti essere tu a pagare loro, i prodighi che ti beneficiano nel trasmetterti il loro prezioso know-how. Dopo il termine dei sei mesi, forse ti rinnovano la convenzione, fai altri sei mesi da ultima ruota del carro e poi, finalmente, ti assumono. Ma questo se sono dei fessi, dei veri e propri idioti. Molto più concreta è l’ipotesi di essere scaricato nel cesso come un pezzo di carta igienica usata. Perché, con tutta sincerità, per il lavoro che faccio occorrono tre settimane di esperienza per imparare e intendo partendo da zero. Gli anni all’università sono stati solo un continuo inzupparsi di inutile teoria per ottenere un pezzo di carta. Quindi, è molto più fruttuoso non assumere il vecchio stagista per prenderne uno nuovo. Finché il mercato tira così tanto, pieno di disperati, giovani neolaureati, così felici d’imparare per pochi euro al mese o anche gratis, coi poveri genitori costretti a mantenere i loro cari parassiti anche dopo gli studi, perché assumere? Poi c’è la possibilità di far firmare un bel contratto a progetto o a tempo determinato, non altro che uno stage un po’ più pagato. Si ha così l’onore di entrar a far parte della foltissima ma ininfluente lobby dei milleuristi. Purtroppo, c’è un problema per i cari dirigenti d’azienda, che hanno diritto a campar anche loro, così competenti nel perseguire l’imperativo venale di mostrare agli azionisti o soci, quanto siano sottomessi nel venerare il profitto dell’azienda. Il contratto a tempo determinato, ingiustificatamente, obbliga, dopo un limite di rinnovi, all’assunzione a tempo indeterminato. So bene che i miei dirigenti sono tipi più che dritti e che fra tre mesi non avrò maggior valore di una carta di pura cellulosa al 100%, quella che non irrita. Dovrei sentirmi incazzato, ma il random del lettore mp3 ha beccato una delle mie canzoni rock preferite, quelle che mi gasano così tanto farmi svalvolare in una rabbia che ha solo qualità positive. Una vecchina, che mi ha notato avanzare come uno sbandato, preso a mille dal fragore delle schitarrate noise scaricate nelle orecchie, mi studia timorosa per capire se io sia o no un elemento pericoloso. Allora la fisso sorridendo e canto strillandole in faccia: «Sonica!»
Che mi frega del lavoro, che andassero tutti sotto un tram, io sono giovane e il futuro è tutto per me.
Ma l’umore mi cala in modo proporzionale al discendere nel sottosuolo per prendere la metro. Ogni gradino è una coltellata al mio morale. Niente mi ammorba di più del precipitare in quel buco verso il quale tutti corrono presi chi sa da quale fretta e non se ne comprende il motivo visto che a quell’ora di punta passa un treno ogni pochi minuti. Che sono tre minuti in una vita dove si passano ore davanti al PC, o dietro a uno sportello o ad assistere i clienti in un negozio? Eppure, mi trovo anche io a correre come un matto contagiato da quella frenesia. Che esperienza è prendere la metro a Milano il venerdì sera alle 18.30. I vagoni sono capsule fitte di gente che ha appena terminato la propria settimana lavorativa, ma che, per tornar finalmente a ritrovare la libertà del fine settimana, sono costretti a passare quegli ultimi tragici minuti a contatto con altre persone completamente uguali a loro: figure stressate, visi lunghi e tristi, che cercano di non guardarsi tra di loro per non riconoscersi. Questa visione è terrificante e perciò tutti hanno lo sguardo basso, sprofondato in riviste o libri, o perso nel vuoto ascoltando musica da lettori mp3. Non ricordo chi ha detto che la metropolitana è la fogna umana, di certo non si sbagliava. Guadagno lo spazio vitale all’interno del vagone e anche io divento una molecola di quella massa informe, cercando un po’ goffamente di non perdere l’equilibrio o di non essere trascinato fuori durante le osmosi di gente ad ogni nuova fermata. Dall’Ipod parte una canzone dei Kaiser Chiefs, troppo allegra non me la sento addosso. Ne faccio partire un'altra e si alza il canto lugubre di Nick Cave, troppo triste, mi ci vuole qualcosa di medio. Il terzo tentativo è quello giusto: un bel pezzo consolante e pieno di elettro-carezze degli Air.
A casa, accomodatomi in mutande, decido di cenare subito. Sono affamato, ma riesco a saziarmi con due cotolette che ho comprato in offerta al super mercato. Un euro e novantanove centesimi per duecento grammi di pollo impanato. Sono tre mesi che faccio la spesa in quel supermercato e sono sempre in offerta: misteri della grande distribuzione che mi hanno sempre affascinato. Sono passati già tre mesi, da quando sono andato via dal mio paesotto bello e addormentato nel Meridione, dove pascolavo pago, tranquillo e accudito dall’amore e dalla cucina di mammà, per emigrare a Milano, motore economico e puttanaio a cielo aperto del Paese. E in tutto questo tempo avrò mangiato quelle cotolette una sera su tre, accompagnate da tantissima insalata del tipo più scadente, dell’ecoplastica, ma innaffiata, anzi, affogata in dell’ottimo e costosissimo aceto balsamico di Modena, uno dei pochissimi lussi di cui non riesco a privarmi. Mi sono trasferito a Milano dopo la laurea, per fare esperienza mal pagata in un’azienda. La pura verità è che non m’ interessa fare esperienze lavorative, quella è tutta una facciata, nient’altro che un alibi. Io volevo assaggiare finalmente, come fosse la vita in una grande città, conoscere gente nuova, scappare dalle facili comodità familiari, che sono convinto mi tengano sprofondato ad annegare nelle paludi di una vita mediocre. Non ne potevo più del mio paese inutile, abitato da gente ancora più inutile, ma soprattutto del Sud Italia, dove c’è sì il sole, l’aria fresca del mare e l’affetto di mammà, io sognavo la pioggia, la polvere e il grigio di Londra, gli stenti e le avventure di una vita al limite del baronaggio, dove la mia nuova famiglia sarebbe stata composta da altri individui sognatori, mezzi pazzi come me, fuggiti per scappare dalle mie stesse ossessioni. Londra è rimasta un sogno, mi sono, comunque, accontentato di Milano. Lo smog c’è, lo zingaraggio un po’ meno, tanto col passare degli anni mi è passato il capriccio e tra lo stipendio da stagista e i soldi da casa riesco a cavarmela abbastanza dignitosamente. Mi manca solo di conoscere gente interessante e a dir la verità, mi capita di sentirmi incollata addosso una tristezza da solitudine più frequente di quanto non avrei mai immaginato. Nonostante tutto, riesco a non precipitare nella nostalgia risollevando il mio morale grazie al ricordo di tutte le volte che mi sono sentito così o peggio, anche quando ero circondato dal mio humus d’amici e famigliari.
Ore 21: Arriva, puntualissima, la quotidiana chiamata di mia madre:
«Tesoro! Come stai?»
«Bene.»
«Hai una voce strana, non è che sei raffreddato?»
«Sto bene, ho detto.»
«Ti copri quando esci? Ti metti il berretto e la sciarpa? Se ti ammali lì su, come fai? Chi ti cura?»
«Sto attento, mamma.»
«Hai lasciato qui tutte le canottiere di lana. Vuoi che ti faccia un pacco? Te le spedisco?»
«No, ce l’ho» mento.
«Hai cenato?»
«Sì.»
«Cosa hai cucinato?»
«Cotolette e insalata.»
«E la frutta?»
«Una mela.» Bugia. Non compro frutta, spero che il loro apporto di vitamine sia compensato dall’ACE che bevo la mattina, così comodo e veloce. Odio sbucciare, ci metto un casino di tempo e mi vene male e poi trovo che le banane, il frutto più comodo, costino troppo.
«Qui io ho cucinato la parmigiana.»
«Buona» rispondo, cercando di rimanere monocorde. Non posso permettermi di mostrare a mia madre che solo sentire quella parola “parmigiana”, mi ha fatto tornare la fame. Oh Dio! Che darei per un po’ di parmigiana, ma è una questione d’orgoglio, io ho 25 anni e non ho più bisogno di mia madre.
«Tu sai fare la parmigiana?»
«No.»
«Non ci vuole niente, prendi le melanzane…»
«Mà! Non ora, quando scendo giù m’insegni.»
«E quando è che scendi?»
«A Pasqua.»
«A Pasqua! Ma non puoi scendere prima?»
«Ho il lavoro.»
«Torna un fine settimana.»
«È stressante andare e tornare col treno in due giorni, con l’aereo un po’ meno, ma costa troppo.»
«Aspetta, che ti chiamo tuo padre. - Cinque secondi di silenzio - Tuo padre ti saluta.»
«Ricambio. Va bene mamma, ciao, ci sentiamo domani.»
«Un attimo che ti devo dire una cosa importante. Quando torni ti faccio conoscere Lorella» dice mia madre con un sorprendente tono ruffianesco. Negli ultimi tempi, non mi rompe solo per la salute e il cibo, ma si è anche messa in testa di trovarmi una fidanzata. Tutta colpa di quel citrullo di mio cugino, che si è sposato all’età, per me ancora adolescenziale, di 27 anni. Dal giorno dopo la cerimonia, mia madre mi ha tormentato, chiedendomi quando gli avrei presentato la sua futura nuora. È una bambina viziata che chiede un giocattolo: una bella nuora da portarsi in giro e da presentare alle amiche.
«E chi è questa?» dico scocciato.
«Ma come? La figlia della mia amica Flora, non te la ricordi?»
«Scusa, ma Flora non è anche tua cugina?»
«Sì, ma che c’entra? Alla lontana, mi è cugina di secondo grado. Ma non te la ricordi? Una volta è venuta a mare con noi, quando eravate bambini, tu l’hai fatta mettere a piangere tirandole la sabbia.»
«Um, non ricordo.»
«Le ho incontrate tutte e due dal parrucchiere. Lorella si è lasciata da poco. Se la vedessi, come è bella con dei ricci biondi, una così brava ragazza, laureata in giurisprudenza con 110, e poi stanno bene a soldi, il marito di Flora ha un’azienda di pelati, se ti prendi Lorella il posto in fabbrica l’hai assicurato, torni finalmente a casa e sarai subito vicepresidente»
«Va bene mamma, ne parliamo quando torno, ora ti lascio che sono stanco e voglio riposare»
«Ciao, mi raccomando indossa il pigiama pesante».
E anche oggi il supplizio è finito. Meglio acconsentire per telefono alle improbabili idee e proposte di quell’asfissiante di mia madre, ribattere avrebbe solo allungato il quotidiano supplizio post-cena.
Più passa il tempo e più mia madre mi stressa. Già prevedo le sue insidie durante le tanto attese vacanze di Pasqua. Con terrore m’immagino lei che si affaccenda per la sua “Operazione Lorella”. Di sicuro, farà in modo d’invitare a casa lei e la madre. Senza dubbio, studierà e non so come fisserà l’appuntamento, un giorno e in un momento della giornata in cui io sono inchiodato in casa. Per fortuna che nella settimana di Pasqua il campionato è fermo, se no ci giurerei, mi potrebbe pizzicare durante le partite. Lei sa troppo bene che se me lo dice in anticipo, scappo via, mi do alla macchia. Già sento nelle orecchie il suo urlo dabbasso per chiamarmi che c’è Flora e Lorella che mi vogliono salutare. Poi le presentazioni: ecco qui il dottore, il mio primogenito, vedi come si è fatto grande e bello, e pensa te, non ha ancora la fidanzata. E il livello d’imbarazzo sale. Questa è Lorella, vedi che bella ragazza, dai siediti vicino a lei, parlale di Milano, io intanto faccio vedere la casa a Flora. E il livello d’imbarazzo s’impenna.
Questa scenetta nella mia mente è come un incubo. Mia madre è stata sempre una maestra nel farmi imbarazzare, fin da quando ero bambino. Se passeggiavo per strada con lei mi veniva la tremarella per la paura di incontrare una compagna d’asilo, elementari, medie o liceo. Non potevo salutare nessuna che mia madre, con un sorrisino ebete ed insopportabile in faccia, partiva con l’affliggermi:
«Tesoruccio, chi è questa bella bambina?»
«Una mia compagna di scuola, mamma.»
«È la tua fidanzatina?»
«No mamma, compagna di scuola».
«Va bene a scuola? È una brava bambina?»
«Sì, mamma.»
«E i genitori che lavoro fanno?»
La successiva risposta era molto importante nel prosieguo dell’inquisizione. Figlia d’imprenditore o di libero professionista o di commerciante profittevole, dava come risultato il faccione tutto sorriso di mia madre e previsione di sicuri tentativi di stabilire un’amicizia coi genitori. Nel caso di figlia d’impiegato o d’insegnate o piccolo commerciante, faccia neutra, proseguimento dell’inchiesta con altre domande sul rendimento scolastico, ma niente tentativi di legare future amicizie. Se si trattava, però, di figlia d’operaio, muratore o artigiano di qualsiasi genere: faccia delusa, espressione delle labbra indicanti disprezzo e fine inesorabile del terzo grado.
Una soluzione, però, c’è per evitare quello strazio pasquale: presentare Anna a mia madre. Anna è la ragazza, che ho frequentato durante i sei mesi precedenti al mio sbarco carico di speranze e meraviglie per le mie sicure nuove intrepide esperienze in terra milanese. Anna è - con tutta sincerità per me cosa inspiegabile - innamoratissima di me. Ha sempre acconsentito ai miei assalti sessuali in quei sei mesi, nonostante soffrisse da morire per il fatto che non avessi la minima intenzione di mettermi con lei e che, cinico senza scrupoli, ad ogni suo ti amo rispondessi: «Io ti voglio un gran benone, amica mia». Le ho sempre ripetuto che per mettermi assieme ad una ragazza io devo esserne innamorato, che in giro è pieno di coppie false ed ipocrite, dove o tra entrambi o almeno per uno dei due non c’è amore, ma solo desiderio di non essere soli, o di dare soddisfazione alle rispettive voglie sessuali; che i ragazzi cedevano a questa ipocrisia per la paura di rimanere senza sesso, le ragazze per vergogna. «Io queste cose le faccio solo con chi è il mio ragazzo» è un ritornello molto in voga tra le ragazze delle mie parti, un vero tormentone. Non è la prima volta che mi capita una storia del genere, ma le altre resistevano al massimo un mese, poi mi lasciavano. Anna invece, inspiegabilmente, mi sopporta. A differenza delle altre, riesce a superare il mio dichiarare apertamente che per me lei è solo sesso e che non c’è speranza che col tempo mi innamori, se non è successo in sei mesi non c’è più alcuna possibilità. Con la mia partenza per Milano, si è coronato, finalmente, il mio sogno di vivere via dai genitori e in una città che vedo come terreno fertile per vivere la vita, avere le ragazze e gli amici che ho sempre desiderato. Lei di certo non mi poteva trattenere. L’idea di perderla non ha rappresentato nessun ostacolo alla mia fuga. Addirittura neanche 800 km di distanza l’hanno fatta però ravvedere. Ha continuato a ripetermi che mi ama troppo, che non potrà mai amare più nessun altro, e quindi anche se sono lontano, non mi devo preoccupare, lei sarà una monaca di clausura, nonostante io le abbia risposto che per me poteva fare quel che voleva, a me non interessava, doveva ficcarselo in testa che non eravamo una coppia. Io a Milano non avrei cercato d’avere storie, ma se mi capitavano non avrei certo rifiutato. Qui ho mentito, ed è la prima volta che l’ho fatto con lei, ma in quel momento mi è sembrato troppo crudele dirle che uno dei motivi che mi ha spinto al Nord è quello di trovare finalmente una ragazza con la quale non sia solo sesso, senza, però, rinunciare agli inizi alle facili avventure che di certo mi sarebbero capitate in una metropoli del genere. Non potevo dirle che non ce la faccio più, che ho troppa voglia di stare con una di cui sono finalmente innamorato. Non potevo dirle che una sana invidia m’intristisce troppo, quando osservavo le coppie vere, dove riconosco il legame di un sincero amore. Ma a Milano, finalmente posso trovare la ragazza giusta per me. Non so il perché di questa mia convinzione. Non credo di avere una ragazza ideale, anzi penso che siano stupidi quelli che pensano d’averla. Secondo me, alcune ragazze ti colpiscono più delle altre perché ti stupiscono con quel qualcosa in più, che non saresti mai riuscito, manco vagamente ad idealizzare. Ho pensato che una volta raggiunte quelle libertà, che solo una vita indipendente e metropolitana mi può dare, sarei finalmente riuscito ad essere chi volevo, ad uscire dal baco e quindi finalmente trovare di chi innamorarmi.
Oppure, magari, è meglio fregarsene di essere sempre così fottutamente integro e mettermi con Anna. Che m’interessa se non sono innamorato? Se a lei andava bene così. Tanto io sono qui a Milano, posso fare quello che mi pare, tradirla senza problemi, e quando finalmente incontrerò il vero amore la lascerò. Soffrirà, certo. Ma che colpa ne ho io? Le ho dato mille possibilità per farle capire che con me sarebbero stati solo dolori. Presentandole Anna, mia madre finirebbe di rompermi. Farà la faccia storta, delusa perché Anna si è fermata al Ragioneria, lavora saltuariamente come barista e il padre è solo un imbianchino. Sfoggerebbe tanti falsi sorrisi di finto compiacimento, però poi potrebbe superare la delusione. Finalmente per la prima volta le presenterei qualcuna che è la mia ragazza. Oppure no, come mi saltano in mente queste idee assurde? Perché devo piegarmi a quest’ipocrisia? Devo solo essere paziente, aspettare, addirittura forse, anche vedere prima questa Lorella. Chissà, magari è una bella porca. Ne ho davvero bisogno. Una scopata mi urge al più presto. Cero, quando torno giù per scopare c’è Anna, ma ho anche voglia di cambiare figa. Credo che si debba davvero essere innamorati alla follia per accettare la monogamia. La follia, o cos’altro, può vincere la consapevolezza che ogni ragazza ha un modo tutto suo di scopare. Andare a letto con una ragazza diversa è come fare conoscenza ogni volta con una nuova cultura, un nuovo mondo. È troppo alettante la voglia di provare com’è con un'altra, è come farlo di nuovo per la prima volta. Cazzo però! È da quando sono partito che non scopo. Tre mesi! Qui a Milano la cosa non è facile come prevedevo. Quelle libertine nordiche che te la danno subito! Certo, è più facile conoscere fregna, qui ce n’è tanta in giro. Ma non so, forse sono stato sfigato, ma in tre mesi sono riuscito ad uscire solo con una tipa, una siciliana, che ha fatto l’università a Milano e ormai ha rinnegato le sue origini ed è diventata più bauscia delle meneghine pure. Conosciuta in Disco, ero sicuro di scoparmela al primo appuntamento. Cosa che non mi è mai capitata, è stata lei che mi ha approcciato, quindi ero sicuro di piacerle moltissimo. Il primo appuntamento andò benissimo, scoprimmo di avere gli stessi interessi, mu...