Cercando l'arcobaleno
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Cercando l'arcobaleno

About this book

Tom Paddleton, un vecchio rugoso e canuto, decide di trascorrere gli ultimi giorni della sua vecchiaia in un ospizio. Sa che non gli rimane molto tempo, prima che il cerchio della vita lo avvolga nella sua definitiva stretta - un cappio indossato suo malgrado, in quel lontano giorno in cui era andato alla ricerca dell'arcobaleno, l'ultimo e unico momento in cui i sogni ingenui, l'innocenza innocua e il gusto dell'avventura avrebbero avuto un sapore dolce.
Tom il vecchio ricorda, rievoca i momenti in cui, ragazzino, scoprì che la felicità, quella felicità incontrata dietro un cespuglio al di là di un fiume, richiede un prezzo, che anche l'arcobaleno si può tingere di nero.
In un susseguirsi di eventi incontrollabili, alcuni misteri che riguardano la sua vita verranno illuminati, mentre ombre ancora più oscure sfioreranno le persone protagoniste della sua infanzia.
L'ultimo mistero, quello più terribile e inaspettato, verrà risolto nell'ospizio, l'unico luogo in cui assaporerà il gusto liberatorio della vendetta, e il suo retrogusto amaro.

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Information

VII

La villa
Raccontai tutto l’evolversi della storia a Billy, senza nemmeno invitarlo a entrare in casa. Ci mettemmo sotto un albero, al riparo dal sole pomeridiano. Durante tutto il mio racconto, lui mi fissava imperturbabile, con le mani conserte e un piede infilato nello stivale lindo appoggiato sopra un masso; era l’immagine vivente dell’attenzione.
Quando terminai, le ombre del crepuscolo si erano allungate e intensificate, per dare la giusta accoglienza all’oscurità vicina. Billy non mi disse se voleva aiutarmi o meno, a dire il vero non disse assolutamente niente; il silenzio era così forte che sentivo solo il fruscio del vento accarezzare le foglie del prato, e il tenue e indolente ondeggiare degli alberi frondosi. Il rintocco della campana della chiesa batté per sei volte, e soltanto quando l’eco dell’ultimo rintocco si spense definitivamente nell’aria, Billy si decise a comunicarmi la sua decisione; era come se in quel momento non avesse voluto fare altro che sentire le campane della chiesa prima di parlare (o forse voleva creare il giusto tempo drammatico come un attore che recitasse la parte di un giudice che doveva emettere una sentenza importante).
«Ti aiuterò, Tom, ti aiuterò a entrare nella villa dei Grimoire» disse finalmente, muovendo su e giù la testa con aria concentrata, serrando le labbra per sottolineare la gravità e l’importanza della sua decisione.
Ero sicuro che non mi avrebbe abbandonato, e gliene fui molto grato per la sua dimostrazione d’amicizia.
«Conosci già un modo per arrivarci?» gli chiesi speranzoso.
«Se conosco un modo? Certo Tom, lo conosco, ed è il modo più semplice che un essere umano di buon intelletto possa escogitare senza tanti inganni». Aveva un sorriso ironico dipinto sulle labbra, come se fosse a conoscenza di una verità ma che, prima di rivelarla, voleva giocare un po’ per rendere il tutto più drammatico.
«Billy, se sai già come arrivarci, allora farai meglio a dirmelo. Io ci devo assolutamente andare! Perciò non tenermi sulle spine e smettila di giocare. Sii chiaro, per una volta tanto» dissi spazientito dal quel sorriso ironico.
«Tom, certo che tu non hai proprio il senso dell’umorismo, e il dono della pazienza. Sono due qualità che addolciscono il presente, rendono le contingenze meno traumatiche, e ci fanno arrivare alla meta con passi fermi e decisivi; ti ho già detto che ti aiuterò e che entreremo nella villa dei Grimoire. Ma ricordati e imprimiti nella testa ciò che ti sto per dire: la pazienza ci aiuta a raggiungere i nostri scopi, mentre l’umorismo serve ad alleggerire le sconfitte. Spero di essere stato chiaro».
Billy e le sue pillole di saggezza, Billy e la sua calma, Billy e il suo umorismo. In quel momento non ero né paziente, né trovavo divertente la mia attuale situazione: avevo scoperto che mio padre era morto il giorno in cui era andato a visitare i Grimoire, che mia madre era stata invitata a casa di sera e che mia nonna aveva un appuntamento con la morte. Come se non bastasse, avevo anche scoperto che il padre di Billy era invischiato con questa ricca famiglia dal passato tragico. Ma in quel momento feci un profondo respiro e decisi di mettere in atto uno dei consigli di Billy. Respirai profondamente e contai fino a dieci. Questo mi permise di non sbottare, e non potei fare a meno di riconoscere che mi aveva dato un ottimo consiglio.
«Va bene Billy, non dimenticherò i tuoi consigli. Però ora, ti prego, dimmi come faremo ad andare dai Grimoire.»
E attesi pazientemente la sua risposta.
«Ma ci andremo con una carrozza!» esclamò alzando le spalle, come se avesse appena affermato la cosa più ovvia di questo mondo.
Lo fissai perplesso, e dubitando non poco del suo stato mentale. Credo di avere fatto una faccia abbastanza buffa in quel momento, tanto che lui scoppiò a ridere. Stizzito per l’ennesima volta, e consapevole che il dono della pazienza non faceva per me, gli chiesi cosa ci trovasse di buffo.
«Niente» rispose Billy. «È che certe volte è così divertente farti arrabbiare soltanto per il piacere di vedere le espressioni che fai: saresti un pessimo attore su un palco, ma nella realtà sei la persona più vera che io abbia mai conosciuto; e questo è un complimento, perciò non essere più arrabbiato ora. Hai ragione, sembra quasi improbabile che due ragazzini come noi possano andare dai Grimoire con un qualunque mezzo di trasporto; ma ti dirò di più: non solo ci andremo con la carrozza, ma varcheremo insieme il cancello principale!»
Ecco, questa era la prova definitiva che il mio amico era impazzito. Lo guardai con serietà, indeciso se dirgli di lasciare perdere e di ringraziarlo cortesemente per il suo aiuto con malcelata commiserazione, oppure di inveire contro la sua stupidità. Lui mi prevenne prima che potessi fare una scelta.
«Lo so, sembro proprio un evaso da un manicomio - oppure il prossimo paziente in procinto di varcarne la soglia - ma ti posso assicurare che non sono pazzo. Stasera andremo dai Grimoire viaggiando con un mezzo di trasporto per un semplice motivo: mio padre è stato invitato e io ho avuto il permesso di accompagnarlo. Te ne volevo già parlare, ecco perché sono corso subito da te quando la nostra impeccabile e zelante cameriera che mi chiama Signorino mi ha riferito che sei passato a trovarmi; dunque, appena saputo che mio padre sarebbe andato là, volevo proporti di venire con me, visto che avevi preso una cotta per Claire, la bella addormentata del fiume.»
Mi strizzò con l’occhio, e io arrossii a quelle ultime parole. Dunque non dovevamo più scervellarci per trovare un modo di intrufolarci in casa Grimoire, né avremmo dovuto vagare di notte come due galeotti con la complicità del buio. Ero sollevato all’idea. Poi mi venne un dubbio, che frenò un po’ il mio entusiasmo per la grande fortuna che mi era appena capitata.
«Ma tuo padre è d’accordo a farmi venire con voi?» gli chiesi, ricordando la scena in cui veniva buttato giù come un animale dalla carrozza.
«Se è d’accordo? Non si accorgerà nemmeno della tua presenza! A dire il vero lui è così preso dal suo lavoro che a stento ricorda quello che gli succede intorno».
Notai una nota di tristezza in quelle parole, un rimpianto per un affetto che non aveva mai avuto. Sua madre l’abbandonò quando lui era ancora in fasce, privandolo dell’affetto materno; aveva avuto solo le attenzioni pagate e dosate da parti di governanti che cambiavano in continuazione, impedendogli di poter contare su un abbraccio vero e duraturo, che soltanto una madre poteva offrirgli.
In quel momento dimenticai i miei guai, presunti o reali, e provai una grande pena nei suoi confronti. Lui forse se ne accorse, e cambiò repentinamente espressione, mettendosi la maschera della sicurezza e della spensieratezza. Masticava di nuovo un filo d’erba che aveva raccolto non so dove, o forse ne conservava un po’ nelle tasche; sta di fatto che ritornò il Billy di sempre, e l’ombra della tristezza fu soltanto un lontano ricordo.
«Quando potrò farmi trovare a casa tua?» gli chiesi pensando all’invito di mia madre, e che sarebbe stata di ritorno a breve. Dovevo uscire di casa dopo di lei, e speravo che se ne andasse prima del padre di Billy.
«Vieni a trovarmi quando la campana della chiesa avrà battuto dieci rintocchi, l’ora in cui il vecchio John, quel vecchio ubriacone di un falegname, torna a casa passando vicino a casa tua.»
Il “vecchio” John non era poi tanto vecchio, ma l’abuso di alcol e di tabacco lo avevano consumato fino alle ossa, prosciugandogli ogni vitalità dal corpo e rendendo la sua pelle gialla e secca; ogni notte si sentiva la sua voce roca biascicare una canzone senza senso, sempre la stessa, mentre tornava a casa a sfogare la sua tristezza e delusione con la moglie. Credo che - e di questo ne eravamo tutti convinti - lo scontro terminasse sempre con una indubitabile vittoria della moglie, più lucida e di costituzione più robusta. Se qualcuno avesse avuto un benché minimo dubbio in proposito, i bernoccoli e i graffi sul capo e sul viso del vecchio John potevano confermare le voci sull’esito dello scontro.
«Va bene, verrò da te appena sentirò la leggiadra voce di John». Speravo solo che per quell’ora mia madre si sarebbe già assentata.
Ci salutammo e ognuno ritornò alla propria dimora.
Mia madre tornò a casa dopo alcuni minuti; mia nonna si era messa in cucina e cantava sottovoce una canzoncina della sua infanzia; sembrava invecchiata più del solito e, dopo quel momento di lucidità in cui mi aveva raccontato di mio padre, più rimbambita del normale. Sembrava essere regredita allo stato infantile, e io non riuscii a impedirmi di guardarla con un misto di tenerezza e di compassione.
«Tom, stasera mi dovrò assentare. Non so quando sarò di ritorno, perciò assicurati di andare a letto non più tardi del solito e bada a tua nonna, che non sembra stare molto bene». Dunque anche lei si era accorta del cambiamento.
«Va bene, puoi contare su di me», e il quel momento mi sentii in colpa e arrossii.
«Perché sei diventato tutto rosso? Per caso mi stai nascondendo qualcosa». Aveva in mano un coltello con cui stava pulendo il pesce fresco che aveva appena portato per la cena; il grembiule era cosparso di scaglie violacee che riflettevano la luce delle candele, e in quel momento mi sembravano miriadi di occhi accusatori.
Non sapevo cosa dire, e, pur di non accumulare bugie su bugie, sapendo che le avrei anche rivelato tutto il mio piano se fossi stato sottoposto a un interrogatorio- e poi, con il passare dei secondi, quegli occhi mi sembravano così grandi e numerosi che a stento ne avrei retto lo sguardo. Così feci una cosa che in quel momento mi salvò: starnutii, e, a breve distanza, seguì un altro starnuto, più sincero rispetto al primo (Billy sarebbe stato fiero di questa recita).
«Non sarai mica raffreddato?» mi chiese preoccupata mia madre, posando il coltello, e con le mani frettolose messe dietro la schiena nell’atto di togliersi il grembiule, pronta a verificare se avevo la febbre oppure no.
«Forse un po’, ma solo un po’. Sarò stato un po’ più del dovuto fuori. Ma non è niente di preoccupante», la rassicurai.
In quel momento si sentì un altro starnuto, seguito da uno scoppio di risa; mia nonna si era unita al coro e mia madre, ancora più preoccupata, mi disse: «vedi, adesso anche tua nonna è raffreddata. Corri subito nella sua stanza e prendile una coperta. E già che ci sei, prendine una anche per te. Io intanto finisco di cucinare.»
Così mi salvai dalle sue ispezioni e dalla vergogna.
Fu una cena molto silenziosa; mia madre era nervosa a causa dell’invito, io ero pensieroso per ovvi motivi e mia nonna era intenta a ingoiare la polpa di pesce e aveva gli occhi puntati su un punto vuoto. Si sentivano solo il tintinnio delle posate e il ronzio di alcune mosche attirate dal cibo e dalla nostra distrazione.
Quando finimmo di mangiare, mia madre salì nella sua stanza, e io iniziai a pulire i piatti. Quando scese, si era cambiata il vestito e aveva indossato il suo solito cappello; si sistemò su una poltrona e rimase assorta nei suoi pensieri fino a quando non arrivò la carrozza che l’avrebbe portata alla villa. Prese un profondo respiro, aprì la porta di casa e sparì nella notte. Non aveva aggiunto nessuna parola, e non si era neanche girata a guardarmi. Sapevo che in quel momento la sua mente era in un vortice di pensieri contrastanti, così come lo era la mia.
Non appena fu fuori, mi affacciai alla finestra, e attesi di sentire la voce di John che mi avrebbe dato il segnale di uscire. Non dovetti aspettare tanto; nella notte si sentì il canto triste e malinconico di un ubriaco; era John che cantava con voce pastosa una canzone che doveva essere bella se cantata da una voce sobria; il canto s’interrompeva quando John “il vecchio” si rinfrescava la gola secca trangugiando in contenuto della bottiglia di rum; forse alle sue orecchie la sua voce risultava piacevole, ma alle mie era decisamente stonata e rauca, come se al posto della lingua avesse una carta vetrata che grattava l’aria.
Non avevo tempo da perdere a giudicare le sue qualità canore, così m’infilai una giacca leggera , salutai mia nonna che si era infilata nel letto, e uscii di corsa seguendo il sentiero che conduceva da Billy.
Il cielo era limpido, ma le stelle erano offuscate dal bagliore della luna piena. Ogni cosa era ammantata dalla sua luce argentata e, nella mia corsa, gli alberi e i cespugli mi sfrecciavano intorno in un’atmosfera irreale, quasi fatata.
Arrivai da Billy con il fiato corto. Una diligenza era ferma all’entrata in attesa dei due passeggeri; questi non tardarono a uscire; il signor Marrison, il padre del mio amico, aveva un aspetto trasandato e malconcio, e l’ampio mantello che indossava e il piede zoppicante contribuivano a peggiorare il quadro; teneva stretto al petto una grande borsa nera in pelle, e lanciava sguardi furtivi e circospetti intorno, come se avesse il timore di vedere sbucare un ladro da un punto impreciso. Entrò, anzi, sfrecciò nella diligenza, e, lo potevo immaginare, si sedette tirando un sospiro di sollievo.
Poi seguì l’altro passeggero. Billy era del solito umore allegro e si trascinava il corpo robusto con lievi saltelli; le mani erano infilate in tasca e non mi sarei stupito se si fosse messo a fischiettare in quel momento. Forse la sua allegria era particolarmente accentuata in confronto all’aspetto lugubre del padre. In quel caso, non osavo immaginare come sarebbe stata la nostra conversazione durante il tragitto; speravo solo che la villa non distasse troppo lontano.
In quel momento pensai a mia madre, e un problema che mi era completamente sfuggito mi si presentò con prepotenza. Pensai che se fossi sceso dalla diligenza insieme ai Morrison e introdotto in casa Grimoire in loro compagnia, mia madre si sarebbe inevitabilmente accorta della mia presenza. Dovevo trovare una soluzione a questo problema, perciò andai incontro a Billy.
Quando gli misi al corrente del mio dubbio, lui me lo dissipò immediatamente con queste semplici parole.
«Ma io non ho detto che viaggerai in diligenza seduto insieme a noi» mi disse sorpreso.
Se il suo si poteva definire sorpresa, allora il mio era un sentimento che doveva ancora avere un nome.
«Ricordo perfettamente le tue parole: “andremo dai Grimoire con la carrozza”»
«So perfettamente quello che ti ho detto, e ti ho anche detto che mio padre non si sarebbe neanche accorto della tua presenza. Infatti tu verrai in diligenza con noi, ma ti nasconderai dietro, in quel minuscolo angolo e tenendoti ben saldo a quella sporgenza; in questo modo non solo mio padre non si accorgerà di te, ma neanche il cocchiere!».
Avrei sopportato la compagnia taciturna di suo padre pur di essere seduto sul sedile della diligenza, ed ero convinto che avrei viaggiato con loro, ma realizzai che effettivamente Billy non mi aveva mai detto che sarebbe andata così; eppure realizzai che soltanto viaggiando di nascosto avrei evitato di incontrare mia madre.
Accettai la sua proposta e, appena la diligenza si mise in movimento, saltai dietro e mi aggrappai saldamente a una sporgenza di legno. Billy mi aveva anche assicurato che il viaggio non sarebbe durato tanto e che nessun altro passeggero sarebbe salito a bordo quella notte, col rischio di venire scoperto. Rassicurato da ciò, iniziai il mio viaggio notturno in una posizione che non si poteva di certo definire comoda.
Traballavo e saltellavo seguendo il ritmo delle ruote sul terreno, e ogni volta che la diligenza passava su un pietra, io avevo il mio bel da fare a rafforzare la presa onde evitare di cadere; per fortuna il cocchiere non aveva fretta e l’andatura dei cavalli era dolce. Le lampade appese a cassetta dondolavano e proiettavano un alone arancione che a malapena illuminava la strada in avanti; ma dalla mia postazione ogni cosa era in ombra, e gli alberi e le poche case illuminate perdevano la loro dimensione reale fino ad assottigliarsi all’orizzonte, diventando dei puntini che venivano inghiottiti dall’oscurità. Non capivo se ero io che venivo trascinato in avanti, oppure se tutto ciò che vedevo si allontanava da me; viaggiare e guardare nel senso opposto a quello di marcia crea questi effetti, specialmente di notte e con solo l’ausilio della luce lunare.
Cominciai a sentire freddo e alzai il colletto della giacca con una mano, mentre con l’altra non abbandonavo la mia salda presa, l’unica che m’impediva di cadere. Poi le case da rade scomparvero completamente e intorno a me vidi solo alberi maestosi. La diligenza era penetrata in un sentiero nel bosco e tendeva a salire; i cavalli rallentarono il passo per la fatica, e sentii gli incitamenti del cocchiere; le sue urla rimbombarono in mezzo alla foresta, sovrastando il rumore tenebroso degli animali notturni. Avevo paura, perché non riuscivo a vedere niente ed ero circondato da alberi maestosi di cui riuscivo a vedere solo le punte che sembravano toccare il cielo limpido; sentii un brivido scorrermi sulla schiena quando udii gli ululati dei lupi echeggiare in più punti e da ogni direzione. Non avevo nessun punto di riferimento, tranne le luci del villaggio che sembravano molto lontano, e che riuscivo a vedere dalla salita che aveva imboccato la diligenza.
Poi le luci sparirono e io mi sentii trascinare a folle velocità verso il basso; la diligenza aveva imboccato la discesa e io rischiai di cadere più volte, mentre i salti e i tremori aumentavano sempre di più con l’andatura veloce; il cuore mi sussultava nel petto e avevo il fiato mozzato mentre la paura melmosa s’insinuava in me. Billy aveva avuto proprio una bella idea a farmi viaggiare in quella posizione! Ma non potevo dargli la colpa: io avevo scelto di correre questo rischio, e adesso ne stavo pagando le conseguenze. L’andatura rallentò all’improvviso, lasciandomi un po’ di tregua. La discesa era finalmente terminata e adesso potevo respirare liberamente e allentare un po’ la presa. La foresta ...

Table of contents

  1. I
  2. II
  3. III
  4. IV
  5. V
  6. VI
  7. VII
  8. VIII
  9. IX
  10. X
  11. XI
  12. XII