Otto sottili fili di fumo
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Otto sottili fili di fumo

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Otto sottili fili di fumo

About this book

Un libro fatto di racconti, che come una matrioska racchiude storie nella storia. Una scrittura semplice, metaforica ed evocativa che conduce il lettore in mondi onirici, popolati da creature fantastiche. Esiste un filamento, leggero e trasparente che unisce i fili di fumo dei racconti citati nel titolo, attraverso le pagine di un vecchio quaderno, di una donna e di un ragazzo. Una storia raccontata con uno stile morbido che accompagna il lettore in tutte le pagine, legandolo alla ricerca del piccolo mistero celato in quelle volute di fumo chiaro che escono dalla casa dove una donna è china a bruciare pagine di un vecchio quaderno consunto.

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Information

CAPITOLO 1

 
Il rumore risuonò secco nella stanza silenziosa: il suono di carta strappata, lacerata, tagliata rimbalzò sulle pareti ornate di vecchi dipinti, rotolò tra i mobili in legno caldi e accoglienti, sui cuscini morbidi, ricoperti da stoffe sgargianti e continuò quel suo vagabondare apparentemente senza meta, fino a spegnersi nello sfrigolio infuriato delle fiamme del camino. Quello stesso camino che nelle notti d’inverno riscaldava la pelle infreddolita dell’esile figura rannicchiata di fronte, intenta nel suo fare, indaffarata in quel compito che voleva concludere prima del giungere della nuova alba. Perché lei sapeva, con la certezza di chi ormai aveva visto tutto e non aveva altro da attendere, che quell’alba sarebbe stata l’ultima.
La figura osservò il foglio rattrappirsi, accartocciarsi, vide gli angoli ripiegarsi su se stessi e sparire inceneriti dalla forza del fuoco. Quel fuoco che sembrava vivo e pareva parlarle, invitarla a continuare nel suo compito, che la seduceva con la danza vorticosa delle lame gialle e rosse affamate di altre pagine. La donna, con un lento movimento della mano, scostò un po’ di fuliggine che, volteggiando nell’aria, si era adagiata sulla gonna.
Sorrise. Uno di quei sorrisi che non si possono dimenticare, quell’enigmatico sollevar di labbra che anche Leonardo aveva voluto fermare nell’attimo della sua apparizione, un gesto che denotava serenità d’animo e soddisfazione. Erano esattamente quelli i sentimenti che albergavano in lei, mentre proseguiva nel suo lavoro. Non c’erano preoccupazione, né ansia, né timore nel suo cuore. Solo una grande pace, un’assoluta e incontrovertibile sensazione di appagamento. Fu così, che afferrò l’altra pagina e la strappò.
Fu un gesto d’amore. Le dita prima accarezzarono il foglio, scivolando sulle parole che segnavano la carta. Lieve era il loro rilievo, dono dell’inchiostro blu nel solco lasciato dal pennino antico che era solita utilizzare per scrivere. Adorava scrivere la sera, con la luce della scrivania ben piazzata di fronte per evitare che l’ombra le oscurasse parte del foglio. Le parole solitamente sgorgavano fluide dalla penna, passando direttamente dal cuore alla carta, attraverso le sue mani. Un tempo erano state mani candide, decise, con la pelle levigata. Adesso erano mani vissute, piene di rughe e con la pelle leggermente raggrinzita, ma continuavano a mantenere movimenti aggraziati ed eleganti. Sul volto apparivano ora degli occhiali dalla montatura fine, leggermente dorati, calati a metà sul naso liscio, utile aiuto per quegli occhi azzurrati, liquidi come l’acqua del lago che contornava il paesino dove aveva deciso di vivere. Erano diventati l’ausilio per le serate in cui scriveva, gli amici che le permettevano di vedere ancora distintamente le lettere della sua grafia minuta, formarsi sui fogli bianchi. Fu dietro a quegli occhiali che, terminando le parole del suo ultimo racconto, aveva avuto la folgorazione e aveva capito che ormai il suo tempo era giunto al volgere dell’ultimo granello, e fu dietro quelle lenti che si trovò a fissare ora, un filo leggero di fumo formarsi tra le lance di fuoco e incanalarsi su per il camino. A spirale lo seguì danzare tra le fiamme, superarle e illeso scomparire nel nero della cappa pronto per uscire nell’aria tersa della notte. L’ennesimo filo di fumo. L’ennesimo portatore di parole che furono. L’ennesimo saluto a quello che le pagine celavano.
Aveva scritto di ogni cosa che le capitava: negli anni quelle pagine erano diventate la sua vita. Resoconti, racconti, speranze, sogni, tutto veniva raccolto e trasformato in parola. Nelle lunghe notti veniva consegnato tra i solchi del foglio, alle lettere che formavano parole. Alle parole che creavano frasi. Alle frasi che davano vita al testo. Li ritirava con cura nel cassetto della scrivania, e quando scoppiava per le troppe pagine, li raccoglieva in faldoni chiusi con nastri colorati e li depositava nella libreria sulla parete opposta. La sua vita era tra quelle pagine. Lei stessa era tra quelle pagine. Per questo aveva deciso che le fiamme l’avrebbero accolta ora che non avrebbe visto il domani.
Fu attraverso gli occhiali dorati che vide il riflesso della pagina strappata che le volteggiava davanti, prima di cadere tra i ceppi di legno che rinvigorivano il fuoco. Ricordò immediatamente quelle parole che di sfuggita rimbalzavano sulle lenti. Tornò con la mente a quando, seduta alla scrivania, fissava con l’inchiostro quelle immagini. Era stato un momento magico. Chiuse gli occhi, abbassando le palpebre piegate dalle rughe, su quegli occhi ancora vivi e capaci di cogliere le minime sfumature della vita. Ricordò.
Ricordò la sensazione della carta sotto il palmo della mano. Ricordò l’odore dell’inchiostro fresco. Ricordò le dita che stringevano il pennino. Ricordò il rumore della carta che accoglieva le parole. Ricordò e sorrise. Di nuovo. Aprì gli occhi e osservò quella pagina lasciarsi mangiare dalle fiamme. Abbassò lo sguardo sulle altre che teneva in grembo, adagiate comodamente sulla stoffa della gonna. Decise che valeva la pena rileggere quelle parole e con delicatezza stese con le mani la carta bianca, ora leggermente ingiallita dal tempo. I suoi occhi non faticarono a mettere a fuoco le parole nemmeno per un secondo e con le labbra ancora morbide, prese a pronunciare le parole in una lettura silenziosa, senza suono. Lo scoppiettio del camino sembrava voler richiamare la sua attenzione, quasi scocciato che lei non lo degnasse più dell’attenzione che fino a qualche attimo prima era tutta per lui. Le fiamme bruciarono senza pietà il foglio, che scomparve nel loro abbraccio. La donna questa volta sembrò non accorgersene, totalmente rapita dalle parole che lei stessa, tempo addietro aveva vergato e le sue dita iniziarono a scivolare sulla carta tenendo il ritmo con la lettura.
 

L’INCANTATORE

 
Esiste una creatura forgiata in forma d’Uomo, di piacevole aspetto e carine maniere che, infilandosi sornione nel viver comune, decanta bellezze e imbastisce sogni a ogni passo.
Di pregevole intelletto e fine lingua, utilizza il verbo per far breccia nei cuori delle fanciulle e incunearsi nelle pieghe dei loro pensieri, fino ad attecchire e diffondersi come duro rampicante dalle mille foglie.
Per Voi, giovani fanciulle che vi aprite alla vita, ho vergato queste righe, in modo che non cadiate facile e innocente preda di questa creatura, nota ai più con il nome di “Girafrittelle Incantatore” e siate così, in grado di riconoscere il fatto Uomo e resistere alle lusinghe della sua mordace lingua.
Fate attenzione, poiché appare innocuo e di divertente animo. Si avvicina cauto alla preda, per poi irretirla in una fine e piacevole, ma oltremodo pericolosa, rete d’illusioni.
Nel caso scegliate, comunque, di cedere al suo fascino ammaliatore, spero possiate, almeno, essere consapevoli del pericolo in cui incorrete e sappiate dunque, poiché illuminate, rispondere a tono e con astuzia ai modi cortesi e agli occhi conquistatori del Girafrittelle Incantatore.
Il Cuore è fragile oggetto e una volta spezzato, i cocci, difficilmente, tornano a combaciare.
L’Incantatore è solito utilizzare una serie di magie verbali, grazie alle quali le sue vittime perdono la facoltà d’intelletto e dalle quali vi consiglio di diffidare, per la vostra salute mentale e per l’integrità del vostro cuore. Ricordate, giovani anime gentili, che L’Incantatore non è di facile riconoscimento, poiché ha appreso modi eleganti per camuffarsi in mezzo alla moltitudine.
Vi narrerò ora, di come, una volta, sia stato smascherato da una giovane di semplici origini con scaltro intelletto e sia stato costretto a rinunciare alle sue prede.
 
Lei si chiamava Floralia ed era la giovane e allegra figlia del becchino del paese. Era sempre gentile con tutti ed era ormai in età da marito. Il padre era solito organizzare feste dispendiose per invitare i migliori rampolli della zona, in modo che Floralia potesse, tra loro, incontrare l’uomo che le rapisse il cuore. La figlia, però, non aveva mostrato interesse particolare per nessuno di loro, fino al giorno in cui, mentre si recava in paese, incontrò il Girafrittelle che si presentò a lei con il nome di Cortis. Uomo affascinante, di alta statura, pelle chiara, come se mai avesse visto il sole, occhi di un verde brillante che, a seconda del modo in cui la luce li colpiva, apparivano a volte più chiari, altre più scuri. Una barbetta fine, ben curata, che incorniciava il mento e le labbra, socchiuse in una linea curva, a imitare un sorriso un po’ freddo.
Floralia fu colpita dalla beltà apparente dell’uomo innanzi a lei che, da subito, iniziò a far sfoggio delle sue doti d’incantatore. La giovane scivolò, lentamente, nella magia delle parole che il fatto uomo le riversava addosso, con dolcezza. Il tono caldo e rassicurante di Cortis la rapì con la velocità di un falco ed ella sentì la mente intorpidirsi e lo sguardo incatenarsi a quello verde di lui, perdendosi in immagini di praterie senza confine e ruscelli mormoranti. Il cuore prese a batterle all’impazzata e le sembrava rumoreggiasse con così forza, che temeva che tutti, intorno a lei, si accorgessero del suo stato. La bocca del Girafrittelle continuava a tessere la sua trama d’illusioni e false verità. Lo sguardo verde brillante s’incupiva a ogni secondo, mentre la magia iniziava ad avere effetto. Era abile nel suo fare e la consapevolezza di ciò, lo rendeva arrogante e sicuro, aspetti che creavano un forte ascendente sulle dame innocenti e fresche che seduceva sapientemente.
A un tratto si accorse, però, che la malìa non stava seguendo il suo corso. Qualcosa nello sguardo della donna lo fece arretrare di qualche passo e gli fece abbassare gli occhi.
Nell’attimo stesso in cui ciò accadde, l’incanto d’inganno e seduzione venne meno.
Floralia fissò stupita l’uomo, leggermente frastornata. Rimase qualche attimo silenziosa, con le idee confuse e la mente persa nelle immagini incantevoli e dolci che il Girafrittelle aveva disegnato per lei.
Cortis non le lasciò tempo di realizzare quanto stava accadendo. Compì un ampio inchino, con fare seducente, cercando di mostrare indifferenza. Un sorriso a mezza bocca donò alla dama e, con studiata lentezza, le volse le spalle. I suoi passi, mentre si allontanava, risuonavano sul selciato e quando il suo sguardo catturava quello di qualche donna, sentiva ancora forte il suo potere. Bastava un cenno del capo, elegante e morigerato per indurre un sorriso di aspettativa e qualche sospiro di attesa, nelle anime fanciulle più delicate.
Floralia seguì, con lo sguardo ancora sognante, la figura del Girafrittelle che si allontanava e con l’animo che sembrava una giostra impazzita, fuori controllo, tornò verso casa domandandosi per quale ignota ragione si sentisse affascinata in sì tal guisa, da quell’uomo incontrato per caso.
Il padre la vide rientrare e abbandonò il lavoro che stava compiendo, notando nella figlia qualcosa di strano. Si avvicinò, chiedendole cosa fosse successo. Ancora con aria sognante Floralia depose sul tavolo, in cucina, quanto acquistato in paese e tra un sospiro e l’altro raccontò al padre dell’incontro fatto, trovandosi, però, nell’impossibilità di descrivere volto e fattezze dell’uomo, come se la sua mente avesse perso quei dettagli e solo un’ombra scura fosse recuperabile tra i suoi ricordi.
Il padre si fece pensieroso, mentre sentiva la figlia perdersi in lodi sui modi affabili, eleganti e cortesi dello sconosciuto. La fissò attentamente, stentando quasi a riconoscere la sua creatura in quella donna, ferma innanzi a lui, fremente di passione. Floralia era sempre stata una fanciulla posata e di parchi modi, restia a mostrare il divampare delle passioni o a elogiare con parole e mormorii l’agire di chi l’avvicinava. Il padre temette il peggio. Si ricordò improvvisamente della leggenda del Girafrittelle Incantatore, che si diceva girovagasse per il paese, in cerca di ragazze belle e dal cuore puro, che irretiva nelle sue trame, per portare via loro l’innocenza e straziarle nel dolore di un amore non corrisposto.
Il padre non voleva che la figlia, che adorava sopra ogni dire, potesse rischiare una simile fine, così cercò di richiamare la sua attenzione e di riportarle la mente a contatto con la realtà, ma all’inizio tutto sembrò inutile. Floralia era persa nella magia che l’Incantatore le aveva lanciato e che impediva a parole di verità di raggiungere le sue orecchie.
Venne la notte.
Floralia sapeva che avrebbe sognato Cortis, perché la sua mente e i suoi pensieri erano ancorati a quell’immagine fuggevole che ancora stentava a mettere a fuoco. Era certa che, con il favore delle tenebre, la sua mente avrebbe riportato alla luce le forme e le fattezze dell’Incantatore. Quando pensava a lui, sentiva diffondersi sotto la sua pelle, una sensazione di assoluta perdita di consistenza, di felicità diffusa e dolcezza profonda. Era come trovarsi immersa in un prato, senza peso e senza pensieri pesanti, con l’erba scaldata dal sole cocente, che l’accarezzava con mille mani leggere e timorose.
Morfeo giunse, accompagnandola nel mondo onirico, magico e senza ragione. Il sorriso, che le labbra mantennero mentre scivolava nel sogno, scomparve improvvisamente quando si ritrovò di fronte a una figura femminile, dalle forme stupende, con i lunghi capelli incorniciati da miriadi di fiori, con petali e foglie che la coprivano, a formare un abito d’elegante fattura. La dea le allungò un fiore candido, con i petali a forma di stella, dal profumo intenso e penetrante. Appena Floralia, con delicatezza, l’afferrò, si svegliò, ritrovandoselo tra le mani e provando, nell’animo, una pungente urgenza di farsi ammirare da Cortis, con indosso quel fiore.
Si preparò in fretta e si recò in paese. Non era da molto che girovagava per le stradine strette e affollate, quando vide una figura di spalle. Il cuore le tremò e non ebbe dubbi. Cortis era a pochi passi da lei. Lo raggiunse rapidamente e magicamente, come se l’avesse percepita prima ancora di vederla, il fatto uomo si voltò. Floralia si ritrovò incatenata a quello sguardo verde intenso, privato della brillantezza a causa delle nubi che quel giorno oscuravano il sole, ma forse per quello, ancora più affascinante. La giovane reggeva tra le mani, avvolto in una leggera stoffa cremisi, il fiore che in sogno la Dea le aveva consegnato. Il profumo era lieve, ma alle narici di Cortis, sembrava stordente e nauseante. Appena l’Incantatore vide il fiore, lo riconobbe immediatamente. Si trattava di una “diantha”, l’unico fiore che aveva il potere di annullare le sue doti e donava a chi lo possedeva la capacità di resistere alle sue malìe.
Tentò invano di incantare Floralia con le sue parole di fuoco e con la passione celata in ogni commento, sguardo o sorriso, ma si accorse che tutto era inutile. Floralia conversava ancora amabilmente con lui, ma era chiaro che non era sotto l’effetto della magia.
Comprese così di essere stato sconfitto e dallo sguardo della dama capì inoltre, che non avrebbe più potuto girare indisturbato per le stradine del paesino. Non gli rimaneva che allontanarsi, con l’eleganza che sempre lo distingueva, anche nelle piccole sconfitte, certo che presto avrebbe trovato altre dame per soddisfare i suoi interessi.
Floralia dal canto suo, sentì chiaramente che quella creatura aveva perso parte del suo fascino, eppure, mentre lo guardava allontanarsi, il suo animo fremette.
Ciò che l’Incantatore non sospettava era che, comunque, anche senza l’uso delle magie il suo fascino era ancora forte e coinvolgente. Il cuore di Floralia gli sarebbe appartenuto per sempre, lei ne era consapevole e fu questa certezza che la spinse a corrergli dietro e a fermarlo.
Il padre, preoccupato aveva seguito la figlia fino al mercatino e non l’aveva persa di vista per un solo battito di ciglia, ansioso e curioso. Quando si accorse che Floralia era libera dai fili d’incanto di quella creatura leggendaria, decise di lasciare che ella seguisse il suo destino e, con esso anche Cortis.
A ricordo di quanto accaduto, chiese al Sindaco che istituisse una nuova usanza nel paese e da quel giorno, è d’uso che le dame, durante gli incontri amorosi, si agghindino con un fiore bianco, con i petali a forma di stella, che pare trovarsi solo nel bosco dietro la valle.
Sempre da quel giorno, L’Incantatore tornò a far parte della leggenda e nessuna dolce fanciulla ebbe più a temere di cadere vittima inconsapevole, dell’affascinante creatura.
 
Fino a oggi poiché, purtroppo, nel tempo è andato persa l’abitudine di portare con sé il fiore bianco stellato e alle mie anziane orecchie, è giunta voce che il Girafrittelle ha nuovamente preso a girovagare, libero e scaltro, tra la fiumana di genti.
State attente mie care. Chi di parole di miele vi circonda, chi di posti incantati e mirabili avventure vi fa sognare, potrebbe celare in sé il fatto uomo. Ora però sapete, giovani e innocenti fanciulle, che il Girafrittelle esiste.
Sappiate riconoscerlo e agite di conseguenza. Questo è quanto posso dirvi.
 

CAPITOLO 2

Per ogni pagina di cui completava la lettura, i gesti erano sempre i medesimi. La mano destra accarezzava completamente la pagina, in quella che poteva sembrava una lunga carezza, poi la sinistra premeva sul lato opposto del quaderno e la destra afferrava con decisione il foglio procedendo allo strappo netto, per tutta la sua lunghezza. Gli occhi azzurri osservavano ancora per un attimo la pagina, prima che con delicatezza venisse spinta verso le bramose fiamme. Queste si allungavano, come desiderose di chiudersi il prima possibile sul loro tesoro, ghermendolo con decisione. Solo allora la donna riportava le mani in grembo e, dopo aver fissato la pagina scomparire in rivoli di fumo chiaro, riprendeva la lettura della pagina successiva. Così fino al termine del racconto.
Fu con uno sguardo dolce che risollevò il volto dall’ultima pagina. La strappò come aveva fatto con tutte le altre e questa volta la lanciò verso il camino, anziché depositarla, osservandola volteggiare nell’aria davanti a lei, nello spazio che la separava dalle fiamme e solo alla fine, quasi accettando una resa incondizionata, scivolare lenta nel fuoco, che continuava a divampare ingordo. Guardò attraverso le lenti, che ora erano scivolate ancora un po’ più giù lungo il naso, la scomparsa, la trasformazione in fumo delle pagine e con essa di una parte di lei. S’immaginò di essere fumo lei stessa e di volare via da quella casa che aveva tanto amato, da quel paese che l’aveva vista nascere e farsi prima adulta, poi anziana, abbandonando nel silenzio di quella notte la vita che le aveva regalato così tanto. Annuì silenziosa, mentre l’ultimo filo di fumo si sollevava giocoso e spariva dentro il camino.
Si perse per un lungo attimo a osservare quello strano gioco che pareva prendere forma tra il fumo chiaro e le fiamme gialle. Le ricordava il gioco della vita. Anche lei aveva...

Table of contents

  1. CAPITOLO 1
  2. L’INCANTATORE
  3. CAPITOLO 2
  4. IL PUZZLE DELLA VITA
  5. CAPITOLO 3
  6. LA DAMA BIANCA
  7. CAPITOLO 4
  8. LA GUIDA
  9. CAPITOLO 5
  10. IL CUSTODE DEI RICORDI
  11. CAPITOLO 6
  12. LA RICERCA
  13. CAPITOLO 7
  14. ZEFIRO E IL MUNGIN
  15. CAPITOLO 8
  16. IL VIAGGIO DI SELENA
  17. CAPITOLO 9