In Memoriam - Ad perpetuam rei memoriam
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In Memoriam - Ad perpetuam rei memoriam

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In Memoriam - Ad perpetuam rei memoriam

About this book

Credete di saper stabilire il confine netto fra follia e normalità? Siete in grado di determinare quando una mente abbandona la ragione per rifugiarsi nella pazzia?
Sopravvissuta alla seconda guerra mondiale ed assunta in un ospedale psichiatrico nella periferia di Firenze, Asia Casiraghi è costretta a fare i conti con le donne ricoverate nella struttura e le macerie della propria realtà.
Attraverso le sue reminiscenze, lo scrittore Antonio Riva ripercorrerà con lei i fatti di un'esistenzaturbolenta, segnatadalla speranza di rivedere l'uomo amato e dalle tragedie delle pazienti; una vita però in cui ben poco è come sembra, e segreti sepolti sono destinati a tornare in superficie...
Ritorni dal passato, verità modificate dal ricordo: lo scrittore sonderà con Asia la profondità dell'animo umano, ed i suoi innumerevoli misteri.

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Information

Capitolo X

Non appena fu a letto la stanchezza si impadronì di lei; la testa le ronzò pesantemente e vortici di pensieri fluttuarono nella sua mente spossata e logora. I muscoli cedettero alla rigidità autoimposta durante la giornata e, una volta rilassati, le conferirono una generale lentezza nei movimenti: persino le palpebre si erano chiuse faticosamente, gli occhi le bruciavano e nella vasta fronte bianca pulsava una massiccia vena, a ritmi irregolari. La sua mente non riuscì a riposarsi: ritornava ossessiva a Luisa e al trattamento che aveva ricevuto in seguito alla fuga di due giorni prima. Sebbene avesse provato con tutte le sue forze ad allontanare da sé i ricordi che la tormentavano, non fu in grado di scacciare definitivamente le vivide immagini che il suo cervello aveva immagazzinato: terrificante fu assistere allo sguardo di terrore che si era acceso negli occhi di Luisa non appena l’inserviente era giunto da lei con il camice in mano; lei allora aveva preso a dimenarsi con forza, cercando di spazzare via con le braccia e i piedi chiunque avesse accanto, e diversi uomini dovettero far fronte al suo impeto cercando di contrastarla in ogni modo possibile. In tutta risposta la donna aveva urlato con una tale violenza da riuscire a paralizzare immediatamente l’intero blocco.
Nella mente inquieta di Asia rimbombarono persino le feroci urla provenienti dalla stanza in cui la donna era stata brutalmente condotta, per poi uscire - poco tempo dopo – esanime su una barella.
Benché li avesse seguiti, lei non poté assistere alla terapia elettroconvulsivante; Erica, sulla soglia della sala, glielo impedì.
«No, Asia» le aveva detto, nervosamente «non puoi passare qui».
«Scusami?»
«De Santis ha dato precise disposizioni. Non sei ancora pronta ad assistere…»
«Ma io sono…»
«Asia, è toccato a tutti aspettare, anche a me! Torna dalle altre, per favore».
E a malincuore aveva obbedito; senza opporre resistenze aveva accettato il rifiuto di Erica, nonché le disposizioni dello psichiatra, poiché riconosceva in lui l’autorità per farlo.
Si era addormentata così, con una serie di pensieri confusi che le frullavano per la testa, per poi ridestarsi dopo quella che le parve una mezzoretta scarsa. Provò ad alzarsi di scatto in posizione eretta sul letto, finché non avvertì una fitta dolorosa alla testa che la ributtò violentemente giù. Rimase in posizione supina per qualche minuto prima che il sangue ricominciasse a fluire e si sentisse in forze, poi decise di muoversi lentamente per evitare altri cali di pressione. Nell’oscurità della camera non riuscì a intravedere le colleghe; i letti scompigliati erano deserti. La porta spalancata della camera lasciava intravedere la luce biancastra dei neon nel corridoio e alcune camicie da notte svolazzanti, correre qua e là. Non appena il baccano fu manifesto e il chiacchiericcio si fu trasformato in chiasso, Asia decise di raggiungere gli altri. Subito dopo aver fatto ingresso nel corridoio vide facce turbate e occhi sgranati concentrarsi su un unico punto, vicino ai bagni; non riuscì a trovare le sue colleghe, dovevano essere da qualche parte a cercare di capire cosa fosse successo. Tornò immediatamente indietro, indossò le pantofole e la vestaglia bianca con i fiori blu che, come sempre, era adagiato sullo schienale della sedia e corse verso la folla.
«Signore, vi prego» urlava l’infermiera Corsi, visibilmente spossata. «Tornate nelle vostre stanze. Non è successo niente» farneticava, portando nervosamente le mani sulla fronte e sporcandola di uno strano color cremisi. Alcuni ciuffi dei suoi capelli castani, erano chiaramente di una tonalità più scura perché unti dello stesso liquido rossastro che le aveva sporcato le mani; l’infermiera Corsi era sudicia di sangue.
«Revel, per l’amor del cielo! La tua stanza è da quella parte» disse, indicandole la giusta direzione mentre Alessandra, indifferente, pigiava contro la folla per capire il motivo di tanto subbuglio.
«Ragazze è stato solo un piccolo incidente, su… tornate a dormire» ripeté Erica, accompagnando alcune pazienti protestanti nelle rispettive camere.
«Che diavolo succede?» contestò una donna bisbetica di mezza età, troppo curva per stare all’in piedi.
«Una donna anziana come me avrà il sacrosanto diritto di dormire la notte, o no?». Si reggeva a malapena su un bastone liso, vecchio almeno quanto lei.
«Sì, certo. Ecco perché devi andare nella tua camera» la rimproverò Erica spazientita, facendole strada verso il dormitorio.
Asia, riuscita finalmente a inoltrarsi nella massa, giunse davanti all’infermiera Corsi che, ancora angosciata, stava in prima fila cercando di ripristinare l’ordine; e fu lì che, alle sue spalle, vide il dottor Astolfi insieme a diversi infermieri accalcati nel bagno attorno a una donna per terra, inerte, in una pozza di sangue. Piccoli pezzi di vetro riflettente giacevano frantumati sul pavimento, accanto a lei. Asia diede un’altra occhiata, aspettando che Astolfi si spostasse e le permettesse una visuale migliore, ma per diverso tempo rimase chino sulla donna, premendo insistentemente un panno contro il petto che presto divenne rosso scarlatto. Stava bloccando un’emorragia; Asia lo sapeva bene, lo aveva fatto lei stessa diverse volte.
Ai piedi della donna un infermiere le sollevava le gambe tenendola per le caviglie e, di fianco al dottore, una donna le disinfettava varie ferite sulle braccia grassocce dalle quali altro sangue fluiva copiosamente.
«Portate una barella» urlò Astolfi, dandole piccoli schiaffi sul viso pallido, cadaverico. Il dottore si spostò leggermente su un fianco e finalmente lei riuscì a riconoscere, nella donna fatta a brandelli, il volto esangue di Luisa.
Asia sussultò e con gli occhi sbarrati portò istintivamente una mano alla bocca, tremando.
«Ha perso conoscenza» disse Astolfi, all’infermiera accanto. «Ho paura sia necessaria una trasfusione. Faccia pressione qui» disse, indicandole il punto esatto del torace in cui aveva premuto lui fino a quel momento. La donna, seppur agitata e inesperta, fece come gli era stato ordinato. Il dottore allora sbottonò il polsino della camicia, levò il braccio in aria e portò il polso, sul quale era adagiato un modesto orologio, davanti agli occhi; con l’altra mano pose due dita sul collo di Luisa.
«Ho bisogno di silenzio» disse, mettendo immediatamente a tacere tutti i presenti.
Rimase in quella posizione concentrata per circa un minuto, poi allontanò velocemente le mani dalla paziente «Non c’è un minuto da perdere».
«Erica, vada a chiamare De Santis, gli spieghi la situazione e gli dica di raggiungermi immediatamente. Lei, infermiera…»
«Poggi» rispose la donna che comprimeva la ferita al torace.
«Sì, Poggi… deve continuare a tenere ferma l’emorragia, così. Stia attenta a non toccare il pezzo di vetro conficcato. Quello dobbiamo rimuoverlo chirurgicamente» Astolfi diede una rapida occhiata alla sala che lentamente si svuotava, finché non scorse l’infermiera Corsi che intanto litigava con Alessandra in fondo al corridoio. «Corsi, venga qui!» ordinò lui.
Eleonora si voltò di scatto col terrore negli occhi e senza aggiungere una parola lasciò Alessandra in balia di se stessa, e lo raggiunse.
«Ho bisogno che lei mi sterilizzi gli attrezzi chirurgici».
L’infermiera sembrava essere entrata in uno stato di turbamento tale da non riuscire a essere reattiva e cosciente: non parlava, stava lì immobile fissando prima Astolfi e poi Luisa, come ipnotizzata.
«Eleonora!» ringhiò il dottore, accantonando momentaneamente la borsa di cuoio nero in cui teneva sempre l’occorrente per un primo soccorso. «Sto parlando con lei!»
«S-s-signore» balbettò lei, stropicciandosi nervosamente le mani umidicce. «Non siamo sufficientemente attrezzati per questo tipo di emergenza, temo che non ci sia l’occorrente per sterilizzare».
Astolfi spalancò gli occhi, tra incredulità e avvilimento; poi riprese il tono guida che aveva avuto fino ad allora.
«E allora li disinfetti, non m’importa! Basta che vada a far qualcosa che non peggiori le condizioni della paziente!».
«Vado signore» disse Eleonora, che probabilmente non vedeva l’ora di allontanarsi da quella situazione, e corse via.
Poco dopo giunsero due uomini trascinando la barella su cui fu delicatamente adagiata Luisa e trasportata via velocemente; man mano la folla iniziò a scemare e le pazienti, di controvoglia, tornarono nei rispettivi letti e così fece anche Asia, dopo essersi assicurata di non poter fare nulla per rendersi utile: la vita di Luisa era ora nelle mani di Astolfi e De Santis, che avrebbero fatto il possibile per salvarla.
«Erica» disse Asia, non appena le fu vicina. L’infermiera intanto era china sul pavimento e, con uno straccio tra le mani, tentava di rimuovere il sangue dal pavimento.
«Asia, è stata una nottataccia. Va’ a dormire. Non sei stanca?»
«Erica…» continuò Asia, imperterrita. «Che cosa è successo a Luisa?»
La Petrelli allora lasciò cadere il panno nel secchio pieno d’acqua rossa, le sue spalle e il suo petto si alzarono impercettibilmente, chiuse gli occhi e si lasciò andare a un profondo sospiro.
«Non è evidente?» disse, spostando lo sguardo da Asia allo specchio dietro le sue spalle.
Asia si volse lentamente e prestò maggior attenzione al luogo in cui si trovavano: il bagno era come al solito, le uniche cose fuori posto erano il secchio d’acqua, che Erica aveva portato per ripulire, e del vetro in frantumi sul pavimento; lei allora alzò lo sguardo: lo specchio appeso alla parete, accuratamente protetto da piccole sbarre di ferro, era andato distrutto.
«Come ha fatto?» chiese Asia, perplessa. «C’erano le grate»
«Abbiamo trovato questo, sul lavello» rispose Erica, che nel frattempo le si era avvicinata, mostrandole quello che sembrava un semplice cucchiaio di metallo, rigato di sangue. «Deve averlo rotto con il manico».
Asia era senza parole; si era illusa di conoscere Luisa abbastanza da sapere che quasi nulla potesse colpirla, come una bambola di plastica che per la sua conformazione è in grado di attutire qualunque colpo e non ferirsi.
Luisa che per anni aveva vissuto ogni tipo di tortura sulla sua pelle, e di questa pelle ne aveva fatto uno scudo, era semplicemente immune: credeva che il dolore non la toccasse personalmente, ma rimbalzasse nella sua carne per poi velocemente disperdersi, lontano da lei. E poi, due giorni prima: lo sfogo sul ponte, i ricordi passati della sua famiglia a cui – senza forse rendersene conto - aveva sempre fatto del male, i pensieri violenti sulla vita e sugli uomini.
Luisa aveva desistito, silenziosamente aveva abbandonato il suo impeto e aveva deciso di porre fine alla sua sofferenza sempre taciuta.
«Perché?» disse Asia con voce flebile, quasi in un sussurro.
«Perché?» rispose Erica, stanca. «Può capitare che la disperazione prenda il sopravvento, quando senti di non poterti più aggrapparti a qualcosa».
«A cosa?»
«Be’, penso…» Erica rifletté qualche secondo e fissò intensamente il panno che saldamente teneva tra le mani. «Alla speranza che le cose possano cambiare».
Asia, che ammirava la collega per la sua sensibilità d’animo e per la sua capacità di giudicare i comportamenti umani andando oltre le apparenze, non tornò sull’argomento; decise di distrarsi per permettere alla tensione di abbandonare il suo corpo. Diede una rapida occhiata al corridoio che ormai era deserto; l’ordine e il silenzio erano tornati a regnare sovrani.
«Posso aiutarti?» chiese Asia dopo un po’.
«Ti ringrazio, ma vai pure a riposarti» rispose Erica Petrelli. «È già quasi l’alba. Io ho praticamente finito».
Asia ascoltò il consiglio della collega e fece lentamente ritorno nella sua camera. Anna era già sotto le lenzuola con gli occhi chiusi; non stava dormendo, non avrebbe potuto averne il tempo; si era semplicemente chiusa nel suo silenzio. Di Maria, invece, non vi era alcuna traccia. Asia la conosceva abbastanza da immaginare dove potesse essere finita; negli anni trascorsi lì, aveva avuto parecchie dimostrazioni del suo carattere autoritario e impiccione; lei doveva sapere sempre, prima di chiunque altro, tutto quello che accadeva in ospedale, così da poter usare le informazioni a suo vantaggio e mantenere l’aura di assoluta predominanza tra le colleghe e le pazienti. “Probabilmente”, si disse Asia, “starà cercando di spiare all’interno della sala operatoria”.
Che cosa era potuto succedere nell’arco di una notte. Come si era arrivati a quella situazione?
***
Il sole era già alto in cielo e fasci luminosi s’infiltrarono tra le grate della sua finestra, facendo risplendere ogni oggetto disposto nella camera. I raggi carezzarono anche il suo volto e, penetrati tra le sue ciglia, la ridestarono. Aprì gli occhi malvolentieri; l’impatto violento della luce l’accecò per qualche istante, e solo dopo essersi gradualmente abituata al bagliore, si accorse di avere una terribile emicrania: il dolore, che partiva dalle tempie, era talmente forte da estendersi su tutta la fronte, le colpiva gli occhi e metà volto era intorpidito e le doleva. Diede uno sguardo all’orologio che segnava le otto e trenta; non si era mai svegliata così tardi. Si alzò velocemente, prese con sé degli indumenti puliti e si precipitò in bagno; lo stesso in cui, la notte precedente, Luisa aveva tentato il suicidio. Tutto apparve tranquillo e pulito, e avrebbe creduto si fosse trattato di un sogno se non fosse stato per un piccolo particolare: dove prima era affisso lo specchio, adesso vi era la semplice e nuda parete.
Si vestì e andò a fare colazione.
La sala mensa era quasi deserta, solo alcune pazienti indugiavano ancora sui loro piatti; alcune degenti erano troppe anziane e lente nei movimenti, altre semplicemente si rifiutavano di nutrirsi; fra queste vi era Laura che, come ogni giorno, tentava invano di opporsi al bisogno fisiologico di sostentamento.
Prese un tazza di caffè e un bicchiere di latte e andò a sedersi in fondo alla sala.
«Ei, Asia» disse una voce aggraziata alle sue spalle. «Posso sedermi con te?» chiese Laura, con quello che doveva essere un sorriso, ma ad Asia sembrò più una smorfia. Laura era sempre stata una ragazza molto sensibile e qualunque fastidio, seppure minimo, era in grado di turbarla per ore; così durante i pasti era facile vederla cupa e infelice.
«Laura, dovresti andare a fare colazione» rispose Asia, portando una mano alla tempia pulsante, e chiudendo gli occhi; parlava a fatica.
«Non ti senti bene? Hai dormito male?» chiese la donna filiforme, scostando una sedia e lasciandosi cadere su di essa.
Erano trascorsi cinque anni da quando Asia aveva abbandonato i suoi sogni di gioventù, la sua spensieratezza e il suo egoismo da adolescente, per immergersi in un contesto duro e quanto mai reale; erano cambiate molte cose nel corso del tempo, comprese le pazienti cui gli anni avevano regalato loro nuove rughe, nuovi portamenti, diversi tratti fisici: alcune erano dimagrite, altre invece si erano arrotondate; altre ancora mostravano disinvolte striature grigiastre nei capelli, dove prima vi erano stati colori vividi e giovanili. Tutte, chi più chi meno, si erano modificate nel tempo; tutte tranne Laura. Riusciva ancora a vedere in lei la piccola ragazza ventottenne smunta e iperattiva che era stata, sebbene adesso fosse una donna adulta. Aveva conservato la sua giovinezza, la sua conformazione fisica e il suo temperamento. Il tempo era stato molto clemente con lei; sembrava destinata a essere una bambina per sempre.
«Tu invece no?»
Laura sembrò non badare alla provocazione dell’infermiera. Per qualche ragione Asia le stava simpatica, probabilmente perché molto vicina alla sua età, e abbastanza aperta mentalmente da potersi confidare con lei senza essere giudicata o derisa.
«Hai saputo di Luisa?» chiese, sottovoce.
Asia, che nel frattempo stava portando la tazzina di caffè alle labbra, si immobilizzò; trattenne il fiato e rivolse a Laura uno sguardo carico di sgomento.
«Perché?» chiese, esitante «Ci sono novità?».
Laura impiegò un’infinità di tempo prima di aprir finalmente bocca e rispondere alla domanda.
«Io so solo che è stata operata ieri notte, ed è viva. Pare che l’operazione sia durata quasi tutta la notte e che De Santis...

Table of contents

  1. Prologo
  2. Capitolo I
  3. Capitolo II
  4. Capitolo III
  5. Capitolo IV
  6. Capitolo V
  7. Capitolo VI
  8. Capitolo VII
  9. Capitolo VIII
  10. Capitolo IX
  11. Capitolo X
  12. Capitolo XI
  13. Capitolo XII
  14. Capitolo XIII
  15. Capitolo XIV
  16. Capitolo XV
  17. Epilogo
  18. RINGRAZIAMENTI – ULTIMA PAGINA