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Dio non mi ha programmato per i selfie
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C'era una volta la macchina fotografica, ora non c'è più: lo smartphone ha preso il suo posto e il suo ruolo andando a modificare notevolmente le abitudini umane. È arrivato il selfie che, nonostante in molti ancora non lo sappiano, non si può mangiare e neanche utilizzare come buono sconto per fare benzina. Ma allora cos'è questo selfie? Investighiamo assieme la tendenza del momento. Se tu non selfi allora non sei.
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Letteratura generaleDIO NON MI HA PROGRAMMATO PER I SELFIE
Ricordo quel giorno con un sorriso.
Stavo crescendo, stavo diventando ‘grande’ e stavo per entrare nel mondo degli adulti, attraversando quella linea immaginaria e oscura che segna il confine tra l’universo dell’infanzia e della maturità.
Non molto tempo fa o, se leggerete questo volume fra tanti anni, molto tempo fa, la posizione corporea rispetto a un fotocamera era indice del proprio status sociale e, specialmente, della propria età: davanti eri il bambino fotografato, dietro eri l’adulto con il gravoso compito di fotografare. E poteva capitare, nel corso del tempo, di rimanere anche imbottigliati in bipolarismi difficili da accantonare, quando ti ritrovavi nello stesso giorno ad essere fotografo e fotografato, chiedendoti se dovessi tu stesso vederti come un fanciullo o come un adulto.
Insomma ricordo quel giorno come fosse ieri perché quel giorno avrei comperato il mio primo rullino fotografico.
Entrata da poco nella seconda decade della mia vita, annunciai con letizia ai miei procreatori la mia salda e incontrovertibile decisione di prendere parte a una gita scolastica. Certo, loro avrebbero dovuto darmi il permesso firmando un apposito foglio, grazie al quale avrebbero attribuito all’istituto da me frequentato qualsiasi responsabilità riguardo alla mia incolumità fisica, però io avevo ormai deciso che sarei andata a quella gita e niente mi avrebbe fermato, se non il loro dissenso ovviamente. Tale disapprovazione non giunse mai. Mia madre, prendendo atto della mia volontà di rendere indelebile il momento, mi portò ad acquistare un rullino fotografico e in quell’istante mi furono chiare le difficoltà della vita. Perché all’epoca non esisteva una sola tipologia di pellicola bensì molte e differenti, più o meno adeguate alla propria macchina fotografica e al contesto nel quale sarebbe stata utilizzata.
«Vuole un rullino da quanto? Dodici, ventiquattro, trentasei?»
Il ‘dodici’ mi sembrava già un numero troppo piccolo, inadatto a contenere le emozioni di ventiquattro ore; il ‘ventiquattro’ era un numero poco definito, poiché prevedeva un massimo di una foto all’ora e avrei potuto volere fare più foto; il ‘trentasei’ rappresentava invece il numero limite perché il rullino non sapevo cambiarlo e dunque non avrei potuto fare nessuna foto in più. Se non trentasette o trentotto, perché le pellicole a volte qualche foto in più te la facevano scattare, e qualche altra volta no. E poi la macchina fotografica in mio possesso, ovvero quella di famiglia e non quella del mio babbo che poteva anche avere differenti obiettivi, scattava delle terribili fotografie quadrate.
Era l’epoca delle fotografie a colori sbiaditi ed erano gli anni delle fotocamere al collo, con quel peso oscillatorio che ti faceva camminare come un carcerato con le catene ai piedi e ti faceva soffrire per mesi di cervicale. Io ero poco più di una bambina e avevo avuto la fortuna di incontrare quelli che, per molti, sono ora reperti archeologici: i rullini. Il rullino dovevi montarlo con precisione nella fotocamera, farlo scattare e non esporlo alla luce; il rullino lo dovevi trattare con cura, riponendolo nella sua custodia e dovevi portarlo a sviluppare. In poche parole, per chi non è un grande conoscitore di questa storia, potevi scattare delle foto che avresti visto chissà quando.
«Caro, hai portato il rullino delle vacanze al mare di Agosto dal fotografo? Domani vengono i parenti per festeggiare il Natale e vorrei fargliele vedere.»
In quelle foto si immortalavano tutti i momenti della vita ma non si potevano cancellare o modificare. Insomma, se venivi male, con la bocca aperta intento a parlare o con un braccio alzato per richiamare qualcuno, il ricordo di te sarebbe rimasto quello, e tutti per sempre si sarebbero ricordati così di te. A quei tempi, niente poteva renderti più bello, più magro o più abbronzato, e dunque la fotografia veniva utilizzata con una particolare attenzione e senza eccedere, perché nessuno avrebbe mai voluto così tante foto a ricordare i suoi momenti di poca fotogenicità.
Quante cose sono...
Table of contents
- DIO NON MI HA PROGRAMMATO PER I SELFIE