DIEGO MELEGARI
Il ritorno della politica?
Di che cosa si parla e di che cosa si tace quando si parla di crisi
La crisi finanziaria del 2007-2008 è stata letta dal filosofo Slavoj Žižek alla luce della nota idea marxiana secondo la quale gli eventi storici fondamentali si ripetono due volte, prima come tragedia e poi come farsa. In questo senso lo shock provocato dalla presa di coscienza del grado di “tossicità” insito nella finanza globale avrebbe confermato, su altro terreno, la ferita inferta all’autocompiacimento occidentale dagli attentati del 11 settembre 2001. La “fine della Storia”, così, è sembrata “finire” una seconda volta, mettendo in ombra il dibattito epocale dei dieci anni precedenti sul “preteso scontro di civiltà”, per imporre un’altra “epocalità”, quella della crisi di una (unica?) “civiltà del denaro”. La stessa crisi economica ha però assunto le forme di una ripetizione moltiplicata, in cui farsa e tragedia si sono nuovamente succedute, arrivando quasi a sovrapporsi. In che rapporto stanno, è necessario dunque chiedersi, le due crisi, quella dei cosiddetti mutui subprime nel 2007-2008 e quella connessa ai debiti sovrani di alcuni paesi dell’Unione Europea e alla perenne tensione al disfacimento in cui quest’ultima sembra mantenersi?
Dal punto di vista economico si tratta del procedere di un solo movimento dalla recessione Usa ad un attacco speculativo verso un’area economica, come quella europea, caratterizzata al contempo da forti squilibri commerciali interni e scarsa flessibilità monetaria. Un’unione economica che oggi, soprattutto alla luce del ruolo assunto in essa dalla Germania, appare sempre più facile leggere attraverso uno schema centro-periferia, da calarsi a sua volta in una situazione globale in cui occorrerebbe valutare l’articolazione degli interessi statunitensi (non necessariamente univoci, almeno nell’immediato, sul piano finanziario e su quello geopolitico) e la difficoltà per altri centri produttivi e finanziari, come la Cina, ad assumere il ruolo di traino della domanda mondiale in mancanza di una radicale riforma del sistema monetario internazionale.
D’altra parte la temporalità della crisi appare ancora più complessa se letta in rapporto al dibattito politico e ideologico. Nel 2008 la discussione si era aperta con la ormai nota confessione di Alan Greenspan: l’assunto di mercati capaci di autoregolarsi era apparso, infine, nient’altro che “ideologia”. Tuttavia, a questa ammissione si accompagnava quasi costantemente un certo imbarazzo nel trarne conseguenze politiche chiare. Così il “Time” poteva dedicare la sua copertina a Marx, senza che ne derivasse alcuna riconsiderazione del ruolo giocato dalle sperimentazione politica comunista e del condizionamento che essa aveva esercitato (in termini di appello, sia pure a volte strumentale, alla giustizia sociale) su forme di regolazione politica (“keynesismo”, stato sociale, ecc.), che molti non nascondevano di rimpiangere. “Non va dimenticato”, hanno scritto Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, “che la stessa Unione monetaria europea nacque dalle ceneri del fallimento sovietico, vale a dire del primo esperimento di organizzazione pianificata dei rapporti sociali alternativo alla logica della riproduzione capitalistica” e come l’esorcizzazione di quella soglia storica sia tuttora parte integrante sia del pensiero dominante che della prospettiva di gran parte dei movimenti alternativi, in particolare attraverso la “rimozione collettiva del tema più generale della pianificazione pubblica”. Ciò che, in questo modo, appare consegnato all’impensabile è, insomma, nientemeno che “il problema di sapere se non si possa oltrepassare, in qualche modo, questa maledizione formulata dall’economia politica, sin dalla sua fondazione, contro il sovrano economico”, quello stesso problema contro cui, seguendo Foucault, si sarebbero scagliati “tutti i ricorsi, tutti i ritorni del pensiero liberale e neoliberale del XIX e del XX secolo”. Da questo punto di vista, nonostante il cosiddetto libero mercato avesse raggiunto i propri nemici sconfitti negli inferi dell’“ideologia”, poche sono state le riconsiderazioni critiche sul conflitto integralmente politico che ne aveva decretato il trionfo. Da più parti, invece, si è evocato il “ritorno della politica”, evidentemente fin qui considerata assente, soprattutto nella forma della richiesta di “regolamentazione” dei mercati, ma in alcuni casi parlando espressamente di “repressione” finanziaria, oppure, da una prospettiva neofunzionalista, come passaggio addirittura “costituzionale”, corrispondente a quell’insieme di pratiche e agenzie, al limite tra politico e economico, che oggi si qualifica come governance. Spesso negli ambienti culturali e politici in cui queste letture trovavano eco si tendeva, anche al di là delle intenzioni, a non ammettere che il precedente trentennio neoliberale “a modo suo, politica l’ha fatta” (Mario Tronti), intervenendo fortemente nei rapporti tra capitale e lavoro, nella forma specifica di una “sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito”, grazie ad un paradossale “keynesismo finanziario ‘privatizzato’”, ovvero ad un “neoliberalismo assai poco liberista” (Riccardo Bellofiore), più volte imposto proprio attraverso l’intervento dello stato. D’altra parte, proprio alla luce della forza politica disciplinante di questa osmosi tra stato e mercato e dall’impossibilità di leggere la finanziarizzazione in termini puramente “parassitari”, in diversi ambiti del pensiero critico sono stati di volta in volta chiamati in causa il rapporto con la natura, le idee di “sviluppo” e di “crescita”, la dimensione del “comune” da contrapporre ad un paradossale “comunismo del capitale”, l’immanenza della vita stessa. Tuttavia, nonostante i numerosi e fecondi apporti di questi dibattiti, proprio nel momento in cui l’economia sembrava doversi confessare di nuovo “economia politica”, la politica in quanto tale rischiava spesso di dissolversi senza scarti nel “sociale”, nel “culturale”, nell’“etico”, nel “giuridico”. Se, infatti, come precisava immediatamente il passaggio foucaultiano già citato, la condizione stessa della politicità dell’economia era stata proprio l’esclusione di una “sovranità economica”, nel vivo della crisi finanziaria questa stessa esclusione originaria sembrava consumare la sua ultima vittoria, rendendo totalmente indeterminato il carattere politico di quella politica, alla quale, tuttavia, si chiedeva capacità normativa e strategica, se non “decisione”. Infatti, una volta che stato e mercato avevano mostrato di intrecciarsi e di funzionare ben al di là del classico schema dialettico di opposizione correlata e necessaria, chi e con quale forza, ovvero attraverso quali forme e strutture, avrebbe dovuto e potuto intervenire politicamente?
Con la crisi dell’euro, con il passaggio dal tema di una finanza tossica alimentatesi di debiti privati a quello della presunta ipertrofia dei debiti pubblici, lo scenario è, in parte, cambiato. La politica più che invitata alla regolazione dei mercati sembra essere chiamata prima di tutto a “rassicurarli”, a catturarne la “fiducia”. Autorevole e salvifica appare, infatti, proprio la politica a prima vista più prona a farsi dettare l’agenda dal potere finanziario, tenendo al contempo sempre oliate le “porte girevoli”, ovvero l’intercambiabilità di personale e di parole d’ordine, tra mercati e politica. Se in innumerevoli articoli a ridosso della crisi finanziaria del 2008 l’etimologia della parola “crisi” (da krínein: “distinguere”, “decidere”) veniva ricordata per enfatizzare l’aspetto di scelta vitale e, al limite, le opportunità aperte dalla nuova situazione, nel 2011-2012 è restata solo l’ingiunzione a “decidersi”, nel senso del “fare in fretta”, proponendo alla rinfusa una serie necessariamente indefinita di “soluzioni” in grado di tranquillizzare mercati come quelli finanziari, per i quali l’alternanza di “euforia” e “panico”, lungi dall’essere fenomeno patologico, è forma di vita, funzionamento specifico. Si è sperimentata, così, la forza di coercizione e, in certa misura, di consenso di un innesto tra mercati capitalistici, figure statuali e dispositivi di governance economica con una razionalità calibrata su velocissimi flussi di informazione e, secondo l’intuizione di Deleuze e Guattari, su paralleli flux de connerie, mentre i richiami alla necessità di reintrodurre dei limiti alla finanza si sono presto trasformati nella colpevolizzazione senza limite dell’“uomo indebitato”. Questi slittamenti, del resto, stanno facendo lentamente riemergere l’altra faccia, ineliminabile, di ogni questione politica, quella che riguarda i rapporti di potere e l’esercizio della violenza. Secondo alcuni lo scacco subito dalla governamentalità neoliberale avrebbe prodotto, sotto le vesti dei governi tecnici e del commissariamento permanente, una sorta di “neoliberalismo assoluto”, in cui diverse funzioni sovrane o addirittura dittatoriali (nel senso perlomeno della capacità di dettare le condizioni della politica) appaiono trasmesse direttamente al potere finanziario. La cosa è complicata dal fatto che, nonostante sia ormai senso comune denunciare lo svuotamento subito dalle istituzioni democratiche di fronte alla violenza finanziaria o parlare, in modo forse più preciso, di reiterati processi di “de-democratizzazione”, è difficile rimuovere il fatto che il potere disciplinante della finanza sul lavoro e sulla politica è storicamente andato di pari passo proprio con una certa immagine, di impronta soprattutto statunitense, di “democratizzazione” della stessa finanza, persino di “populismo finanziario”, per non parlare del moltiplicarsi di “guerre per la democrazia” che ha segnato sia gli anni di trionfo dell’espansione finanziaria sia quelli delle sue crisi. Per rimanere su quest’ultimo tema, significativamente trascurato anche dai movimenti alternativi rispetto all’attuale regime della finanza e del debito, è ovviamente impossibile prevedere, le implicazioni geopolitiche di un eventuale collasso dell’euro, ma in ogni caso è chiaro che esse ridefinirebbero il ruolo giocato dai diversi paesi all’interno di un altro scenario di crisi, davvero epocale ma per nulla scontata: quello dell’egemonia mondiale statunitense. Non è difficile, invece, già notare come la metafora del contagio tra paesi “reprobi” e “virtuosi” sia stata fin dall’inizio associata a quella militare dell’“attacco”. Da tempo, del resto, guerre tutt’altro che metaforiche si intrecciano ai destini dei rapporti tra finanza e debiti sovrani, rendendo l’esplosione bellica, più che una soglia di distruzione necessaria per il riavvio di un ciclo economico, un momento del tutto interno ad una condizione di crisi quasi permanente. Infine, anche sul terreno strettamente economico, come mostrato da autori come Eric Helleiner, la genesi del “neoliberismo” si è ampiamente nutrita di misure di deregolamentazione dei mercati imposte proprio dagli stati egemoni. Non ci sarebbe da stupirsi, quindi, se lo fosse, e in forme più virulente, il suo declino, come la repressione e lo svuotamento della democrazia greca ci hanno già in qualche modo insegnato.
Di fronte a simili scenari sarebbe del tutto insuf...