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Nella musica i misteri e le magie dell’oriente
Franco Battiato fa parte di quella schiera di siciliani che dà lustro alla propria terra. È l’altra faccia dello specchio, in antitesi e in eterna lotta con quello, anamorfico e da baraccone, sul quale in tanti, in Sicilia, amano specchiarsi per ricavarne una immagine che non coincide. C’è in lui una sicilianità nobile, che è ricerca di spazi evolutivi, di emancipazione; aspirazione ad essere parte di un progetto universale di civiltà; costante ricerca di un livello superiore di conoscenza
La sua arte, come compendio di un eclettismo più articolato, non è altro che il soffio di un vento più prepotente che spira da sempre su quest’isola come un retaggio di storia e di cultura; contiene in sé la memoria indelebile di un lascito antico che è già nel linguaggio delle cose: del suo mare, delle sue pietre, della sua natura e dei suoi profumi; affiora dagli abissi dei secoli come un intreccio di sangue, una mescolanza di razze, una fusione di fedi e di credenze, un’alternanza di canicole e temperie.
E Battiato è parte viva di questa osmosi, di questo legame tra due mondi irraggiungibili eppure vicini; tra due pianeti incompatibili, l’occidente e l’oriente, che pure ruotano attorno all’unico centro di gravità permanente che è la Sicilia.
Basterebbe riflettere sui testi delle sue canzoni per rendersi conto di come essi oscillino ora sull’una, ora sull’altra sponda. In un via vai di valzer viennesi e suoni di cavigliere; di musiche balcaniche e danze tribali; di nevicate berlinesi e arsure del deserto. Ed è in questa perpetua altalena che trovano il loro punto di equilibrio. Là, dove è possibile annullare i confini delle diversità e fare, di un tutto, un’unica essenza. Ecco perché egli ha voluto trasfondere in musica la sua originale concezione della spiritualità, quasi a farne un percorso intimo lungo la strada che porta alla verità.
Il suo voler tenere stretti insieme, in un unico abbraccio, il sufismo, che l’etimologia del termine arabo safà richiama all’idea di purezza e di bontà; il buddismo che è un metodo di autoanalisi per superare le sofferenze dell’esistenza; l’induismo, che è ferma credenza nella reincarnazione, non vuole essere altro che un costante cammino alla scoperta di una dimensione divina.
“Non posso non avvertire nella musica la presenza di un ordine superiore, di una intelligenza “… che per l’universo intero si squaderna”, diceva Empedocle. Ci sono musiche molto allineate al mondo che si esplora con la meditazione ”.
Questo sentimento di Battiato è diffuso anche tra i siciliani i quali non hanno mai disdegnato di sconfinare, se non addirittura di migrare, verso forme alternative di spiritualità per appagare quel senso di pienezza che la religione tradizionale non è mai stata in grado di offrire. E, volendo prestare fede ad una attendibile sociologia specializzata, sembra si registri proprio tra i giovani il contagio più virulento di nuove credenze (misticismo, esoterismo, reincarnazione ecc.) che concorrono a destrutturare ancor di più le basi della identità cattolica.
Ma io mi chiedo: in Sicilia è mai esistita una profonda e radicata identità cattolica?
Ancora oggi mi sovviene il ricordo giovanile dei riti pasquali a Caltanissetta, quel guazzabuglio di festa e di perdizione che ammantava la processione del giovedì Santo. Per ogni “vara”, una banda musicale, con il suo clangore di piatti e tamburi, e sotto ad ogni “vara” uomini incappucciati, ormai ebbri di vino che, sulla scia di un novello sforzo o di un imprevisto contrattempo, non avevano pudore a riappropriarsi dell’abitudinario contegno sacrilego.
Nell’aria, gli odori dello zucchero filato, della “calia e semenza”, della frittura di “stigghioli” e panelle, che si confondevano con quelli, ancor più soffocanti, del fumo e della polvere nera dei fuochi artificiali. I balconi e le strade stipati di umori e comportamenti altalenanti, di attori che per un giorno sentivano di essere protagonisti indiscussi di un teatro nel quale ognuno poteva recitare a suo modo la passione di Cristo. Ad andare in scena, insomma, era una sorta di paganesimo latente, inteso non nell’accezione cattolica di un sentimento deteriore, ma come una forma di religiosità primitiva, fondata sulla filosofia delle grandi civiltà del passato che nel Nisseno, come in tutta la Sicilia, hanno lasciato una traccia incancellabile di miti e di tradizioni.
“Il nostro pensiero è fondato sull’opposizione anima corpo, colpa e perdono, materia e spirito. Siamo allenati da secoli al conflitto, alla tensione con l’altro e con il mondo”.
Sono proprio queste grandi civiltà del passato a rivivere con la musica di Battiato, come se affiorassero dalle foschie del tempo. Pian piano, si lasciano trasportare sull’onda di quella melodia che, nata proprio qui in Sicilia, al centro del Mediterraneo, con esigui strumenti di canne e fili d’erba, come accompagnamento della solitudine dell’uomo, come conforto della sua malinconia, diventa ora, grazie a lui, incontro spirituale, dialogo di pace e di convivenza.
“La musica, è per sua natura urgenza di trascendenza, ancor più delle altre forme d’arte, perché può contare sulla sua immediatezza. La musica bisogna coglierla, farla risuonare dentro di noi con tutta la sua forza primigenia. Oggi questo contatto manca, manca il contatto con la natura che produce l’imbarbarimento dell’uomo. La musica realmente ispirata e certa letteratura di maestri di spiritualità sono i capisaldi della umanità, un conforto nel nostro spingerci avanti nella conoscenza della verità. Per me la musica che si avvicina al silenzio è quella più vicina a Dio”.
Quante volte mi sono chiesto se non sia proprio “L’oceano di silenzio” ad avvicinare Battiato a Dio. A me capita spesso di ascoltare questo suo brano, soprattutto quando ho il cuore in subbuglio e un tarlo nascosto tra i pensieri impedisce di dipanare le iperboli della mia mente. Spesso mi succede di tuffarmici dentro, con tutto me stesso, per ritrovare un’amaca di armonia che mi sollevi da terra con una mano sublime, come a volere cullare, di me, solo il cuore, lasciando in orbita un cumulo di zavorra.
E cosa dire, poi, di quell’atmosfera di quiete che infonde “L’ombra della luce”, di quella “preghiera” di speranza che Battiato volle lanciare dal teatro nazionale di Baghdad prima ancora del tragico olocausto del popolo iracheno? Dal suo tappeto volante, metafora di una sicilianità da mille e una notte, è come se avesse voluto fermare i tam tam della guerra. E, in quel preciso istante, tutto il deserto attorno ripiombò nei suoi naturali silenzi, non più attraversato da missili e blindati, ma da un berbero soltanto. Ben saldo, alla gobba del suo dromedario, si allontanava lentamente tra le sabbie, come a volere rischiare un solitario “Esodo” dagli imperialismi e dalle idiozie del potere.
“Quel concerto che io feci a Baghdad, lasciò un segno indelebile nel mondo iracheno. Fu un rapporto umano molto toccante, che ho cercato di portare avanti negli anni lavorando con associazioni come “Un ponte per Baghdad”. Ma certo gli interessi contro cui fare i conti erano enormi. Abbiamo portato dei bambini all’ospedale di Parma, piccole cose, quando dietro ci sono colossi che hanno interesse a mantenere certe situazioni. Sono loro che creano le guerre. L’attentato alle due torri, per esempio, doveva essere giudicato un grave atto terroristico, non una dichiarazione di guerra. Sarebbe bastato cercare e processare gli autori, come si fa con i terroristi, piuttosto che punire un popolo disperato come quello dell’Afghanistan, già punito dalla storia e dal fanatismo barbaro dei talebani. Questo dimostra che gli Stati Uniti hanno interessi economici troppo grandi da tutelare e non hanno voluto rinunciare alla loro consueta azione di forza”.
Per il filosofo, pittore e poeta libanese, Kahlil Gibran, “benché l’onda delle parole ci sovrasti, le nostre profondità sono sempre silenti”. È, dunque, negli abissi della nostra anima che il silenzio diventa chiave di conoscenza, bisogno di elevarsi al di sopra delle ombre. Ma basta l’attitudine al silenzio per realizzare un tale miracolo? Certamente no, perché nessuna forma di insonorizzazione può liberare un pensiero rumoroso. Se fosse così i siciliani sarebbero, “erga omnes”, quelli a più alta vocazione mistica, considerata la loro atavica propensione ai silenzi. Ma i silenzi, in Sicilia, pur avendo un’unica matrice araba, rispondono a finalità diverse.
C’è il silenzio della mafia che è omertà (“Chi è orbu, surdu e taci, campa cent’anni in paci”); c’è il silenzio degli anziani che è come il preludio della fine: un tempo non potevano parlare perché troppo giovani (“Mutu tu, cagnulu”), mentre ora non hanno più voglia di dire; c’è il silenzio che è diffidenza (“Nà parola è picca, dui su assai”), nei confronti del carabiniere, dell’esattore delle tasse, dello Stato che, essendo a Roma, è lontano dalle urgenze quotidiane; c’è poi il silenzio di uomini e donne che è rassegnazione (“Munnu ha statu e munnu è”), quando pensano che qui...