Tutti senza nome
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Chi è Candido Domizi? Perché la sua vita rimarrà un unico desolato foglio bianco? Chi è Zoe Previ e per quale motivo si ostina a tenere i pattini da ghiaccio persino fuori dalle piste? Chi sono Alessandro Forsenno, Lazzaro Destanti e Sofia Lungimirante? Per quale segreta ragione Biagio Barbaro non riesce che a balbettare alcune sillabe delle cifre perfette che si porta dentro? In quale vita e sotto quale forma si cela il nome di Siro Radi? E infine qual è il diluvio da cui Otto Forato si adopera per salvare l'umanità intera?Come uno sfarfallio di abbaglianti prima di imboccare la curva, la superficie coperta da queste vite è tutt'altro che estesa. Vite incolori simili a quelle di tanti altri, verrebbe da dire, personaggi la cui inesistenza, forse, non comporterebbe per noi alcun cambiamento. Cosa devono aver pensato quelle ombre prima di essere tolte dal limbo in cui si trovavano, si chiede il biografo che trascorre le notti insonne a dare un senso ai giorni, dove devono essersi formate esattamente. Cosa devono aver pensato, ci chiediamo pure noi, e dove debbano trovarsi esattamente adesso. E perché ci venga l'atroce sospetto che parlino proprio di noi.
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e fu questo che fece il giorno in cui conobbe caio: lo creò a sua immagine e somiglianza, ci parlò, ci dormì assieme, ci fece anche qualche escursione, visto che era estate e i boschi offrivano molta ombra, e prese poi di lui quello che gli sembrava andar meglio. una cosa la teneva, l'altra la lasciava, un'altra ancora la spuntava ed altre, infine, le amputò. fu così che ne rimase fuori metà. dopo di che decise di farlo entrare nella propria vita, che era una casa male illuminata con finestre che alla notte guardavano verso l'esterno e porte che sbattevano ad ogni corrente d'aria.
in questo modo passarono per tizio i giorni e le settimane. passarono mentre ascoltava musiche provenire dalle soffitte del suo cervello: mai che arrivassero attutite, sempre troppo vicine, sempre troppo forti, come se avesse delle cuffiette. passarono anche i mesi, senza che tizio si accorgesse che non era caio quello che gli dormiva accanto. non si voltava mai a vedere che quello riposava solo su un fianco, e che il profilo visibile era sempre lo stesso. l'altra metà gliel'aveva fatta lasciare fuori, dove il giardino cominciava a coprirsi lentamente di neve e le impronte si perdevano sempre di più, giorno dopo giorno.
ma ci sono delle notti in cui, nei sogni, tizio è libero di girare per la casa. è allora che sente, passando per il corridoio, che qualcuno bussa alla porta. sa che è l'altra metà che reclama di entrare: per questo da anni ha fatto murare l'ingresso e potete ancora vedere, se ci passate davanti, l'erba crescere a dismisura fino a coprire il nome sul campanello. è lì che in genere suona la sveglia e tizio si alza, coricato sull'unico lato che non gli è di troppo, il lato al quale ha concesso di rimanere con lui, mentre l'altro è da anni sepolto in cantina. anche lì non c'è più molto spazio, del resto, ma non importa: tanto è buio e non si vede niente.
che cosa ci sia di diverso rispetto alla vita che facevamo prima ve lo spiego subito, se non vi è chiaro: in origine c'era un foglio dentro di noi, e questo foglio lo tormentavamo in continuazione perché i nostri disegni laceravano la carta come le dita di un bambino fanno col pongo. le matite le trovavamo per terra e le punte erano ottuse, i tratti grossi e imprecisi, e le cancellature, poi, non si contavano. ora la gomma l'abbiamo abolita, non ci serve più. abbiamo imparato a congiungere nel modo più breve due punti sul piano senza tentennamento, e con la precisione che si addice ad un goniometro e ad un righello scandiamo i gradi di apertura che abbiamo sul mondo.
solo non capiamo cosa ci facciano attorno a noi tutte quelle righe e quei compassi, ogni mattina, né chi ce li abbia portati mentre dormivamo. e nessuno sa perché dai bordi non si riesca a togliere quella squadratura che da allora campeggia sull'A4. non capiamo perché sia lì, visto che non l'abbiamo disegnata noi, ma ce la portiamo dietro lo stesso. forse è il marchio di fabbrica. forse è un difetto di stampa. voi lo sapete?
così prendo la valigia e lo faccio: esco. apro la porta, richiudo la porta, due giri di chiave in senso antiorario. sul pianerottolo, però, mentre sto per imboccare il corridoio cerco di accendere la luce che porta all'ascensore, ma sbaglio interruttore e premo il campanello di casa. questo in basso, questo è quello giusto. ecco fatto: ora vedrò dove metto i piedi. mi volto e me ne vado ancora una volta.
ma dei passi all'interno si muovono sordi e pesanti: vengono ad aprire la porta.
la macchina la tirano fuori più di nove ore dopo, quando forse a casa stanno già apparecchiando la tavola e la sua fototessera serve ancora per qualche modulo di iscrizione o una carta d'identità qualsiasi. e non lo troverebbero neppure se non fosse per qualcuno che, passando, nota quelle strane strisce di copertone nere che finiscono là, oltre la strada e giù dall'argine. basta dare un'occhiata nella direzione giusta ed eccola lì galleggiare o mezza affondata, la macchina, dentro l'acqua.
sul cellulare, intanto, sono ore che le chiamate si moltiplicano, ma il prodotto è sempre lo stesso: nessuna risposta. l'utente potrebbe essere momentaneamente non raggiungibile. e non solo di familiari si tratta: questo utente lo sta chiamando anche qualcuno che ha da poco conosciuto in discoteca, ci s'immagina, un qualcuno di cui non sappiamo niente e del quale mai sapremo niente e che immancabilmente dirà ecco, un altro buco nell'acqua, ancora tutto a vuoto, il solito scambio di numeri che lascia tutto come prima. solo noi sappiamo che questa non è che l'altra faccia del codice dell'indifferenza. il numero resterà in rubrica ancora un po' e poi, invariabilmente, verrà cancellato e sostituito da altri.
non si possono sentire quindi né i messaggi né gli squilli nel posto in cui si trova, perché in quel mondo liquido e ovattato che è il fiume a febbraio dove è finito nulla esce in superficie, nulla affiora. solo la corrente lambisce la lamiera dello sportello e ne segue le linee, sempre procedendo verso il mare.
c'è chi giura di averne sentito i passi, chi invece dice di averlo udito mormorare appena oltre la soglia. ma sono soltanto fantasie, si sa che non trapela nulla dall'altra parte. così rimane tutto il giorno e tutta la notte in attesa sull'altro lato della porta. in attesa che qualcuno bussi.
la sua foto tessera, intanto, è riuscita a farsi strada dalla parte di qua e finisce sui muri della città: annuncia al mondo intero che si trova in quella stanza. e che da lì non uscirà più.
tornata a casa aveva smesso di colpo, in preda ad una strana inquietudine, di riordinare le proprie cose, e già mangiando la minestra di mezzogiorno aveva indugiato un attimo tenendo il cucchiaio sospeso sul piatto con la mano sinistra. da allora è stato un rallentamento continuo finché, eccola qua, non è diventata quella che vedete: non è morta, non è viva, semplicemente non si muove. anche i suoi pensieri li ha fatti rallentare sempre di più mettendo un divieto di alta velocità sulle autostrade del suo cervello e consigliando a tutti gli autisti della domenica di non uscire neppure di casa. qualsiasi cosa faccia, lo sa bene, aumenterà il disordine, e il caos attorno e dentro di lei inevitabilmente salirà.
dallo spazio il pianeta terra continua ad essere azzurro e il telegiornale delle otto e mezza si apre sul varo della nuova legge in parlamento, sui duecento clandestini sbarcati a lampedusa e i centri di accoglienza intasati, i quali della seconda legge della termodinamica non sanno l'inizio ma presto o tardi, come tutti noi, conosceranno la fine.
ma i giorni passavano e la buca s'ingrandiva. nemmeno con i sassi si misurava più la distanza, e l'eco ritardava sempre più. finché smise di tornare.
quel giorno, però, il perimetro fu troppo: dicono che sul bordo siano rimaste solo manciate di sabbia. oggi la sua buca continua a crescere, e solo quella si vede se ti sporgi: più sotto cominciano le impronte.
il meteo, intanto, prevede tempo stazionario. un treno passa al di là del bosco mentre a gran voce, dai manifesti, gli istituti privati promettono il diploma in un anno e la memoria, tra le foglie, persiste.
Table of contents
- Copertina
- Copyright
- Frontespizio
- TUTTI SENZA NOME
- POSTFAZIONE
- Informazioni sull'autore
- Opere edite
Frequently asked questions
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