Un celebre scrittore a cui chiesero la formula dei libri di successo rispose: dieci per cento ispirazione e novanta per cento traspirazione. Ascoltare la vita degli altri e poi scriverne sul giornale richiede su per giù lo stesso impegno fisico, come sanno gli autori di questa antologia di colloqui che raccoglie il meglio di quanto apparso in questi anni sul Fatto Quotidiano. Dalla prefazione di Antonio Padellaro

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Gli incontri de Il Fatto Quotidiano
Cinque anni di persone, idee ed eventi raccontati da un giornale libero
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Gli incontri de Il Fatto Quotidiano
Cinque anni di persone, idee ed eventi raccontati da un giornale libero
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Information
Publisher
Il Fatto QuotidianoeBook ISBN
9788898366118
Year
2015La mia vita è un’arte
• Alberto Sordi
• Giovanni Lindo Ferretti
• Francesco De Gregori
• Renato Zero
• Gigi Proietti
• Ivano Fossati
• Erminia Ferrari Manfredi
| il Fatto Quotidiano | 24 febbraio 2013 |
Giorgio Meletti
Intervista:
Alberto
Sordi
Sordi
ll momento più emozionante fu quando il vecchio comico sollevò la bocca dal fiero piatto di salsicce e broccoli e piantò sul giornalista la sua espressione più celebre. Fronte aggrottata, occhi sbarrati, bocca semiaperta e leggermente digrignata. È un monumento della cultura nazionale quell’espressione sorpresa e già rassegnata, arresa di fronte alla realtà che spiazza e sconfigge, e sovrasta ogni disperata impostura, miserabile dissimulazione, arroganza da due soldi. Lo sguardo del vigile Otello Celletti quando scopre che sua sorella a Milano non fa propriamente la massaggiatrice. Lo sguardo di Nando Mericoni quando esce dalla marana e realizza che gli hanno rubato i vestiti. Con quello stupore che si era fatto icona, Alberto Sordi aveva dipinto l’autoritratto del Dopoguerra italiano. Adesso invece lo brandiva contro il giovane intervistatore che lo addolorava con una scandalosa inappetenza. “Che fai? Nun magni ’a sarciccia?”. Poi la fulminea trasfigurazione sordiana, il cambio di passo: gli occhi azzurri, che avevano appena confessato il rimpianto per il figlio mai nato, presero una piega affettuosa per accompagnare la paterna, impaziente esortazione: “E magnate ’a sarciccia!”.

“Sembra che famo a gara a chi magna de più, trattorie piene di culoni che magnano…”
Correva l’anno 1989, il Muro di Berlino stava per essere abbattuto e l’antico castello Odescalchi di Bassano Romano, vicino a Viterbo, faceva da set per una versione cinematografica de L’avaro di Molière. La storica addetta stampa Maria Ruhle, giocando sull’argomento del film per aiutarne il lancio, aveva messo a disposizione il protagonista per un’insolita intervista sul denaro con la rivista economica Fortune. Un fallimento totale: Sordi non aveva nessuna voglia di fingersi sociologo o economista. La sua analisi verteva su pulsioni elementari (la fame, il rispetto, l’invidia) e la sua scienza economica risultava fondata su quattro unità di conto, quella base, il supplì, e i suoi tre multipli: il piatto di bucatini, l’automobile, la casa. Infine l’esibizionismo indotto dalla tv, che avrebbe distrutto l’Italia. Una cosmogonia improponibile per gli americani della Time-Warner. Per questo l’intervista è rimasta quasi completamente inedita per 23 anni, custodita in un nastro. Alla soglia dei 70 anni, che avrebbe compiuto il 15 giugno 1990, Sordi era ricco e venerato. Davanti al portone del castello, un’enorme Mercedes scura annunciava la sua presenza. All’interno aveva per camerino un camerone rinascimentale con uso di cucina. In pausa pranzo tutta la troupe, compresi i figli dell’avaro, Miguel Bosé e una giovanissima Anna Kanakis, restava buttata nel parco a mangiare il cestino da set, con pasta rinsecchita, fettina ingiallita di formaggio e pera di marmo. Il capocomico si ritirava nel camerone-camerino, si metteva una giacca da camera coi pomelli e aspettava che la governante cucinasse per lui come a casa. Salsicce e broccoli, quel giorno. Mangiava e parlava, e per spiegare l’economia italiana raccontava la sua vita, non per egocentrismo, semplicemente l’autoritratto dell’italiano normotipo non distingueva la patria da se stesso. Descrivendo l’Italia attraverso Roma e Roma attraverso i suoi occhi, Sordi formulò la sua profezia sulla globalizzazione, la scomparsa del ceto medio, il declino italiano: ‘Sembra che famo a gara a chi magna de più, ci bombardano di pubblicità televisiva, che io la vieterei, e tutti a consuma’, vedi ’ste trattorie piene di culoni che magnano… Ma che te magni? Io magno un supplì e me basta. No, dice, siccome tu sei ricco di supplì ne magni dieci. Ah, sì? Allora guarda, io so’ ricco davero, ma non è che quando entro in trattoria, siccome c’ho i soldi, magno tutto quello che c’è. Vedi ’sto goccetto de vino? Mi basta per essere felice. E invece no, dice, siccome sei ricco te bevi tutta ’a botte. Anzi no, te compri la vigna’.
Ecco il consumismo che negli anni Ottanta ci trascinava verso il gorgo della globalizzazione: ‘Importiamo un sacco di carne anche se sappiamo che ci fa male. Prima la mangiavamo la domenica, ce se faceva il sugo. Adesso il pupo non mangia lo spezzatino, vuole il filetto, e importiamo il filetto.
E tutti a spendere. Ma state attenti, non c’è niente di peggio che diventare poveri dopo essere stati ricchi’. ‘Agli italiani vorrei dire questo: stiamo attenti, non diamoci alla pazza gioia, che se domani si mette male… Quando andai a prendere la cittadinanza onoraria a Kansas City poi arrivai fino a Hollywood e vidi Ramon Novarro che per campare faceva la comparsa. Ahò, e Oliver Hardy e Stan Laurel, lo sai? So’ morti in un ospizio per poveri. Tornare poveri è orribile. State attenti, può succedere’.
“Roma si sta distruggendo con le automobili. Il Colosseo crollerà per le vibrazioni”
‘Che dici? Società segmentata? Ma ’ndo l’hai letto? Stamo a diventa’ tutti uguali, ed è colpa dell’automobile. Prima la 600, poi la Millecento, poi la macchina straniera. Tutti con la macchina, tutti uguali, no? Ahò, hai visto quante automobili? Roma si sta distruggendo con questo mare d’auto. Ne facciamo un milione l’anno, non sanno più dove metterle. Io vieterei il parcheggio in tutta la città, salvo pochi tassametri a 20 mila lire l’ora. Pensa le vibrazioni! E dai, non si può far crollare il Colosseo perché il pupo deve anda’ a pija’ il gelato con la macchina! E annamo!… No, aspetta, tutti uguali te dicevo. Eh sì, perché prima c’era il nobile, il proletario, il ricco, il povero. E ognuno aveva la sua felicità. Il povero non soffriva, perché gli bastava un piatto de bucatini a fargli esplodere la gioia. E le automobili stavano solo nel cortile dei nobili, ma nessuno era invidioso. No, non avevo detto che è brutto essere poveri. Se nun magni ’a sarciccia pe’ sta’ attento, stai attento: non è brutto esse’ poveri, è brutto diventarlo’.
“Ma sì, hai capito, papà non ce l’aveva fatta, e si era adattato al basso tuba”
‘Senti un po’, quand’ero ragazzino non eravamo poveri, nun ce mancava niente, papà faceva l’orchestrale, mamma era maestra. Però se magnava e ce se vestiva, e basta. Il mio sogno era la bicicletta, ma papà e mamma non me l’hanno mai potuta fare. Per la Befana me facevano la palla de gomma, e io ero felice perché rimbalzava, a differenza della palla de stracci. Poi cercavo di farmi amico il ragazzino privilegiato che c’aveva la macchinina meccanica, così magari una volta me la faceva provare. Andava bene così, gli strati sociali servono a preservarci dal risentimento. Per dire, la domenica andavo alla Galleria Colonna (oggi si chiama Galleria Alberto Sordi, nda), perché c’era l’orchestra che suonava il jazz, lì al caffè Aragno. Noi ascoltavamo in piedi, ma c’era gente ai tavolini con certe coppe de gelato…
Quanto ho desiderato quel gelato!
Non c’era risentimento, solo il desiderio di potermelo un giorno permettere anch’io. Sì, ammiravo i ricchi, volevo diventare come loro’.
Come in ogni artista geniale, il motore creativo di Alberto Sordi pescava il carburante in chissà quali ripostigli della mente. In uno di questi c’era la figura di suo padre, il professore d’orchestra Pietro Sordi, morto quando Alberto aveva appena 20 anni e rimasto, sempre, ‘papà’. ‘Sono diventato ricco in modo graduale, ordinato. Era tutto previsto. Sai, io da ragazzo vivevo in un grande ottimismo, malgrado il pessimismo di papà che mi diceva di avere prudenza nelle aspirazioni, diceva: tutti mirano al successo ma solo qualche privilegiato ce la fa, tu puoi intraprendere questa carriera da artista ma devi anche prevedere che potrebbe andarti male. E io dicevo, papà ma se io mi impegno… e lui diceva, ma sì Albe’, l’impegno è un bello sprone ma poi ci vuole la fortuna… Ma sì, hai capito, papà non ce l’aveva fatta. Nella sua grande umiltà si era adattato al basso tuba, uno strumento di accompagnamento, e questo ti descrive la sua personalità. Ammirava gli altri, descriveva gli altri, di sé non parlava mai, e io forse anche per dimostrargli qualcosa ce l’ho messa tutta, ho avuto successo e sono diventato ricco.
Ma sai che cosa vuol dire essere ricco? Una sola cosa, che ti puoi rilassare, che non hai paura della vecchiaia, perché ti puoi permettere certe infermiere che… Altro che moglie!’. ‘Però devi essere ricco davvero, come me. Non come questi che hanno uno stipendio di un milione, un milione e mezzo, e fanno i debiti per compra’ questo e quello, perché hanno perso la misura della felicità. La felicità è ’na sarsiccetta quando ce vo’.

La felicità vera della mia vita è stata la scoperta del sesso, ottenere un bacio da una ragazza, quelle sono emozioni… E poi gli italiani hanno perso la misura del denaro. Accendono la tv, uno chiede chi è l’eroe dei due mondi, quello dice Garibaldi, e bravo, lei ha vinto 20 milioni. Con una naturalezza! E così non ci resta che l’esibizionismo. Vogliono andare in televisione, tutti, io l’avevo capito già negli anni Cinquanta, ti ricordi quel film, ‘Domenica è sempre domenica?’ C’era un industriale ricchissimo che non aveva altro per la testa che andare al ‘Musichiere’ con Mario Riva. Si compra di tutto per esibizionismo, ci si rovina per esibizionismo. Portare i regazzini a scuola con la macchina è esibizionismo. È colpa della tv se la vita è diventata un grande palcoscenico, esibirsi è diventata regola di vita’. ‘Sì, bè? Che c’è? Sì, un attore che parla di esibizionismo… Ma io sono un professionista, ho sempre lavorato come un pazzo, 187 film in 35 anni, cinque-sei film all’anno. Mi esibisco solo davanti alla telecamera, quando esco dal set ho finito de lavora’, non vado in giro a farmi fotografa’ dai paparazzi. E poi, siccome non mi piacevano le automobili, anziché buttare i soldi nel macchinone americano giravo con una Fiat. Hanno cominciato a dire, cazzo, con tu...
Table of contents
- Copertina
- Colophon
- Indice
- Antonio Padellaro
- Racconti d’Italia
- Testimoni del tempo
- Libertà di penna
- Vecchie e nuove caste
- Quando c’era lui
- La mia vita è un’ arte