I libri di mio padre
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I libri di mio padre

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I libri di mio padre è il primo dei dieci volumi della Saga balcanica di Luan Starova, epopea della storia centenaria dell'esilio della sua famiglia, la cui sorte è emblema del destino collettivo del popolo albanese, e balcanico in generale, perseguitato dalla minaccia del disfacimento, dell'assimilazione, dell'intolleranza e del conflitto.La figura paterna domina la narrazione con la sua quiete e la sua dedizione alla lettura. I libri della sua biblioteca si elevano a oggetti sacri da preservare e portare con sé durante ogni migrazione. In essi egli intravede la strada da percorrere per la salvaguardia della famiglia nel corso dei turbolenti eventi storici che interessano la regione tra il 1926 e il 1976. Da studente ad Istanbul assiste alla caduta dell'Impero Ottomano; fatto rientro nei Balcani, abbandonata la nativa Albania e insediatosi in terra macedone, vedrà il susseguirsi del fascismo e dello stalinismo. I libri costituiscono la sua unica vera patria, amici fedeli di tutta una vita. La carica emotiva che i libri portano con sé; la suggestione dell'autore – figlio del protagonista e narratore – di fronte alla cenere delle sigarette del padre che, come una Fenice, riporta in vita gli ideali paterni; la scoperta, nei libri, della strada interiore da percorrere per giungere all'essenza della propria identità; la rivelazione della saggezza dei libri per il superamento dell'irrazionalità balcanica. Sono questi i punti cruciali de I libri di mio padre.

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Information

Prima parte

PapĂ , la famiglia, i libri

L’amore

Ogni nuovo libro risvegliava una gioia nell’animo di mio padre.
Nonostante fossimo una famiglia numerosa, vivevamo in una casa piccola. Svariati oggetti riempivano lo spazio, già gremito della nostra presenza. Non vi era posto in cui poter collocare seppur un solo libro, senza sconvolgere l’ordine a cui eravamo abituati da anni.
È facile comprendere, dunque, che mia madre si spazientisse per ogni libro che papà acquistava, in primo luogo perché stavamo molto stretti a casa, e poi anche per via della riduzione del bilancio familiare. La mamma, tuttavia, come un vero angelo del focolare, trovava sempre un posto ai nuovi libri, sia pure fuori dalla libreria stracolma di papà. E così lei diventava anche la bibliotecaria invisibile dei suoi libri. Ogni volta che papà cercava qualche libro, e non era sicuro di averlo, alla mamma sarebbe venuto in mente di quale si trattava; con calma l’avrebbe tirato fuori da qualche cantuccio ricavato nel muro e, senza farsi notare, l’avrebbe lasciato sulla scrivania di papà, il quale, smarrito, fissava gli scaffali della libreria alla ricerca del libro che gli serviva, e con concentrazione serbava il pensiero che doveva formulare.
Quando la mamma si allontanava, con i suoi passi lievi, che rompevano il silenzio e annunciavano come sussurri il ritrovamento del libro, papĂ  ritornava in sĂŠ.

Il destino dei libri

Habent sua fata libelli
Delle cose appartenute a mio padre, i libri, dopo la sua morte, costituiscono la testimonianza migliore di un tempo trascorso per sempre. Con grande probabilità, il segreto della durata esistenziale e dell’armonia coniugale dei miei genitori risiedeva nella magnanimità di mia madre, la quale ha alimentato e sorretto l’amore di mio padre per i libri ed è riuscita a elevarsi, per così dire, all’altezza di una figura sacra della sua biblioteca.
E proprio alla luce di questa biblioteca vagante di mio padre può essere spiegata e compresa la storia della nostra famiglia, che i miei genitori non hanno mai smesso di alimentare. Di fatto, ovunque ci conducessero le migrazioni e l’istinto per la sopravvivenza della famiglia, ci accompagnavano anche i libri di papà.
Un nuovo libro era una nuova comparsa nella nostra famiglia; la sua presenza nella nostra esistenza era una nuova via per giungere al termine del lungo cammino della vita.
Non c’è da sorprendersi, dunque, che durante gli spostamenti della famiglia – spesso attraverso i confini balcanici, che in maniera fatale e tragica stabilivano anche il destino degli uomini, delle famiglie, dei popoli – ci capitava di abbandonare ogni cosa, tranne i libri.
I libri ci accompagnavano anche nei momenti in cui avevamo appena il tempo di metterci in salvo: pensavamo che su qualche loro pagina si nascondesse l’enigma della salvezza della famiglia...

Alfabeti e differenze

Già prima che imparassi a leggere e a scrivere, i libri di mio padre, accuratamente custoditi da mia madre, mi erano serviti come giocattoli. Da allora mi è rimasta la passione per i grossi volumi con le copertine rigide, con mosaici di colori, a prescindere dal fatto di leggerli un giorno.
Da bambino, quando ancora non conoscevo le lettere dell’alfabeto, ero in grado di distinguere scritture differenti. Già allora potevo «leggere», che papà possedeva libri nell’alfabeto arabo, cirillico e latino. A prima vista, tutti i libri di papà mi sembravano uguali, ma quando li sfogliavo, notavo immediatamente che erano diversi. Queste differenze, questi testi scritti in vari alfabeti, iniziarono a lasciare in me tracce indelebili, a radicarsi in fondo al mio animo, ancor prima che iniziassi a entrare nel comprensibile mondo dei loro segni.
Questi alfabeti differenti mi sembravano come specchi del mio futuro destino, nei quali vedevo la mia immagine e ogni volta scoprivo me stesso in modi diversi. Proprio nelle tre fogge riflesse nell’aspetto tipografico di quei testi, dovevo cercare l’unica immagine con cui avrei convissuto, come se fossi condannato a rimanere nel labirinto fino alla fine dei miei giorni.

Il giardino

Crescendo mi rendevo conto di come cambiasse anche il mio legame con i libri di papĂ : scritture ingiallite con lettere sbiadite, quasi cancellate, bizzarri atti di ricchezze perdute, decreti, diplomi con sigilli di cera spezzati, attestazioni varie, certificati, registri di tutti i tipi...
Vivevamo nella vecchia casa di un bey, proprio all’inizio del ponte di legno, che collegava il teatro, dotato di un’architettura pseudoclassica corredata da elementi barocchi, con un mercato coperto. Con le forme caratteristiche, che ne avevano preservato l’aspetto, quella vecchia casa sintetizzava a meraviglia l’architettura orientale e quella occidentale, in una sorta di amalgama visibile solo nei Balcani. Quella casa in riva al fiume era attraversata, da cima a fondo, dalla vivacità del paesaggio naturale che la circondava e dall’incertezza delle onde nello scorrere incostante delle cose.
La mamma si dava molto da fare per tenere in ordine quella casa, che tendeva a dilatare nello spazio. La spazzava con assiduità. Iniziava dal lungo cortile, proseguiva con le grandi stanze, per finire all’alta veranda. Dopo una piccola pausa, scendeva a sistemare il giardino recintato, nel quale sembrava essere imprigionato lo spazio, rinchiusa la bellezza e deviato lo spettro naturale dei raggi di luce.
Come per compensare tutto quello che aveva perso per via della recinzione, risaltava all’occhio il fitto mosaico dei suoi vialetti lastricati di pietra e, al centro, la fontana che spruzzava continuamente le rose, i garofani e il basilico, a cui la mamma è rimasta sempre affezionata. In quel giardino, assieme ai semi dei fiori, la mamma seminava anche le sue preoccupazioni.
Dopo i grandi trasferimenti della famiglia, questo posto creava la tranquillitĂ  incerta e temporanea che precedeva le nuove istanze del destino.

La veranda

Un buon libro parla sempre
di famiglie felici e libere
Detto popolare
Oltre che del giardino con la fontana, che sussurrava incessante una parte della cronaca familiare, serbo un particolare ricordo della veranda a strapiombo, la quale sembrava tenere la casa in uno stato di allerta costante, pronta alla partenza e all’allontanamento.
Nelle notti insonni, papà usciva sulla veranda e osservava lo scorrere rapido del fiume. Proprio lì, ancor prima dell’alba, gli sorgeva un pensiero, si fissava in lui, per poi svanire, con il balenare di qualche nuova idea, a lungo covata nella sua coscienza.
La strada dei pensieri cruciali di papĂ  terminava in veranda. LĂŹ, a volte, gli prendeva anche il sonno; a quel punto, tutta la casa era assalita da un profondo silenzio, mentre la mamma, custode del sonno, anche cosĂŹ leggero di papĂ , lo copriva con una coperta sottile.
Talvolta, anche papà si svegliava a notte fonda e si preoccupava se noi bambini, che dormivamo nelle stanze accanto, stessimo bene. Come se assorbisse l’energia che emanava dai nostri sogni, egli si calava in una nuova lettura, con l’attenzione più assoluta, con una tenacia e un entusiasmo rinnovati. E così, il nostro sonno spesso diventava il suo risveglio.
La mamma seguiva con attenzione questi momenti della nostra vita familiare e sentiva in fondo all’anima che papà si trovava davanti a qualche nuova decisione di grande importanza per la famiglia...

L’armadio a muro

Quando la mamma trovava in veranda qualche libro che papà aveva dimenticato, sapeva bene che a suo marito, dopo un giorno e una notte di fatica estenuante, era balenato un pensiero, in un istante tra il sogno e la realtà, e aveva trovato in quel libro la soluzione tanto attesa, che avrebbe dovuto mettere in atto nell’arco di quella giornata.
La mamma prendeva con tenerezza il libro abbandonato e, come per protrarre il legame con papà, lo metteva con cura su uno dei ripiani dell’armadio incassato in una parete della veranda, e non nella biblioteca, dove erano custoditi quasi tutti i suoi libri.
Accanto alla veranda si trovava il soggiorno, nella cui parete grande senza finestre era collocato l’armadio a due ante, che a noi bambini risvegliava la curiosità per il mondo oltre la parete, per le cose che vi erano dentro...
Proprio perché quell’armadio veniva aperto molto di rado, risvegliava tanto la nostra curiosità infantile. Ma era sempre chiuso a chiave e con un apposito lucchetto.
Serviva da libreria complementare per mio padre. In realtĂ , era il cuore della sua biblioteca. LĂŹ conservava manoscritti antichi, libri sacri scritti a mano, rare carte geografiche di Stati balcanici immaginati, documenti sacri della famiglia, lettere che testimoniavano la sua identitĂ .
L’armadio a muro era largo, profondo, infinito. Vi accedeva perlopiù papà e più raramente la mamma, quando doveva spolverare i libri. Quando papà vi si addentrava, noi bambini avevamo l’impressione che si calasse in un’altra dimensione temporale, nel labirinto dei suoi libri.
Nell’armadio a muro di papà, in quel laboratorio del tempo perduto – e solo Dio sa con quanta leggerezza si perde tempo nei Balcani! – noi bambini pensavamo che fossero custoditi i «libri ammalati», danneggiati dalle troppe letture, dall’utilizzo prolungato. E dopo che «qualcuno dei suoi libri malati guariva», papà si affrettava a rimetterlo nel suo posto di sempre nella biblioteca.
Solitamente papà teneva l’armadio serrato con doppia chiusura. Tuttavia, quando usciva di casa, spesso affidava la chiave alla mamma, nel caso in cui i libri si fossero ribellati.

Lo scempio

Un giorno, mentre la mamma era al mercato e i miei fratelli erano sparpagliati, chi a scuola e chi dagli amici, io rimasi completamente solo a casa. Ovviamente, gli occhi mi andarono all’armadio a muro. Come per incanto, forse per la prima volta, la chiave era stata dimenticata nella serratura. Mi assalì una forte tentazione. Girai la chiave. La nostra torre di Babele familiare s’aprì ed ebbi l’impressione di inoltrarmi nei segreti dei sogni proibiti.
L’incontro con i libri mi provocò una sensazione fortissima, tanto da sembrarmi oggetti viventi. All’inizio, ad attirare la mia attenzione furono le grandi enciclopedie, poi i vecchi libri sacri, i titoli di proprietà, i papiri, i documenti familiari. Ma ben presto mi attrassero i fogli con i francobolli variopinti, bollati con timbri verdi.
E chi poteva saperlo, allora, che in quei manoscritti era descritta l’intera odissea familiare?!
Quei francobolli, danneggiati o ben conservati, suscitavano l’impressione che fossero tornati in vita i monarchi, i despoti, i sovrani di regni perduti, che avevano imperato, in periodi differenti, sul destino della nostra famiglia. Ora essi si trovavano rinchiusi, sottomessi, abbattuti, deportati nel grande armadio a muro di papà. In questo momento ero pronto a misurarmi con la loro potenza, ormai sconfitta, a staccarli dagli atti familiari, perché per me questo avrebbe segnato la loro definitiva disfatta…
Scollai, dunque, i francobolli dai documenti familiari molto importanti, senza sapere che così facendo avrei danneggiato l’identità, che la mia famiglia aveva custodito con tanta difficoltà nel corso dei consecutivi tumulti nei Balcani.
E in tal modo imposi un nuovo ordine negli atti e nei manoscritti di papĂ . Tra quelle pagine ingiallite, in particolare, era stato sigillato il tempo balcanico, che era riuscito a resistere.
In effetti, tutti avevano tentato di rubarci il tempo nei Balcani. Allora alimentavo l’illusione che il nostro tempo perduto ed esanime fosse rinchiuso in quell’armadio con i libri rari.
Mi divertii a ritagliare le fotografie, forse dalle uniche enciclopedie esistenti da queste parti nei Balcani, staccai anche i francobolli dai certificati di nascita, pensando di liberarli dalla schiavitĂš dei passati regimi.
Più tardi, i francobolli scollati dai documenti più importanti della famiglia, irrimediabilmente danneggiati, li scambiavo con i francobolli dei bambini del quartiere. In cambio dei francobolli con l’immagine dei sovrani decaduti, ricevevo francobolli con l’immagine dei governanti al potere e antiche monete con i ritratti degli imperatori romani. Questo tipo di commercio è sempre rifiorito nei Balcani, no?
Addirittura, avevo scambiato un intero regno per due, tre monarchie. Tanto era rapida la caduta del loro prezzo…
* * *
In breve, lasciai un gran disordine nell’armadio a muro di mio padre, come se avessi voluto sovvertire per sempre quell’ordine con cui aveva preservato il tempo. Di certo sono dovuto rimanere a lungo lì dentro, poiché quando uscii, mi accolse lo sguardo atterrito di mia madre. Stava piangendo, e simili lacrime le avevo viste raramente nei suoi occhi belli.
Tutte le porte e le finestre della vecchia casa erano spalancate. La corrente d’aria faceva volare dall’armadio i materiali di mio padre, la maggior parte dei quali s’ammucchiava in veranda. La mamma, terrorizzata, vi correva dietro e non ne lasciava volare via uno. Quando si riebbe, chiuse le finestre e si avvicinò all’armadio. Che scena! Un simile disordine non l’aveva mai visto. Di certo le ci volle molto tempo per rimettere tutto a posto, ma a me sembrò un’eternità.
Mise in ordine come potÊ i libri e i documenti, ma non indovinò affatto la loro disposizione precedente.
In tutta la storia della famiglia, non si ricordava una preoccupazione maggiore di questa; la cosa che avevamo di più sacro era stata messa in discussione. E solo Dio sa quello che avevamo sofferto nel tempo in cui la mia famiglia aveva vissuto nei Balcani: guerre mondiali, guerre civili, terremoti, grandi epidemie, dannate migrazioni – duri colpi del destino alle nostre porte. E, impotenti di fronte alle morti frequenti, ci abituammo, in un certo senso, anche alla scomparsa dei nostri cari, che ci abbandonavano per sempre.
Lo ribadisco: non avevo mai visto prima mia madre tanto turbata e non la vidi in questo stato neppure negli anni a venire.
Le vicende drammatiche lasciavano tracce indelebili sui capelli della mamma. I suoi capelli incanutiti erano un vero archivio della vita della nostra famiglia.
Nonostante fosse riuscita ...

Table of contents

  1. I libri di mio padre
  2. Colophon
  3. I libri di mio padre
  4. Prima parte
  5. Seconda parte
  6. Indice