Brivido caldo
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Una storia contemporanea del neo-noir

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Brivido caldo

Una storia contemporanea del neo-noir

About this book

Questo libro analizza il neo-noir (da Detective's story, 1966 e Senza un attimo di tregua, 1967) nel corso degli anni e delle epoche, delle culture e delle ideologie, quale specchio di trasformazioni sociali e di mercato. Per la prima volta in Italia, un genere ormai comunemente accettato dalla critica e dalla teoria accademica viene studiato non in termini unicamente storici ma attraverso alcune "macro-idee" (titoli, volti, autori, tematiche) con le quali tracciare una mappatura in grado di raccontare un genere sia nelle sue dinamiche economiche e produttive, sia quale rappresentazione del mutamento del pensiero, della società e dello spettatore, sia come campanello d'allarme per le sensibilità sociali.

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Information

Year
2020
eBook ISBN
9788849861334

Capitolo 1

Le donne che vissero una volta
Fenomenologia della femme fatale

Nella celebre scena dell’interrogatorio di Basic Instinct, Catherine Tramell, sospettata di essere la responsabile di un sanguinoso omicidio avvenuto a San Francisco, fuma e accavalla le gambe, mostrando per un attimo ai poliziotti di fronte di non portare biancheria intima. È probabilmente il punctum di un film che fa epoca anche per l’impertinenza sessuale. «I am not stupid»: non sono stupida, ribatte Catherine al fuoco di fila di domande. «We know you’re not stupid», lo sappiamo che lei non è stupida. La sceneggiatura di Joe Eszterhas (che nel neo-noir hollywoodiano ha un ruolo determinante: si vedano inoltre Doppio taglio [Jagged Edge, 1985, Richard Marquand], Sliver [1993, Phillip Noyce] e Jade [1995, William Friedkin]) insiste anche attraverso i dialoghi che la donna accusata di un atroce delitto, scrittrice bisessuale à la page, non è stupida, non si comporta da stupida, non ragiona come una stupida qualunque. E lei lo conferma sventolando sotto gli occhi dei maschi che la torchiano la propria intimità più proibita, benché solo per un secondo. Un secondo però più che sufficiente non soltanto per mettere in crisi l’imperturbabilità degli uomini, ma anche per intrappolarli in una rete da cui nessuno riuscirà a districarsi. Neo-dark lady spregiudicata, Catherine alza l’asticella della tensione sessuale con una decisione pari a quella di Phyllis (Barbara Stanwick) di La fiamma del peccato, e che non è eguagliata né dall’astuzia d’ufficio di Meredith (Demi Moore) in Rivelazioni (Disclosure, 1994, Barry Levinson), né dal cinismo spietato di Bridget (Linda Fiorentino), che in L’ultima seduzione (The Last Seduction, 1994, John Dahl) fa piazza pulita dei maschi che la circondano (con una sola eccezione, l’avvocato rampante interpretato da J.T. Walsh, che consiglia la donna sulle mosse migliori per evitare di essere rintracciata dal marito). Basic Instinct è un neo-noir al passo coi tempi, e Catherine Tramell una donna ragno che sembra elevare all’ennesima potenza l’attentato alla mascolinità del sogno di Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman, 1985, Hector Babenco): un naufrago, alter ego del virile co-protagonista interpretato da Raul Julia e incarcerato per motivi politici assieme a un omosessuale (William Hurt), è soccorso su un’isola deserta da una donna misteriosa che versa una sola lacrima, affascinandolo per la sua indeterminatezza ma minacciando così, seppur con un’illusione, la sua integrità di uomo. Catherine è se possibile ancor più impudente di Matty (Kathleen Turner) in Brivido caldo: la sua opera di depistaggio morale e ideologico sfrutta la condizione socio-culturale dell’America (abbuffatasi di denaro ed erotismo nell’era reaganiana e in pieno allarme Aids) per offrire apertamente, esplicitamente, il proprio sesso, chiaro, senza veli, senza schermi. E il grande schermo, in formato per giunta scope, non può che guardare.
Nel neo-noir non è mai esistito nulla di simile. Se negli anni Settanta il genere pare allontanare ogni riflessione sull’iconografia della dark lady per concentrarsi su uomini destinati al fallimento (Il lungo addio, La conversazione, Perché un assassino [The Parallax View, 1974, Alan J. Pakula], Bersaglio di notte [Night Moves, 1975, Arthur Penn]) o dall’identità alla deriva (Strategia del ragno [1970, Bernardo Bertolucci], Complesso di colpa [Obsession, 1976, Brian De Palma], Taxi Driver [1976, Martin Scorsese], L’amico americano), gli anni Ottanta rappresentano al contrario un ritorno alla forma della femme fatale quale nodo cruciale dell’immaginario del nero, a partire da Brivido caldo. Ma gli esempi sono numerosi: Omicidio a luci rosse (Body Double, 1984, Brian De Palma), Attrazione fatale (Fatal Attraction, 1987, Adrian Lyne), The Big Easy (1987, Jim McBride), La vedova nera (Black Widow, 1987, Bob Rafelson), Seduzione pericolosa (Sea of Love, 1989, Harold Becker). Un ritorno dunque in grande stile ma, come si può notare, confinato quasi esclusivamente agli Stati Uniti del culto dell’io (dove nel complesso l’espressione della donna annaspa in un immaginario neo-sessista)1. La dark lady degli anni Ottanta si reimpone quale “pezzo originale”, una femme fatale che è «fenomenologia in purezza»2. In quest’epoca di ridefinizione e ridisposizione la dark lady è perciò un taglio la cui pericolosità per il mondo maschilista «è una specie di sintomatica esagerazione che deriva da ciò che le donne credono sia loro dovuto in una cultura che tradizionalmente le ha sottomesse» (E. Ann Kaplan). Pezzo originale e numero primo è naturalmente Rachael (Sean Young), che in Blade Runner attrae a sé il cacciatore di androidi Rick Deckard (Harrison Ford) proprio per il suo gender non-gender, a tal punto che lo scontro tra uomo e donna – rappresentato nel film anche dall’eliminazione delle replicanti Zhora (Joanna Cassidy) e Pris (Daryl Hannah) – è un contraddittorio sessuale in anticipo sui tempi, che sembra per giunta azzerare qualunque rielaborazione interna al neo-noir suggerita dalla rinascita coeva della femme fatale quale femmina persecutoria; e di dark lady punitive il cinema di questo periodo è pieno, da L’angelo della vendetta (Ms.45, 1981, Abel Ferrara) a Coraggio… fatti ammazzare (Sudden Impact, 1983, Clint Eastwood), Angel Killer (Angel, 1984, Robert Vincent ÒNeill), All’improvviso uno sconosciuto (Lady Beware, 1987, Karen Arthur) e Chiamami di notte (Call Me, 1988, Sollace Mitchell), in una contaminazione di rape&revenge, street thriller, neo-noir e neon-noir senza soluzione di continuità. È però significativo che l’icona della dark lady, appena ridefinita a Hollywood da Brivido caldo e consolidata tra le altre dalla bionda Brooke (Meryl Streep), che in Una lama nel buio (Still of the Night, 1982, Robert Benton) mette a repentaglio la vita di uno psichiatra (Roy Scheider), torni in vita all’alba degli anni Ottanta anche con il ritratto indistinto e inaccessibile di Rachael, un donna troppo algida e perfetta per essere vera (e per essere sessualmente invitante). Così come appare indicativo del giro di boa tra due decenni antitetici, gli anni Ottanta e gli anni Novanta, che nel 1990 Rischiose abitudini (The Grifters, Stephen Frears, sceneggiato da Donald E. Westlake a partire dal romanzo di Jim Thompson, e prodotto da Martin Scorsese) insceni un triangolo neo-noir dove l’uomo è schiacciato tra due dark lady che lottano per il controllo: il giovane Roy (John Cusack), imbroglione senza qualità, cede il passo sia all’amante Myra (Annette Bening), che ambisce a una carriera da truffatrice d’alto bordo, sia alla madre Lilly (Angelica Huston), galoppina per un allibratore. Dopo un’epoca di yuppismo prevalentemente virile, il maschio è ridimensionato dall’immagine stessa della femme fatale (un’immagine pura, bionda, occhiali da sole, eleganza glaciale, mistero), in un cortocircuito addirittura edipico; e finisce infine stritolato da una sessualità altra che non ammette repliche, che sfrutta il presente a proprio tornaconto e che del noir classico è insieme ricordo e cerimonia funebre. Neo-noir dalle atmosfere retrò (nel film non è determinato alcun contesto storico), Rischiose abitudini è il perfetto sepolcro posto su un decennio – gli anni Ottanta - che della femme fatale è la neo-madre: inevitabile allora che da qui, da questa rielaborazione testamentaria di un’idea e di un’icona, il prototipo della dark lady sia costretto a ripartire, probabilmente più forte di prima, senza dubbio con caratteristiche diverse.
È infatti la femme fatale di Basic Instinct a rintrodurre sul mercato internazionale l’immagine di una sensualità i cui precedenti sono molto lontani nel tempo, e che i nudi di Myra o la sicurezza ostentata di Lilly in Rischiose abitudini riescono unicamente a presupporre. Di Catherine Tramell si accorge il pubblico, che decreta per il film di Paul Verhoeven un successo globale, e si accorgono i media, per i quali «è difficile capire dove finisce Sharon Stone e dove inizia Catherine Tramell» (Bill Zehme)3. Il clamore del personaggio è tale che Sharon Stone diventa Catherine, in una sovrapposizione tra star e ruolo per cui l’attrice «sarà sempre la femme fatale di Basic Instinct» (Robert Abele)4, perché «Sharon Stone è una stronza cazzuta. O meglio, nessuno interpreta delle stronze cazzute meglio di Sharon Stone» (James Cartwright)5 – e l’attrice avrebbe continuato a farlo fino a oggi, anche in tv, come rivela la serie Mosaic (2018, Steven Soderbergh). Femminismo e cultura queer scendono in campo, ma le provocazioni giornalistiche, benché volgari, colgono nel segno: Sharon Stone non uscirà più dalla parte, ma anzi la riprenderà fuori tempo massimo quattordici anni dopo, per Basic Instinct 2 (2006, Michael Caton-Jones): epoche e scenari culturali sono diversissimi, e la sua dark lady finisce nel tritatutto del pettegolezzo, tanto che la nuova Catherine ricorda a molti che «le bombe sexy invecchiano velocemente a Hollywood» (Dan Glaister)6.
Il ritorno sulle scene neo-noir di Catherine Tramell induce però a una riflessione più articolata, malgrado la qualità di Basic Instinct 2 non aiuti. Rebecca Feasey afferma che il flop della ricomparsa di Sharon Stone nei panni della sua femme fatale più famosa «sembra dimostrare non unicamente i limiti della rigida immagine di una star, ma anche – e probabilmente in maniera più importante – la sconfitta del potere sessuale di una donna ultraquarantenne»7, perché «se si considera che le femme fatale originali erano regolarmente uccise per la loro trasgressione e che le donne ragno del cinema classico che riuscivano a evitare la pena non tornavano più sul grande schermo, è chiaro che a rimanere eterne sono proprio queste femmine letali classiche»8. L’errore di Sharon Stone e dei realizzatori di Basic Instinct 2, insomma, sarebbe quello di aver voluto riproporre una dark lady due volte: soltanto le cattive che esistono (e magari muoiono) una volta sola sono destinate alla memoria. Ad ogni buon conto, comunque, e ad eccezione di Catherine, nessuna femme fatale ha avuto finora l’omaggio di un bis, neppure quelle che sono scampate tanto al destino, quanto alla giustizia. Diversamente dai beniamini dell’horror, la dark lady è – secondo una regola non scritta – una tantum. Ma è la contestualizzazione storica e culturale del thriller di Caton-Jones, pochi anni dopo cioè l’inizio del nuovo secolo, ad essere emblematica.
Occorre però fare a questo punto una leggera digressione temporale. La produzione neo-noir hollywoodiana degli anni Novanta non teme paragoni, né con quella spagnola (rinata e trasformata sull’o...

Table of contents

  1. Cover
  2. Sinossi
  3. Profilo biografico dell'autore
  4. Colophon
  5. Introduzione
  6. Capitolo 1
  7. Capitolo 2
  8. Capitolo 3
  9. Capitolo 4
  10. Capitolo 5
  11. Bibliografia
  12. Note
  13. Correlati

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