Giovanni Vigolungo nella seconda metà dell'Ottocento è un attivo artigiano falegname a Benevello, nelle alte Langhe albesi. Il figlio Pietro, nel 1919, trasferisce l'attività a Borbore, sull'asse Torino-Alba. Qui sviluppa una notevole attività artigianale di mobili; quando già occupava una ventina di operai muore tragicamente, lasciando il figlio Emilio appena diciassettenne. Emilio Vigolungo è il vero artefice del passaggio dalla grande bottega artigianale all'industria; nel 1947, dopo aver già aperto un negozio a Canale d'Alba, trasferisce l'attività in un nuovo stabilimento sempre a Canale, dove si producono mobili da cucina ed armadi. Più avanti Emilio sente la necessità di diversificare e nel 1960 apre un nuovo stabilimento per la produzione di pannelli compensati. Nel 1966 entra in azienda il figlio di Emilio, Piero Vigolungo, che apporta nuovi elementi tecnologici per cui tutti gli sforzi sono concentrati nell'attività dei pannelli compensati e multistrati. L'azienda aumenta sempre di più negli anni Ottanta e Novanta le quantità e le tipologie di prodotti, con conseguente diversificazione dei mercati e settori di vendita.

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C'era una volta un pezzo di legno
I Vigolungo, da falegnami e costruttori di mobili a leader nei compensati
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C'era una volta un pezzo di legno
I Vigolungo, da falegnami e costruttori di mobili a leader nei compensati
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Information
Publisher
Rubbettino EditoreeBook ISBN
9788849862508
Year
2020Capitolo 1
Come andò che un certo Giovanni Vigolungo cominciò a fare il falegname in quel di Benevello, nella Langa
Benevello, 1911
«C’era una volta… “Un re”, diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno».
Il parroco di Benevello, paese della Langa cuneese che svetta su una collina, a 670 metri sul livello del mare, ha appena letto a voce alta, in canonica, queste prime righe de Le avventure di Pinocchio. Gli piace molto questo libro che ha dato già tanta celebrità a quel Carlo Collodi che l’ha scritto, ma nel rileggerlo gli è venuta voglia di far sorridere il bravo falegname che lavora in cima alla collina, nella sua casa-laboratorio a fianco della vecchia chiesa dedicata a San Secondo. «Glielo presterò, piacerà anche a lui».
Il parroco che è venuto fin quassù dalla chiesa di San Pietro in vincoli, vicino al cimitero, sulla dorsale collinare che guarda verso il torrente Berria e Borgomale, si chiama don Luigi Brovia e il falegname che sta andando a trovare, Giovanni Vigolungo. Mani esperte, le sue… ha già 72 anni.
Il prete ammira molto Giovanni, non solo perché è un bravo artigiano, ma anche perché nella casa di quest’uomo devoto e della moglie Margherita Bruno sono nate pure due belle vocazioni religiose. Il primo figlio, Augusto Vigolungo, già quarantenne, è un apprezzato sacerdote, suo “collega” parroco a Vezza d’Alba, nel Roero. E l’ultimogenita, Flaminia, che ora ha 28 anni, si è fatta suora. «Davvero una bella famiglia», dice a sé stesso, mentre si dirige verso la casa del falegname e ricorda, passo dopo passo, gli altri figli della nidiata che Giovanni e Margherita hanno donato al mondo. C’è Cristina, di 38 anni, che fa la “perpetua” al fratello don Augusto. C’è Teresina, l’ultima nata – nel 1888 − che è andata in sposa al paesano Giovanni Gallesio. Tra tutti questi è rimasto Pietro, che si è messo a bottega con il padre a fare il suo stesso mestiere. Data l’età del genitore gli è ormai subentrato.
Pietro – magro, di media statura, un volto dall’ovale un po’ allungato, con baffetti e scriminatura dei capelli a sinistra − ha 29 anni. Non è andato tanto distante per trovare moglie. Ha sposato una ragazza di Borgomale, comune poco sotto Benevello, a circa quattro chilometri di distanza. Con la moglie, Maria Allario – sguardo serio in un volto da ragazzina furbetta −, e con il figlio di appena due anni di nome Agostino, abita nella stessa casa dei suoi genitori. Si tratta di un ampio immobile in via delle Scuole, a fianco della grande chiesa dedicata a San Secondo, che domina la piazza antistante, nel punto più alto di Benevello. La casa è perfettamente parallela alla chiesa e ha finestre e balconi che guardano sulla bassa Langa. Al piano terra c’è il laboratorio da falegname.
«Giovanni, devo dirle una cosa», esclama allegramente il parroco, bussando alla porta del laboratorio dove sente lavorare il falegname. Sotto braccio ha il libro con le avventure di Pinocchio. Saluta prima il figlio Pietro, che gli è venuto incontro, e si rivolge poi a suo padre: «Giovanni, non so se lo conosce, ma questo libro parla di lei. Di pezzi di legno lei ne lavora tanti per fare i mobili… magari la divertirà leggerlo, anche se lei non fa burattini… Glielo presto». E sorride benevolmente.
Il libro racconta infatti la famosa storia del falegname Geppetto che, un giorno, per farsi compagnia, si costruisce un burattino di legno. Burattino che, a momenti alterni e misteriosamente, si tramuta in bambino. Giovanni guarda il parroco che è venuto a fargli visita. Interrompe per un momento il lavoro che sta svolgendo e osserva il libro che gli ha sporto don Brovia. Ma lo sfoglia con un certo imbarazzo: è ben più abituato a maneggiare pialle, seghe, punteruoli, colla, chiodi e martello. Tuttavia ne rimane affascinato. In fondo è la storia di un collega…
«Grazie arciprete, conosco questo libro, ma non l’ho mai letto, cercherò di leggere qualche pagina…»
«Bene, ora la lascio», replica il prete, «devo andare a prepararmi per la messa: mi aiuterà come chierichetto quel santo di bambino che porta il vostro cognome». Il prete si sta riferendo a Maggiore, detto Maggiorino, pure lui un Vigolungo, figlio di Francesco, che però non è imparentato con la famiglia di Giovanni pur portando lo stesso cognome. A Benevello ci sono tanti Vigolungo. «Oggi», aggiunge il curato, «abbiamo visite. Da Alba viene a trovarmi un giovane prete che sono sicuro lascerà il segno: vuole fare apostolato attraverso i moderni mezzi di stampa. Si chiama don Giacomo Alberione. Passerà un po’ di tempo qua, a darmi una mano. Ci vediamo. A presto Giovanni». «A presto don Brovia, e ancora grazie per il pensiero».
Ha tanto da fare Giovanni, nonostante la sua non più giovane età. Ma è proprio il lavoro a tenerlo in forma. E di conseguenza è molto indaffarato anche il figlio Pietro, che si sta facendo onore come falegname e mobiliere al pari di quello che è stato il padre in tutti questi anni a Benevello.
Pietro ha avuto la fortuna di trovarsi il lavoro in casa. Giovanni, invece, ha iniziato da zero la sua professione. Suo papà, Carlo, sposato con Marianna Chiavarino, aveva sempre fatto solo l’agricoltore. Ma a lui, un giorno, viene l’ispirazione: capisce che il mestiere di contadino è troppo soggetto alle condizioni del tempo mentre quello del falegname non solo è molto ricercato ma dipende unicamente dalla voglia che uno ha di lavorare! Allora è andato a bottega a imparare e poi si è messo in proprio.
I Vigolungo, padre e figlio, sono una bella risorsa per Benevello. Li chiamano nelle case del paese e nelle cascine, per arredare le stanze o per aggiustare porte o finestre. Sono ricorsi ai Vigolungo anche i proprietari del piccolo castello di Benevello, a due passi da casa loro. Qui, dal 1881, un grande scienziato e prete di Torino, Francesco Faà di Bruno, notissimo ma anche osteggiato dalla borghesia anticlericale della ex capitale del Regno sabaudo, ha avviato una scuola comunale e un centro professionale per donne: qualcosa di rivoluzionario per questi tempi…
Insomma, Benevello, anche se è un piccolo e sperduto paese della Langa, ha in sorte di attirare tante belle teste…
Capitolo 2
Sull’Italia si abbatte la bufera della prima guerra mondiale, una sciagura che non risparmia la famiglia di Giovanni
Benevello, 1915-1918
Sull’Italia si sta abbattendo la bufera della guerra. Da Benevello, come da altri paesi della Langa, nel giugno del 1915 giovani e meno giovani sono partiti per il fronte. Tra questi non c’è Pietro, il figlio del falegname di Benevello. Ha 33 anni e ha ormai preso stabilmente il posto del padre. La moglie, Maria, gli ha appena dato un secondogenito di nome Emilio mentre il primo figlio, Agostino, è ormai pronto per le scuole elementari. Spera, Pietro, di scamparla, e di non essere richiamato a guerra cominciata…
Speranza vana. Non molto dopo le prime partenze è arrivata la lettera che richiama Pietro al servizio militare. È una mazzata pesantissima su questa giovane famiglia. Come fare a mantenersi? Papà e mamma di Pietro − Giovanni e Margherita – sono già anziani: lui ha 76 anni, lei solo qualcuno in meno. Giovanni dovrà farsi forza e continuare a essere nuovamente lui il falegname di Benevello, lui, il perno economico della famiglia…
Dalla parrocchia di Vezza d’Alba, intanto – a una ventina di chilometri da Benevello, sulla direttrice per Torino − il fratello prete di Pietro, don Augusto, è protagonista indiscusso del paese. Dopo aver tanto osteggiato pubblicamente l’eventualità di un intervento dell’Italia nel conflitto tra Triplice Alleanza e l’Intesa del Patto di Londra, capisce che non c’è altro da fare che prendersi cura di chi è rimasto nelle campagne e sulle colline, e trepida per chi è al fronte contro l’Austria. Così, dalle pagine del giornale parrocchiale «La Rocca», spinge tutti alla solidarietà.
A casa di Pietro – non ancora partito per il fronte − è arrivata una copia di questo bollettino parrocchiale, porta la data del 6 giugno 1915. Maria sta allattando il piccolo Emilio. Le dice: «Ascolta, Maria, che cosa ha scritto mio fratello e dimmi se non è un grande uomo!» Pietro attacca a leggere ad alta voce:
Nei giorni passati abbiamo visto partire i giovani e i padri. Accompagnammo questi cari amici del nostro cuore con le nostre preghiere ma non basta pregare per loro. Essi a casa hanno lasciato un papà e una mamma che piangono sulla loro sorte: noi dobbiamo consolarli questi genitori dei nostri soldati, come fossero genitori nostri. Essi forse hanno lasciato bambini e figli a casa: questi bambini e figliuoli non hanno più i mezzi per la vita. Noi dobbiamo prendere il loro posto e pensare a questi bambini come fossero nostri. Essi per andare al servizio della patria, hanno abbandonato i loro modesti poderi, le loro vigne, ove traevano il sufficiente sostentamento per la famiglia. Ora chi lavorerà questi campi e queste vigne? Noi che siamo a casa.
Maria, che ha ascoltato in silenzio la lettura del marito, si lascia sfuggire un gemito di commozione, ma si riprende subito. Anche Pietro è colpito dalle parole del fratello, sono parole che riguarderanno tra pochissimo anche lui, ma continua a leggere:
In paese si è costituito un comitato composto dai consiglieri comunali e altre persone volenterose per venire in aiuto a chi avrà bisogno nei lavori in campagna, ora che sono rimasti solo donne e bambini. Ogni consigliere si prenderà cura delle famiglie nella propria borgata. Ci si scambierà i lavori tra le famiglie vicine, alle donne si lasceranno i lavori meno pesanti e sarà compito degli uomini fare i più faticosi come dar l’acqua alle viti.
Pietro non ce la fa più ad andare avanti nella lettura. Suo fratello ha scritto queste parole per confortare i suoi fedeli vezzesi, ma anche Benevello – e lui stesso, suo fratello! – sono chiamati a dare il proprio contributo alla causa della guerra.
E intanto, è ormai scesa la sera sulla Langa, e l’imbrunire non fa che accrescere la mestizia del momento: «Chissà se tornerò a casa e in quali condizioni?»
Sono trascorsi tre anni terribili per il mondo in guerra e Benevello è in apprensione per i suoi soldati. Il 1918 è appena cominciato e non si intravede ancora una fine per il conflitto che sta insanguinando l’Europa e il confine italiano con l’Austria. Pietro ha mandato lettere: è vivo e sta bene. Non specifica quali mansioni gli siano toccate, se è direttamente in trincea o se stia nelle retrovie. È in guerra… Punto! Ma è vivo… e questo solo deve bastare.
A Benevello, nel frattempo, la vita scorre abbastanza tranquillamente: in parrocchia, in questi anni, è tornato più volte don Giacomo Alberione, per motivi di salute e nel contempo per aiutare il curato don Brovia nel suo servizio. Insieme, cercano, a loro modo, di incoraggiare le famiglie dei soldati al fronte. I parrocchiani di Benevello hanno imparato ad apprezzare il giovane pretino e spesso lo hanno visto recarsi a piedi dalla parrocchia alla chiesetta di Madonna di Langa e recitare il Rosario lungo il cammino. Agostino, il primogenito di Pietro, è affascinato dalla sua personalità. Don Alberione dice messa la domenica, ma di solito arriva a Benevello il giorno prima. Agostino, sapendolo, il sabato sera corre in canonica, dove è un po’ di casa per via dei buoni rapporti della famiglia con il parroco don Brovia, e domanda sempre: «È arrivato il teologo?»
Alla fine di luglio del 1918, mentre i pensieri sono rivolti soprattutto alle sorti della guerra, accade qualcosa di terribile e imprevisto che commuove tutto il paese: Maggiorino Vigolungo tornato da Alba, dove frequentava la scuola di don Alberione, muore improvvisamente in casa sua per le conseguenze di una pleurite e di una sopraggiunta meningite. Al funerale Agostino se ne rimane un po’ appartato e pensieroso: «Maggiorino, ti assomiglio solo nel cognome, ma forse più che in altri sento il desiderio di essere felice come te…» Gli adult...
Table of contents
- Cover
- Sinossi
- Profilo biografico dell'autore
- Indicazione di collana
- Colophon
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12
- Capitolo 13
- Capitolo 14
- Capitolo 15
- Capitolo 16
- Capitolo 17
- Capitolo 18
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21
- Capitolo 22
- Capitolo 23
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27
- Capitolo 28
- Capitolo 29
- Capitolo 30
- Capitolo 31
- Capitolo 32
- Capitolo 33
- Capitolo 34
- Capitolo 35
- Capitolo 36
- La storia dei Vigolungo per immagini
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