Giorno Trentadue
Sono arrabbiata con te, sono così arrabbiata con te. Non perché tu stia già con un’altra, quello non mi interessa. O forse sì, un po’ mi interessa.
Sono arrabbiata con te perché sei stato egoista, hai scelto per entrambi di darci una fine che non ha saputo essere in alcun modo dignitosa, hai deciso per due che non ci saremmo più visti né sentiti, non hai voluto neanche dirmi di lei. Hai lasciato che lo scoprissi da sola, che, da sola, deducessi che era davvero finita, che il nostro viaggio era terminato, i nostri sogni svaniti nel nulla.
Per la prima volta, mi sono guardata con occhi diversi dai tuoi, e non mi sono piaciuta. Anche se ho cambiato il colore dei miei capelli, anche se ho lasciato il lavoro che mi opprimeva da una vita, se il mio armadio è più in ordine e ha un ordine tutto diverso da prima.
Non mi sono piaciuta perché, pur cambiando, sono rimasta la persona che piaceva a te, quella che tu volevi che fossi. Ho lasciato il lavoro ma non ne ho ancora trovato un altro, ho promesso di non scriverti più ma continuo a farlo, esco raramente e ho poca voglia di fare qualcosa di realmente utile per la mia vita.
Non mi piaccio. Adesso sono ancora la persona che va bene per te, ma non vado più bene per me. Per questo sono arrabbiata, perché in tutti questi anni mi hai trasformata in quella che sono ora e non basta, non basta cambiare look, capelli e armadio. Non basta niente.
Sono arrabbiata perché non ricordo più come fossi prima di conoscerti, non so più chi ero prima. E voglio scoprirlo. Non per farti una ripicca, non perché tu sia andato avanti, ma perché ho bisogno io, di ricominciare da capo, di reinventarmi da zero e di respirare tranquillamente in un universo in cui, malgrado sappia perfettamente che tu ci sei, non sei con me. Ho bisogno io, di piacermi di nuovo, di starmi a pennello, di calzarmi alla perfezione. Ho bisogno io, di essere arrabbiata con te. Anche se questa me, quella che ho smesso di vedere con i tuoi occhi, non è più arrabbiata con te.
Non sono nemmeno più capace di essere arrabbiata con te. Non so nemmeno più arrabbiarmi con te per non aver avuto il coraggio di noi.
Ti guardo e non ricordo più neanche cosa avrei voluto dirti fino a poco tempo fa. Ti guardo e non capisco più che senso abbia, che senso abbia avuto, volerti così tanto.
Avrei voluto dirti quanto siamo stati cretini: tu, perché sei scappato via, e io perché te l’ho permesso, perché non sono mai venuta a riprenderti.
Avrei voluto rimproverarti perché in tutto questo tempo non sei riuscito a darmi spiegazioni, avrei voluto urlarti contro tutto il male che mi hai fatto, ucciderti con la rabbia che mi hai sepolto dentro. Avrei voluto costringerti a chiedermi scusa, avrei voluto che tu mi supplicassi di perdonarti e che fossi io quella in dubbio sul farlo o meno. Avrei voluto toglierti la vita con uno sguardo, senza smettere di ricambiare i tuoi. Avrei voluto rincuorarti, prenderti a schiaffi per poi stringerti più forte, graffiarti nel profondo per poi disinfettare ogni ferita. Avrei voluto dirti che soltanto un idiota si lascia scappare un’occasione del genere, una vita del genere. Avrei voluto ricordarti le poche cose che ti avevo pregato di fare e di non fare, avrei voluto condannarti per non aver rispettato nessuna delle mie stupide regole. Le regole che mi ero imposta per non farci del male, per non rovinare ogni cosa. Le regole che tu hai calpestato senza nemmeno la decenza di guardarmi in faccia, senza nemmeno il buon gusto di dire la verità.
Avrei voluto ripeterti tutto quello che mi hai detto e in cui io ho disperatamente creduto, tutto ciò a cui mi sono aggrappata mentre tu eri impegnato a evitarmi. Avrei voluto rinfacciarti tutte le volte in cui mi sarei aspettata un banalissimo sorriso, tutte le volte in cui mi sono detta che le cose sarebbero cambiate, che tu, il coraggio per mandarmi uno stupido messaggio, l’avresti trovato.
Avrei voluto che il senso di colpa ti divorasse da dentro, che una quantità smisurata di rimpianti non ti permettesse di dormire la notte, che il buio ti parlasse sempre troppo di noi e di tutto quello che non hai voluto continuare a scoprire. Avrei voluto che tutte le domande in sospeso ti tormentassero ogni maledetto giorno della tua vita, che fossi tu a chiederti come sarebbe andata se…
Avrei voluto che quel dannato “se” annullasse a te ogni possibilità di essere felice, felice sul serio, come quando eravamo io e te in una spiaggia deserta a fissare le nuvole e a inventarne le forme.
Avrei voluto che ogni ricordo ti si ripresentasse sempre nei momenti meno opportuni, come qualcosa che non riuscirai mai a digerire, come una fame che non puoi saziare, come un sogno che non riesci a smettere di fare.
Avrei voluto che tu mi ricercassi nei tuoi, di sogni, nei momenti in cui il silenzio fa più paura, nei momenti in cui la compagnia degli amici più stretti non sa come farti sentire meno solo.
Avrei voluto che tu sentissi la mia mancanza, che ti mancasse l’aria, che tutto fosse d’un tratto così incredibilmente pesante, troppo pesante per poter sostenere ogni cosa sulle tue piccole spalle.
Avrei voluto che tu mi pensassi, che sentissi spesso quella malinconica sensazione che ti spinge a chiederti come avrei reagito io a quella battuta che a te ha fatto tanto ridere, come mi sarei comportata al tuo posto e cosa avrei risposto a quel commento fuori luogo che tu hai lasciato correre troppo spesso.
Avrei voluto che tu, anche solo una volta, reagissi, che tu mi dessi un minimo segnale, che tu dimostrassi, anche soltanto per un minuto, di esserti pentito. Non dico per avermi persa, ma almeno per avermi demolita pezzo dopo pezzo, almeno per aver disintegrato in un attimo tutto ciò che di buono ero disposta a donarti, almeno per aver ucciso per sempre la persona che ti sorrideva con gli occhi e ti parlava con il cuore. Almeno per aver assassinato l’amicizia a cui tenevo prima che tu rovinassi tutto, almeno per aver deteriorato ogni rapporto, per aver rotto un equilibrio precario, per aver pensato che creare un problema dal nulla, per poi ignorarlo, non avrebbe distrutto proprio niente.
Avrei voluto che tu ti pentissi, perché mi hai persa, demolita, disintegrata, uccisa, assassinata e deteriorata. Perché l’hai fatto come se ti venisse naturale farlo, con un’indifferenza e un’apatia, che io non ero nemmeno capace di immaginare.
Non è successo niente di tutto questo, e io non so più arrabbiarmi con te per tutto quello che sarebbe potuto o dovuto succedere.
Non provo più rabbia per la tua codardia perenne… provo tenerezza, quasi.
Mi fa pena, il tuo non metterti mai in gioco fino in fondo, la tua paura di rischiare e l’incapacità di affrontare una tua qualsiasi fobia, il modo stanco con cui ti trascini nella vita, come se ogni giorno fosse uguale al precedente, come se dovesse necessariamente essere identico al successivo.
Mi fa pena, aver sperato che tu potessi essere diverso, che tu davvero fossi capace di provarci.
Ma non importa più. Non mi importa più salvarti, non è più importante per me chiederti cosa farai domani, come è andata la tua giornata.
Non aspetto più nessun segnale, nessun messaggio, nessuna giustificazione. Non mi aspetto più che tu mi chieda scusa, non saprei più cosa farmene del tuo dispiacere e dei tuoi sguardi accesi dalla compassione.
Non ti voglio più, ora che a malapena riesco a reggere la pressione dei tuoi occhi puntati su di me, ora che li sento addosso ma guardo altrove per non perdermici dentro un’altra volta, perché nessuno verrà a salvare me. E io avevo e ho bisogno di essere salvata. E, oltre a te, ai tuoi dubbi, alle tue paure infantili, ai tuoi impegni monotoni e alle tue fughe insensate, c’ero e ci sono io. Io, che ti ho detto soltanto che ti avrei aspettato per sempre, che ti sono venuta incontro, che ti ho chiesto di parlarmi e di non coinvolgere altre persone.
Eravamo in due, eravamo noi, ma tu eri sempre più di me, per me eri sempre di più di quanto io avrei mai potuto essere per te. E adesso siamo due, due singoli, che a stento si salutano e non provano nemmeno più a capirsi.
E vorrei odiarti, rimproverarti, rinfacciarti tutto. Vorrei saperti infelice, tormentato, malinconico, distrutto tanto quanto lo sono io. Vorrei avere la forza di prendermela ancora con te, ma non ce l’ho, e non è così.
Ora che ti guardo da lontano e hai il volto di tutte le pazzie che ancora avrei fatto per te, di tutte le persone che ho rifiutato negli anni perché il mio cuore occupato non avrebbe potuto ospitarne una in più, di tutto il bene che ho negato ad altri, di tutti i posti in cui ti avrei voluto portare, dell’inquietudine di ogni silenzio e della solitudine nelle serate in compagnia. Hai il volto di una meraviglia che ha smesso di concretizzarsi, del tanto che poteva continuare a essere e del niente che è stato, di ogni carezza regalata e di ogni abbraccio in cui ho abbassato le difese. Hai il volto di un futuro così bello, che non so descriverlo. Hai il volto di un futuro che avrei voluto scoprissimo insieme, di tutti i progetti che mi hai azzerato, di un sogno infranto e di un fastidioso capriccio che non passa. Hai il volto di un treno perso che non fa più fermate, delle notti in bianco e delle giornate vuote. Hai il volto di un telefono spento, di tutti i baci che avrei voluto darti e degli aneddoti che ti avrei raccontato un milione di volte, e che tu ti saresti comunque fatto ripetere a oltranza. Hai il volto di tutto il coraggio che, invece, io ho avuto, di tutti i tentativi che io ho fatto, dei segnali che io ho mandato. Hai il volto della resa, di un abbandono feroce e di un saluto distaccato, di un sorriso finto e forzato. Hai il volto di tutto ciò che ho perso, di ogni cosa che avrei voluto e che non avrei accettato da nessun’altra persona al mondo. Hai il volto di un mondo che avrei continuato a esplorare, di un fortino di cui ho perso la chiave, di un ritornello di cui non ricordo più le parole, né la melodia. Hai il volto della rinuncia, della disperazione, delle promesse non mantenute e di frasi stanche. Di una complicità andata persa e di un oggetto smarrito. Hai il volto di tutto ciò che non sono più capace di dire, e che, fino a poco tempo fa, ti avrei urlato contro, esasperata.
Provo un’infinita nostalgia per tutto ciò che mi hai portato via, ma ti guardo negli occhi e non so più ritrovare un senso, non so più come arrabbiarmi con te per tutto questo, come farti pagare il conto salato che mi hai addebitato.
Non ha più senso parlarti, cercare di capirti, provare tristezza per la tua inappagante esistenza, provare un qualsiasi sentimento per la tua persona.
Vorrei non vederti più, non correre più in nessun modo il rischio di incontrarti per caso in ogni angolo di questa immensa città. Vorrei che tu non fossi mai esistito, vorrei non averti mai conosciuto. Vorrei che i nostri destini non si fossero mai intrecciati tra loro. Vorrei soltanto che tu non fossi tu, così singolo e triste da farmi paura. Che fossi ancora un po’ mio, così, in due, non sarei più tanto spaventata. Vorrei riuscire a sostenere il tuo sguardo senza mettere a repentaglio ogni singola parte me.
Non so odiarti, ma non so starti così vicina. Tu hai smesso di volermi stare accanto e io non riesco a starti a due passi, se quei passi non possiamo farli insieme. Non riesco a sfiorarti nemmeno per un saluto, se tu non vuoi che scaldi le tue mani ghiacciate. Adesso, sarà lei a scaldartele.
Non so come si possa stare meglio, se mi basta rivederti una volta per sprofondare ancora, e ancora, e ancora…
Non so come si possa respirare, come l’aria possa tornare d’un tratto leggera, come quando tu e io respiravamo uno accanto all’altro. Non so come i ricordi possano smettere di tormentarmi, come si possa spegnere il cervello e riposare.
Ora che ti guardo, e una valanga di pensieri confusi mi fa esplodere la testa. Ora che tutti quei “se” e quei “ma” mi travolgono senza lasciarmi in pace un attimo. Ora che tu non mi hai voluto, non hai avuto il coraggio di noi… e io avrei soltanto voluto offrirti un po’ del mio.
Ora che non ha più senso, niente ce l’ha, ora che non posso chiederti cosa farai domani o come è andata la tua giornata. Ora che non mi soffermo più a guardare che forma hanno le nuvole, che mi trascino in un’esistenza che poteva essere differente.
Ora che non mi hai voluto più, e vorrei chiederti tanto come si fa, a non volere più qualcuno.
Non voglio neanche odiarti, vorrei solo non volerti.
Ti prego, insegnami a non volerti più, insegnami a fare a meno di te e a non morire dentro appena ti vedo. Insegnami ad andare avanti anche ora, ora che posso perfino stare bene, se tu non sei nello stesso posto. Insegnami a lasciarti andare, ovunque io sia, ovunque tu sia.
Non hai voluto che fossimo insieme, ...