Utopia (Europa)
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Ovvero del diventare cittadini europei

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Utopia (Europa)

Ovvero del diventare cittadini europei

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Il pensiero di un'Europa unita è un'idea grande, però non c'è Europa se non ci sono i cittadini. Ecco, abbiamo bisogno di diventare cittadini europei. Di imparare a guardare lontano, perché "Europa", una parola greca, forse significa proprio "occhi grandi". Ma come si fa? Un'Europa dell'economia non basta, un'Europa del privilegio non ha senso. Ci vuole un'Europa dei pensieri, un'Europa della paideia: ci vogliono cittadini che vivono insieme e che si confrontano, in una coscienza plurale e collettiva fatta di molte lingue e diverse culture, ma che sanno anche riconoscere qualche fondamento importante in comune. Proviamo allora a intuire che cosa può essere l'Europa e che cosa significa essere cittadini europei. Per riflettere prenderemo come spunto il concetto espresso in Utopia di Thomas More, che compie ora i suoi cinquecento anni: sarà un buon libro per meditare sulla nostra utopia europea che nasce dopo le due guerre mondiali del '900. Per capire meglio saranno indispensabili i nostri tremila anni di pensieri, proprio a cominciare dai classici antichi, che forse possono aiutarci. Se l'Europa unita, per come è costruita oggi, si sta rivelando sempre più un'utopia, forse proprio rimeditare le tensioni ideali che hanno animato gli antichi può spingerci a perseverare in un ideale che sembra sotto scacco.

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Information

Year
2019
eBook ISBN
9788857563145

Alberto Camerotto

Utopici Feaci,
ovvero a che cosa
servono le utopie
(Secondo Omero)

1. In principio c’è la guerra
Tutto comincia con la guerra. È la guerra di Troia. La prima guerra dell’immaginario d’Europa. Sono infiniti lutti. Non finiscono più. Contro l’arroganza degli uomini. Contro la fiducia presuntuosa della guerra lampo. Sembra una cosa moderna. Legata alla forza, alla potenza delle armi, della tecnologia1. Una illusione che come sappiamo ritorna sempre. Ma è un’illusione antica. Anche gli Achei, che l’hanno scatenata, credevano di cavarsela con poco. Nell’epica greca arcaica ci sono le parole per questo, gli epiteti tradizionali che disegnano i tratti della guerra nell’immaginario più antico. Ma da allora in poi si insiste sulla lunghezza della guerra, anche dopo mille anni di versi epici, così come faremmo noi adesso2. Dieci anni di stragi sono insostenibili anche per chi crede di poter vincere. E i dubbi inevitabilmente arrivano già per i combattenti disillusi e per Omero3.
È proprio così, è questa la natura della guerra: la violenza, le uccisioni, il sangue non hanno mai termine. Non c’è limite, non c’è confine nel tempo: ogni giorno, ogni luna, ogni anno che passa la fine si allontana. Gli uomini cominciano a capire quando è troppo tardi. Dopo che è scoppiata, la guerra non la si può più fermare. Non ci sono previsioni possibili, se non quelle degli oracoli divini, allusivi, tremendi nel sistema delle metafore, e sono le previsioni peggiori possibili: ma quelle degli dei, al contrario di quelle degli uomini, sono veritiere. Sicuramente al di là delle possibilità di sopportazione dei mortali. Il tizzone della violenza non si spegne mai, rinasce, si rinnova all’infinito. Un bel monito.
Conosciamo dai racconti epici le devastazioni dei dieci anni della guerra di Troia. Ci sono le battaglie, i duelli, l’assedio, le vittorie e le sconfitte a nutrire le illusioni degli uni e degli altri. Il sangue, le uccisioni, i riti funebri riaccendono sempre più il dolore, l’odio e l’istinto della vendetta. E poi viene il momento senza ritorno, il tema di canto più impressionante, la persis4. È la caduta della città. Quando si scatena la ferocia degli uomini che non sono più uomini, non c’è più nessuna inibizione, nessun tabù che regga. Le distruzioni divengono oltraggio, euforia della vergogna. Il fuoco cancella le case, i palazzi, i templi. Ci sono le stragi. Le donne diventano preda di guerra. Con ignominia, tra lo stupro e la schiavitù. Perfino i bambini sono gettati dagli spalti, sgozzati tra le braccia delle madri. Ci dice quello che avviene, senza nessuna reticenza e con la chiarezza di una definizione, la paura della sposa di Meleagro. È una storia nella storia, che serve da paradigma (Il. 9.592-594)5:
κήδε’, ὅσ’ ἀνθρώποισι πέλει τῶν ἄστυ ἁλώῃ·
ἄνδρας μὲν κτείνουσι, πόλιν δέ τε πῦρ ἀμαθύνει,
τέκνα δέ τ’ ἄλλοι ἄγουσι βαθυζώνους τε γυναῖκας.
Tutti i mali, che colpiscono gli uomini la cui città venga espugnata:
ammazzano i maschi, la città è distrutta dal fuoco,
altri si prendono i figli e le donne di bella persona.
Senza più nessun velo moralistico lo ripete la maledizione di Agamennone, nessuno dei Troiani deve sfuggire alla morte, neppure il bambino ancora nel ventre della madre6. Lo sa troppo bene Priamo quando ormai è vicina la morte di Ettore e con essa la fine di Ilio7. Ci mostrano tutto questo le immagini del pithos di Mykonos non troppo lontane nel tempo dal canto di Omero8. Con il cavallo terribile e i guerrieri achei in alto sul collo. Scene e sequenze spettacolari. Memorabili. Ossia da ricordare per sempre. Ma sappiamo che non basta mai.
La guerra è la fine della civiltà. Ma la guerra non ha mai fine. È la soluzione senza soluzione. Da una guerra ne nasce un’altra, dalla violenza nasce moltiplicata la violenza. Il sangue, la morte chiedono altro sangue, altre morti, senza possibilità che la catena abbia un termine se non nella distruzione totale9. E qualcuno crede che questo valga solo per i vinti, invece Omero e tutti i racconti della guerra di Troia ci dicono dell’altro. Il risultato vale anche per i vincitori, è sempre così. Lo vedremo subito, tra il mito e Omero. Ma noi l’abbiamo imparato concretamente solo tremila anni dopo. Impossibile capire, se non pagando sulla propria pelle, con la propria storia. Ma le immagini, i racconti, i paradigmi sono lì finalmente per spiegare, anche quando sembra ormai che il tempo per capire sia passato. Così è stato per l’Europa.
2. Immagini utili dallo scudo di Achille
Ma torniamo pure indietro, l’epos serve, serve l’arte di Efesto. Nell’immagine al centro dello scudo di Achille è tutto chiaro. È una bella illustrazione, molto didattica, come su una lavagna, immediata, anche per chi sta distratto in ultimo banco. Una rappresentazione polare, ciò che è il paradigma positivo da una parte, il suo opposto, ossia il paradigma negativo, dall’altra. Sono due città, dove il numero duale sottolinea che sono identiche, entrambe belle come lo sono nella storia le città: Il. 18.490s. ’Εν δὲ δύω ποίησε πόλεις μερόπων ἀνθρώπων / καλάς. Ma sono drammaticamente complem...

Table of contents

  1. MIMESIS / classici contro
  2. Utopici Feaci, ovvero a che cosa servono le utopie (Secondo Omero)
  3. La nave/Stato dalla Grecia antica all’Europa “in gran tempesta”
  4. L’Europa nasce a Mileto
  5. L’Europa nasce a Mileto
  6. Costruzioni discorsive sull’Europa e sui rapporti tra continenti nell’antichità greca
  7. Atene o l’utopia della democrazia
  8. Pratica del potere e idea di natura
  9. Il potere alle donne, le donne al potere
  10. Confini, soglie, sconfinamenti
  11. Utopie, distopie, integralismi
  12. Ucronie per l’Europa: da un’inesistente guerra di Troia a un’Europa nazista
  13. Apologia Europea, in stile arnobiano, contro i nazionalisti
  14. Europa: nel segno dell’utopia storica
  15. Ripensare l’Europa, per ricostruirla in modo piú giusto
  16. Quo vadis Europa? L’Unione Europea è un’utopia?
  17. Praljak e il suicidio stoico
  18. CLASSICI CONTRO

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