Giovani e rivoluzionari
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Giovani e rivoluzionari

un?autobiografia dentro l?arte degli anni Sessanta

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Giovani e rivoluzionari

un?autobiografia dentro l?arte degli anni Sessanta

About this book

Nelle osterie che frequentavamo di più, tipo il Pino Pomè o la Maria alla Magolfa bocciofila, o il Pino alla Parete, giravano due ragazzi simpaticissimi con chitarre e canzoni lombarde, ed erano il Cochi e il Renato. Al Jamaica trovavi la Mariangela Melato, o il Gian Maria Volonté, che studiavano al "Piccolo". Si andava spesso in una casa molto ospitale del Franco che poi risultò essere il Franco Maria Ricci. Nel 1973 curavo, nell'atrio della Triennale, un ambiente totale di vuoto, fuori dall'abituale monumentalismo. Vi realizzai delle performance di artisti, e una fu di Franco Battiato, anche lui senza soldi come tutti, dormiva in casa del Marco Mondadori.

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Information

Year
2019
eBook ISBN
9788857562285
Topic
Art
Subtopic
Art General
GIOVANI E RIVOLUZIONARI
Diario
07/05/2014
PREMESSA
Non ho mai sopportato la prigionia del diario quotidiano, anche quando da ragazzina mi regalavano dei libri bianchi con copertine molto divertenti. Conscia da sempre che, il minuto dopo aver scritto una frase, il tempo era già trascorso, non aveva senso bloccare in una scritta un qualunque pensiero che, in evoluzione, non sarebbe stato più lo stesso. Preferivo vivere i miei fatterelli un minuto dopo l’altro, seguendo il fluttuare temporale.
In occasione di una mostra alla Fondazione Mudima di Milano, coincidente con il mio settantesimo compleanno, nel 2006, mi trovai nella necessità di realizzare un percorso retroattivo con i materiali di lavoro: progetti, disegni, oggetti, manifesti, souvenir degli amici artisti ecc. Insomma un diary. Da là, lo spunto di una rilettura di quello che era stato il mio rapporto con il Piero Manzoni, per il quale avevo deliberatamente rinunciato a quasi tre anni del mio percorso, ma dal quale avevo volutamente mantenuto le distanze, proprio per l’autonomia del mio lavoro.
Nel 2007 iniziai a rincontrare, non certo a intervistare, i vecchi amici, conversando su quegli anni Sessanta in cui ci si vedeva quotidianamente, tutti felici di tale esperienza, malgrado le difficoltà (avevamo circa cinquant’anni di meno) e la speranza di realizzare i propri progetti. Piero compreso.
E, tra Milano, Düsseldorf e Anversa, fu piacevole dialogare con Uliano, Sordini, con il Luca Scacchi, il Galvani, il Volpini, con Johnny Ricci, Marco Vicario, Alberto Biasi, Sergio Dangelo, Nanni Balestrini; e ancora con Fabio Mauri, l’Arcaini, il Gualtiero Marchesi, Hsiao Chin, il Somaré, la Eva Sorensen, Daniel Spoerri, l’Arnaldo Pomodoro, Aubertin, Heinz Mack e vari altri, tra cui l’Arturo Schwarz, Uecker, Megert, o la figlia di Jef Verheyen, grande amico di Piero e di Fontana, con Devecchi, il più storico del gruppo “T”, e persino con Giovanni Anceschi, sempre incavolato con Piero. Egli, ancora oggi, ritiene che il Manzoni gli avesse rubato l’idea dei gonfiabili. E la stessa cosa sosteneva, del resto, il Boriani. Storie noiose, per fortuna si era chiusa l’esperienza di “Azimuth”, e non li frequentavamo. Comunque, il cinetismo era all’opposto delle nostre ricerche. Il gruppo “T” avrebbe dovuto esporre da “Azimuth”, ma ci furono contestazioni, soprattutto in rapporto alla storia dei gonfiabili che ritenevano fosse di loro esclusivo dominio. Nel 2010 Sergio Dangelo mi dette appuntamento nel suo studio, giusto per due chiacchiere. Ero con la mia inseparabile barboncina quando venne ad aprire, disse che i cani e i bambini non erano ammessi nel suo studio e mi chiuse la porta in faccia. Carino. Salvo, poi, sproloquiare in convegni vari, da logorroico qual è.
E, non ultima, la Bruna Soletti che, da quarant’anni, dice che vuole mostrarmi, solo mostrarmi, le lettere che Piero inviava al Vincenzo Agnetti, quelle che ovviamente parlavano di me. Mai viste.
In un tempo lungo, a giorni alternati con altri impegni, annotavo il diario retroattivo allo scopo, non ultimo, di esorcizzare un amore folle, destabilizzante, ancora più in A.D. (After Death) che in quello vissuto in tempo reale. Forse, in qualche momento, il tono enfatizza la mia emotività. Ma, anche in questi casi, la sostanza o il fatto sono dati nella loro totale verità. Dall’alto della mia lunga esperienza, questa condizione è anche una necessità.
23/06/2013
START POINTS
A sette anni: “vecchia”, con i miei che erano sfollati a Moltrasio. Durante la guerra andavamo spesso a Como a fare spese, e in una di quelle passeggiate capitammo davanti alla Casa del Fascio del Terragni. Come in una folgorazione, rimasi abbagliata da tanta bellezza, per me costituita dalla luce che filtrava attraverso il vetrocemento e che si espandeva nelle strutture complementari a quelle interne, in totale continuità tra in e out e scandendo i volumi di un’architettura in continuo divenire.
La luce, naturale e artificiale, è il fattore determinante delle mutazioni che provocano modifiche psicologiche personali nel fruitore stesso.
Da quel momento, la ricerca della filosofìa del progetto, era chiaramente tracciata, lucida e lineare. Da questa direzione di lavoro non ho mai derogato e, sicuramente, me la porterò nella prossima vita.
Girando per Como, con i miei, era un grande piacere scoprire i lavori di Giuseppe Terragni sparsi per la città, come l’asilo nido o alcune villette. Ovviamente, solo più tardi seppi chi ne era l’autore, e non a caso divenni amica del Mario Radice che, con pazienza, mi raccontava molti episodi della vita privata del grande architetto, essendogli stato amico e collaboratore: dalle liti con la fidanzata a come era tornato dalla Russia ammalato e sconfortato, tanto da non avere più capacità di ripresa.
Un giorno che riuscii a fargli avere una buona commissione di lavoro, il Mario mi regalò un disegno a matita dell’affresco che aveva realizzato nella sala riunioni della Casa del Fascio, dovetti uscire di soppiatto con il quadro sotto braccio per non farmi notare dalla Rosetta, la sua compagna, che era avaruccia e forse anche gelosa.
Ma il regalo più bello fu l’intervista che, poco prima di morire, il Mario mi rilasciò per una mia mostra a Villa Olmo. In essa dichiarò che ero “un’artista vera”. Non ho mai preso molte medaglie, ma queste “segrete” le adoro.
Un giorno, alcuni anni dopo, andai a fare visita a un amico di mio padre alla casa di cura Villa Fiorita, a Brugherio. Altro incontro fulminante, come se ci fossimo sempre conosciuti. Quel signore era Filippo De Pisis, il quale parlò solo con me, una ragazzina.
Molti anni dopo, rielaborando quell’incontro, mi fu chiaro che era una persona molto triste, perché, pur avendo moltissimo da dire, era come impedito da circostanze che lo obbligavano all’isolamento.
Nei suoi dipinti De Pisis sintetizzava in poche linee figurative una poetica che si protendeva al di là di un universo conosciuto, di cui forse avrebbe voluto raccontare ben altro.
Al secondo anno del liceo artistico, i miei mi permettevano di uscire per qualche festa solo con i figli dei loro amici. Così uscivo spesso con il “Barba” Alemani che mi presentò lo zio Antonio Calderara: proprio nessun colpo di fulmine! Anzi, l’Antonio dipingeva solo paesaggi o ritratti della madre così noiosi che gli dissi che la sua pittura era vecchiume e che era meglio cambiare alla svelta. Ovviamente mi presi della villana, ma, guarda caso, non molti anni dopo divenne uno “colorato” alla Albers.
Più avanti, il Calderara fu scoperto dalla Maino, quel gioiello di sincerità, purezza e venature fosforettiliane. Ero molto impressionata sia dalla sua pelle estremamente bianca/trasparente, con venuzze molto blu, sia dal fatto che i suoi lavori erano solo copiature degli artisti francesi del GRAV e anche dei padovani, per la precisione Alberto Biasi e Massironi & co. che frequentava assiduamente.
Non so come il Pierino riuscisse a sopportare la Maino. Forse lo divertivano queste storie, come quella che ci propinò in zona Jamaica sulle sue origini russe e sul suo soprannome Leviečka (Leonessa): si seppe poi che proveniva dall’hinterland milanese, forse da Somma Lombardo. Un fatto curioso. Riguarda la Maino, regina del furto clonato e non anche a mie spese. Nel febbraio 1963, subito dopo la morte di Piero, decisi di tornare a Bruxelles, per cercare di recuperare le opere della mostra ancora in corso alla galleria Smith, alla cui inaugurazione eravamo andati assieme. Per questo, avevo bisogno di testimoni. La Maino, per la prima e ultima volta in vita sua, chissà perché, decise di dimostrare amicizia. Si offerse come testimone alla mostra, fornendomi il biglietto del treno per...

Table of contents

  1. LE RAGIONI DELL’IMPOSSIBILE prefazione
  2. GIOVANI E RIVOLUZIONARI Diario
  3. IL DOPOGUERRA INTERNAZIONALE
  4. E LA MILANO CHE CAMBIA
  5. documenti
  6. giugno 2008
  7. NANDA VIGO biografia

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