Le teorie monetarie degli anni '30, in gran parte fondate su lavori precedenti, sono alla base di quanto di meglio è avvenuto nei Paesi più avanzati dopo la seconda guerra mondiale. Tutto ciò ebbe limiti anche originari e, tuttavia non avrebbe alcun senso un percorso che non volesse rivalutare quanto di buono è stato fatto allora per andare avanti, per evitare che – invece – la presente deriva contribuisca al regresso civile ed economico che distruggerebbe le basi della nostra convivenza e l'ambiente che ci ospita.

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PoliticsVII
Jeffrey Mark
Risparmiare e spendere8
Jeffrey Mark
Risparmiare e spendere8
I
Se dovessimo giungere ad una qualsiasi giusta conclusione riguardo gli attributi e le funzioni dei mezzi di scambio, la posizione dell’uomo in relazione alla Terra e ai suoi pari dovrebbe essere considerata a partire dalle premesse più semplici ed elementari. Non viene offerta, quindi, nessuna scusa per il fatto che molto di ciò che segue possa apparire come niente più che una serie di banalità. L’intento in questo saggio sarà non tanto di scoprire cose nuove, quanto di presentare quelle conosciute in modo da suggerire un nuovo e giusto atteggiamento verso di esse.
L’uomo, e non solo lui, vive sulla Terra; da essa egli trae il suo sostentamento e i mezzi per il suo sviluppo individuale e sociale. Egli potrebbe essere incompleto senza la compagnia e la cooperazione di altri uomini, ma potrebbe vivere in relativo o assoluto isolamento. Non può vivere senza la Terra.
Inoltre, il suo utilizzo delle risorse della terra non gli consente solo di vivere; gli consente anche di esprimere se stesso in relazione ai suoi pari. La Terra è il limite e anche la fonte della sua ricchezza e del suo potenziale.
Vivendo e lavorando insieme ai suoi pari, l’uomo non soltanto produce più di quanto farebbe con i suoi singoli, isolati sforzi; per quanto insoddisfacenti possano essere le sue circostanze, egli è rincuorato e incoraggiato dall’effettiva relazione lavorativa ed è premiato dalla varietà crescente, non meno che dall’aumento del volume di produzione. I valori psicologici e materiali sono prodotti e scambiati attraverso il lavoro necessario sulle risorse della Terra.
Sono consapevole che la parola “lavoro” non è molto popolare tra i riformatori monetari. Si dice che con il grande aumento di macchinari e metodi tecnologici e con lo sfruttamento, finora, di impreviste fonti di potere di una natura quasi mitica, il lavoro dell’uomo diventi sempre più irrilevante. Gli scienziati e gli ingegneri sono inclini a vedere la produzione di beni semplicemente come un processo impersonale di spesa energetica (nelle parole di Howard Scott, “la degradazione di energie primarie in forme d’uso”) e che qualsiasi unità di misura sottoposta ad un propugnato controllo tecnologico (per valutazione e distribuzione) debba essere della natura di una certificazione di conversione dell’energia disponibile. Secondo questa dottrina, noi non dovremmo pensare più in termini di potenza dell’uomo, e nemmeno di potenza in cavalli, ma in termini di energia solare.
Ma quando è iniziata l’era della produzione scientifica?
Con il filatoio, con la giannetta o con il telaio meccanico? E quand’è che il sole ha smesso di splendere?
Il fatto è – ed è un fatto talmente ovvio che non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo – che le macchine stesse, i mezzi per sfruttare l’acqua, l’energia elettrica o il vapore e l’intervento di questi nella produzione dei beni sono possibili soltanto attraverso l’azione umana. Purtroppo, oggi è più che mai necessario sottolineare il puro e semplice fatto che il sostentamento che proviene dalla Terra e il potere che è nel sole sono e saranno sempre elementi passivi per quanto riguarda l’uomo; e che non si può fare nulla che non sia il prodotto dell’invenzione umana, dell’amministrazione umana e del lavoro umano.
Il fatto che l’elemento più potente in questa combinazione, e cioè l’invenzione umana – il fattore che ha reso possibile il cambiamento dal filatoio al telaio meccanico – sia il meno riconosciuto in relazione al suo contributo è la prova non meno valida del famoso paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza, del fallimento e dell’ingiustizia radicale del sistema attuale.
Il lavoro creativo – il lavoro della madre, del contadino, dell’inventore e dell’artista (non ci sono altri gruppi principali) – è sfruttato, se possibile, anche più del lavoro manuale che esso trasforma. Ed entrambi sono sfruttati dal predominio di elementi secondari e anche sovversivi; per una buona parte da parte degli amministratori e quasi completamente dalle attività di speculatori e prestasoldi.
Lasciando da parte questi elementi di controllo e sovversione e pensando soltanto all’invenzione, all’amministrazione onesta e al lavoro manuale come la somma del lavoro portato avanti per il bene individuale e comune sugli elementi passivi di sostentamento e di potenza della terra, del cielo e del sole, io sono testimone, anche a rischio di essere giudicato all’antica al fianco di tanti evoluti teoreti monetari, di questa affermazione di Cobbett:
Qualsiasi sia l’orgoglio per il grado, per le ricchezze, o per il sapere, la reale forza e tutte le risorse di un paese sono sempre nate, e sempre nasceranno, dal lavoro della sua gente.
Dato che un importante e necessario lavoro è svolto fuori dai processi produttivi e distributivi stessi, si potrebbe pensare che questa affermazione sia troppo limitata.
Facciamo una considerazione.
Il dottore, l’avvocato, il prete, l’educatore, l’artista e lo scrittore (per nominare solo qualcuno di quelli il cui lavoro è svolto al di fuori della produzione e distribuzione stessa), ricevono il loro sostentamento come parte allocata dalle entrate di tutte le classi per una varietà di servizi resi. Le loro entrate, vale a dire, nell’interpretazione puramente economica del caso, sono secondarie o derivate. Se poi l’allocazione delle entrate primarie, cioè quelle derivanti dai processi produttivi, fallisce nell’essere equa, tutte le entrate sono danneggiate e falliscono insieme ad essa.
II. Gli addebiti capitali sono preferiti rispetto agli addebiti del lavoro
Ci sarà ancora da dire su quest’ultimo punto più avanti in questo saggio. Ma se, per il momento, ammettiamo che tutte le categorie di pensiero e lavoro siano incluse nell’affermazione di Cobbett, allora l’organizzazione dell’agricoltura e quella dell’industria dovrebbero essere tali che il bisogno comune di provvedere alle necessità e ai servizi della vita, in relazione alle risorse naturali dell’area e l’abilità e desiderio di ciascun membro di lavorarle, determini la varietà e la quantità di produzione e di servizi; e – con la stessa moneta – il valore di beni e servizi che ciascuno può richiedere in cambio del proprio lavoro.
Nessuna di queste condizioni sarà soddisfatta se a qualsiasi considerazione, oltre a quella del lavoro svolto (nel senso più ampio possibile della definizione del termine), viene concesso di avere una qualsiasi pretesa di priorità rispetto a quella del lavoro o del servizio stesso.
Ciononostante, dovremmo riconoscere che, nell’attuale costituzione della società, non solo ci sono altri addebiti oltre a quelli dovuti all’invenzione, l’amministrazione e il lavoro ad essere inclusi nei costi agricolturali e industriali, ma che questi altri addebiti sono invariabilmente preferiti ad essi.
Questi addebiti possono comodamente essere enumerati come diritti terrieri, affitti, interessi dovuti sul capitale in prestito, e interessi dovuti sul capitale azionario9. Ed è uno straordinario e significativo commento sui processi civilizzati non solo che essi sono tutti da preferire rispetto al lavoro, ma che sono preferiti, in generale, nell’ordine citato; che è un ordine inverso rispetto al contributo del beneficiario attraverso il lavoro e il servizio al valore dei beni per la cui vendita questi sono addebitati.
In generale, gli addebiti di affitto e di interesse sono preferiti rispetto al lavoro fintantoché il lavoro, ma non il capitale, può essere saldato. Gli affitti o i tassi di interesse possono essere ridotti, così come i salari, ma il capitale coinvolto non può essere “licenziato”. Deve essere acquistato.
Rispetto alla priorità addebitabile, opposta alla generale preferenza del lavoro, l’affitto fa valere i propri diritti all’interesse, nonostante il fatto che il proprietario dell’affitto non è, o non deve, essere preoccupato delle fortune del commercio individuale che lo paga. Gli addebiti di interesse calano, aumentano o cessano insieme alle fortune del commercio in questione, mentre i contadini, i commerci, i costruttori e gli inquilini possono andare e venire, ma l’affitto prosegue per sempre10. I diritti sulla terra sono comunque rimossi maggiormente dalle dinamiche delle realtà del mercato fintantoché sono addebitabili, semplicemente perché il proprietario esercita già un privilegio di affitto. Essi sono un premio per non aver contribuito assolutamente e per nulla alla produzione sulla quale vengono imposti.
Rispetto agli addebiti di interesse in opposizione agli addebiti di affitto, finché l’interesse sulle obbligazioni e sui capitali in prestito (che viene detenuto dai soggetti che, in generale, non contribuiscono in alcun modo al lavoro o al servizio di dare valore ai beni e ai servizi di cui viene loro addebitata la vendita) non è sostenuto, l’interesse sarà allocato al capitale azionario, che, di contro, è detenuto da coloro che lo fanno.
Se allora è valido affermare che “la vera forza e tutte le risorse di un paese sono sempre state originate, e sempre devono essere originate, dal lavoro del suo popolo”, emerge uno straordinario stato delle cose, in primo luogo, se una qualsiasi cosa oltre al lavoro deve ricevere alcun ritorno diretto da quella forza e da quelle risorse. Ed è ancora più straordinario se degli addebiti artificiali (come dimostreranno di essere) si insinuano nei costi di produzione e di servizio, se dovessero avere priorità rispetto alle rivendicazioni del lavoro e del servizio. Ed emerge una negligenza totale e un disprezzo del principio se questi privilegi artificiali sono preferiti nell’ordine e nella misura in cui il beneficiario non dà alcun contributo, nei termini del pensiero e del lavoro, alla produzione di quei beni per la cui vendita sono addebitati. A dispetto di queste ingiustizie fondamentali, la condizione più pericolosa si pone quando (com’è il caso oggi) alla forza lavoro disponibile e volenterosa viene impedito di lavorare con il potere e i materiali disponibili nella produzione di beni necessari perché non si riesce a pagare l’affitto o l’interesse garantito sul capitale che potrebbe essere “affondato” in una tale produzione ad un tasso che sia accettabile per i prestatori.
Se l’affitto e l’interesse non possono, o è probabile che non possano, essere pagati a tassi accettabili, le attuali imprese sono limitate ed è impossibile avviarne di nuove, a prescindere dal fatto che la loro necessità, desiderabilità e praticità fisica, dal punto di vista del lavoro, del potere e delle risorse materiali della comunità nel suo insieme, siano innegabili.
III. Interesse e astinenza
Si dirà che le obiezioni citate finora sono di ordine morale, o, nel senso peggiore, sentimentale, e che sfortunatamente queste cose non possono essere considerate se menzionate rispetto alle “leggi inesorabili dell’economia”.
Mi diranno che le considerazioni morali, e ancora di più le considerazioni sentimentali, non hanno nulla a che fare con la “scienza” dell’economia. La mia risposta è che non solo l’economia deve avere a che fare con le questioni morali, ma che deve solamente avere a che fare con le questioni morali; poiché, come Upton Sinclair ha saggiamente detto, “non ci sono altre questioni”.
Ma nel portare avanti il discorso, tenterò di provare che questo atteggiamento è l’unico che possa essere appoggiato se lo si esamina sotto quella che viene chiamata la “fredda” luce della ragione. La logica è o non dovrebbe essere nulla di più che un’estensione o una dimostrazione dell’etica...
Table of contents
- I J. Stuart Barr Vita e teorie di Silvio Gesell
- II Arthur Kitson Economia politica, o la scienza del furto
- III Frederick Soddy Il sistema “sterlina per sterlina” per una riforma scientifica della moneta nazionale
- IV R. McNair Wilson La sconfitta del debito
- V C.H. Douglas La causa e la cura della malattia economica (da La vecchia e la nuova economia)
- VI G.D.H. Cole 50 Proposte sul denaro e la produzione
- VII Jeffrey Mark Risparmiare e spendere
- Montgomery Butchart Conclusione A tutti i riformatori monetari. I più alti fattori comuni
- Profilo di Antonino Galloni
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