La rappresentazione dello spazio coincide con le nostre possibilità di orientarsi e di conoscere il mondo che abitiamo. è un problema antico, che non si riferisce alla sola filosofia, ma riflette visioni di varia natura, dalle geometrie alla fisica sino alle arti figurative. In questo libro si cerca di offrire una descrizione di come, nel pensiero filosofico e artistico della modernità , si disegna un percorso che attraversa alcuni nodi della teoria dell'immagine, della forma, della mimesis. La storia delle immagini artistiche ha incarnato tale percorso: prima di un discorso sul valore delle opere, le rappresentazioni dell'arte sono un modo per raccontare il rapporto con il mondo che viviamo, con le qualità che al primo sguardo, e nella quotidianità , non sempre riusciamo ad afferrare. Sono mezzi per interrogare la relazione tra realtà e illusione, tra verità e apparenza, tra visibile e invisibile. Lo spazio diviene cosÏ "simbolo", spazio allusivo per significati in esso radicati, ma che, attraverso quelle sue porzioni che sono le opere artistiche, lo trascendono. Illustrare modi per rappresentare lo spazio, e gli spazi simbolici che lo foderano, non è dunque un discorso teorico: da un lato è umile esercizio dello sguardo, dall'altro orgoglioso ricordo per non dimenticare le domande principali sul nostro condiviso mondo della vita. Non c'è una verità da affermare, ma vi sono significati da descrivere, ed è loro tramite soltanto che è possibile un discorso sulla verità , sui fondamenti che rendono "critico" un sapere, che ne rimuovono l'arroganza e l'unilateralità , che non rinunciano alla differenza, di metodo e di scopo, invece di tutto annullare in spiegazioni che annullano la volontà di guardare sempre di nuovo.

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La rappresentazione dello spazio
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Philosophy History & Theory1.
Spazi moderni
Spazi moderni
La determinazione di un concetto complesso come quello di âspazioâ coincide con la parabola del pensiero filosofico. Dalle riflessioni aristoteliche sul luogo a Carnap sino alle geometrie non euclidee o alla teoria della relativitĂ , il concetto di spazio è protagonista su molteplici piani. Se si sono sottolineate queste parole è perchĂŠ, stanchi delle riflessioni pure, come di quelle esaustive, si vuole qui riflettere soltanto, per chiarificarne alcuni aspetti, su specifiche accezioni della spazialitĂ , aspetti che possono illustrare il senso del concetto.
La nozione di spazio è dunque vasta e si può notare da questa stessa frase quanto il linguaggio usi metafore spaziali, che peraltro attraversano lâintera tradizione filosofica. Si è cosĂŹ deciso di prendere avvio da una sua accezione âmodernaâ, cioè dove appare con evidenza il suo carattere âibridoâ. Questâultimo termine va inteso nella direzione indicata nelle ultime pagine del Sogno di dâAlembert di Diderot, consapevole che lâera moderna è destinata a vivere in una cultura ibrida, in cui lâibridazione è lâunico modo per rinnovare la vita delle forme della natura e dellâuomo, nel quadro di una metamorfosi in cui il concetto di forma non è un dato fisso immutabilmente connesso a unâimmagine, bensĂŹ un elemento dinamico, che ha nel movimento, nella sua dinamica dialogicitĂ , la propria migliore definizione.
Lâesperienza maggiormente condivisa di tale spazio ibrido è quella in cui viviamo, in cui ormai vive gran parte dellâumanitĂ , cioè lo spazio âurbanizzatoâ, quello della cittĂ , in cui si è andata definendo ciò che da qualche secolo si usa chiamare âmodernitĂ â.
I filosofi, ancor piĂš dei letterati, amano parlare di âmodernitĂ â e il moderno, con i suoi âpre-â e i suoi âpost-â, è divenuto persino, per un certo periodo, unâespressione alla moda. Se si esce da essa, ci si accorge con facilitĂ che ogni epoca ha avuto il suo moderno, irriducibile agli altri e sempre in cerca, come nella querelle secentesca, di qualche âanticoâ da cui fuggire, non comprendendo che lâautocoscienza del pensiero si pone nei modi con cui si associano gli sguardi sulle cose, ed essi non sono nĂŠ antichi nĂŠ moderni, bensĂŹ provano a vivere il proprio tempo cogliendo in esso retaggi e prospezioni in un quadro di progettualitĂ concreta, priva sia di senso teleologico sia di astratta ânecessitĂ â.
Ă molto difficile, in unâepoca di trasformazione â del moderno e delle cittĂ â fare âteoriaâ. Per questo si prenderĂ avvio da esempi concreti e visivi, nella convinzione preliminare che temi come quello che qui si discute, che implicano ibridazioni, contaminazioni di saperi e di luoghi, esperienze di intensificazione sensoriale, o di suo mutamento e annullamento, portino verso nuove riflessioni sulla âtradizioneâ, ipotizzando persino che quel che qui si chiama âmodernitĂ â, proprio perchĂŠ viene studiato con i metodi di saperi antichi, appartenga ormai alla nobile schiatta dellâantico. Per uscire dal paradosso bisogna forse comprendere che il carattere essenziale della modernitĂ e dei suoi spazi è la variazione, continua, costante, aporetica, ed è questa situazione esperienziale a indurre nel filosofo un atteggiamento che non è quello âfrancoforteseâ di âfare teoriaâ, bensĂŹ di descrivere alcuni tratti di un processo, di una genesi, di un âmondoâ, per cercare di illuminare qualche spiraglio del problema.
Proviamo allora, quasi come introduzione, a mostrare tre spazi di città sui quali si è articolata, temporalmente e culturalmente, la nostra ricerca, descrittiva e non teorica. La prima è la città ideale conservata a Urbino, di autore incerto, ma sempre illustre, la seconda una immagine che cerca di riprodurre la Nuova Atlantide ideata da Bacone e la terza una città che potrebbe essere quella di Baudelaire o di Benjamin.

Siamo di fronte, nel primo caso, a una cittĂ costruita âa misura dâuomoâ, ma del tutto disabitata, i cui confini sembrerebbero quelli di una sorta di utopia platonica: la cittĂ eterna di un uomo classico, di un ideale umanistico. Questo spazio può costituire la premessa dellâintero discorso: non solo viene considerato quasi il âmanifestoâ di una rappresentazione spaziale tipicamente âmodernaâ, cioè quella connessa alla prospettiva, ma può essere anche ritenuta unâallegoria della rappresentazione stessa cosĂŹ come la modernitĂ , sino a giungere a Kant e qui teorizzandone pienamente il senso, lâha determinata. Infatti la cittĂ ideale, chiunque lâabbia dipinta, allâinterno di un contesto non lontano da Alberti e da Piero della Francesca, è quasi con certezza una âscenaâ: la scena di una nuova commedia, destinata a uno spettatore che apre una finestra su un mondo costruito dallâuomo, dove lâuomo stesso è protagonista assoluto e si pone â invisibile â dalla parte di chi costruisce.
Questo ideale antropocentrico è immaginario, ma lâimmaginazione è âregolataâ, finalizzata cioè a plasmare uno spazio in cui si possa rappresentare il mondo, come se fosse uno spettacolo che deve aprirsi di fronte ai nostri occhi. Uno spazio espressivo, in cui però vive la razionalitĂ delle linee geometriche, in cui lâillusione deve rispondere a regole di un gioco ben strutturato. Questo spazio potrebbe essere messo in crisi, o sviluppare i suoi significati intrinseci, da una diversa forma di utopia, dove, spirito della modernitĂ che avanza, allâistanza di misura classica si aggiunge la dimensione tecnologica, per non dire tecnocratica, pur non perdendo, sin nel nome, il modello platonico della cittĂ ideale. Si tratta della cittĂ presentata da Bacone nella sua Nuova Atlantide, anchâessa risultato di un lavoro dellâimmaginazione. Alla dimensione di âvisioneâ si aggiunge tuttavia quella âfabbrileâ, peraltro implicita anche nella visione prospettica della scena albertiana e giĂ delineata da Leonardo: lo spazio non deve limitarsi a essere costruito nellâimmobilitĂ reciproca dellâimmagine e dellâocchio dello spettatore â come vuole lâideologia prospettica â bensĂŹ deve venire interpretato. Questa interpretazione implica una sua manipolazione tecnica, attraverso la quale si generano quegli strumenti capaci di costruire nuovi âmondi possibiliâ.
La terza immagine è quella di una cittĂ contraddittoria, dove sembra essersi perso il centro. Una cittĂ fortemente antropizzata, che vive della varietĂ dei tipi umani che la abitano, e dove certo poeticamente non abita lâuomo. Qui i livelli di ibridazione sono piĂš evidenti, e proprio per questo è facile per tale cittĂ divenire âsimboloâ di se stessa, dunque della modernitĂ che lâha costruita.
Ci si può chiedere che cosa sia accaduto tra questi tre livelli di rappresentazione dello spazio. La tesi di fondo, che si ripercorrerĂ attraverso varie strade, va subito esplicitata: queste tre immagini di cittĂ , di rappresentazione e interpretazione dello spazio, non sono da leggere in modo contrapposto dal momento che hanno tra loro unâevidente continuitĂ . La loro lettura disegna il senso profondo, o almeno un senso profondo, della nostra modernitĂ e dei suoi modi âimmaginariâ di interpretare e abitare lo spazio. Sul piano simbolico, tutto ciò può essere illustrato da altre tre immagini, che illustrano le topologie dello spazio moderno piĂš di tante parole. Sono dipinti di Klee.

Con le prime due immagini si contrappongono tra loro i luoghi della modernitĂ , che possono essere âluogo feliceâ e âluogo devastatoâ (esattamente come le immagini di cittĂ reali), dimostrando â ed è la terza immagine â che ciò che caratterizza i nostri luoghi sono forze, frecce, che spingono, senza facili sintesi dialettiche, in direzioni opposte.
Per comprendere questo processo di apparente contrapposizione tra forze centrifughe e centripete, paradossalmente, aiuta il libretto di Lyotard sulla condizione postmoderna, che ritenendo il post-moderno una âparcellarizzazioneâ linguistica delle pratiche, definisce il moderno, suo antecedente storico, come âepoca delle grandi narrazioniâ, ormai frantumate, prendendo spunto, e vocabolario, proprio da temi urbanistici e architettonici, dato che il postmoderno è una forma dellâarchitettura, che consapevolmente si oppone al neorazionalismo âmodernoâ, proseguendone il discorso âincompiutoâ. Nel suo Discorso filosofico della modernitĂ , Habermas scrive infatti che il tema della modernitĂ come progetto incompiuto è per lui un orizzonte tormentoso proprio a partire dallâopera lyotardiana. Pur in un linguaggio influenzato dai retaggi della Scuola di Francoforte, delinea la nascita della modernitĂ sullâorizzonte concettuale del razionalismo, ribadendo lâaffermazione gehleniana che se sono morte le premesse dellâIlluminismo continuano a vivere le sue conseguenze, costruendo un asse storico continuistico che piace, appunto, chiamare âmodernitĂ â. Per cui, scrive Habermas, âda questa visuale, una modernizzazione sociale che prosegue in modo autosufficiente il suo cammino si è separata dalle spinte di una modernitĂ culturale che in apparenza è divenuta obsoleta; essa attua soltanto le leggi funzionali dellâeconomia e dello Stato, della tecnica e della scienza, che, secondo quanto si dice, si sarebbero unite in sistema sul quale non si può esercitare alcun influssoâ.
Se ciò comporta una âcristallizzazioneâ dellâidea di modernitĂ , e delle sue forme di âabitareâ, bisogna cercarne la genesi culturale perchĂŠ anche questa realtĂ , oltre a quella sociale, non si cristallizzi, trasformandosi in una formula vuota; oppure, al suo opposto, si riduca a essere un confuso elogio delle tracce, esibizione di autoreferenziali giochi linguistici, persi in uno sterile anarchismo che, dichiarata conclusa la storia delle idee, trasformi paradossalmente solo in essa il pensiero, dimenticando proprio le idee. La modernitĂ non deve trasformarsi in un concetto âsocialeâ, appunto in una sua cristallizzazione urbanizzata, come accade nello stesso Habermas, comportando una lettura sociologica anche delle categorie filosofiche, che giunge a âestremizzareâ la lucida visione hegeliana dellâetĂ moderna o, meglio, della sua autocoscienza. Di conseguenza, se è vero, come vuole Habermas, che âla modernitĂ non può nĂŠ vuole piĂš mutuare i propri criteri dâorientamento da modelli di unâaltra epoca; essa deve attingere la sua propria normativitĂ da se stessaâ1, vero è anche che deve farlo accettando la contraddittorietĂ della sua genesi e del suo movimento costruttivo, che si pone nella definizione epistemologica dei canoni dellâarte e della scienza, uscendo, di conseguenza, da schemi dialettici e dalla loro interpretazione in chiave di critica sociologica.
Lâorizzonte in cui bisogna muoversi, senza cristallizzarlo, è allora, in primo luogo, quello che cerca di comprendere i movimenti che si sono verificati dalla Querelle a Baudelaire, mettendo in rilievo la modernitĂ come il contingente transitorio, evanescente, accidentale, che tenta di connettersi allâaltra metĂ , della cittĂ e dellâarte, che sottolinea la sua eternitĂ , avviando riflessioni che saranno riprese da Benjamin. Questo paradigma, senza dubbio di grande fascino, e geniale per spiegare gran parte dello sviluppo dellâarte dallâOttocento ai giorni nostri, non è però nĂŠ esclusivo nĂŠ fondativo, dato che a sua volta si costruisce su un altro canone, quello che vede nascere nella definizione secentesca della scienza, e nella paideia che da essa consegue, il senso stesso della modernitĂ . Al punto che si può forse affermare che la modernitĂ nasce tra le nostre due prime immagini, cioè nella rottura secentesca, o meglio nella ridefinizione, dello schema continuistico â e âumanisticoâ â tra arte e scienza, nella consapevolezza, che Baudelaire ben spiega, che il tempo e lâeternitĂ vivono attraverso mediazioni che non rispondono piĂš a un univoco modello culturale.
Questo paradigma ha in Cartesio, come direbbe ValĂŠry, il suo âtestimoneâ o il suo mito intellettuale e in Leonardo o in Bacone il suo contraltare, che è tuttavia anche il suo antecedente, a segnalare lâossimorica unitĂ spezzata che caratterizza il pensiero della modernitĂ . UnâunitĂ che, allâinterno del paradigma stesso, è attraversata da contraddizioni non latenti. I miti del tramonto, della guerra, della terra, del sangue â di un nulla mefistofelico che non sa ritrovare il proprio Faust e il tutto che egli porta in sĂŠ â non sempre possiedono, hanno posseduto, quella consapevolezza della âcrisiâ, e della âcriticaâ, che la nascita della modernitĂ ha insegnato. Peraltro, seguire tali istanze, sia che derivino dai confusi epigoni delle filosofie della storia ottocentesche e novecentesche sia che prendano spunto da settori arretrati della teologia di impostazione cristiana, è poco interessante: e lo è proprio perchĂŠ non si tratta di âdifendereâ una filosofia, bensĂŹ di desc...
Table of contents
- 1. Spazi moderni
- 2. Spazi e modi della conoscenza
- 3. Lo spazio in Kant
- 4. Lo spazio in Husserl
- 5. Lo spazio sublime
- 6. Immagini dello spazio
- 7. Lâimmagine prospettica
- 8. Lâimmagine artistica e i suoi spazi
- 9. Spazi simbolici
- 10. La prospettiva come forma simbolica
- 11. La prospettiva rovesciata
- 12. Spazio vissuto
- 13. Le due culture
- 14. Lo spazio utopico
- 15. I mondi intermedi
- 16. Lo spazio della parola
- 17. Il corpo al lavoro
- 18. Il pensiero dello spazio
- 19. La seconda vista
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