Prefazione di Gennaro Malgieri"Nelle loro ispirazioni di fondo, le visioni di Lega e sinistra post-comunista finiscono per toccarsi. Entrambe difettano di cultura nazionale: la prima in nome del localismo, la seconda del globalismo. Entrambe sono assertrici del primato del Nord: la Lega facendolo discendere dal Pil prodotto, la sinistra dall'operaismo. Entrambe, infine, sono accomunate dalla negazione del Risorgimento come mito fondativo della nazione: la Lega in omaggio alla suggestione delle piccole patrie, la sinistra in nome della pretesa emancipazione delle classi subalterne seguita alla Resistenza".

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European PoliticsCura “Costituente”
contro il virus regionalista
«Vince il Sud», «Schiaffo al Nord». Non sono i titoli dei giornali americani al tempo della Guerra di secessione, ma dei nostri tabloid all’indomani della nascita del Conte-bis. Quello precedente, il Conte-1, era stato travolto da un insolito destino nell’azzurro pomeriggio di un giorno d’agosto, dopo che un Matteo Salvini abbagliato dall’ingannevole baluginio dei pieni poteri nel tramonto del Papeete aveva deciso di staccargli la spina. Finì come il cane della fiaba di Esopo che lasciò cadere il pezzo di carne che serrava tra le mascelle nel tentativo di addentare il riflesso ingigantito che ne aveva colto nell’acqua di un lago. Infatti Salvini non solo non agguantò i pieni poteri, ma ci rimise anche la poltrona di ministro dell’Interno. E con essa l’Italia che stringeva nel pugno. Sic transit…
Ma torniamo a quei titoli dei giornali, che meglio di ogni altra considerazione fanno capire quanto sia ormai consolidata la tendenza a interpretare i fatti e le dinamiche della politica ricorrendo ai punti cardinali. Neanche ci accorgiamo più, ormai, di quanto Nord e Sud condizionino le decisioni politiche e in che misura abbiano ipotecato i muri maestri della governance istituzionale.
Persino il nostro immaginario collettivo ne è contagiato: i capannoni del Veneto o le ordinate campagne della pianura padana rinviano in automatico il pensiero alla laboriosità della buona gente del Nord e alla capacità di chi li amministra. A confrontarli con il degrado e l’abbandono che abbondano in molte zone del Sud, la voglia di dar ragione a chi vuol usare il distanziometro con i meridionali anche a epidemia archiviata, scatta in automatico. Dopo venti anni e più di narrazione a senso unico sul settentrione “locomotiva” e il meridione “zavorra”, non poteva che finire così.
Non è un caso se in questi anni – chi più, chi meno – il tema del federalismo ha conquistato un po’ tutti dappertutto. Compresi quegli esponenti del Mezzogiorno che hanno pensato di esorcizzare il fantasma della secessione mascherata da autonomia rafforzata con la macroregione meridionale. Una sorta di rimedio omeopatico. O, in alternativa, un modo come un altro per battere un colpo sull’argomento allo scopo di apparire, oltre che vivi, anche originali. Invece – al di là delle migliori intenzioni di cui è lastricato l’inferno – è solo il modo più sicuro e spedito per andare a rimorchio di soluzioni altrui e, per di più, in direzione del passato. Dovesse realmente prendere piede l’idea della macroregione, si ritornerebbe come in un incanto alla cartina politica dell’Italia preunitaria. A completarla, a quel punto, mancherebbe solo lo Stato pontificio del papa-re.
Ma questo appartiene al confronto previrus. Al contrario, il postvirus – proprio alla luce dell’insoddisfacente esito della “prova da sforzo” sostenuta dall’Italia delle regioni – lascia intravedere uno scenario politico ben diverso.
La sensazione è che l’epidemia abbia mischiato le carte sul tavolo e forse anche quelle in mano ai giocatori. Se non se ne colgono ancora per intero gli effetti è solo perché sul dibattito politico pesa l’anestetico inoculato dal virus. Quando svanirà del tutto, la visuale sarà più nitida e l’“effetto spariglio” molto più chiaro.
Già è chiaro, ad esempio, che il ministro Boccia ha piazzato un macigno sulla ripresa della trattativa sull’autonomia rafforzata. Il Pd ha tutto l’interesse a stressare l’argomento perché in un modo o nell’altro conduce all’indebolimento della leadership di Salvini. Dipendesse dal leader della Lega, accetterebbe quasi senza fiatare l’archiviazione dell’autonomia o un suo rinvio ad altra data. Ma non può perché proprio lì che lo attendono al varco i governatori del Nord.
In discussione non sono solo persone, volti, nome e destini individuali, ma tesi e strategie contrapposte, oggi conviventi e conniventi solo per effetto degli innegabili successi elettorali di Salvini, ma che domani – complice un sondaggio appena insoddisfacente – potrebbero persino esplodere. Il Pd lo sa bene e non vede l’ora di azionare il detonatore. Per farlo, però, deve lanciare tra i piedi del Capitano lo scalpo dell’autonomia. E lì comincia tutta un’altra partita interna alla Lega. Se Salvini lo raccoglie e giura vendetta, mette a rischio la propria ambizione di leadership nazionale che solo copiosi consensi al Sud gli possono garantire. Se non lo fa, rischia di essere scavalcato da altri su un argomento dal fortissimo richiamo per l’elettorato leghista.
Il più indiziato in uno scenario di fronda a Salvini è Zaia, molto più accorto del collega lombardo Fontana nella gestione della crisi e anche l’unico che ha saputo condire la narrazione autonomista con elementi identitari che ne fanno un leader potenzialmente indipendentista. E non è tutto: un eventuale scontro per la leadership interna alla Lega sul tema del regionalismo differenziato rischierebbe di scatenare un “effetto domino” sull’intera coalizione.
La campana suona soprattutto per la destra. Se la presa di posizione di Boccia prelude alla classica mossa del cavallo, è la più esposta al rischio di vedersi espropriata dalla sinistra del tema del recupero di ruolo e sovranità da parte dello Stato nazionale. Anche qui c’è una morsa che da un lato vede stringere le ragioni dell’alleanza e dall’altro quello del rispetto della propria cultura politica. Entrambi pesano moltissimo nell’adozione di una strategia politica.
Tuttavia, un ragionamento s’impone: le alleanze si fanno tra diversi. Si è alleati perché si è diversi. Si converge su un comune programma punteggiato di obiettivi compatibili con l’identità di ciascun partito stipulante. Da quel momento si corre insieme. Anzi, si scorre come fiumi affluenti, ma ciascuno proveniente dalla propria sorgente. Per un movimento o per un partito, la sorgente è la sua cultura di riferimento, che ne lega in una trama coerente le scelte adottate nel tempo. Non quelle occasionali e transeunti, ma quelle costanti e strutturali. E tali sono le questioni che investono il ruolo dello Stato, della governance pubblica e del riassetto delle istituzioni. Questioni troppo impegnative, persino decisive. In ogni caso impossibili da liquidare alla stregua di saldi di fine stagione.
La destra non è pregiudizialmente nemica del concetto di autonomia. Tutt’altro. Lo è, di sicuro, dell’attuale e vigente neocentralismo regionalista, schema rivelatosi particolarmente dannoso poiché ha sommato i difetti dello Stato a quelli di una semi-istituzione ibrida priva di storia, autorevolezza e, soprattutto, know-how.
A cinquant’anni dalla loro istituzione e a circa venti dal varo del nuovo Titolo V, non è una bestemmia sostenere che l’istituto regionale si è rivelato un fallimento. Il Nord, più abituato alle buone pratiche e portatore di una storia più attenta alle ragioni dell’autonomia, vede nell’istituto regionale lo scrigno delle proprie libertà e la molla del proprio sviluppo. Non è proprio così, ma è comprensibile che lo sia.
Al Sud l’inganno regionalista si riscontra addirittura per tabulas. Privo dell’indirizzo dello Stato, il Mezzogiorno è ormai accartocciato su se stesso come un burattino cui hanno tagliato il filo.
Lo dicono i numeri, smentendo quanti confondono lo Stato con lo statalismo, cioè l’istituzione per eccellenza con il suo «riflesso obeso», secondo l’indovinata definizione di Marcello Veneziani.
Citare oggi positivamente la Cassa per il Mezzogiorno in un convegno o, peggio, in un discorso ufficiale è lo stesso che bestemmiare in chiesa. Il motivo è la presenza di due parole vietate su quattro: appunto, Cassa e Mezzogiorno. La prima evoca il bancomat statale, il “tassa e spendi”, l’allega gestione con la tasca di Pantalone. La seconda l’assistenzialismo, i profittatori, i falsi invalidi, il cognato a carico e via sprecando.
Un quadretto non lontanissimo dalla realtà se il dipinto riguarda il carrozzone pubblico degli ultimi anni. I primi venti, al contrario, raccontano tutta un’altra storia: quella di una sorta di “età dell’oro” del tessuto produttivo meridionale. A partire dal 1950 fino al 1971 si raggiunge il punto di massima convergenza o, se si preferisce, il livello di minor divario tra Nord e Sud: in quell’anno, il pil pro-capite è di oltre il 61 per cento di quello del Centro-Nord. Vent’anni prima non raggiungeva il 53 per cento. È la prova che lo Stato può funzionare. Sicuramente, in quel caso ha funzionato.
Di solito squadra che vince non si cambia. Non in Italia, dove a fronte di strategie così performanti – frutto anche di una classe dirigente motivata e di precisi indirizzi politici – si decise di far entrare nella partita del riscatto meridionale un altro attore, le Regioni appunto.
L’obiettivo che ne giustificò l’istituzione fu la programmazione. Solo una tra le tante paroline magiche, suscitatrici di grandi entusiasmi e puntualmente destinate a produrre ancor più grandi delusioni. Al Sud è rimasta sostanzialmente una sconosciuta. I motivi affollano le pagine di intere biblioteche e tutte conducono fatalmente verso la tesi dell’inadeguatezza delle classi dirigenti meridionali, troppo ben adagiate sullo schema clientelare del consenso e perciò riluttanti a estrarre dallo stato di necessità i loro concittadini.
Anche qui c’è del vero. Ma in una democrazia è difficile separare così nettamente le responsabilità. E probabilmente – è una tesi decisamente meno affollata, ma non per questo poco fondata – tra le cause del ritardo meridionale c’entrano anche la rarefazione dei corpi sociali intermedi e l’intermittenza del loro ruolo nel rapporto con il potere politico. Al netto di poche e luminose eccezioni, il Sud sconta soprattutto la mancanza di veri protagonisti sociali – categorie, ordini professionali, associazionismo diffuso – in grado di interloquire con il decisore intorno a una piattaforma di interventi e di soluzioni che non sia quella perfettamente coincidente con il perimetro dei propri interessi.
Non così il Nord, irrobustito sotto questo aspetto dall’apporto fornito al suo sviluppo civile, sociale ed economico dai comuni e dalle corporazioni. I primi come motori dell’autorganizzazione e quindi della cittadinanza come fonte di diritti e di doveri, e le seconde nel ruolo di strumenti di controllo sul potere politico.
Il protagonismo sociale e il maggior tasso di fiducia verso il potere locale poggiano anche su questi due straordinari istituti della storia medievale. Il resto lo ha fatto la pianura, vastissima e ricca di acque, situata a ridosso delle nazioni europee più progredite.
Forte di tali premesse il Nord era in qualche modo destinato al primato economico. Prima con il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, ora con quello Lombardia-Veneto-Emilia-Romagna. Da ovest a est, ma sempre nella parte alta dello Stivale. E, si badi, in assenza delle miracolistiche ricette autonomistiche.
È vero semmai il contrario. È innegabile, infatti, che un larvato dirigismo statalista, funzionale ad assecondare gli interessi della grande industria assistita, abbia puntato tutte le fiches dello sviluppo sul territorio settentrionale. Basti considerare che negli anni del boom, il Nord – specie Torino al tempo della centralità del Fiat e dell’auto nella produzione nazionale – ha goduto di politiche di sostegno territorialmente squilibrate. Le catene di montaggio si intasavano di “terroni” diventati operai ma le campagne del Sud restavano senza braccia.
Fu l’applicazione di un modello di sviluppo a trazione unica fondato su un’opzione culturale prima ancora che politica: il Nord operaio e ...
Table of contents
- Cover
- Sinossi
- Profilo biografico dell'autore
- Colophon
- Prefazione
- Introduzione
- La sindrome catalana
- Arlecchino nell’armata Brancaleone
- Al gran ballo delle mascherine
- La catena (spezzata) di comando
- La catena degli errori
- La gara truccata delle sanità regionali
- Per un pugno di voti
- Il caos delle “zone rosse”
- «L’Italia dove non comanda più nessuno»
- Camici da macello
- La conta (sbagliata) dei morti
- Viva i federali, abbasso i federalisti!
- Un disastro a colori
- Buio a Mezzogiorno
- Nazione senza Stato
- Una Repubblica “fondata” dal re
- Sotto i calcinacci del Muro di Berlino
- Il Cavaliere Nero
- Lo sdoganamento dei “barbari”
- Quod non fecerunt barbari…
- L’inno del corpo sciolto
- Bastardi senza gloria
- Avere ragione o tenere Regione?
- Cura “Costituente” contro il virus regionalista
- Sud e Vinti, le ragioni che mancano
- Tante Stelle, nessuna bussola
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