Forma, esplora, anima
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Percorsi di trasformazione nelle comunità periferiche

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Percorsi di trasformazione nelle comunità periferiche

About this book

Comunità, spazio, interiorità, relazione, sosta, riflessività, sono solo alcune delle dimensioni che attraversano la vita quotidiana e che intrecciano la trama del racconto di un'esperienza formativa triennale rivolta ad animatori di comunità, promossa dalle Acli. Dal tentativo di "tenere in dialogo" una pluralità di linguaggi differenti nasce questo libro singolare, in cui confluiscono i principali contributi di riflessione, gli spunti, i concetti, gli approcci e le energie, frutto di un percorso corale. Docenti, formatori, ricercatori sociali, partecipanti, coordinatori del processo offrono il proprio apporto di idee e di esperienze, come in una conversazione a distanza che origina da una molteplicità di luoghi: l'aula, il territorio, il gruppo, la comunità, il pensiero, l'azione di ricerca e altro. È un invito a cogliere un'opportunità, ad inoltrarsi nei sentieri aperti delle domande che conducono verso direzioni inesplorate. Cosa significa agire processi di partecipazione e sviluppo nella comunità? Come l'animazione può diventare una pratica sociale discorsiva, capace di far emergere e organizzare le domande sociali? È possibile riconsiderare i rapporti tra centro e periferia, cogliendone gli aspetti trasformativi a partire dal vissuto di chi abita gli spazi? Quali implicazioni incontriamo nel ripensare percorsi educativi e di crescita della persona? Avanzando tra questi interrogativi il volume accompagna attraverso un viaggio dove la formazione, l'animazione e l'esplorazione, si nutrono una dell'esperienza dell'altra, sperimentano un legame complesso nella pratica e nella riflessione. Non si tratta di un libro definitivo. I contenuti e gli stimoli proposti non rispondono ad una tesi precostituita e, per questo, cercando di uscire dalle consuete traiettorie, si prestano ad una rilettura alla luce di quello che accade ora: l'esperienza di una emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo

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Information

Year
2020
eBook ISBN
9788849864755

1.
Gettare il sasso nello stagno:
genesi e sviluppi di un percorso di formazione per animatori di comunità

Simona Bartolini

1.1 Un disegno formativo a getto continuo

Agire processi di partecipazione e di sviluppo all’interno di contesti comunitari (urbani, rurali, montani, centrali, periferici, metropolitani ecc.) sfuggenti, conflittuali, indecifrabili, invisibili necessita di saperi, interconnessioni, progettualità, competenze collaborative e di riguardo, di cura, di ascolto, tanto per le persone, quanto per i luoghi. Questi processi hanno un «costo» e non solo in termini di fatica (sebbene basterebbe solo quella), già noto alle persone che «abitano» la comunità e che su iniziativa personale e/o collettiva intraprendono azioni spontanee, gestite autonomamente. Sono percorsi reali che hanno una storia fatta di investimenti, rinunce, e si misurano quotidianamente con il presagio del fallimento. Prendono forma in contesti dai confini incerti, i cui contorni affiorano dai nessi esistenti tra costruzione dell’identità personale e collettiva, tra esperienza vissuta e conoscenza stratificata, intrecciando scelte, interessi, disagio e resistenze. Contrariamente a quanto più spesso si pensi, o si sostenga, ci riferiamo a processi comunitari che hanno bisogno di tempo, di fiducia, di motivazione e di uno sguardo capace di sperimentare la spinta a immaginare e a fare. Essere comunità, stare nella comunità, facendo emergere quello che è «comune», che avvicina, è contribuire a generare occasioni di maturazione entro le quali apprendere a scegliere e a decidere, a riflettere e a discutere. Accompagnare questi processi è una sfida, che si appella al sapere dell’esperienza, alla dimensione della ricerca, al senso di realtà, all’esercizio della pazienza e a molto altro.
La proposta formativa delle Acli, rivolta agli animatori di comunità, reagisce a queste sollecitazioni. Prova a mettere a fuoco una strada, s’interroga, sperimenta una lettura e un’interpretazione delle dinamiche comunitarie, si confronta con approcci differenti al lavoro di animazione di comunità, nelle diverse forme che può/potrebbe assumere. Nella consapevolezza di procedere senza un unico riferimento professionale nazionale di animatore di comunità, normato e riconoscibile, abbiamo provato a guardare all’animazione come a uno stile di presenza, capace di mettere in moto le energie positive di persone e gruppi, sostenendo la complessità, promuovendo la cura del processo, attivando una lettura di possibili scenari futuri, agendo un’intenzionalità trasformativa con le persone. Animare non come dover essere, ma come poter diventare con gli altri, senza per questo cedere all’improvvisazione. Adottando questo punto di vista, l’esercizio della tecnica o delle specifiche conoscenze teoriche riconducibili a una figura professionale di riferimento non costituiscono il fulcro attorno al quale si costruisce l’intervento formativo.
Non dobbiamo dimenticare che il campo dell’animazione è, in primo luogo, esperienziale: del reale, del concreto, dei rapporti quotidiani, e richiede un’attenzione capace di cogliere il nesso tra i vissuti individuali e la pratica sociale. L’animatore di comunità valorizza la partecipazione delle persone e l’iniziativa della comunità come strumento principale per «agire» un cambiamento. Si muove nei luoghi, sostenendo l’attivazione, il coinvolgimento e lo sviluppo della comunità, attraverso la creazione di percorsi di conoscenza e azione collettiva, di spazi per rielaborare i significati di esperienze personali e sociali, accoglie le domande. Questo lavoro di animazione di comunità non è sempre detto sia circoscrivibile esclusivamente all’animatore nell’esercizio di una specifica professione (in senso stretto); può, altresì, essere letto nei termini di un approccio culturale, di una specifica sensibilità, di un diverso modo di stare nella comunità, adottato da chi, all’interno dei diversi contesti organizzativi e associativi di cui è parte, svolge funzioni lavorative diverse.
Dunque, sulla base di tali ragionamenti, nasce il percorso formativo per animatori di comunità. Si sviluppa per due edizioni, di tre anni ciascuna, coinvolgendo circa 15 partecipanti per ogni classe. La proposta si snoda attorno a questi temi, li tiene a mente, prova a rimetterli in discussione, e inizia a tracciare alcuni orientamenti di fondo.
L’immagine di formazione che è andata delineandosi nell’incedere del processo richiama una complessa relazione con il sapere, inteso non solo come esito dell’intreccio tra metodo, contesti e strategie formative, ma come sguardo proteso all’emergere del contenuto. In sostanza, si potrebbe dire che il percorso per animatori di comunità abbia cercato di attivare una sorta di «deformazione», di «trasformazione», più che una «formazione», intesa nel senso di dare una forma compiuta e lineare al sapere, di trasferire contenuti, in una logica dell’accumulo delle conoscenze. Diversamente, sono state proposte sollecitazioni su cui innestare nuove cognizioni, lavorando sulla plasticità, sulla flessibilità, sul confine, sul confronto tra forme diverse del sapere (già note o meno note) e sulle loro molteplici combinazioni (pensate o inattese), per far emergere inedite configurazioni di significati tra i molti possibili, grazie alle sollecitazioni dei partecipanti, di chi li ha accompagnati nel percorso e di chi ha portato e condiviso i propri contributi.
Ripensare l’approccio alla formazione in questi termini non è un fatto banale, né tanto meno scontato. Perché formare a uno stile animativo richiede di lavorare, in primo luogo sulle «posture», sull’atteggiamento, piuttosto che sull’individuazione di nuovi cammini da intraprendere, armati di solidi strumenti e di fini predeterminati; richiede di porre l’accento sull’incidenza degli schemi mentali e sulla riflessione (e riflessività) nell’azione, più che sull’apprendimento di contenuti da sedimentare e stratificare. Il sapere, la conoscenza, i concetti sono leve importanti per il perseguimento degli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere, ma sono allo stesso tempo strumenti utili per ragionare e spiegare quali fini sia sensato perseguire e con quale tipo di impegno [Larmore e Costa, 2013].
Se condividiamo il fatto che per rendere «formativa» una determinata esperienza sia necessario soddisfare tre principali condizioni come la direzionalità, la sistematicità e la selettività, nell’accezione stringente di ciascuna, allora, rileggendo il percorso triennale rivolto agli animatori di comunità Acli, sappiamo di trovarci di fronte a qualcosa di diverso. Con questa affermazione non s’intende escludere che la formazione abbia seguito una direzione, lavorato su dei presupposti di fondo e operato delle scelte conseguenti, tutt’altro. L’improvvisazione non è il fattore determinante che segna una discontinuità rispetto ad altri percorsi formativi. Piuttosto, la nostra proposta sperimenta un’idea di formazione, attualmente meno diffusa nel panorama delle organizzazioni che la praticano, che non riconosce nel rigore dei concetti la sua cifra distintiva, nella replicabilità il suo principale punto di forza, nella specializzazione delle prestazioni il suo contenuto prioritario. Tuttavia, essa risponde a una precisa intenzionalità, frutto di una problematizzazione delle finalità e dei metodi per perseguirla.
Non vi è dubbio che questo genere di formazione sia il frutto di una riflessione condivisa, che propone alcuni selezionati contenuti oggetto di apprendimento e connessioni possibili. A essere diverso è il punto di vista. Si tratta di una formazione che ha a che vedere con il «cosa» si conosce e con «il modo» in cui si conosce, proponendo un’occasione di confronto e dialogo, in cui trova spazio la riflessione educativa, la domanda su di sé e sul proprio modo di stare al mondo e di leggere quello altrui, provando a guardarsi dal di fuori per potersi raccontare. In questo senso, la principale valenza formativa risiede nella possibilità d’incamminarsi lungo un percorso di trasformazione, dagli esiti imprevedibili, accostandosi all’insieme di esperienze in cui prende e riprende forma la propria e l’altrui materia, direbbe Aristotele.
A questa formazione, intesa nel senso educativo più ampio, si attribuisce un carattere costitutivo all’interno dell’esistenza umana, quale processo di ri-significazione progressiva della forma e del contenuto di quanto esperito, processo continuo a cui ogni individuo è inevitabilmente chiamato nel corso della vita. Ecco che questo rievoca il significato proprio di Bildung per differenza dal concetto di Kultur, così come scaturisce dal pensiero di Wilhelm von Humboldt. Se Kultur riguarda tutto ciò che implica lo sviluppo delle conoscenze (facoltà), dei talenti, delle abilità, al termine Bildung si attribuirà il significato originario di formazione, ovvero quella dimensione del «senso» entro la quale ogni facoltà può attuarsi, in cui l’uomo può diventare consapevole di sé in rapporto agli altri; si tratta cioè di quell’universo simbolico che definisce l’uomo e per effetto del quale, a sua volta, ne è trasformato. In questa dinamica interattiva si concretizza il continuo divenire della formazione dell’uomo e il suo essere, quindi, costantemente processo [von Humboldt, 1970, orig. 1810].
In buona sostanza, la cornice di senso, entro cui è stato pensato l’intervento formativo rivolto agli animatori di comunità, guarda con favore a quella tradizione pedagogica che riconosce nell’assimilazione tra formazione ed educazione lo scenario privilegiato nel quale sviluppare la propria riflessione. Si è affermato che «l’educazione consiste nel saper giungere e condurre l’uomo alla consapevole conquista della sua umanità, nel renderlo consapevole del suo significato e del suo valore, ma anche dei limiti e rischi di caduta che gli appartengono» [Bertolini, 1988, p. 35]. Da questo passaggio l’intenzionalità formativa emerge con evidenza, in armonia con un mandato educativo che risuona nella storia del movimento associativo delle Acli.
Ciò ha significato, nei fatti, avere cura dell’integrità della persona e del suo sviluppo individuale e nella comunità, offrendo delle opportunità formative volte ad accrescere le proprie consapevolezze, ridefinire i confini, mettere a tema le resistenze, far scorrere le energie, lavorare sul processo, qualche volta a scapito del risultato, accogliere il senso del limite e il vuoto dell’incertezza, attraverso un dialogo tra saperi differenti e la contaminazione delle esperienze.
Attingendo, inevitabilmente, all’ormai consolidato modello andragogico di Malcom Knowles e alle successive riflessioni di Jack Mezirow [Knowles, 1980, e Mezirow, 2016], la formazione, nel rispetto delle esigenze di apprendimento dell’adulto, ha puntato al riconoscimento della sua autonomia, nell’ambito della valorizzazione delle esperienze che gli sono proprie1.

1.2 C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce

Ci sono dei cammini che procedono accogliendo alcune suggestioni, senza sapere dal principio a cosa condurranno. Questo è uno di quei casi. Certi significati risuonano dentro un’immagine di formazione che si ha nella testa, che poi si cerca di declinare in alcuni passaggi concreti. Alle volte con successo, altre con maggiore difficoltà. La frase di Leonard Cohen consegnata al titolo del paragrafo, da questo punto di vista, è sembrata una provocazione interessante: rappresentare e agire la formazione come una sorta di regione di confine, spazio di discontinuità tra ciò che ci è familiare, che possiamo aspettarci, terreno della sicurezza e del conforto, e ciò che costituisce l’ignoto, la continua richiesta di attesa, l’irrompere incessante delle domande, l’incertezza delle risposte. Uno spazio «di mezzo», insomma, tra queste due condizioni che coesistono nell’esistenza. Facile immaginare che potesse essere percepita come una pericolosa linea di rottura, ma anche come un’opportunità ad alto potenziale per una nuova saldatura. Quale migliore spunto per creare delle occasioni di apprendimento.
Perché, dunque, immaginare una formazione per animatori di comunità come un’«area di indeterminazione» non casuale ma volutamente pensata? Non certo per il piacere di destabilizzare i partecipanti o giocare sull’effetto sorpresa; né tanto meno per incuria, o per generare confusione tra gli obiettivi e le aspettative. Diremmo, piuttosto, per una prospettiva generativa e di crescita che questa idea lascia intravedere.
In sociologia, il concetto delle «zone interstiziali di sospensione» sta diventando oggetto di rinnovato interesse per la lettura della vita sociale, proprio perché in esso è possibile cogliere tutti i fermenti di una rinnovata vitalità sociale e il costituirsi di nuove forme di relazione sociale e di convivenza. Ci si riferisce a uno spazio di equilibrio tra forze contrapposte, sospeso fra tendenze volte al mutamento e spinte alla conservazione; a luoghi in cui si creano le condizioni per l’affiorare delle capacità resilienti delle persone, a dimostrazione che il rapporto tra la socialità e lo spazio è vivo e vitale [Rossi, 2006].
Il disordine, lo spiazzamento, la messa in discussione delle pratiche consolidate, il saper correre il rischio della vulnerabilità rappresentano delle condizioni per accedere a nuove consapevolezze, sebbene tradiscano i nostri bisogni di conforto. Siamo abituati a rintracciare i nessi di causalità, le correlazioni evidenti e quando ci accostiamo a un percorso formativo ed educativo, ancor di più, ci aspettiamo possa (debba) fornirci strumenti solidi, attendibili, facilmente comprensibili e applicabili, tramite i quali misurare i «come» e i «perché», supportandoci nella descrizione della regolarità dei processi e nell’azione adeguata al raggiungimento di risultati misurabili. Sia chiaro, non nutriamo alcuna ostilità nei confronti della misurazione e dei risultati da raggiungere, l’animatore di comunità non brancola nel buio e chi ha la responsabilità della formazione lo sa bene. Semmai ci sembrava utile provare a sperimentare l’ipotesi di un processo che non sempre conduce a quel risultato definito all’inizio; di un percorso che è discontinuo e può andare incontro a situazioni imprevedibili. Volevamo ragionare sul fatto che non esiste un manuale collaudato e che, se non sappiamo leggere il contesto, fare previsioni serve a poco. Quando si lavora non per le persone ma con le persone, si deve accettare il rischio di confezionare una torta alle carote, anche se i nostri obiettivi erano quelli di realizzare un plumcake alle zucchine, usando una metafora culinaria.
Abbiamo detto in precedenza che la formazione per gli animatori di comunità, così come l’abbiamo conosciuta in aula, intenzionale e progettata, formale o non formale che sia, ha cercato di attingere alla vita. L’atto educativo e formativo trae la propria forza dalla sua capacità di essere in contatto con il contesto esterno, con la comunità entro cui ciascuno costruisce il proprio mondo, anche se per sua natura, per il modo di essere concepita e realizzata, la formazione offre la possibilità di distaccarsene. L’animatore di comunità, al di fuori dell’aula, indipendentemente dalle attività svolte, è chiamato a lavorare in contesti comunitari in cui si rompono gli equilibri, non si rintracciano i confini, si perde di vista il senso, le relazioni si frammentano, le persone si disorientano: l’animatore stesso e la sua capacità di gestire questa complessità possono essere strumento e apprendimento...

Table of contents

  1. Cover
  2. Sinossi
  3. IREF
  4. Prefazione We care
  5. Premessa Le parole sono pietre: formare coscienze, comprendere il mondo
  6. Ringraziamenti
  7. Introduzione
  8. Parte primaSiamo la sostanza delle nostre storie: un racconto in tre atti
  9. 1. Gettare il sasso nello stagno: genesi e sviluppi di un percorso di formazione per animatori di comunità
  10. 2. Risvegli. Cronaca di un’esplorazione nelle comunità di Brancaccio e Zingonia
  11. 3. Una conversazione animativa
  12. Parte secondaCosa portiamo con noi: voci e analisi degli esperti
  13. Guida alla lettura
  14. 4. Scenari. Aprire nuovi orizzonti sull’immagine di periferia
  15. 5. Concetti. Strumenti per la conoscenza e per l’attivazione di persona, comunità e territorio
  16. 6. Gli approcci: cosa intendiamo parlando di animazione di comunità?
  17. 7. Esperienze: l’animazione sotto mentite spoglie
  18. 8. Lontano da dove? Una ricerca con le periferie
  19. Parte terzaTracce, intrecci e prospettive: piste di lavoro per il futuro
  20. Rintracciare le tracce, intrecciare i linguaggi (prologo)
  21. Animare la comunità. Un’esperienza nel contesto provinciale milanese
  22. Il Comitato Parco Buscicchio, una comunità educante in un quartiere vivo
  23. Fare l’animatore dei circoli nelle Acli di Varese
  24. Un pensiero di valle in Val Gandino
  25. Napoli e Cosenza: il servizio civile che guarda all’animazione di comunità
  26. Un’apertura «spalancata»
  27. Il nostro Learning by doing
  28. Una scuola per l’animazione di comunità a Bergamo
  29. E se ognuno fa qualcosa, allora può fare molto: un’esperienza a Palermo
  30. Fabbricare quello che verrà. Con materiali fragili e preziosi, senza sapere come si fa
  31. Conclusioni: l’importante è non concludere
  32. Bibliografia
  33. Autori ed esperti
  34. Note

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