Dalle ginocchia di mio padre
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Dalle ginocchia di mio padre

Storia di una vita tra sindacato e cooperazione a difesa dei più deboli

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Dalle ginocchia di mio padre

Storia di una vita tra sindacato e cooperazione a difesa dei più deboli

About this book

«Io a quattro o cinque anni avevo l'argento vivo addosso e la lingua già abbastanza lunga, non stavo fermo né zitto un momento; allora papà mi prendeva sulle ginocchia e mentre mi faceva saltellare mi chiedeva: "Tu cosa farai da grande?" "Farai, farai …", e rispondeva, lui stesso, quasi subito, "il fracanapa". In Veneto Fracanapa non è solo una maschera teatrale, ma è pure un nome che sta a significare un mestiere: saper costruire quel manufatto che spunta dal muro del camino e sopra il quale vengono sistemate delle mensole. "Sì, sì papà, farò il fracanapa", dicevo tutto allegro. "E invece no", riprendeva lui tra il serio e il faceto, "niente fracanapa, tu farai l'avvocato, prenderai la tua moto e te ne andrai in giro a difendere le cause della povera gente". Quando sono andato a lavorare al sindacato mi sono ricordato di quelle parole e, spontaneamente, mi è venuto da dire che quella di mio padre era stata una vera profezia. Di quelle che si avverano per il solo fatto d'esser state pronunciate. Poi, diciamola tutta, magari inconsapevolmente, a quella storia del futuro da difensore dei più deboli, io ci ho pure creduto per davvero…". Comincia dalle ginocchia del padre l'autobiografia di Aldo Romagnolli, uno dei protagonisti del sindacalismo e della cooperazione sociale dagli anni 60 a oggi in Italia. Il libro che apre la nuova collana "L'avventura dell'esperienza».

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Information

eBook ISBN
9788849866520
Year
2020

Nel sindacato

Affascinato dal sindacato

Mentre lavoro alla Nebiolo e desidero impegnarmi nel sindacato, fuori dalla fabbrica frequento l’oratorio della parrocchia di Leumann, quartiere operaio del comune di Collegno, alle porte di Torino. Siamo ormai alla fine degli anni Cinquanta e a dirigere questo oratorio – che altro non è che un salone messo a disposizione dalla fabbrica tessile che dà il nome al quartiere, la Leumann – è un giovane viceparroco, don Giuseppe Allande, sacerdote che ha molto a cuore la formazione dei giovani. Una sera invita a parlare un sindacalista della Cisl, un certo Natalino Tessore. Lo ascolto con enorme interesse e il suo racconto di che cosa è un sindacato mi prende… In quella conferenza sento come risuonare in me impressioni e conferme di quanto avevo cominciato a conoscere lavorando in fabbrica. Mi affascina, infatti, l’anelito alla difesa dei diritti dei lavoratori, dei più deboli, e capisco subito che devo dedicare tempo a questo ideale, che devo anche leggere e approfondire la questione. Ad aiutarmi in questo proposito c’è il fatto che da casa mia, dalla “Fabbrichetta” di Grugliasco alla Nebiolo di via Bologna, tra andata e ritorno, tra pullman e tram, ho alcune ore di viaggio che posso riempire con studio e letture varie.
In quel periodo la mia giornata comincia la mattina alle cinque e rincaso tra le sette e le otto di sera. L’apertura e la chiusura della giornata lavorativa le occupo perciò con la lettura. Approfitto del fatto che due miei fratelli sono intanto riusciti ad andare a lavorare alla Michelin e lì c’è una bellissima biblioteca aziendale dalla quale mi faccio portare in prestito libri a go-go. Leggo, leggo, leggo di tutto. Non dormo sui mezzi pubblici, come fanno in tanti. I pullman sono strapieni, ma riesco ugualmente a leggere. Che cosa leggo? Mica romanzetti… Leggere Dostoevskij non è uno scherzo, è uno scrittore che ti fa venire i capelli grigi, perché ti entra profondamente nella coscienza.Ovviamente leggo anche altre cose, tra cui saggi di economia e sul lavoro che mi servono più direttamente.
Alla Nebiolo, intanto, giunge il tempo del rinnovo della Commissione interna. Chi era in scadenza si lamentava che non c’era mai nessuno disponibile a dare il cambio e dunque… beh, sì, capisco che è l’ora di rischiare. Non sono più un ragazzino, adesso forse mi prendono in considerazione. E infatti colgo la palla al balzo per farmi avanti: “Sentite”, dissi con convinzione nel corso di una riunione, “se non avete nulla in contrario, io ci proverei a candidarmi …”. Mi presento. Attorno a me ci sono persone navigate, tutti cigiellini, ma io ho l’ardire di affermare che non solo non sono della Cgil, anzi, mi sento di essere della Cisl!
La lista è unitaria, e sono l’unico, lì dentro, a pensare di essere diverso dagli altri. Non so perché o per come, succede che mi eleggono. È veramente l’inizio degli inizi e da quel momento in poi mi coinvolgerò direttamente nell’esperienza del sindacato.
Quando esco dal lavoro, prima di andare a casa, passo alla sede Cisl di via Barbaroux a Torino e mi fermo a parlare con qualcuno. Cerco di fare conoscenze e ascoltare esperienze. Dialogo molte volte con Alberto Tridente, che tante ne ha passate nella sua storia personale. Alberto si era opposto alla politica discriminatoria della Fiat verso gli aderenti al sindacato Fiom e per evitargli il licenziamento per insubordinazione politica era stato trasferito a Leumann come delegato di zona della Cisl. Alla sede di Leumann non rimane molto, ma quel tanto a far radicare in quella zona un piccolo nucleo di giovani che assumono come riferimento sindacale la Cisl in un’area territoriale dove i partiti della sinistra sono straordinariamente preponderanti.
Bisogna saper imparare, ascoltare, leggere, per essere buoni sindacalisti. E io non mi lascio scappare l’occasione di partecipare alla “tre giorni di formazione” della Cisl per i giovani. La frequento insieme a Bruno Geromin, anche lui come me di origini venete, o forse friulane, un ragazzo della mia stessa età che lavora alla Bugnone. In quella azienda, appena sanno del suo interesse per il sindacato, lo licenziano. In tronco. Ma la Cisl decide a quel punto di assumerlo e di investire su un cavallo di razza come lui.
Il corso di formazione è per me un’esperienza importante, che mi spinge a pensare, a ragionare, a crescere. Ma c’è anche dell’altro: a Rivoli, dunque non distante da casa mia, è attivo un gruppo dell’Azione Cattolica che sente molto il peso dell’ingiustizia sociale. Le persone che lo compongono si ritengono in tutto e per tutto giovani cattolici, ma desiderano testimoniare che la Chiesa non sta dalla parte dei ricchi, anzi, da quella dei poveri e dei lavoratori. E tutto questo aveva anche un rilievo politico: c’era il rischio di cedere l’esclusiva della tutela di queste classi sociali alla sola Cgil, oppure ai comunisti, che in quella zona erano molto forti. Così la Cisl chiede a Tridente, a Geromin e a me, che sto con loro come uno che deve imparare, di provare a unirsi a questi giovani. È la mia prima vera scuola di politica sindacale. Un’esperienza che durerà per alcuni anni. Lavoriamo e studiamo, discutiamo e partecipiamo ai picchetti e alle riunioni sindacali. Riusciamo anche a fare una nostra pubblicazione, per esprimere le nostre opinioni. Proveniamo da condizioni e regioni geografiche e con livelli di istruzione differenti, ma ci sentiamo tra pari, alla ricerca di un senso della vita comune.
Attorno a me vi sono operai, diplomati e laureati come Cino Bogliaccino, impiegato comunale di prestigio. Cino è una persona meravigliosa, generosa e permanentemente tormentata dalla ricerca di quel che può essere il bene comune. Un giovane tra giovani, che ci è maestro. Tra noi vi è anche un ragazzino che ha qualche anno in meno della media degli altri componenti del gruppo o almeno cosi pare. Si chiama Adriano Serafino. Si diploma perito industriale e poi finisce a lavorare all’Olivetti e poi ancora al sindacato. Adriano è un falso pivello, con l’argento adosso, mai contento di niente e mai d’accordo con qualcuno. È difficile da capire nei suoi discorsi, ma è di grande e insuperabile generosità e di spirito di servizio. Una volta, anni più tardi, durante una segreteria della Cisl di Torino, esasperati dalle sue critiche, lo lasceremo parlare dalle nove del mattino sino alle 13 di fila, senza mai interromperlo: dice tutto e il contrario di tutto. Alla fine stremati, lui e noi, ci alzeremo senza dire nulla e ce ne andremo.
Molti di questo gruppo diventeranno esponenti locali della politica, della formazione, della cultura, misurandosi con la vita pubblica reale e cercando di concretizzare quello che collettivamente abbiamo scritto nel nostro giornaletto ciclostilato che si chiama “Il tamburino”.
Dunque accumulo tante esperienze da quando divento a tutti gli effetti uno dei punti di riferimento della Cisl torinese; ma sono soprattutto i rapporti personali con molti a lasciare il segno più profondo nella mia esistenza. Tra questi, uno di quelli che conservo come un mio piccolo grande tesoro, è l’aver conosciuto Vera Gianotti, moglie di Ercole e madre di tre meravigliose bambine. Non riuscirà a vederle crescere, perché colpita letalmente da un male incurabile. Vera è una donna dolcissima, emblema della serenità. A questo gruppo di amici di allora io devo molto: se non avessi avuto la fortuna di incontrarli e di inserirmi tra loro forse mi sarei perso nella mediocrità di una vita adeguata al mio livello di istruzione. Poi le nostre strade cominciano a dividersi: a Geromin viene chiesto di partecipare al centro Studi Cisl di Firenze. Ci va e diventa un sindacalista a tutti gli effetti. Entra a far parte della Segreteria provinciale della Fim e poi viene chiamato all’Unione di Padova e poi a quella di Venezia. Di fatto lo perdo, in questo suo perigrinare…
E io? Beh, innanzitutto continuo con la mia militanza nella Commissione interna della Nebiolo. Sono un giovane, un ventenne e ho tante cose per la testa, idee, progetti, strade diverse da sperimentare. Per qualche anno frequento una scuola serale per disegnatori: non acquisisco il diploma, ma solo qualche attestato. Soprattutto, sento di dover fare delle scelte. Potrei lasciarmi attrarre dai piaceri della vita, anche perché non sono un giovanotto da buttare via, le ragazze mi piacciono e io non dispiaccio a loro. Avevo incominciato a imparare a ballare e al sabato e alla domenica sera ci trovavamo con le ragazze. Quanto mi piaceva stare allacciati e danzare!
E invece, stringendo i rapporti con questa banda di giovani cattolici, decido di rinunciare a quel piacere per stare insieme a loro e vivere con loro i miei momenti di libertà. Per noi diventa normale incontrarci molte sere della settimana e andare avanti a discutere fino a mezzanotte, fino all’ultimo pullman, fino allo sfinimento, a dialogare su che cosa fare, dove andare, e scambiarci idee e informazioni.
Attiriamo l’attenzione di molti, sia di Carlo Donat-Cattin sia di Guido Bodrato, sia della Cisl torinese stessa, che mostrano verso il nostro gruppo una particolare attenzione. In qualche modo ci seguono, per fortuna non in maniera assillante. La Chiesa ufficiale invece appare piuttosto diffidente verso di noi. Anche se in fondo eravamo tutti ragazzi abbastanza religiosi, non riusciamo mai a legare con la Chiesa. Mi piace pensare che alla base di ciò vi fosse il fatto che noi, con gli scritti e con le parole, davamo spazio a opzioni che per quei tempi non erano ancora del tutto mature. La Chiesa ufficiale riteneva in questo periodo che i giovani cattolici dovessero formarsi e fermarsi negli oratori. La politica, il sindacato, erano considerati luoghi che potevano compromettere sia la formazione religiosa dei buoni cristiani sia disturbare i buoni rapporti con i ceti piu agiati. E questo non andava bene…

Il Centro Studi di Firenze

Tra i diciotto e i ventitre anni – a cavallo perciò degli anni Cinquanta e Sessanta – maturo e consolido la tendenza a interessarmi dei problemi degli altri nel mondo del lavoro, cosa che è nata in me in modo del tutto spontaneo e naturale. Disposizione che però assume un aspetto molto più concreto quando – un giorno – Alberto Tridente e con lui la Fim-Cisl, la sezione metalmeccanica del sindacato, mi propone di partecipare a un corso di formazione presso il Centro studi cislino di Firenze. Ciò significa una cosa estremamente precisa per me: decidere di cominciare un percorso che mi dovrà portare a esercitare in modo netto ed esclusivo il ruolo di sindacalista. Il tutto in anni in cui fare il sindacalista non sarà una cosa da ridere.
Ne parlo in famiglia, con gli amici, sul lavoro, nella sede Cisl di via Barbaroux. Decidere di fare il sindacalista è una scelta che comporta molti rischi: non esistevano ancora i permessi sindacali, non vi era protezione, non vi erano statuti o garanzie a cui appellarsi, ci vorranno anni e molte battaglie sindacali per arrivare allo Statuto dei Lavoratori. Ci penso e ci ripenso, anche quando salgo o scendo le scale degli uffici Cisl dove spesso mi capita di incrociare una ragazzina che già lavora lì, avrà avuto 14-16 anni, e che attira la mia attenzione e i miei sguardi. Pensavo: “Questa qui è proprio una bella ragazzina, ma io non ci uscirei manco morto, ha un sorriso così freddo …”.
Intanto, il segretario torinese dei metalmeccanici, che allora era Renato Davico, prende contatti con la direzione della Nebiolo e ottiene l’impegno a conservarmi il posto, mettendomi in aspettativa per alcuni mesi. In attesa – insomma – di capire, dopo l’esperienza fiorentina, se la mia strada sarà quella di dedicarmi al sindacato e, quindi, di lasciare il lavoro in fabbrica o invece di rientrare e riprendere le mie mansioni. Davico riesce a spuntare una sorta di primo grezzo diritto sindacale e questo rappresenta in quel frangente, per me, un motivo di maggiore tranquillità nell’affrontare certe scelte. Tuttavia, a complicare una decisione comunque travagliata, si aggiunge il parere contrario di mia madre il cui ragionamento, in parole povere, è il seguente: teme che io faccia la fine di Giacomo Matteotti (sic!) ma soprattutto è preoccupata che anche io sia animato da quell’incontenibile impulsività che aveva giocato a sfavore di suo marito nell’episodio che aveva provocato la sua morte. In un modo o nell’altro, mamma sente la necessità di tenere attorno a sè me e tutti i figli, benchè maschi, quasi a volerli proteggere da un mondo cattivo e pericoloso. Che strani tempi... madri che paragonano i figli a un Giacomo Matteotti e non a un Ronaldo qualsiasi... Chissà quante sono le mamme che sanno chi era e che valori incarnava quell’uomo che è stato uno dei simboli della lotta contro il fascismo!
Povera mamma, quante lacrime ha versato per i suoi figli. Povera mamma, quante paure e nascoste sofferenze e quali pesi e umiliazioni ha dovuto sopportare prima che fossimo in grado di contribuire al sostentamento della famiglia e al recupero di una serenità sua che tuttavia non riuscirà mai piu a ritrovare. Temo, purtroppo, che nella sua estrema semplicità non abbia potuto percepire e godere del fatto che, nel contesto sociale in cui è vissuta, era una madre invidiata e stimata, in modo assoluto!
A un certo punto accade però qualcosa che mi toglie di dosso ogni dubbio. Sono infatti gli “spacca putrelle” a spingermi ...

Table of contents

  1. Cover
  2. Sinossi
  3. Profilo biografico dell'autore
  4. Indicazione di collana
  5. Colophon
  6. Dedica
  7. Una premessa
  8. Parte prima
  9. Dal Polesine al Piemonte
  10. Parte seconda
  11. Nel sindacato
  12. La mia storia per immagini
  13. Parte terza
  14. Nella cooperazione
  15. Parte quarta
  16. Ciò di cui abbiamo bisogno