II. Lâenunciazione come appropriazione: produzione e osservazione
La seconda accezione di enunciazione concerne lâatto di appropriazione della langue via una selezione individuale che confluisce in un prodotto linguistico chiuso e compiuto (la parole) chiamato enunciato. Lâenunciato è il risultato di un atto oggettivato su un supporto.
Lâenunciato, sia esso verbale, pittorico, fotografico, filmico, è inteso come totalitĂ significante: questi differenti tipi di enunciato condividono il fatto di essere stati prodotti da un atto enunciazionale, da un gesto di dĂŠbrayage. Un enunciato si caratterizza per il fatto che è stato prodotto a partire da un atto che gli ha assicurato i limiti e le frontiere (la cornice, nel caso del dipinto; la copertina e la quarta di copertina nel caso del romanzo, i titoli di testa e i titoli di coda nel caso del film, ecc.).
Nella semiotica greimasiana si postula che gli enunciati visivi siano analizzabili come sistemi di significazione a partire dai rapporti differenziali tra forme, colori e posizioni. Tali rapporti differenziali permettono di comprendere la costruzione del punto di vista e la posizione che lâosservatore dovrebbe occupare â spaziale, pragmatica, cognitiva e passionale. Come abbiamo anticipato poco sopra, lâenunciato prefigura una presa di posizione, dei percorsi dello sguardo, cosĂŹ come un insieme di valori da condividere con lâosservatore.
Se lâenunciazione concerne, nel linguaggio verbale, il modo di asserire qualcosa (dĂŠbrayer) e di assumere una responsabilitĂ nei confronti di ciò che è stato enunciato (embrayer), nel caso dellâimmagine essa concerne piuttosto il fare corporeo, che articola in maniera coestensiva un fare della produzione (dipingere, fotografare, disegnare, ecc.) e un fare dellâosservazione (contemplare, guardare, percepire, ecc.). Come abbiamo giĂ affermato, la semiotica si dedica allo studio dei simulacri della produzione e dellâosservazione, chiamati enunciatore ed enunciatario. Questi simulacri hanno lo stesso ruolo dei pronomi io e tu utilizzati nel discorso quotidiano. Si tratta di simulacri della soggettivitĂ nelle forme della presa dâiniziativa (lâio) e dellâappello/del rivolgersi a (il tu) allâinterno della costruzione discorsiva del dialogo. Lâenunciatore e lâenunciatario sono infatti identificabili tramite delle configurazioni testuali che prendono il loro posto e che offrono allâinterprete in carne e ossa dei modelli possibili di percorsi di lettura: è ciò che viene definita enunciazione enunciata.
Lâenunciatore e lâenunciatario formano una coppia di simulacri discorsivi e la loro relazione si caratterizza come una forma di reciprocitĂ . Lâenunciatore si costituisce in contemporanea allâenunciatario. Evidentemente, si tratta di due soggetti dellâenunciazione che possono non corrispondere ad alcun personaggio rappresentato nellâimmagine, nĂŠ alla coppia produttore/spettatore empirici; al contrario, li si individua nelle differenti declinazioni dello spazio, nelle prospettive utilizzate, nellâincrocio dei punti di vista, nei ritmi dei fenomeni rappresentati.
Fermiamoci su questo punto. Lâenunciazione come istanza semiotica logicamente presupposta dallâenunciato è da distinguere dallâenunciazione come atto non linguistico, di tipo referenziale, legato alla situazione di comunicazione in praesentia. La semiotica classica non cerca di analizzare lâatto di enunciazione in se stesso, ossia gli atti di parlare, dipingere, fotografare â intesi come processi in atto allâinterno delle pratiche â, ma di studiare lâenunciazione enunciata, cioè le marche enunciative della soggettivitĂ e dellâintersoggettivitĂ depositate nel discorso. Lo abbiamo giĂ segnalato: i simulacri del produttore e del lettore/osservatore di un enunciato non coincidono con gli atti dei produttori e destinatari in carne e ossa, ma con le molteplici strategie di cui i soggetti dellâenunciazione dispongono per mettersi in scena, per costruire una retorica del sĂŠ e degli altri, secondo tempi e spazi variabili. Il soggetto è quindi un prodotto del discorso, e ciò vuol dire che possiamo studiare la soggettivitĂ e lâintersoggettivitĂ a partire degli enunciati e non lâinverso.
Una spiegazione convincente della nozione di enunciazione enunciata in immagine ci è offerta dal semiologo e storico dellâarte Louis Marin. In OpacitĂ della pittura (1989), Marin ha chiarito la differenza tra enunciazione enunciata e atto enunciazionale allâinterno di una situazione di comunicazione, prendendo spunto da alcuni esempi di dipinti religiosi. Questi ultimi ci sono utili a descrivere, in maniera diversa rispetto a come farebbe un linguista, la differenza tra âenunciazione ristrettaâ ed âenunciazione estesaâ sulla quale ritorneremo in seguito.
Secondo Marin, le Annunciazioni italiane simbolizzerebbero unâomologia tra la struttura di comunicazione dellâIncarnazione di Dio e la struttura dellâenunciazione enunciata. Lâidea che fonda questa analogia tra la teoria dellâenunciazione enunciata e la rappresentazione dellâAnnunciazione consiste nel fatto che, essendo a fondamento dellâavvenimento singolo dellâapparizione dellâenunciato, lâenunciazione come atto è un âinconoscibileâ delle scienze del linguaggio, nello stesso modo in cui lâIncarnazione di Dio è un inconoscibile per le scienze dellâuomo. Lâenunciazione cosĂŹ come lâAnnunciazione non possono che essere approcciate indirettamente, a partire dalle marche, dalle tracce o indizi che lâavvenimento singolo (lâatto enunciazionale, lâAnnunciazione) deposita negli enunciati: in un certo senso, lâenunciazione si manifesta in quanto irrimediabilmente nascosta e inafferrabile, e per sempre, come il segreto nel caso dellâAnnunciazione. Lâatto dellâIncarnazione di Dio e lâatto dâenunciazione sarebbero entrambi impossibili da comprendere, e non ci resterebbe che studiarne le marche discorsive, i loro residui. A questo proposito Marin prende lâesempio dellâAnnunciazione di Domenico Veneziano (1445-1450, Fitzwilliam Museum, Cambridge), che mostra che il segreto dellâAnnunciazione è solamente raccontato sullâasse della storia (enunciazione-storia secondo Benveniste), da sinistra a destra, alla terza persona. Infatti lâAngelo Gabriele e Maria sono di profilo e lâaccesso al loro sguardo ...