Nel rilevare le fonti di ispirazione dello straordinario eclettismo di Zygmunt Bauman si rimane subito impressionati dalla varietà del loro assortimento. Keith Tester e Michael Hviid Jacobsen hanno parlato di una “moltitudine” di riferimenti, relazioni spirituali e parentele intellettuali. Si potrebbe persino ricostruire lo “scheletro sociologico” della sua opera come un continuo “mescolare, combinare, unire, utilizzare, piegare, sostenere, criticare, forgiare e trasformare queste presenze costanti” (2005: 26). E tra i suoi predecessori e contemporanei un posto di rilievo è riservato a Theodor W. Adorno, il quale, scomparso nel 1969, per contro, non ha avuto la possibilità di leggere l’opera di Bauman, sino ad allora un sociologo sconosciuto a livello internazionale che era fuggito l’anno prima dal nazional-comunismo della Polonia di Gomułkaed e aveva pubblicato prevalentemente in polacco. L’affinità elettiva fu così forte che, nella prolusione tenuta alla Paulskirche di Francoforte sul Meno per il conferimento del Theodor-W.-Adorno-Preis, Bauman si autodefinì suo “discepolo”. Rileggendo le motivazioni dei propri sentimenti di “affinità spirituale” e “parentela temperamentale”, non crediamo che ci fu solo captatio benevolentiae verso l’intellettuale più amato nella città libera:
Adorno sapeva – a differenza di tanti altri che, per amore della coscienza pura e dell’equilibrio mentale, non sanno o non ammettono di sapere o non vorrebbero sapere – che non ci sono, né ci dovrebbero essere, risposte dirette a domande contorte, né ci sono soluzioni chiare a situazioni ambivalenti. Sapeva che chi pensa e si preoccupa è destinato a navigare tra la Scilla del pensiero puro ma impotente e le Cariddi di un’efficace ma inquinata offerta di dominio. Tertium non datur (1998b: 12).
La citazione chiarisce il terreno, al contempo, gnoseologico e pratico – del confronto o meglio del “pesante debito” che Bauman ha continuato a riconoscere in interviste successive (2001: 378), sino al capitolo “Pensare in tempi oscuri (rileggendo Arendt e Adorno” di Liquid Life (2005[2006]), una rielaborazione del saggio di due anni prima, tradotto da “Micromega” con il titolo Adorno e la globalizzazione (2003), in cui era sviluppata la linea della prolusione di Francoforte. L’esame del supposto debito di Bauman verso Adorno è supportato da alcuni precedenti tentativi di riallacciare i molteplici fili argomentativi sparsi nella sua opera in una trama filologicamente puntuale e dotata di coerenza sistematica, in particolare su temi ricorrenti come la critica dell’illuminismo e della modernità, l’analisi dell’industria culturale e del consumismo, oltre al comune tentativo di fondare la critica sociale sulla dialettica negativa (Smith, 1999: 171-178; de Almeida, 2007; Rattansi, 2014; Jacobsen e Hansen, 2016). Questi studiosi hanno rimarcato la distanza storica e biografica dei loro percorsi intellettuali – nonostante la comunanza per le origini ebraiche e la condizione di esuli, sottolineata dallo stesso Bauman –, le differenze sostanziali dei quadri teoretici, la relativa esiguità dei riferimenti adorniani e il terreno selettivo in cui matura il confronto. Ciononostante, c’è chi ha sentito il bisogno di sottolineare che Bauman non può essere considerato il “semplice clone” di Adorno (Smith, 1999: 172).
Eppure, tutti sono concordi nell’evidenziare più le similitudini e ritengono che le convergenze tra i due autori siano state in gran parte trascurate dalla letteratura critica, come rimarcano Jacobsen e Hansen, definendoli “due rappresentanti della teoria critica, per quanto Bauman non sia associato all’Istituto di ricerca sociale né normalmente incluso tra le fila della cosiddetta “scuola di Francoforte” (2016: 130). A ben vedere, infatti, osserviamo una vasta indifferenza della comunità scientifica nei confronti del sociologo di Leeds, in particolare da parte degli studiosi di ispirazione francofortese. Del resto, nel panorama scientifico tedesco è disponibile persino una selezione molto ridotta dei suoi scritti (Junge, Kron, 2014: 1). Tra i possibili fattori ci limitiamo qui a segnalare la sua condizione di outsider nel campo sociologico (Smith, 1998), e una disposizione personale che lo ha sottratto alla “pretesa di fondare una scuola di sociologia” (Kilminster e Varcoe, 1999: 1) – un elemento di habitus accademico che lo differenzia dalla “sacra famiglia”. Per tali ragioni, sono stati unicamente i “seguaci” di Bauman a rimarcare la sua ripresa di motivi della “scuola di Francoforte”, accanto all’eredità del marxismo revisionista di Gramsci e Lukács, della sociologia critica americana di Mills, dell’antropologia strutturalista francese e di altre correnti eterodosse nella elaborazione di un “approccio indipendente” (Smith, 2014: 232). Ciò è accaduto, per altro verso, nel quadro di una rilettura delle convergenze tra l’opera di Adorno e il post-strutturalismo – avvalorata, anche nella cerchia stretta della terza generazione francofortese, con le tesi di abilitazione di Axel Honneth (1985[2002]) e Cristhoph Menke (1988).
Occorre osservare che la tradizione della teoria critica è stata e continua a essere una delle più rilevanti fonti di influenza per la sociologia nell’ultima parte del XX secolo e alle soglie del XXI secolo (Jacobsen, Hansen, 2016: 107). Eppure, per Bauman, in quel trapasso, la teoria critica indica cose diverse. Nella ricerca dei frammentari riferimenti di Bauman ad Adorno, emerge un secondo aspetto che gli esegeti baumaniani hanno rimarcato ma non abbastanza. La sua adesione vive due fasi di sviluppo ben distinte, e, per tanti versi, antitetiche, con interlocutori e programmi di ricerca differenti. Come noto, Dennis Smith ha segnalato che, inizialmente, il percorso di Bauman è stato particolarmente influenzato da Karl Marx, Antonio Gramsci e Jürgen Habermas e solo con la svolta della postmodernità, dalla metà degli anni Ottanta, il loro posto fu preso da Michel Foucault, Adorno e Emmanuel Levinas (1999: 27, 29) – una triade confermata da Felipe Q. de Almeida (2007: 14). Solo confondendo le forme della teoria critica non si coglie la discontinuità del secondo Bauman rispetto al primo, una volta presa la via delle distinzioni epocali tra “modernità” e “postmodernità” e modernità “solida” e “liquida”.
Ciò detto, si tenterà di dimostrare che se vi è stato un interesse scientifico verso il programma di ricerca habermasiano, l’affinità con il pensiero adorniano rimarrà non mediata, almeno nella stessa misura, da un confronto esplicito se non esaustivo con gli scritti di Adorno. A tale proposito Jacobsen e Hansen confermano che
Non ci accorgiamo di questo apparentemente improvviso aumento nell’uso di Adorno o comunque nel dialogo con le idee di Adorno, né di un significativo aumento del numero di riferimenti, né di un interesse a giocare specificamente con le concezioni principali di Adorno. Così Adorno è stranamente assente o vi si accenna ai margini della maggior parte degli scritti di Bauman (2016: 109).
Diversamente dalle interpretazioni della critica baumaniana, cerchiamo di dimostrare che non solo Bauman conosce una minima parte dell’opera di Adorno – almeno non dà modo di far intendere il contrario – ma non ne approfondisce neppure i presupposti filosofici e gli sviluppi argomentativi. L’effetto percepito è un senso di occasionalità in tali riferimenti e superficialità nelle sue interpretazioni che il canone degli studi adorniani presumibilmente rifiuterebbe. Infine, laddove le loro idee “si strofinano l’una contro l’altra” (Ibidem), si palesano più critiche che adesioni sui temi principali delle loro analisi. Ciò accade per quasi tutto il “sottobosco di idee comunemente condivise”, cioè proprio sul terreno che la critica baumaniana ha scelto per il confronto: la “modernità”, l’“Olocausto”, la “postmodernità”, l’“industria culturale” e il “consumismo”, le offese sociali alla vita buona e alla morale, la possibilità di far germogliare il “non identico” e l’utopia e infine il ruolo del pensiero critico” (Ivi: 131). Non intendiamo affermare che il pensiero di Bauman sia inconsistente. Al contrario, è difficile disconoscere come egli abbia saputo dischiudere nuove prospettive e costellazioni di concetti, assunti da molti ricercatori nelle indagini sociologiche e da un pubblico più vasto di lettori per comprendere lo spirito del tempo e il loro essere-nel-mondo. Semplicemente, non derivano affatto dall’opera del “maestro”.
Per una sociologia critica. Con Habermas
Durante una prima lunga fase che possiamo identificare con il progetto di elaborazione di una “sociologia marxista”, la produzione editoriale di Bauman verte sulla definizione di un quadro teorico e di un modello per i rapporti tra la teoria e prassi. Sul piano metodologico, vi è una presa di posizione a favore di un approccio ermeneutico mentre sul piano tematico domina l’analisi dei concetti fondamentali tratti dalla letteratura sociologica classica: cultura, strutture sociali, élites, classi, capitalismo, lavoro, democrazia, socialismo, totalitarismo, ideologia, partiti politici, media e altri ancora. All’interno della tradizione del marxismo occidentale, nella prima metà degli anni Sessanta, avviene l’incontro con la prima “scuola di Francoforte”. I Lineamenti di una sociologia marxista, infatti, presentano The authoritarian Personality (Adorno et al., a cura di, 1950[1973]), come una delle “rare eccezioni” che individua le determinanti del comportamento non solo nei “tipi di stimolo” (la “pressione dell’ambiente esterno”) ma anche nella “struttura della personalità” e che si focalizza sui “tipi di personalità”, seguendo l’ipotesi che moventi, attitudini e orientamenti individuali costituiscano un sistema più o meno armonico e unito, con una precisa relazione tra le parti e la totalità (1964[1971]: 442). L’esame è marginale ma lascia insoddisfatto Bauman sotto molteplici aspetti:
È ancora troppo presto per una “tipologia generale” della personalità, perché non è chiaro se i tipi descritti in letteratura riflettono le distinzioni esistenti nella realtà o se sono invece creazioni degli scrittori. Non è neppure spiegato un problema cardine della sociologia, il legame cioè esistente tra la frequenza dei diversi tipi di personalità e la struttura di classe, la cultura sociale e gli aspetti differenziati delle particolari subculture di classe e di gruppo. Così pure non è chiarito il problema essenziale della possibilità di trasporre le costruzioni tipologiche dalla lingua di una cultura all’altra (ivi: 443-444).
Nel complesso, fu una rassegna di una delle più famose prospettive nella letteratura sociologica con cui egli avviava un confronto costruttivo ma nulla di più, tant’è che non vi sono riferimenti ai francofortesi nel successivo saggio Modern Times, Modern Marxism (1967[2005]: 58-70) sulle revisioni del materialismo storico.
Ancora in Culture as Praxis, sulla cui rilevanza nella prima ricezione italiana non ci soffermiamo, il “famoso concetto di Adorno” – la “personalità autoritaria” – serve solo per specificarne il differente uso che egli riprende da Everett E. Hagen nell’analisi della diffusione di mentalità nelle società tradizionali (1973[1976]: 10). Del resto, cercando di stabilire una corrispondenza tra il principio organizzativo della struttura sociale e la funzione ideologica delle tradizioni culturali, Bauman rivolge lo sguardo non già alla prima della “scuola di Francoforte” ma ad Habermas, che allora era considerato il principale esponente della seconda generazione. Alla fine del testo, egli esprime vivo apprezzamento per il programma di ricerca contenuto in Erkenntnis und Interesse (1968[1970]), tradotto per la Beacon Press in quello stesso 1971. L’aspetto che interessa Bauman è il collegamento della riflessione metodologica sulle condizioni e limiti conoscitivi delle scienze empiriche con la ricostruzione delle forme di esperienza contenute nel lavoro e nel linguaggio, ossia nel “tessuto vero e proprio del processo vitale umano” (1973[1976]: 250).
In quegli anni, il confronto è serrato, sino a valutare gli scritti habermasiani come il più interessante tentativo di rinnovamento della teoria critica, mentre sono quasi del tutto assenti riferimenti ad Adorno. In uno dei rari brani, tuttavia, si trova una riflessione seminale che troverà solo molti anni dopo un terreno fertile. Considerando la disputa sulla logica delle scienze sociali tra dialettici e positivisti (1962-1969), infatti, Adorno è presentato come il filosofo del “possibile”, una categoria che costituisce la condizione stessa della critica, per cui la “la società può diventare “problematica” (cioè oggetto di critica intellettuale e pratica), solo se le persone possono concepirne una diversa da essa” (1976a: 35). In Socialism. The Active Utopia, infatti, Bauman ricerca modelli di “allargamento” della critica socialista “per attaccare le basi socioculturali del dominio e raggiungere il suo nucleo, più duro e più resistente di qualsiasi sua particolare forma storica”, in altri termini “andare alle radici dell’alienazione” (Ivi: 124). Al cospetto dell’esperienza frustrante della rivoluzione russa e della barbarie nazista, e più in generale all’entusiastico sostegno popolare ai movimenti totalitari, anche la Dialettica dell’Illuminismo (1947[1966]) è espressione della tendenza intellettuale a trascendere i fatti per scavare in profondità nelle fondamenta della società moderna. Mark Featherstone ha ben descritto come il socialismo utopico-umanista fosse un movimento controculturale – di “apertura” – contro il desiderio di sicurezza che aveva alimentato le moderne utopie-distopie dello stalinismo e del nazismo (2010: 133). La stessa “ideologia positivistica dei fatti” è intesa come il “rifugio sicuro di tranquillità e di paura”, una “razionalità ridotta alle dimensioni delle istituzioni sociali dominanti” e la “brutale soppressione dei modi alternativi di esistenza” (Bauman, 1976a: 125). Per altro verso, egli giudica la loro posizione come un ripiegamento verso “la solitudine di sentenze filosofiche altamente sofisticate e di conseguenza esoteriche” (Ivi: 126).
Alla ricerca di nuovi modelli teoretici, Towards a Critical Sociology (1976b[1982]), la recensione di Legitimationsprobleme im Spätkapitalismus (1973) per “New Society” (1976c) e Hermeneutics and Social Science (1978) documentano l’adesione completa di Bauman alla prospettiva del primo Habermas sui fondamenti epistemologici della critica sociale e sul nesso tra teoria sociologica e prassi di vita così come alle sue analisi dei fenomeni patologici delle società contemporanee del periodo di Starnberg. Il debito intellettuale è esplicito. Fu riconosciuto dagli studiosi più attenti di allora, come Daniel Held (1978) e Kurt H. Wolff (1983), e poi dagli allievi di B...