Di fronte ai quotidiani e dolorosi casi di bambini e adolescenti sempre più in difficoltà con la vita, la questione di fondo non è quella relativa a un qualche blocco dell'educazione familiare: la questione di fondo è quella della totale eclissi dell'educazione familiare. Il punto, insomma, non è che i genitori educhino poco o male. Il punto è che non educano più. Il genitore contemporaneo pensa e agisce come se il figlio non necessitasse più del tempo dell'infanzia e dell'apporto decisivo dell'educazione familiare. Il saggio esplora tutte le costellazioni che si addensano attorno al fenomeno del "nuovo bambino immaginario", approfondendo in particolare le pesanti ricadute future che per il bambino reale comporta la folle sospensione del tempo dell'infanzia e scovando le radici ultime della sua precoce e perversa adultizzazione nell'estremo desiderio delle generazioni adulte di una giovinezza senza fine. Alla fine dei conti, infatti, il bambino adulto è il perfetto contraltare e l'efficace sostegno psicologico di quell'adulto bambino generato dalla nostra società ipergiovanilistica. Va da sé poi che, solo se gli adulti ritorneranno a fare gli adulti, il nuovo bambino immaginario potrà cedere il posto al bambino reale. Solo così potrà ricostruirsi il patto educativo tra genitori e figli, senza il quale a nessuno è data la possibilità di essere all'altezza della vita.

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Il nuovo bambino immaginario
Perché si è rotto il patto educativo tra genitori e figli
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Perché si è rotto il patto educativo tra genitori e figli
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Topic
Theology & ReligionSubtopic
Religion1.
Crescere senza infanzia.
Il difficile mestiere del bambino
Debbo a Irene Bernardini (2012, 140) l’indicazione di una definizione di “bambino” offerta dal noto scrittore italiano Sandro Veronesi, che ben si presta a introdurre le pagine di questo primo capitolo del saggio, dedicate alla ricognizione dei modi in cui i bambini di oggi attraversano l’esperienza dell’infanzia ormai del tutto stravolta dal fenomeno del nuovo bambino immaginario. Nella mente dei genitori attuali, infatti, il piccolo d’uomo non ha bisogno di una vera e propria stagione di vita da dedicare al faticoso apprendimento dell’umano, nel confronto-scontro con altri umani già definiti, ma ha solo bisogno di tempo per giungere all’altezza standard della persona adulta. Ed è così che molto della verità “dell’essere solo un bambino”, da parte dei nostri bambini, ci sfugge. Di quella verità assai finemente illustrata da Veronesi sotto la voce Bambino (puer familiaris):
Mammifero onnivoro, gli unici alimenti che non gli sono compatibili sono il minestrone e il fegato ai ferri. Malgrado la sua apparente docilità, dovuta più che altro alla piccola stazza, mantiene un’irriducibile natura selvatica, tende a evitare docce e ama il disordine. A differenza dell’uomo è in grado di vivere con l’inconscio aperto, il che gli assicura una formidabile sensibilità per le cose immateriali, un intuito oracolare, una sfacciata fortuna al gioco “testa o croce” ma anche una notevole vulnerabilità emotiva. Per questo piange spesso. Contrariamente a quanto si crede, dispone di scarsa fantasia: la sua attività preferita, infatti, è rivedere all’infinito lo stesso cartone animato. Pratica l’affermazione di sé attraverso la disubbidienza e, se attaccato, reagisce con brutti voti a scuola. Non gradisce la novità e soffre terribilmente qualsiasi tipo di separazione. La sua addomesticazione e il suo addestramento sarebbero regolati da severe norme di tutela, che però vengono rispettate molto raramente, col risultato che finisce quasi sempre per subire traumi. Non si riproduce. La sua vita media è di 10-11 anni, ma si sono dati casi di bambini vissuti fino a 74 anni (Jacques Mayol), e addirittura fino a 88 (Fred Astaire). La sua più frequente causa di morte è smettere di avere paura del buio.
Ora il fenomeno del nuovo bambino immaginario brucia alla radice ogni possibilità che qualcosa di quanto sin qui abilmente descritto possa realizzarsi in concreto nella vita dei nostri cuccioli. Leggere, infatti, come impone l’attuale immaginario diffuso dell’infanzia, la loro presenza nel mondo come quella di adulti di piccola statura implica il disconoscimento di quella loro irriducibile natura selvatica, di quella mancata strutturazione della propria interiorità, di quella loro pervicace resistenza al cambiamento e al gesto della separazione, e comporta pertanto – cosa assai più carica di conseguenze – il contemporaneo disconoscimento della loro urgenza di trovare il proprio “io”, del loro bisogno di affermarsi da sé e infine della loro decisiva necessità di ricevere «un’addomesticazione e un addestramento», per riprendere alla lettera le affermazioni di Veronesi.
In una parola, il fenomeno del nuovo bambino immaginario tende a dissolvere, davanti agli occhi di chi ne ha cura, la semplice verità dell’essere “solo un bambino” del bambino reale. Non si dimentichi che questo termine ha molte assonanze con l’aggettivo “babbeo” e con il verbo “balbettare”, i quali indicano non a caso la quasi totale assenza di competenze linguistiche e non solo di quelle nel piccolo d’uomo. Di tutto questo si è perso, oggi, consapevolezza.
Certo, ed è bene non perdere mai di vista questo punto, immaginare il bambino quale “adulto di piccola taglia” porta evidentemente un grande vantaggio per i genitori: essi non si sentiranno più in dovere, nei confronti del loro piccolo, di un impegno educativo lungo, faticoso e completamente in perdita, essendo l’obiettivo di ogni processo educativo quello di fare in modo che il figlio possa stare al mondo “senza” il genitore. Educare è sempre la messa in atto di un processo di autonomizzazione e dunque di separazione e di “perdita” del figlio. Alla fine dei conti, si tratta sempre di consentirgli di prendere, da sé, parola nel grande consenso degli umani in un modo così autentico e dunque libero da potersi opporre esattamente “anche” alla parola di chi lo ha generato. Va da sé che il raggiungimento di un tale scopo è un’operazione particolarmente dispendiosa, che proprio l’adultizzazione dei bambini risparmia tutto d’un colpo ai genitori contemporanei.
Torniamo però al cuore di questo capitolo, rivolgendo la nostra attenzione a ciò che succede al bambino, quando non è più considerato destinatario di cure educative ma quale soggetto di un autonomo processo di emanazione di una pienezza di umanità e di grazia, già date sin dal suo apparire al mondo.
Il difficile mestiere del bambino
La prima e più grave conseguenza, per il bambino, della sua precoce adultizzazione è quella per la quale viene messa in serio pericolo la possibilità di portare a compimento quello che è il suo compito vitale: il compito di crescere.
L’esperienza umana della crescita è un processo altamente simbolico che si innesta certamente su elementi di tipo biologico, ma che convoca all’appello anche il ruolo di altri esseri della specie, in particolare di coloro che sono già avanti nella catena delle generazioni. Senza un contatto profondo con una persona adulta è praticamente impossibile, per un bambino, crescere, anche quando fisicamente continua a mutare. Il corredo istintuale della specie umana, come è a tutti noto, è praticamente limitato al mimino indispensabile, se comparato con quello di altre specie viventi sul pianeta. Sin dall’avvio del suo cammino di crescita, ogni bambino ha perciò bisogno non solo di latte e di cure per la sua igiene e la sua salute, ma ha radicalmente bisogno di sguardi e di parole: di sguardi e di parole che lo aiutino a decifrare il suo essere al mondo e il senso del mondo in cui è chiamato a fare la sua parte. Da questo punto di vista, gli occhi e le parole dei genitori rappresentano per il piccolo la prima mappa del mondo e la sua prima “carta d’identità”.
E anche senza tenere conto di quella distorsione che esattamente a questo primo e così decisivo livello per il cammino di crescita del piccolo viene introdotta dal fenomeno del nuovo bambino immaginario, si dovrà riconoscere che ciascuno paga sempre qualcosa alle “insufficienze” con cui i genitori hanno provato ad occuparsi di lui: e dunque a quegli sguardi e a quelle parole grazie ai quali questi ultimi lo hanno profondamente sostenuto.
Genitore, infatti, non si nasce: lo si diventa e lo si diventa “a spese” dei figli. Non a caso, forse, il lato più sfidante dell’esistenza umana risiede nel fatto che nessuno, proprio nessuno, può scegliere da sé chi lo genera alla vita! Ed è forse per questo che il primo dei comandamenti biblici diretti a dare ordine alle relazioni tra gli esseri umani – e dunque il quarto comandamento – sia rivolto all’onore comunque dovuto ai propri genitori:
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà (Esodo, 20,12).
Ed è un onore quello che il figlio deve ai genitori, derivante in ultima istanza esattamente da quel “peso” – in ebraico la parola che indica “onore” indica pure “peso” – che questi ultimi hanno avuto e imposto nell’aiutarlo a dipanare la propria esistenza. E non è una coincidenza che l’educazione familiare, ad un certo punto, chiama in causa altri soggetti esterni.
In ogni caso, il bambino si “nutre” principalmente dello sguardo e delle parole che i genitori gli rivolgono: trae da lì gli strumenti grazie ai quali dare forma al suo sentimento di vita. In particolare, è da lì che assume i parametri grazie ai quali decifrare i continui movimenti e mutamenti cui è assoggettato il suo corpo.
Il nodo cruciale è allora questo: più un genitore permetterà al suo piccolo di entrare in contatto con la verità del suo essere “bambino”, e si presenterà quale modello cui il suo piccolo, proprio in quanto “bambino”, può trarre ispirazione, più le dialettiche specifiche dell’infanzia entreranno fecondamente in azione. Si tratta di quei movimenti interiori che hanno a che fare con ogni autentico processo di crescita che è sempre un processo di cambiamento: il movimento dello slancio e quello opposto della paura. “Non posso non accogliere questa sfida che mi viene qui offerta: quella di poter realmente uscire dalla sfera della dipendenza e della mancanza di una mia parola su questa vita che mi appare sempre di più mia; non posso, nello stesso tempo, non temere il venir meno di qualcuno che si continui a occupare permanentemente di me e che mi eviti la fatica di dovere prendere direttamente parola”.
Compito specifico del genitore è qui quello di assecondare questi movimenti realmente contraddittori sino al punto in cui il figlio non avrà più realmente bisogno di lui: sino al punto in cui egli, il genitore, può realmente essere perso. È la perdita del genitore, la sua morte simbolica, il luogo del venire al mondo di un altro essere adulto. Si tratta, allora, di una delicata ma non per questo meno reale operazione di autosottrazione da parte del genitore, di un suo lento venire a mancare, per dare appunto tutto quello spazio necessario al figlio per prendere parola e posizione su quella singolare esistenza che è la sua vita (Lancini, 2017). E qui forse si staglia il vero “dramma interiore” di ogni genitore: accettare sino in fondo cosa voglia dire che la vita che egli ha donato al figlio appartiene per intero a quest’ultimo. Con le parole altamente efficaci di Gibran, ogni genitore deve accettare che «i suoi figli non sono figli suoi!».
Non è dunque facile il mestiere dei genitori. Di più: può essere qui utile ricordare, come ha fatto appena qualche anno fa Massimo Recalcati (2016) in un articolo apparso su «la Repubblica», l’espressione freudiana per la quale quello dei genitori rappresenta un mestiere impossibile. «Mestiere impossibile», commenta lo psicanalista italiano,
perché, come mostra l’esperienza, non si può esercitare questa funzione se non in modo sempre, più o meno, insufficiente, incerto. Nessuno può, infatti, possedere la risposta infallibile su qual è il senso della vita, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Tutti noi ci barcameniamo alla meno peggio navigando a vista, rinunciando alla favola della mano sicura che guida la vita dei figli.
In ogni caso esiste, come già accennato, una via per districarsi in questa faticosa funzione educativa. Continua ancora Recalcati:
I migliori genitori, spiega Freud, sono quelli consapevoli della loro insufficienza, ovvero quelli che rifuggono da un sapere predefinito, standard. Quelli che sanno che la sola cosa che conta nel rapporto coi figli è aver fatto loro segno dell’amore, ovvero riconoscerli nella loro assoluta particolarità. Senza questo riconoscimento la vita si ammala, si depotenzia, si disperde. Quello che conta nel processo di umanizzazione della vita è avere fede nel desiderio dei propri figli, donare loro la possibilità della sconfitta e del fallimento, ma anche quella di rialzarsi, di ripartire contando sul sostegno dei loro genitori. Quello che conta è donare loro la libertà di essere diversi da come li avremmo voluti; è lasciarli essere quello che sono.
Un tale «lasciar essere i propri figli quello che sono», oltre a fare giusto riferimento alla necessità che il genitore rinunci ad ogni possibile sogno che elabora ad occhi aperti a proposito del futuro del suo cucciolo, ha a che fare con la verità elementare dell’essere “solo un bambino” del bambino, il cui mestiere specifico è proprio quello di imparare da altri la singolare grammatica della vita umana con cui poi poter declinare la propria presenza al mondo. Ed è qui che ritroviamo tutta la problematicità del fenomeno del nuovo bambino immaginario: alla sua luce, il bambino reale possederebbe già da sé e sarebbe in grado di maneggiare perfettamente la singolare grammatica dell’umano!
L’abbandono
L’iniziare a destreggiarsi con le parole dell’umano e con un umano che si dà solo tramite le parole e dunque attraverso una dimensione culturale e non solo naturale, evento che sino a poco tempo fa decretava la conclusione dell’infanzia e l’avvio dell’adolescenza (che in ogni caso appartiene, almeno lessicalmente, già allo spazio dell’adultità), non rappresenta più per il bambino di oggi un compito reale e decisamente faticoso, alla cui esecuzione i suoi genitori dovrebbero riservare notevoli energie e dedizione. Il cucciolo di oggi – secondo la narrazione del nuovo bambino immaginario – non ha bisogno di un tale addestramento e di un tale ammaestramento. Egli sa già quello che deve sapere, perché è già quello che deve essere: un adulto, un adulto di piccola taglia! E come ogni adulto possiede quel che si deve possedere per stare al mondo da umani.
Per questo oggi l’infanzia scompare, come argomenta efficacemente Marina D’Amato (2014, IX):
I bambini scompaiono, non solo perché ne nascono sempre meno, ma soprattutto perché gli adulti, trattandoli subito “da grandi”, non riconoscono loro una specificità.
Del resto, a cosa servirebbe l’infanzia, una volta che, con le parole di Marina D’Amato (2014, 16), si impone una sua rappresentazione e una sua costruzione che «vede il bambino come essere potenzialmente perfetto, e precocemente competente»? Non serve a nulla, ma in questa sua scomparsa accade che il compito dei genitori, nei confronti dei loro figli, diventa semplicemente più leggero. Ancora una citazione di Marina D’Amato (2014, 17):
A tale rappresentazione del bambino [potenzialmente perfetto e precocemente competente] fa da contrappunto un’anal...
Table of contents
- Cover
- Sinossi
- Profilo biografico dell'autore
- Indicazione di collana
- Colophon
- Avvertenza
- Introduzione. Il nuovo bambino immaginario
- 1. Crescere senza infanzia. Il difficile mestiere del bambino
- 2. «Cosa vuoi mangiare, amore?». Le follie educative contemporanee
- 3. Insegnare fisica ad Einstein. La scuola dei Nobel
- 4. «Non sono i sani che hanno bisogno del medico». Piccoli messia avanzano
- 5. Adulti bambini, bambini adulti. Com’è che è cominciato tutto quanto?
- 6. Il patto educativo globale. Imparare a diminuire
- Conclusione. Giuseppe, Maria e Gesù: scene di ordinaria conflittualità
- Ringraziamenti
- Riferimenti bibliografici
- Dello stesso autore
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