Trattatello in laude di Dante
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Trattatello in laude di Dante

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Conservato in tre redazioni, tutte di mano del Boccaccio, il Trattatello in laude di Dante è stato composto fra il 1357 e il 1361. Com'è noto e dichiarato sin dal titolo, si tratta di una "lode" all'Alighieri e alla sua celebre Divina Commedia. In questa edizione alcuni termini sono stati lievemente e prudentemente attualizzati alla grafia contemporanea.

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Information

XXVI. Delle opere composte da Dante

Compose questo glorioso poeta più opere ne’ suoi giorni, delle quali fare ordinata memoria credo che sia convenevole, acciò che né alcuno delle sue s’intitolasse, né a lui fossero per avventura intitolate l’altrui. Egli primieramente, duranti ancora le lagrime della morte della sua Beatrice, quasi nel suo ventesimosesto anno compose in un volumetto, il quale egli intitolò Vita nova , certe operette, sì come sonetti e canzoni, in diversi tempi davanti in rima fatte da lui, meravigliosamente belle; di sopra da ciascuna partitamente e ordinatamente scrivendo le cagioni che a quelle fare l’avevan mosso, e di dietro ponendo le divisioni delle precedenti opere. E come che egli d’avere questo libretto fatto, negli anni più maturi si vergognasse molto, nondimeno, considerata la sua età, è egli assai bello e piacevole, e massimamente a’ volgari .

Appresso questa compilazione più anni, ragguardando egli della sommità del governo della repubblica, sopra la quale stava, e veggendo in grandissima parte, sì come di così fatti luoghi si vede, qual fosse la vita degli uomini, e quali fossero gli errori del vulgo, e come fossero pochi i disvianti da quello, e di quanto onore degni fossero, e quegli, che a quello s’accostassero, di quanta confusione, dannando gli studi di questi cotali e molto più li suoi commendando, gli venne nell’animo uno alto pensiero, per lo quale ad una ora, cioè in una medesima opera, propose, mostrando la sua sufficienza, di mordere con gravissime pene i viziosi, e con altissimi premi li valorosi onorare, e a sé perpetua gloria apparecchiare. E, perciò che, come già è mostrato, egli aveva a ogni studio preposta la poesia, poetica opera estimò di comporre. E, avendo molto davanti premeditato quello che fare dovesse, nel suo trentacinquesimo anno si cominciò a dare al mandare ad effetto ciò che davanti premeditato aveva, cioè a volere secondo i meriti e mordere e premiare, secondo la sua diversità, la vita degli uomini. La quale, perciò che conobbe essere di tre maniere, cioè viziosa, o da’ vizi partentesi e andante alla virtù, o virtuosa, quella in tre libri, dal mordere la viziosa cominciando e finendo nel premiare la virtuosa, mirabilmente distinse in un volume, il quale tutto intitolò Commedia. De’ quali tre libri egli ciascuno distinse per canti e i canti per ritimi, sì come chiaro si vede; e quello in rima volgare compose con tanta arte, con sì mirabile ordine e con sì bello, che niuno fu ancora che giustamente quello potesse in alcuno atto riprendere. Quanto sottilmente egli in esso poetasse pertutto, coloro, alli quali è tanto ingegno prestato che intendano, il possono vedere. Ma, sì come noi veggiamo le gran cose non potersi in breve tempo comprendere, e per questo conoscer dobbiamo così alta, così grande, così escogitata impresa, come fu tutti gli atti degli uomini e i loro meriti poeticamente volere sotto versi volgari e rimati racchiudere, non essere stato possibile in picciolo spazio avere al suo fine recata, e massimamente da uomo, il quale da molti e vari casi della Fortuna, pieni tutti d’angoscia e d’amaritudine venenati, sia stato agitato (come di sopra mostrato è che fu Dante): per che dall’ora che di sopra è detta che egli a cosi alto lavorio si diede infino allo stremo della sua vita, come che altre opere, come apparirà, non ostante questa, componesse in questo mezzo, gli fu fatica continua. Né fia di soperchio in parte toccare d’alcuni accidenti intorno al principio e alla fine di quella avvenuti.

Dico che, mentre che egli era più attento al glorioso lavoro, e già della prima parte di quello, la quale intitola Inferno, aveva composti sette canti, mirabilmente fingendo, e non mica come gentile, ma come cristianissimo poetando, cosa sotto questo titolo mai avanti non fatta, sopravvenne il gravoso accidente della sua cacciata, o fuga che chiamar si convegna, per lo quale egli e quella e ogni altra cosa abbandonata, incerto di se medesimo, più anni con diversi amici e signori andò vagando. Ma, come noi dovemo certissimamente credere a quello che Iddio dispone niuna cosa contraria la Fortuna potere operare, per la quale, se forse vi può porre indugio, istôrla possa dal debito fine, avvenne che alcuno per alcuna sua scrittura forse a lui opportuna, cercando fra cose di Dante in certi forzieri state fuggite subitamente in luoghi sacri, nel tempo che tumultuosamente la ingrata e disordinata plebe gli era, più vaga di preda che di giusta vendetta, corsa alla casa, trovò li detti sette canti stati da Dante composti, gli quali con ammirazione, non sapendo che si fossero, lesse, e piacendogli sommamente, e con ingegno sottrattigli del luogo dove erano, gli portò ad un nostro cittadino, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio, in quegli tempi famosissimo dicitore per rima in Firenze, e gliele mostrò. Li quali veggendo Dino, uomo d’alto intelletto, non meno che colui che portati gliele aveva, si meravigliò sì per lo bello e pulito e ornato stile del dire, sì per la profondità del senso, il quale sotto la bella corteccia delle parole gli pareva sentire nascoso: per le quali cose agevolmente insieme col portatore di quegli, e sì ancora per lo luogo onde tratti gli aveva, estimò quegli essere, come erano, opera stata di Dante. E, dolendosi quella essere imperfetta rimasta, come che essi non potessero seco presumere a qual fine fosse il termine suo, fra loro deliberarono di sentire dove Dante fosse, e quello, che trovato avevan mandargli, acciò che, se possibile fosse, a tanto principio desse lo immaginato fine. E, sentendo dopo alcuna investigazione lui essere appresso il marchese Morruello, non a lui, ma al marchese scrissero il loro disiderio, e mandarono li sette canti; gli quali poi che il marchese, uomo assai intendente, ebbe veduti e molto seco lodatigli, gli mostrò a Dante, domandandolo se esso sapeva cui opera stati fossero; li quali Dante riconosciuti subito, rispose che sua. Allora il pregò il marchese che gli piacesse di non lasciare senza debito fine sì alto principio. «Certo» disse Dante «io mi credeva nella ruina delle mie cose questi con molti altri miei libri avere perduti, e perciò, sì per questa credenza e sì per la moltitudine dell’altre fatiche per lo mio esilio sopravvenute, del tutto aveva l’alta fantasia, sopra quest’opera presa, abbandonata; ma, poi che la Fortuna inopinatamente me gli ha ripinti dinanzi, e a voi aggrada, io cercherò di ritornarmi a memoria il primo proposito, e procederò secondo che data mi fia la grazia». E riassunta non senza fatica, dopo alquanto tempo la fantasia lasciata, seguì: «Io dico, seguitando, ch’assai prima» etc.; dove assai manifestamente, chi ben riguarda, può la ricongiunzione dell’opera intermessa conoscere.

Ricominciata adunque da Dante la magnifica opera, non, forse secondo che molti estimerebbero, senza più interromperla la perdusse alla fine; anzi più volte, secondo che la gravità de’ casi sopravvegnenti richiedeva, quando mesi e quando anni, senza potervi operare alcuna cosa, mise in mezzo; né tanto si poté avacciare, che prima nol sopraggiungesse la morte, che egli tutta pubblicare la potesse. Egli era suo costume, quale ora sei o otto o più o meno canti fatti n’aveva, quegli, prima che alcuna altro gli vedesse, donde che egli fosse, mandare a messer Cane della Scala, il quale egli oltre a ogni altro uomo aveva in reverenza; e, poi che da lui eran veduti, ne faceva copia a chi la ne voleva. E in così fatta maniera avendogliele tutti fuori che gli ultimi tredici canti, mandati, e quegli avendo fatti, né ancora mandatigli; avvenne che egli, senza avere alcuna memoria di lasciargli, si morì. E, cercato da que’ che rimasero, e figliuoli e discepoli, più volte e in più mesi, fra ogni sua scrittura, se alla sua opera avesse fatta alcuna fine, né trovandosi per alcun modo li canti residui, essendone generalmente ogni suo amico cruccioso, che Iddio non l’aveva almeno tanto prestato al mondo ch’egli il picciolo rimanente della sua opera avesse potuto compiere, dal più cercare, non trovandogli, s’erano, disperati, rimasi.

Erano Iacopo e Piero, figliuoli di Dante, de’ quali ciascuno era dicitore in rima, per persuasioni d’alcuni loro amici, messi a volere, in quanto per loro si potesse, supplire la paterna opera, acciò che imperfetta non procedesse; quando a Iacopo, il quale in ciò era molto più che l’altro fervente, apparve una mirabile visione, la quale non solamente dalla stolta presunzione il tolse, ma gli mostrò dove fossero li tredici canti, li quali alla divina Commedia mancavano, e da loro non saputi trovare.

Raccontava uno valente uomo ravignano, il cui nome fu Piero Giardino, lungamente discepolo stato di Dante, che, dopo l’ottavo mese della morte del suo maestro, era una notte, vicino all’ora che noi chiamiamo «mattutino», venuto a casa sua il predetto Iacopo, e dettogli sé quella notte, poco avanti a quell’ora, avere nel sonno veduto Dante suo padre, vestito di candidissimi vestimenti e d’una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui; il quale gli pareva domandare s’egli viveva, e udire da lui per risposta di sì, ma della vera vita, non della nostra; per che, oltre a questo, gli pareva ancora domandare, se egli aveva compiuta la sua opera anzi il suo passare alla vera vita, e, se compiuta l’aveva, dove fosse quello che vi mancava, da loro giammai non potuto trovare. A questo gli pareva la seconda volta udire per risposta: «Sì, io la compie’»; e quinci gli pareva che ’l prendesse per mano e menasselo in quella camera dove era uso di dormire quando in questa vita vivea; e, toccando una parte di quella, diceva: «Egli è qui quello che voi tanto avete cercato». E questa parola detta, ad una ora il sonno e Dante gli parve che si partissero. Per la qual cosa affermava sé non avesse potuto stare senza venirgli a significare ciò che veduto aveva, acciò che insieme andassero a cercare nel luogo mostrato a lui, il quale egli ottimamente nella memoria aveva segnato, a vedere se vero spirito o falsa delusione questo gli avesse disegnato. Per la quale cosa, restando ancora gran pezzo di notte, mossisi insieme, vennero al mostrato luogo, e quivi trovarono una stuoia, al muro confitta, la quale leggermente levatane, videro nel muro una finestrella, da niuno di loro mai più veduta, né saputo ch’ella vi fosse, e in quella trovarono alquante scritte, tutte per l’umidità del muro muffate e vicine al corrompersi se guari più state vi fossero; e quelle pianamente dalla muffa purgate, leggendole, videro contenere li tredici canti tanto da loro cercati. Per la qual cosa lietissimi, quegli riscritti, secondo l’usanza dell’autore prima gli mandarono a messer Cane, e poi alla imperfetta opera ricongiunsero come si conveniva. In cotale maniera l’opera, in molti anni compilata, si vide finita.

Muovono molti, e intra essi alcuni savi uomini, generalmente una questione così fatta: che con ciò fosse cosa Dante fosse in scienza solennissimo uomo, perché a comporre così grande, di sì alta materia e sì notabile libro, come è questa sua Commedia, nel fiorentino idioma si disponesse; perché non più tosto in versi latini, come gli altri poeti precedenti hanno fatto. A così fatta domanda rispondere, tra molte ragioni, due a l’altre principali me ne occorrono. Delle quali la prima è per fare utilità più comune a’ suoi cittadini e agli altri Italiani: conoscendo che, se metricamente in latino, come gli altri poeti passati, avesse scritto, solamente a’ letterati avrebbe fatto utile; scrivendo in volgare fece opera mai più non fatta, e non tolse il non potere esser inteso da’ letterati, e mostrando la bellezza del nostro idioma e la sua eccellente arte in quello, e diletto e intendimento di sé diede agl’idioti, abbandonati per addietro da ciascheduno. La seconda ragione, che a questo il mosse, fu questa. Vedendo egli li liberali studi del tutto abbandonati, e massimamente da’ principi e dagli altri grandi uomini, a’ quali si solevano le poetiche fatiche intitolare, e per questo e le divine opere di Virgilio e degli altri solenni poeti non solamente essere in poco pregio divenute, ma quasi da’ più disprezzate; avendo egli incominciato, secondo che l’altezza della materia richiedeva, in questa guisa:

Ultima regna canam, fluido contermina mundu
spiritibus quae lata patent, quae premia solvunt
pro meritis cuicumque suis, etc.

i lasciò stare; e, immaginando invano le croste del pane porsi alla bocca di coloro che ancora il latte suggano, in stile atto a’ moderni sensi ricominciò la sua opera e perseguilla in volgare.

Questo libro della Commedia, secondo il ragionare d’alcuno, intitolò egli a tre solennissimi uomini italiani, secondo la sua triplice divisione, a ciascuno la sua, in questa guisa: la prima parte, cioè lo Inferno, intitolò a Uguiccione della Faggiuola, il quale allora in Toscana signore di Pisa era mirabilmente glorioso; la seconda parte, cioè il Purgatoro, intitolò al marchese Moruello Malespina; la terza parte, cioè il Paradiso, a Federigo II re di Cicilia. Alcuni vogliono dire lui averlo intitolato tutto a messer Cane della Scala; ma, quale si sia di queste due la verità, niuna cosa altra n’abbiamo che solamente il volontario ragionare di diversi; né egli è sì gran fatto che solenne investigazione ne bisogni.

Similmente questo egregio autore nella venuta d’Arrigo VI imperatore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Monarchia, il quale, secondo tre questioni le quali in esso determina, in tre libri divise. Nel primo logicamente disputando, prova che a ben essere del mondo sia di necessità essere imperio: la quale è la prima questione. Nel secondo, per argomenti storiografi procedendo, mostra Roma di ragione ottenere il titolo dello imperio: ch’è la seconda questione. Nel terzo, per argomenti teologi prova l’autorità dello impero immediatamente procedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come li chierici pare che vogliano; ch’è la terza questione.

Quest...

Table of contents

  1. Copertina
  2. TRATTATELLO IN LAUDE DI DANTE
  3. Indice
  4. Intro
  5. I. Proposizione
  6. II. Patria e maggiori di Dante
  7. III. Suoi studi
  8. IV. Impedimenti avuti da Dante agli studi
  9. V. Amore per Beatrice
  10. VI. Dolore di Dante per la morte di Beatrice
  11. VII. Digressione sul matrimonio
  12. VIII. Opposte vicende della vita pubblica di Dante
  13. IX. Come la lotta delle parti lo coinvolse
  14. X. Si maledice all’ingiusta condanna d’esilio
  15. XI. La vita del poeta esule sino alla venuta in Italia di Arrigo VI
  16. XII. Dante ospite di Guido Novel da Polenta
  17. XIII. Sua perseveranza al lavoro
  18. XIV. Grandezza del poeta volgare - Sua morte
  19. XV. Sepoltura e onori funebri
  20. XVI. Gara di poeti per l’epitaffio di Dante
  21. XVII. Epitaffio
  22. XVIII. Rimprovero ai fiorentini
  23. XIX. Breve ricapitolazione
  24. XX. Fattezze e costumi di Dante
  25. XXI. Disgressione sull’origine della poesia
  26. XXII. Difesa della poesia
  27. XXIII. Dell’alloro conceduto ai poeti
  28. XXIV. Origine di questa usanza
  29. XXV. Carattere di Dante
  30. XXVI. Delle opere composte da Dante
  31. XXVII. Ricapitolazione
  32. XXVIII. Ancora il sogno della madre di Dante
  33. XXIX. Spiegazione del sogno
  34. XXX. Conclusione
  35. Ringraziamenti