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Al tempo dei lupi
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ÂŤNel 1585 si dovette compiere la lotta contro i lupi che avevano invaso le selve e le fratte che, nel Basso Polesine di San Giovanni Battista, Alfonso proteggeva per soddisfare le sue esigenze di cacciatore. Vennero ingaggiati cacciatori esperti del Regno di Napoli: tale intervento si era reso necessario per proteggere il bestiame dall'assalto di quelle bestie che, moltiplicandosi, si erano rese pericolosissimeÂť (Antonio Frizzi, Storia di Ferrara )
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Subtopic
StorytellingAL TEMPO DEI LUPI
1.
A quellâora, lâangusto locale dellâOsteria della Tola, scarsamente illuminato da un paio di lampade a olio, era gremito dâavventori come ogni sera. Un forte tanfo di sudore e di vino andato in aceto, misto allâodore dolciastro del soffritto di cipolle, impregnava lâaria fumosa e calda della serata estiva che le finestre spalancate non riuscivano a smuovere. La gente sâaccalcava ai tavoli, seduta su sgabelli traballanti o su panche sbilenche, intenta a discutere con animazione. Pareva che per quella sera nessuno avesse intenzione di giocare alle carte. Il vino comunque scorreva a mezzi e a pinte come tutte le altre volte, e forse anche di piĂš.
Lâargomento della serata naturalmente erano i lupi. Del resto non poteva essere diversamente, in quellâestate maledetta del 1585, con tutto ciò che da qualche tempo a questa parte stava succedendo in quelle terre, e su quelle acque, dimenticate da Dio e dagli uomini.
Nel Polesine di San Giovanni Battista, o di Ferrara come lo chiamavano quelli di cittĂ , di lupi se nâerano sempre visti in giro, e nemmeno pochi. Li sâincontrava spesso nei boschi che crescevano sulle barene, in prossimitĂ delle paludi e delle valli [1] . Erano incontri abituali, che in genere si concludevano senza conseguenze, soltanto con una buona dose di spavento. Dopo qualche momento di perplessitĂ , durante il quale le bestiacce se ne restavano immobili a osservare il malcapitato che sâera venuto a trovare sulla loro strada, gli animali se ne andavano per i fatti loro senza far male a nessuno.
Anche il bestiame non ne risentiva piĂš di tanto, perchĂŠ pareva che gli astuti predatori sapessero scegliere le loro vittime. I loro appetiti li calmavano per lo piĂš con i tanti animali selvatici presenti in quelle terre pressochĂŠ deserte, risparmiando il bestiame degli uomini, quasi sapessero che costoro poi non glielâavrebbero lasciata passar liscia.
Da qualche tempo a questa parte però le cose erano cambiate e, come spesso succede in questi casi, decisamente in peggio. Da quando il signor Duca sâera messo in testa di farsi costruire unâaltra delizia [2] nelle sue terre della Mesola, come se di quelle che giĂ possedeva a due passi da Ferrara non ne avesse abbastanza, da quelle parti erano successe un sacco di cose strane.
E soprattutto erano comparsi branchi di lupi da far paura [3]. E anche da far danni, talvolta fin dentro lâabitato. Pure lĂŹ a Massenzatica, infatti, erano arrivate le bestiacce! Sâerano intrufolate addirittura nelle corti, del tutto indifferenti agli uomini e ai cani.
âLâaltra notte me li sono ritrovati nellâovile, dietro casa, quei maledetti diavoli! Sono riusciti ad accopparmi una pecora, prima ancora che potessi intervenireâ.
âA te è andata ancora bene, devi essere contento. Io me li sono ritrovati tuttâattorno, quei demoni, mentre tornavo dal lavoro con mio figlio piccolo e con la mia donna. Dovevate vedere gli occhi di quei maledetti, e i loro denti!⌠Per poco non ne nasceva una tragedia. Se non era per i cani di Tonio, il pastore che pascolava il gregge lĂŹ vicino, che li hanno messi in fuga, a questâora non sarei qui a raccontarla!â
âSentiamo cosa ne dice Manlio, che di animali selvatici se ne intende piĂš di tutti noiâ.
Il giovane chiamato in causa, fino a quel momento se nâera rimasto in disparte, del tutto silenzioso, ad ascoltare di lontano le chiacchiere dei suoi compaesani. Pareva che non avesse alcuna intenzione dâinserirsi nella discussione. Lui di mestiere faceva il cacciatore, e gli animali selvatici li conosceva bene. Ma soprattutto li rispettava. Tutti quanti, buoni o cattivi che dir si voglia, lupi o non lupi. Per questo non voleva immischiarsi in quelle chiacchiere da osteria, dettate, oltre che da un odio atavico, dallâignoranza piĂš assoluta nei confronti di quegli animali che qualche danno sĂŹ, in effetti talvolta lo arrecavano, ma alla fin fine non piĂš di tante altre creature, come volpi o faine.
âIo di lupi ne ho sempre incontrati tanti, ma per la veritĂ non mi sono mai sembrati cosĂŹ terribili come voi dite. Quando hanno fame, o quando soprattutto hanno dei cuccioli da sfamare, possono anche uccidere qualche pecora o qualche capretto. Come del resto facciamo anche noi cristiani. Ma in definitiva non fanno male a nessuno, anche perchĂŠ dellâuomo hanno una paura maledetta. Sanno che è lâunico animale veramente pericoloso per loro, quello che in effetti può fargli del male, e perciò gli stanno alla larga piĂš che possonoâ.
âAh, è cosĂŹ! Adesso gli animali feroci saremmo noi, secondo te? Ma che razza di discorsi stai facendo?â gli rispose di rimando uno degli avventori, piuttosto risentito per ciò che Manlio aveva appena detto. Anche gli altri si mostrarono subito dâaccordo con questâultimo, assentendo con ampi cenni del capo e fissando il giovane cacciatore con sguardi severi, di rimprovero.
âBeh, allora continuate cosĂŹ, andate avanti per la vostra stradaâ riprese Manlio, a sua volta risentito. âCaricatevi di odio e di paura nei confronti di quei poveri animali, e vedrete che i lupi se ne andranno lontano e vi lasceranno in pace. CosĂŹ finalmente dormirete sonni tranquilli!â
Ciò detto il giovanotto vuotò tutto dâun fiato il suo boccale, prese il giubbino che aveva deposto sulla panca e se ne uscĂŹ nella notte, senza salutare nessuno.
Erano discorsi di questo genere, che quasi ogni sera sâaccavallavano nella penombra dellâosteria, in un clima di generale esaltazione. Gli animi erano sempre piĂš eccitati, e non solo per il vino che circolava in abbondanza, ma anche e soprattutto per i fatti di quegli ultimi tempi. Ormai sâera arrivati al limite della sopportazione. La situazione francamente cominciava a far paura a tutti quanti.
In effetti da qualche tempo a questa parte le cose erano arrivate a un punto tale, da rendere la vita piuttosto difficile agli abitanti di Massenzatica, il piccolo villaggio ai bordi della palude. Anche dopo lâultima bonificazione [4], che tanta parte di acquitrini aveva sottratto alla laguna, trasformandoli in terreni in qualche modo coltivabili, il Polesine di San Giovanni Battista anzichĂŠ migliorare dal punto di vista della vivibilitĂ della sua gente, era diventato un vero inferno.
Dapprima câera stata lâinvasione di tutta quella gente venuta da fuori, dal veneziano e dalle terre di Romagna, richiamata dal miraggio di un lavoro. PerchĂŠ la storia che il Duca era intenzionato a bonificare quelle terre paludose sâera sparsa in un baleno. La gente sâera messa in marcia, proveniente da ogni direzione, chi con la vanga sulla spalla, chi con la carriola, tutti comunque con addosso la stessa puzza di miseria, e sâerano presentati alla Cembalina, in prossimitĂ di Ambrogio, dove risiedeva lâ inzegnero e messer Donato, il responsabile dei lavori. Un esercito di morti di fame aveva invaso il Polesine, portandosi dietro altra miseria e altra disperazione, che a lavori ultimati, alcuni anni dopo, era rimasta sul posto, a sovrapporsi a quella che giĂ esisteva prima, che non era poca.
Poi nel â78 sâera verificato un altro evento straordinario, del tutto eccezionale per un luogo fuori dal mondo come quello, dove non succedeva mai nulla di speciale. Il Duca, chissĂ per quale ragione, aveva deciso di farsi costruire una nuova delizia nella sua tenuta della Mesola [5]. Ma non un palazzotto o una villa come tante altre, bensĂŹ un castello vero e proprio, con tanto di torri e con una cinta di mura che non finiva piĂš.
Cosa se ne volesse fare, il vecchio Duca Alfonso, di una tenuta di caccia come quella, a piĂš di due giorni di navigazione da Ferrara, lui che a neppure unâora di cavallo, dietro casa, aveva tutto quello che poteva desiderare, sia per praticare la caccia che la pesca, nessuno era riuscito a spiegarselo. Anche questo fatto, comâè ovvio, sâera ben presto trasformato in argomento di conversazione allâOsteria della Tola per almeno un paio dâanni di seguito, senza che nessuno riuscisse a trovare una qualche spiegazione convincente, che avesse un briciolo di logica.
âIl Duca Alfonso i suoi anni li ha messi assieme, eccome. Non è piĂš un giovanotto. Cosa se ne può fare dâuna riserva di caccia come quella della Mesola, quando ha tutta la selvaggina che vuole nei dintorni di Ferrara, a pochi passi da casa. Per di piĂš figli da portare in giro, in posti nuovi, non ne ha messi al mondo. Che cosa se ne farĂ mai, di un Castello cosĂŹ lontano dalla cittĂ ?âŚâ
Ognuno diceva la sua, sbizzarrendosi nelle piĂš strane congetture, a seconda degli umori del momento e del livello di rosso che aveva raggiunto. Eppure tutto quel parlare e quel fantasticare una buona ragione lâaveva. PerchĂŠ mentre per la storia della bonificazione lâintera opera sâera svolta alla luce del sole, con tanta gente proveniente da ogni dove che vi aveva preso parte, per la costruzione del castello e della sua recinzione le cose erano andate in un modo ben diverso.
Ogni iniziativa era stata tenuta nel massimo riserbo, quasi segreta, con maestranze e operai giunti da fuori, non si sa bene da dove, tenuti segregati e guardati a vista dalle guardie del Duca come se si fosse trattato di galeotti.
Per anni lĂ dentro un esercito di misteriosi operai aveva sgobbato da mattina a sera, senza che nessuno degli abitanti dei dintorni fosse in grado di saperne qualcosa. Non câera verso di ficcarci il naso, in quella Fabbrica. Le poche volte che qualcuno, preso dalla curiositĂ , sâera azzardato a fare capolino, magari arrampicandosi sullâalto muro di cinta eretto in quattro e quattrâotto, per miglia e miglia, tuttâattorno alla tenuta, gli era andata molto male. PerchĂŠ immancabilmente le guardie del Duca, che lĂ dentro parevano nascere nel bosco come i funghi, tante ce nâerano, li avevano acciuffati e fatti pentire della loro impertinenza. Per un niente erano botte. Bastava affacciarsi al di sopra del muro, per essere accolti da una pioggia di frecce o da una sassaiola. Le cose poi erano andate anche peggio per chi sâera azzardato a mettere piede nel bosco, magari per portare via, mentre si guardava attorno, qualche cucciolo di daino o qualche leprotto. Di alcuni addirittura non se nâera piĂš saputo niente.
I pochi comunque che erano riusciti a dare una sbirciatina e a tornare indietro, avevano riportato impressioni assai diverse fra loro, su quello che succedeva lĂ dentro.
âVoi non ci credereteâ diceva qualcuno. âMa lĂ ci sono strade larghe e dritte, e torri e palazzi, come in una grande cittĂ . Il castello poi è una vera meraviglia! Cose da non credere!âŚâ
Ma altri avevano avuto unâimpressione ben diversa.
âMacchĂŠ palazzi, macchĂŠ strade! LĂ câè soltanto un intrico di alberi da perdercisi in mezzo, con guardie e guardaboschi a ogni cantone, pronti a saltare addosso a chiunque abbia lâardire dâaffacciarsi al di lĂ del muro. Altro che meraviglie! Un vero inferno, popolato per di piĂš da lupi e da cinghiali feroci che, se riesci a scansare le guardie, ci pensano loro a farti passare la vogliaâ.
Insomma dopo quelle sporadiche intrusioni le idee degli abitanti di Massenzatica, come dei pochi che abitavano in quelle terre ingrate, erano piĂš confuse che mai. Cosa stesse combinando il Duca e i suoi Signori dentro le alte mura che contornavano la tenuta della Mesola, non câera verso di scoprirlo.
Il mistero era assoluto. Dicevano che doveva servire per la caccia e per la pesca del Duca Alfonso, ma in realtĂ non si vedeva mai nessuno venire dalla grande cittĂ lontana. E sĂŹ che quando qualcuno della Corte si spostava, era un evento che non passava di certo inosservato! Câera agitazione giĂ un mese prima. Quando poi giungevano su meravigliose imbarcazioni lungo il Po, il signor Duca sul Bucintoro addobbato a festa come la chiesa dâAmbrogio il giorno del santo protettore, pareva dâessere al mercato della Berra. Senza contare le carrozze e i carri che li precedevano e li seguivano, con servi e cani e cavalieri a non finire.
No, da quelle parti non si facevano vedere quasi mai, come del resto era logico che fosse date le distanze. Solo qualche volta, durante i lunghi anni che erano durati i lavori, il Duca Alfonso era capitato allâimprovviso, del tutto in incognito, come se fosse venuto per fare un sopralluogo, per accertarsi che i lavori procedessero a dovere, e poi via. Tutto comunque doveva marciare secondo i piani, lĂ dentro, almeno a giudicare dai carri che entravano e uscivano, sempre sotto lâocchio vigile delle guardie del Duca.
2.
A rendere ancora piĂš strana quella grandiosa impresa, era stata la costruzione di torri lungo il muro di cinta, poste a regolare distanza lâuna dallâaltra, sulle quali anche dal bosco circostante si potevano scorgere distintamente bocche da fuoco, cannoni e spingarde, di quelle per le quali il Ducato andava famoso in tutto il mondo [6]. Specie in prossimitĂ del mare, da dove la vista spaziava dal porto di Goro a quello dellâAbate, le difese erano state allestite con particolare cura, come se navi nemiche potessero affacciarsi allâorizzonte da un momento allâaltro.
âMa che razza di riserva di caccia è mai questa, difesa da soldati e da cannoni?âŚâ
Seduto sotto un albero, intento a fare colazione con un poco di formaggio e pane secco, Manlio da una buona mezzâora osservava lâimponente cinta muraria, ponendosi nel contempo cento domande. Pure a lui del resto quella Fabbrica non risultava per niente chiara.
Il desiderio dâentrare allâinterno del recinto, per poter constatare di persona cosa si nascondesse lĂ dentro, era sempre stato forte. Ma le storie che si raccontavano in giro, a proposito di quei pochi che avevano messo in atto un simile proposito, lo facevano desistere. Câera di che rimetterci la pelle.
Ragione per cui ancora una volta, benchĂŠ tentato, Manlio poco dopo si levò in piedi, prese lâarco e le frecce che aveva appeso a un ramo, slegò la mula, e si rimise in cammino.
âAvanti, Bella, abbiamo perso anche troppo tempo da queste parti. Adesso diamoci da fare!â
Quel giorno il giovanotto sâera ripromesso di raggiungere i dossi della Bassarona, dove sapeva che di certo avrebbe trovato qualche buona preda da cacciare. Erano diversi giorni, del resto, che non portava a casa qualcosa di consistente, con cui soddisfare le richieste di carne di quelli del paese che di certo lâavrebbero ricompensato con qualche fiasco di vino e con un poco di farina.
Facendo un ampio giro, si lasciò alle spalle lâinquietante cinta muraria della Mesola e il Po di Goro, per addentrarsi ben presto nel fitto bosco che in un paio dâore lâavrebbe portato dalle parti della Bassarona. Non câera alcuna fretta. Avrebbe dormito sotto le stelle, che di quella stagione non mancavano, e al mattino di buonâora, quando la foresta si svegliava, si sarebbe messo al lavoro.
âCoraggio, Bella, facciamoci questa passeggiata. E speriamo di fare ritorno domani con qualcosa di buono sul groppone. Ne abbiamo proprio bisogno. Sono dieci giorni che ci dobbiamo accontentare di qualche lepre o di qualche fagiano. Con quelli non si fa molta strada. A malapena ci si cava la fame per una seraâ.
Come sempre, quando non era in caccia, Manlio era solito fare lunghe chiacchierate con la sua mula, la quale in genere lo stava ad ascoltare e soltanto di rado lo contraddiceva. La bestia lo seguiva docilmente, a testa bassa, con il suo carico di attrezzi da lavoro, trappole e archetti per lepri e per uccelli, una buona scorta di frecce e lâarco di riserva. Insomma, tutto quello che poteva servirgli quando stava lontano da casa per piĂš di una giornata.
Mancava poco allâimbrunire, quando uscirono dal bosco. Gli ampi slarghi dâacqua dolce della Bassarona erano gremiti di folaghe e germani, che non si diedero neppure la pena di levarsi in volo al loro avvicinarsi. Una grande pace regnava in quel mondo dâacque, cosparso di folti canneti e di tamerici. Sporadici salici e betulle affondavano le loro radici direttamente nella palude, che al sole radente del tramonto pareva in procinto di prendere fuoco.
Manlio si preparò per la notte. Scaricò il mulo, togliendogli pure il basto perchÊ fosse libero di pascolare, e magari di difendersi da qualche attacco nel caso che col buio ce ne fosse stato bisogno, quindi in un pentolino si riscaldò un poco di minestra portata da casa. Dopo la frugale cena, scelse un albero che facesse al caso suo e vi salÏ sopra fino alla prima biforcazione dei rami, sistemandosi con cura per passarci la notte.
In effetti non tardò a prendere sonno. La giornata era stata lunga, aveva fatto molta strada, per cui non appena si fu sistemato fra le foglie dellâalbero sâaddormentò allâistante. Ma il suo sonno non durò a lungo: dopo un paio dâore infatti venne svegliato di soprassalto da un ululare ancora lontano.
âLupi!⌠Guarda un poâ chi viene a farci visita. Tra non molto saranno qua!â
Ai piedi dellâalbero il mulo aveva smesso di pascolare e si teneva sul chi vive. Agitava la coda innervosito, tenendo le orecchie ben dritte per captare ogni rumore della notte. Manlio prese il suo fedele arco che aveva appeso a un ramo lĂŹ vicino, e rimase in attesa.
La notte era calda. La luna, ormai alta nel cielo, illuminava la radura attorno allâalbero. Si poteva distinguere ogni cosa in un raggio di varie decine di piedi, come fosse giorno. Poco lontano, le ultime propaggini del bosco che Manlio aveva attraversato la sera prima costituivano un muro impenetrabile, nero come le porte dellâinferno. Manlio sapeva che di lĂ sarebbero venuti i lupi.
In effetti non si sbagliava. Ben presto gli ululati cessarono, segno che gli animali avevano annusato la presenza dellâuomo e del mulo. Poi ombre guardinghe fecero la loro comparsa al limitare del bosco. Apparizioni fugaci, brevi istanti in cui le astute bestie si portavano allo scoperto a osservare, a valutare la situazione, per poi tornare a scomparire nel folto della foresta.
Dal suo rifugio aereo Manlio osservava le caute manovre dei lupi, pronto a intervenire. Ma non era preoccupato. Sapeva che la sua mula era giovane e forte, e che certamente avrebbe saputo tener testa a un branco anche numeroso. Lâunico pericolo era che la potessero fe...
Table of contents
- Copertina
- AL TEMPO DEI LUPI
- Indice
- Sinossi
- Introduzione
- AL TEMPO DEI LUPI
- Alcune utili annotazioni
- Ringraziamenti
