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La questione italiana e i repubblicani
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Obiettivo della Giovine Italia era una repubblica unitaria "di liberi ed eguali", consapevoli di appartenere alla stessa nazione; mezzi per raggiungere questo fine, una educazione che predicasse l'insurrezione e un'insurrezione dalla quale risultasse un principio di educazione nazionale.
"La questione italiana e i repubblicani" costituisce il testo chiave della filosofia politica mazziniana e un autentico pilastro per comprendere il processo di costituzione dello stato unitario.
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I.
La questione italiana fu falsata in Italia e fuori da quando il conte Cavour la ridusse, davanti ai rappresentanti i governi stranieri, nei termini: O riforma o rivoluzione. Quanto dâallora in poi sâattraversò al libero, logico, razionale sviluppo del nostro moto, scese dalla formola malaugurata: quel tanto che sulla direzione dellâintento sâè conquistato, è dovuto ai buoni istinti del nostro popolo.
LâItalia non sâagita da mezzo secolo per ottenere riforme. Se una certa somma di miglioramenti amministrativi, giudiziari, civili, potesse acquetarlo, essa lâavrebbe giĂ conquistata. LâItalia vuol essere. Essa tende a costituirsi in Nazione, Una e libera da ogni tirannide straniera o domestica, religiosa o politica. RiformerĂ poi sè stessa da sè, interrogando la propria tradizione, i propri bisogni, le proprie tendenze. La questione italiana è, prima dâogni altra cosa, questione di NazionalitĂ . Ora la questione di NazionalitĂ non può sciogliersi se non rovesciando, da un lato, il papa e i re che la smembrano, lacerando, dallâaltro, i trattati del 1815, disfacendo lâimpero dâAustria e rimutando la Carta dâEuropa.
La questione Italiana è dunque questione di Rivoluzione. E bisogna trattarla siccome tale.
Se la politica del conte Cavour fosse stata, non politica sarda, ma â comunque monarchica â veramente Italiana, egli avrebbe detto ai diplomatici stranieri: ÂŤSignori, non vâilludete; la rivoluzione Italiana è un fatto oggimai inevitabile. Sta in voi far sĂŹ châessa prorompa piĂš o meno violenta, piĂš o meno funesta a tutti i governi dâEuropa. Ostinandovi a perpetuare per lâItalia un sistema del quale non è esempio in Europa â abbandonandola alla tirannide dellâintervento straniero â contendendole ogni espressione di vita propria. â voi la costringete ad allearsi con quanti malcontenti ha lâEuropa, a cercare nel sommovimento universale una piĂš spedita probabilitĂ di salute. Noi, uomini dâordine e di monarchia, non provocheremo la rivoluzione che antivediamo; ma siamo noi pure Italiani, e per lâamore che portiamo alla Patria, comune come per la necessitĂ di salvare la monarchia, noi dovremo, quando sâinizii, secondarla e tentar di dirigerla. Voi potete tentar dâisolarla. Il filo elettrico che la lega allâEuropa è lâintervento. Sopprimetelo. Fate che sâadempiano le solenni promesse di dieci anni addietro e cessi lâoccupazione francese in Roma. Imponete allâAustria di non oltrepassare, checchè avvenga, nel rimanente dâItalia, i confini lombardo-veneti. Restituite lâItalia al Diritto delle Nazioni: lasciatela a fronte non dâuna Europa collegata aâ suoi danni, ma soltanto deâ suoi padroni. E dove no, pesino su voi le conseguenze dellâantica ingiustizia. Non avrete pace mai dallâItalia. Avrete in essa un incitamento perenne allâinsurrezione dâEuropa e un perenne pretesto ai disegni ambiziosi di chi promettendole aiuto, vorrĂ farne campo di guerra ad una o ad altra potenza.Âť
Linguaggio siffatto avrebbe provveduto allâonore e alla salute dâItalia e ad un tempo agli interessi della monarchia piemontese. La monarchia avrebbe raccolto intorno a sè i voti e le speranze, non della poco energica turba dei creduli e della turba dannosa dei faccendieri, ma del popolo vero, volente, onnipotente, dâItalia. Gli uomini di pressochè tutti i partiti dâEuropa avrebbero senzâaltro appoggiato una dottrina di non-intervento che ha il doppio merito agli occhi loro di congiungere giustizia e poca probabilitĂ di contese armate. I sospetti covati dai governi dâInghilterra, di Prussia e Germania contro lâinfluenza usurpatrice di Luigi Napoleone, avrebbero accolto quel linguaggio e promosso una politica deliberatamente avversa ad ogni ingerenza bonapartista nelle cose nostre. Il piccolo Piemonte avrebbe potuto esser lâanima dâuna coalizione piĂš o meno caldamente sostenitrice del grido che giĂ dirigeva le agitazioni popolari: lâItalia per glâItaliani.
E allora, bastava al Piemonte, lasciato con una Italia fremente a fronte dellâAustria, far correre una voce alle popolazioni vogliose: aiutatevi, vâaiuterò: gli bastava ordinarsi quietamente, senza inutili minaccie, alla riscossa: e intanto, affratellandosi segretamente cogli uomini della Rivoluzione e riconcedendo alle piĂš che modeste esigenze degli uomini liberi il programma, accettato, poi tradito con sua e nostra rovina da Carlo Alberto nel 1848, della SovranitĂ del paese, confondere in uno tutte le frazioni del Partito Nazionale, creare la fiducia, confortar gli animi al fare. Il paese avrebbe fatto. Il paese avrebbe colto alla sprovveduta e sperperato collâinsurrezione il nemico. Rifatto il 1848, non rimaneva al Piemonte che sottentrare, con migliori uomini e migliori disegni di guerra, allâiniziativa popolare e compirne i trionfi. LâAustria non era, prima delle minacce mosse da Parigi e Torino, piĂš forte in Italia, che non fosse undici anni addietro, quando lâinsurrezione distrusse in cinque giorni la potenza austriaca da Milano a Venezia. E non vive un sol uomo di guerra tra noi, il quale non abbia scritto o detto che la vittoria fu nel 1848 un mero problema di Direzione. Lâultima vittoria, in ogni guerra di Nazione, spetta allâelemento regolarmente ordinato; ma la prima â ed è quella che racchiude in germe tutte le vittorie future â spetta allâinsurrezione, allâiniziativa del popolo. Lâinsurrezione assale il nemico non preparato, con modi e su punti non preveduti: ne smembra le forze e le separa dalla loro base dâoperazione: infonde in essa quel terrore dâaltrui e quello sconforto di sè che sono in ogni guerra, i piĂš potenti ausiliari contro un esercito; e fa dâun paese intero riserva inesauribile alle forze ordinate.
Il conte Cavour sapea quanto noi queste cose; ma egli abborriva la rivoluzione; abborriva lâidea dâuna iniziativa di popolo e la coscienza di forza che ne deriva; abborriva ogni concessione, anche menoma, a chi non si dichiarasse anzi tratto fautore cieco della monarchia piemontese. Uomo dâarti tattiche e non di principii, e capace di giovare ai propri disegni ingannando, ei non credeva nellâaltrui lealtĂ . Dâindole ambiziosa e dispotica, ei non potea tollerare châaltri entrasse con animo libero a parte deâ suoi disegni. Pertinace piĂš che ardito, incapace, per mancanza dâalto core, dâalta mente e di fede, di salire a vasti concetti, sâera aggiogato a un interesse, lâinteresse dinastico di Casa Savoia. Spodestare il Papa, tentare UnitĂ di Nazione, non entrava nella sua mente, parlarne a chi gli sâaggirava1 intorno gli pareva artificio buono a conquistare lâaltrui servile credulitĂ , e ne usava. Ma il suo vero disegno non oltrepassò mai i termini del programma fallito nel 1848, il Regno del Nord. LâItalia era per lui mezzo non fine: lâagitazione di tutto quanto il paese, unâarme buona a dargli potenza per raggiungere quel misero intento, da spezzarsi poichĂŠ lo avesse raggiunto.
Con questi propositi era immorale, ma logica la via châei tenne. Il Piemonte non poteva allora nè potrĂ mai da per sè conquistare intero il Lombardo-Veneto. Bisognava dunque cercare un alleato. Fermo in non volere lâalleanza del popolo, ei dovea cercarlo dove fossero interessi tali da rendere lâalleanza possibile e dove lâalleanza ottenuta una volta, fosse arme potente ad un tempo contro lâAustria e contro la Rivoluzione. Quindi lâalleanza col Bonaparte: alleanza che ha costato giĂ vergogna e delusione e costerĂ nuovo sangue allâItalia. Intanto, e quando quellâalleanza fatale non era ancora fatto compito, ma solamente pericolo da scongiurarsi per ogni via, lâattitudine della monarchia piemontese e il linguaggio tenuto da Cavour nelle Conferenze facevano tumultuar di speranze la povera Italia, malata di dolori insopportabili, dâignoranza forzata, di materialismo tradizionale e dâire impotenti, perchè non santificate da fede nella propria missione e nelle proprie forze. GlâItaliani non sâavvedevano che la formola o riforme, o rivoluzione rivelava un antagonismo radicale fra le intenzioni governative e il sommo intento del moto, e poneva la rivoluzione come segno non di speranza, ma di terrore: non sâavvedevano che la parola riforme accennava fin dâallora alla federazione dei principi e rinnegava lâUnitĂ popolare: non sâavvedevano che quella formola parlava ai governi dâEuropa quali essi fossero, sagrificava il Diritto Italiano e la nostra spontaneitĂ , e cacciava lâItalia in sembianza di mendica ad aspettare i suoi fati dal beneplacito dello straniero. Travedevano nellâinsidioso dilemma una disfida ai padroni dâItalia e ingigantivano, travolti dal desiderio, quelle parole sino alle dimensioni dâuna promessa. Sentivano le riforme impossibili e ne deducevano che il Piemonte regio, dichiarando inevitabile senza quelle la rivoluzione, intendeva assumersi di capitanarla. Nè forse avrebbero cosĂŹ deliberatamente dimenticato la storia antica e recente dei governi monarchici; ma tra il governo sardo e sè stessi vedevano una moltitudine dâuomini, taluni venerandi davvero per un passato di sagrifici e dâopere generose, tutti ardenti vociferatori di patria, che stava mallevadrice per le intenzioni del governo emancipatore. Era sorta, traendo gli auspicii da alcune parole di un esule meritamente caro allâItalia, Daniele Manin, una SocietĂ che assumeva il titolo di Nazionale, composta in parte, come tutte le SocietĂ che si formano su terre oppresse, dâuomini buoni, ma fatta dai capi stromento della propaganda piĂš funesta e immorale che mai si fosse. Aiutata moralmente dal prestigio della sede in Torino, aiutata piĂš praticamente nella trasmissione delle sue stampe dalle agenzie politiche e consolari del Piemonte, abusò a illudere, ad affascinare le menti, della parola segreta e pubblica, come mal può idearsi. I suoi faccendieri promettevano su tutti i punti dâItalia, unitĂ di patria, indipendenza da tutti stranieri, libertĂ : affermavano tali essere le intenzioni di Cavour e quelle del re: si rivelerebbero a tempo. A chi chiedeva qual fosse lâopinione dei vecchi amici dâItalia, di noi, rispondevano esser noi perfettamente intesi e concordi con essi: il dĂŹ dopo, ci calunniavano nei loro gazzettini, e il dĂŹ dopo sussurravano ai poveri illusi, nelle cittĂ venete segnatamente, che lâoltraggio era artificio, richiesto dai sospetti dei governi stranieri a mascherare lâaccordo. A chi temeva non bastassero le forze allâimpresa dicevano: abbiamo la Francia con noi; a chi si mostrava diffidente degli aiuti dâun despota dicevano; siate forti; concentratevi tutti intorno al trono del re galantuomo e potremo probabilmente fare da noi. E magnificavano al solito depositi dâarmi che non esistevano, somm...
Table of contents
- I.
- II.
- III
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