Emilio Brentani è un intellettuale fallito perso nel ricordo della piccola gloria di aver scritto un romanzo. Lavora come impiegato in una compagnia di assicurazioni trascorrendo le giornate in modo piuttosto anonimo, fino al giorno in cui conosce Angiolina, ragazza esuberante con cui inizia una relazione...
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LiteratureCapitolo XII
Era giĂ entrato in casa, e nel tinello, col cappello in mano, stava titubante, dubbioso se sfuggire alla noia di rimanere unâora a faccia a faccia con la muta sorella. In quella sentĂŹ dalla stanza di Amalia il suono di due o tre parole confuse, poi una frase intera: â Via di qua, brutta bestiaccia. â TrasalĂŹ! La voce era alteratissima dalla fatica o dallâemozione, tale che somigliava a quella della sorella soltanto come un urlo uscito involontariamente dalla gola può somigliare alla voce modulata di chi dice. Ella ora dormiva e sognava di giorno?
Aperse la porta evitando di far rumore e gli si presentò agli occhi uno spettacolo del cui ricordo non seppe mai piĂš liberarsi. Durante tutta la sua vita bastò che i suoi sensi fossero colpiti dallâuno o dallâaltro dei particolari di quella scena, per ricordarla immediatamente tutta, per fargliene sentire lo spavento, lâorrore. Alcuni villici passavano cantando per una via vicina e il loro canto monotono chiamò poi sempre le lagrime agli occhi dâEmilio. Tutti i suoni che gli giungevano erano monotoni, senza calore e senza senso. In un appartamento vicino, un dilettante maldestro stonava sul pianoforte un valzer volgare. Quel valzer sonato cosĂŹ â e lo riudĂŹ spesso â gli parve una marcia funebre. Anche lâora, lieta, divenne triste per lui. Il meriggio era trascorso da poco e dalle finestre di faccia veniva riflesso nella stanza solitaria tanto sole da abbacinare. Eppure il ricordo di quel momento andò sempre congiunto ad una sensazione di oscuritĂ e di freddo raccapricciante.
Le vesti di Amalia giacevano sparse al suolo ed una gonna aveva impedito alla porta dâaprirsi tutta; alcuni panni giacevano sotto il letto, la camicetta era chiusa fra le due vetriate della finestra e i due stivali, con evidente accuratezza, erano posti proprio nel centro del tavolo.
Amalia seduta sulla sponda del letto, coperta della sola corta camicia, non sâera avvista della venuta del fratello e continuava a fregare con le mani le gambe sottili come fuscelli. Dinanzi a quella nuditĂ Emilio ebbe la sorpresa ed il fastidio di trovarla somigliante a quella di un ragazzo malnutrito.
Non comprese subito di trovarsi dinanzi ad una delirante. Non sâaccorse dellâaffanno; attribuĂŹ la respirazione romorosa e congiunta a tanta fatica da moverle persino i fianchi, alla posizione affaticante. Il primo suo sentimento fu dâira: lasciato libero da Angiolina, trovava pronta quellâaltra per dargli noie e dolori. â Amalia! che fai? â le chiese rimproverando.
Ella non lo udĂŹ mentre doveva percepire i suoni del valzer, perchĂŠ ne segnava il ritmo nel lavorĂŹo a cui era intenta sulla propria gamba.
â Amalia! â ripetĂŠ debolmente, sbigottito dallâevidenza di quel delirio. Le toccò con la mano la spalla. Allora ella si volse. Da prima guardò la mano di cui aveva sentito il contatto, poi lui in faccia; nellâocchio ravvivato dalla febbre nullâaltro che lo sforzo di vedere, le guance infiammate, le labbra violacee, asciutte, informi come una ferita vecchia che non sa piĂš rimarginare. Poi lâocchio corse alla finestra inondata di sole e subito, forse ferito da tanta luce, ritornò alle gambe nude ove si fermò con attenta curiositĂ .
â Oh, Amalia! â gridò egli lasciando che il suo spavento si manifestasse in quel grido, che forse avrebbe potuto richiamarla in sĂŠ. Lâuomo debole teme il delirio e la pazzia come malattie contagiose; il ribrezzo che ne provò Emilio fu tale che gli toccò di farsi forza per non abbandonare quella stanza. Vincendo la propria violenta ripulsione, toccò di nuovo la spalla della sorella: â Amalia! Amalia! â gridò. Chiamava aiuto.
Si sentĂŹ un poâ sollevato, accorgendosi châella lo aveva udito. Lo aveva guardato una seconda volta, pensierosa, come se avesse cercato di comprendere la ragione di quei gridi e di quella replicata pressione sulla sua spalla. Si toccò il petto, come se in quellâistante si fosse accorta dellâaffanno che la tormentava. Poi ridimenticò Emilio e lâaffanno: â Oh, sempre bestie! â e la voce alterata pareva annunziasse prossimo il pianto. Stropicciò con ambe le mani le gambe; con brusco movimento si chinò come se avesse voluto sorprendere un animale pronto a fuggire. Si trovò nella destra un dito del proprio piede; lo coperse con la mano che poi sollevò chiusa come se avesse afferrato qualche cosa. Era vuota però ed ella la guardò piĂš volte; poi ritornò al piede pronta a curvarsi di nuovo per ritornare a quella strana caccia.
Un nuovo brivido di freddo che la colse ricordò ad Emilio châegli doveva indurla a ripararsi nel letto. Vi si accinse con un fremito doloroso al pensiero di dover forse usare la forza. Gli riuscĂŹ invece facilissimo perchĂŠ ella obbedĂŹ alla prima pressione imperiosa della sua mano; portò senza pudore una gamba dopo lâaltra sul letto e si lasciò ricoprire. Ma per unâinesplicabile esitazione si puntellò con un braccio sul letto quasi non volesse adagiarvisi tutta. Ben presto non potĂŠ resistere in quella posizione e sâabbandonò sul guanciale emettendo per la prima volta un suono intelligente di dolore: â Oh! Dio mio! Dio mio!
â Ma che cosa ti è accaduto? â domandò Emilio, che, per quel solo suono assennato, credette di poterle parlare come a persona che disponga dei suoi sensi.
Ella non rispose, di nuovo occupata ad indagare quello che la inquietava anche sotto alle coltri. Si rannicchiò tutta, portò le mani alle gambe, e parve che, per far riuscire il tranello che meditava contro le cose o gli animali che la torturavano, sapesse perfino rendere meno romoroso il respiro. Trasse poi a sĂŠ le mani che con una sorpresa incredula trovò di nuovo vuote. Per qualche tempo, di sotto alle coperte, le venne unâangoscia che le faceva dimenticare quellâaltra tanto violenta dellâaffanno.
â Stai meglio? â le chiese Emilio, pregando. Voleva consolarsi al suono della propria voce, che modulò dolcemente, cercando di dimenticare la minaccia di violenza che aveva pesato su di lui. Si piegò a lei per farsi intendere meglio.
Ella lo guardò lungamente esalandogli in faccia il soffio frequente e debole del suo respiro. Lo riconobbe. Il calore del letto doveva pur averle aperti i sensi. Per quanto poi ella delirasse, egli non dimenticò dâessere stato riconosciuto.
Evidentemente ella andava migliorando. â Adesso andiamo via da questa casa â ella aveva detto facendo comprendere ogni sillaba. Aveva stesa anche una gamba per uscire dal letto, ma, avendola egli trattenuta con troppa piĂš violenza di quanta fosse occorsa, si rassegnò subito e dimenticò il proposito che lâaveva spinta a quellâatto.
Lo ripetĂŠ poco dopo, ma non piĂš con la stessa energia, e pareva rammentasse che le fosse stato imposto di coricarsi e vietato di uscire dal letto. Parlava ora. Le pareva che avessero cambiato di casa e che ci fosse molto da fare, affannosamente da fare per mettere tante cose in ordine. â Dio mio! Tutto è sucido qui. Io me nâero accorta ma tu ci sei voluto venire. Ed ora? Non andiamo?
Egli cercò di calmarla secondandola. Lâaccarezzò, dicendole che non vedeva che tutto fosse tanto sucido, e che ora che si trovavano in quella casa sarebbe stato meglio di rimanerci.
Amalia udĂŹ quello che egli disse ma udĂŹ anche delle parole châegli non aveva dette; poi disse: â Se tu vuoi, io devo far cosĂŹ. Restiamo, ma... tanto sudiciume... â Le colarono due sole lagrime dagli occhi fino allora asciutti; rotolarono come due perle sulle guance infocate.
Poco dopo dimenticò quel dolore ma il delirio glie ne creò di nuovi. Era stata in pescheria e non vi aveva trovato pesce: â Non capisco! PerchĂŠ tengono la pescheria se non ci hanno del pesce? Fanno camminare tanto, tanto, con questo freddo. Lâavevano spedito via tutto e non câera piĂš del pesce per loro. Tutto quel dolore e lâaffanno parevano provocati da tale fatto. Le sue parole fievoli e rese ritmiche dallâaffanno erano sempre interrotte da qualche suono dâangoscia.
Egli non lâascoltava piĂš: bisognava uscire in qualche modo da quella situazione, bisognava trovare la maniera di chiamare un medico. Tutte le idee suggeritegli dalla disperazione furono da lui esaminate come se fosse stato possibile di metterle in atto. Guardò intorno a sĂŠ per trovare una corda onde legare lâammalata al letto e poter lasciarla sola; fece un passo verso la finestra, per chiamare di lĂ soccorso, e infine, dimenticando che non era possibile di farsi comprendere da Amalia, si mise a parlarle per ottenerne la promessa che sarebbe stata tranquilla durante la sua assenza. Premendole dolcemente le coperte sulle spalle per significarle che doveva rimanere coricata, le disse: â Starai cosĂŹ, Amalia? Me lo prometti?
Ella oramai parlava di vestiti. Ne avevano per un anno e perciò non câera da far spese per un anno intero. â Non siamo ricchi ma abbiamo tutto, tutto. â La signora Birlini però poteva guardarli dallâalto in basso perchĂŠ aveva di piĂš. Ma Amalia era contenta che quella signora ne avesse di piĂš, perchĂŠ le voleva bene. Il balbettĂŹo continuava puerile e buono ed era straziante di udirla dichiararsi tanto lieta in mezzo a tante sofferenze.
Urgeva di prendere una risoluzione. Il delirio di Amalia non le aveva dato nĂŠ un gesto nĂŠ una parola violenta e, toltosi allo stupore da cui era stato colto sin dal momento in cui lâaveva trovata in quello stato, Emilio uscĂŹ dalla stanza e corse alla porta di casa. Avrebbe chiamato il portinaio, poi sarebbe corso da un dottore oppure dal Balli a prendere consiglio. Non sapeva ancora quello che avrebbe fatto, ma bisognava correre per salvare quella disgraziata. Oh, quale dolore ricordarne la compassionevole nuditĂ !
Sul pianerottolo si fermò esitante. Sarebbe voluto ritornare ad Amalia per vedere se ella non avesse approfittato della sua assenza per commettere qualche atto da delirante. Si poggiò col petto sulla ringhiera per vedere se qualcuno salisse. Si curvò per vedere piĂš lontano e per un istante, un attimo, il suo pensiero si pervertĂŹ; dimenticò la sorella che, forse, agonizzava lĂŹ accanto, e ricordò che, proprio in quella posizione, egli usava aspettare Angiolina. Questo pensiero in quel breve istante fu tanto potente che egli, sforzandosi di veder lontano, cercò di vedere, anzichĂŠ il soccorso invocato, la figura colorita dellâamante. Si rizzò nauseato.
Una porta al piano superiore sâaperse e si richiuse. Qualcuno â il soccorso â scendeva a lui. Egli salĂŹ dâun solo slancio una rampa e si trovò di fronte ad unâalta e forte figura femminile. Alta e forte e bruna; altro non vide, ma trovò subito le parole opportune: â Oh, signora! â pregò. â Mâaiuti! lo farei per qualunque mio simile quello che domando a lei.
â Ella è il signor Brentani? â domandò con voce dolce e la bruna figura che veramente aveva fatto giĂ atto di fuggire si fermò.
Egli raccontò che ritornato a casa poco prima, aveva trovato la sorella in preda a un delirio tale che non osava di lasciarla sola come avrebbe dovuto per chiamare un medico.
La signora discese: â La signorina Amalia? Poverina! Vengo con lei, subito, ben volentieri. â Ella era vestita a lutto. Emilio pensò châella dovesse essere religiosa e, dopo una lieve esitazione, disse: â Dio ne la rimeriti.
La signora lo seguĂŹ nella stanza dâAmalia. Emilio fece quei pochi passi con unâangoscia indicibile. ChissĂ quale nuovo spettacolo lo attendeva. Nella stanza vicina non si sentiva alcun rumore, mentre a lui era sembrato che il respiro dâAmalia dovesse essere udito in tutta la casa.
La trovò voltata contro il muro. Parlava ora di un incendio; vedeva fiamme che non potevano farle altro male che mandarle un calore terribile. Egli si chinò a lei e per richiamare la sua attenzione la baciò sulle gote infiammate. Qua...
Table of contents
- Capitolo I
- Capitolo II
- Capitolo III
- Capitolo IV
- Capitolo V
- Capitolo VI
- Capitolo VII
- Capitolo VIII
- Capitolo IX
- Capitolo X
- Capitolo XI
- Capitolo XII
- Capitolo XIII
- Capitolo XIV
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