Antonio Di Bella ĆØ un aspirante giornalista di provincia che sta facendo i conti con la disillusione. Gli spezzoni di vita descritti rappresentano la tipica vita di provincia, grigia e abitudinaria. Anche il rapporto con i genitori, amorevoli ma severi, presenti ma gretti, si inserisce nello schema della vita di provincia. La storia viene raccontata dal punto di vista di Antonio, che segue con un misto di angoscia e allarme l'organizzazione di una serata in discoteca che lo vedrĆ , suo malgrado, protagonistaā¦
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La provincia
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LiteratureCap. 1 - Conoscenza
«Che facciamo sabato?»
«Andiamo a ballare?» disse uno.
«Domenica mi devo alzare presto» rispose un altro.
«Che hai da fare?»
«Mi devo alzare presto?»
«Si deve fare una sega di prima mattina» intervenne un terzo.
«Ma che ne sapete voi che non fate niente.»
«Ma perché, tu che fai?» dissero insieme.
«Un cazzo.»
Ā«E allora vediā¦Ā»
«Domenica però sono impegnato.»
«Allora ci prendiamo qualcosa in un locale.»
«Per me si può fare.»
«E se invece ci organizzassimo e facessimo un weekend fuori?»
«Ua, perché no. Ce ne andiamo a Roma. Arriviamo sabato pomeriggio e torniamo domenica mattina.»
«E i soldi?»
«Hai ragione.»
«Antò, ma alla fine ti hanno risposto?»
«Non cercano personale» disse Antonio.
«Ja ma che devi fa domenica?» disse Gaia.
«Vado ad una conferenza sul clima e scrivo un articolo.»
Ā«E almeno ti pagano?Ā» ā chiese Nello.
Antonio chinò il capo e si tenne la testa con il pugno sinistro.
«Si è fatto tardi, me ne vado. Ciao.»
«Cià fess. Oh vediamo di organizzare sabato, non appendere.»
«Va bene.»
Eccomi qua. Mi chiamo Antonio Di Bella. Ho ventitrƩ anni e studio Lettere.
Da bambino ero un calciatore. Io non giocavo a calcio come tutti gli altri, no, io ero proprio un calciatore. Ero stato selezionato dalla squadra più forte della provincia. E il sabato mattina saltavo la scuola per lāallenamento di rifinitura. Poi mi sono rotto il piede, il destro, quello con cui calciavo, e ho smesso di essere un calciatore.
Mi sono iscritto allāuniversitĆ e sono diventato un pendolare. Lettere. Quando lāho detto a mio padre gli stava per venire un colpo. Lettere? Mi ha detto. Ma perchĆ© non fai qualcosa di più concreto, qualcosa che ti permetta di guadagnare bene. Io lāho insultato. Di arte, di vocazione, non capiva niente. Lui ha risposto che ero io a non capire niente. Che nella vita ciò che ĆØ importante ĆØ la dignitĆ . E i soldi sono dignitosi. Pensai che fosse un meschino. Ma a diciannove anni cosa volete che ne sapessi di come gira il mondo? Ce lo dovrebbero dire prima, prima di insegnarci a credere nei sogni, che siamo schiavi. Schiavi del lavoro e del guadagno. Ma non ĆØ questo il punto.
Ero deciso a dimostrare a tutti che si sbagliavano. Ho iniziato a scrivere per giornali, riviste, siti web, ho creato un blog, aggiornato la mia pagina Facebook di continuo, storie Instagram, poesie, racconti. Un grafomane. Quando la prima volta mi hanno detto che non avrei percepito compenso tutto sommato mi andava bene. Ero inesperto. Ci sta, pensai.
Ora ho ventitrĆ© anni e sono tre anni che non percepisco compenso. Per questo adesso la mia principale attivitĆ di scrittura sono i curricula. Li compilo diversamente a seconda del profilo richiesto e li abbellisco qui e lĆ di esperienze che non ho mai fatto. Non ho paura che scoprano le mie menzogne. Con un pizzico di intelligenza posso coprire le lacune professionali. Ma fino ad ora non ce nāĆØ mai stato bisogno. Non mi ha ancora chiamato nessuno.
CosƬ passo le giornate al bar con i miei amici. Principalmente con Gaia e Nello, che sono più o meno nella stessa situazione. A differenza loro, io a luglio del prossimo anno mi laureo. E almeno avrò accesso ai concorsi per lāinsegnamento. Inutile dire che la prospettiva di sedersi in cattedra, davanti ad un branco di mocciosi che si esprime inviando faccine, mi fa venire i brividi. Allontano questāidea più che posso e mi consolo pensando ad altro. Quando mi accorgo che non cāĆØ altro a cui pensare, non mi consolo più e la notte resto sveglio.
Ā«Maā sono a casa.Ā»
Ā«Dovāeri?Ā»
«Al bar.»
«E quando mai.»
«Che significa quando mai?»
«Che stai sempre al bar. Trovati qualcosa di meglio da fare»
«Ci sto provando.»
«Non ci provi abbastanza.»
Ā«E cosa dovrei fare, andare nei negozi gridando āEEEEEEEEEEEEEEEEE SONO ANTONIO DI BELLA ASSUMETEMI GUARDATE QUANTO SONO FIGOāĀ». Ma questo lāho pensato.
«Hai ragione» ho risposto.
«Stasera mangi a casa?»
«E dove devo mangiare?»
«Che ne so io, stai sempre in giro a perdere tempo. E non rispondere male a tua madre.»
«Hai ragione.»
Mi pesano gli occhi, ma non ĆØ stanchezza. Il lieve fastidio che mi indolenzisce la cervice e il pulsare incessante delle tempie non lascia spazio ad altre interpretazioni. Se ci aggiungiamo la fatica che faccio la mattina a mettere i piedi fuori dal letto, il quadro ĆØ bellāe fatto. Sono depresso. Non gravemente depresso. Però depresso. Ho fatto delle ricerche e questa ĆØ la conclusione più sensata. Inoltre mi masturbo dalle due alle tre volte al giorno. Da quando non ho più una ragazza, anche quattro. Ma ĆØ raro. Per un poā ho creduto di vivere una prolungata crisi ormonale. Poi ho capito che il mio organismo ha un urgente bisogno di endorfine. E io gliele do. Da quando non ho più una fidanzata, la mano destra ĆØ diventata la mia migliore amica. Se si dovesse rompere, come il piede, potrei pensare al suicidio. La mano destra mi tiene aggrappato alla vita.
«Allora domenica vai?»
Ā«Si sƬ, ho dato giĆ lāok.Ā»
Ā«Perfetto. Volevo solo assicurarmene perchĆ© domenica ĆØ importante. Il clima ĆØ un tema caldo, lāarticolo potrebbe essere condiviso molte volte e questo andrebbe bene sia a te che a noi. Ah, scusa il gioco di parole infelice.Ā»
«Tranquillo, capita.»
Puoi ripetere?Ā»
Ā«Ho detto: da quantāĆØ che non scrivi?Ā»
«à una decina di giorni che non pubblico niente.»
«Come?»
«à UNA DECINA DI GIORNI CHE NON PUBBLICO NIENTE.»
Ā«Aspetta. Antonio, risentiamoci domani, sto entrando in galleria, non sento più niente.Ā» Ā«Allora a domā¦tutututututu.Ā»
à caduta la linea. Meglio così. Bip bop.
«Nello?»
«Oh.»
«Ma dopo cena usciamo?»
«Non lo so, ti faccio sapere dopo.»
āDopo quando cazzo se dopo ĆØ dopo cena? Mi fai sapere quando dovremmo essere giĆ usciti? Ć cosƬ difficile organizzarsi in anticipo? Mangi tutte le sere alla stessa ora. Tuo padre torna a casa alle otto perchĆ© ĆØ a quellāora che stacca da lavoro. Quando torna, ha fame. Quindi tua madre tra le otto e quindici, volendo esagerare, e le otto e trenta ti fa trovare il piatto caldo in tavola. Alla sera non mangi il primo. Quindi il cibo da consumare ĆØ poco. Tenendo conto anche della frutta e di un eventuale caffĆØ, potresti metterci unāora. Ed ĆØ pure tanto. Questo lo fai tutte le sere per trecentosessantacinque giorni allāanno. Ma quando ti chiamo per sapere se dopo cena ti va di scendere, mi rispondi sempre che non lo sai. Come cazzo fai a non saperlo, mi chiedo io? Possibile che i tuoi neuroni non riescano a prevedere da qui a due ore cosa succederĆ ? Sarebbe più opportuno che mi dicessi sƬ, scendiamo, e magari chiamassi per avvisare che hai avuto un contrattempo e che quindi non ci sarai. PerchĆ© il contrattempo ĆØ lāeventualitĆ inaspettata. Non la nostra uscita. PerchĆ© la nostra uscita si rinnova costante come un fenomeno atmosferico. Dāestate fa caldo, dāinverno freddo e noi la sera usciamo. Però dobbiamo girarci intorno. Io non avrò la certezza di uscire fino a cinque minuti prima di uscire. Tu mi mandi un messaggio, io sono stravaccato sul divano e leggo ātra cinque minuti giù da teā. CAZZO, DIMMELO PRIMA. Io potrei essere previdente e preparami lo stesso anche se tu non lo sai se usciamo, perchĆ© alla fine usciamo. Sempre. Ma se tu mi dici che non lo sai, io non lo so davvero se usciamo. Anche se il novantanove virgola nove per centro delle volte va cosƬ, io non ne ho la certezza. Dāestate fa caldo, dāinverno fa freddo, ma a volte fa freddo anche dāestate. Poche volte, magari un giorno solo in tre mesi, il vento gela un giorno dāagosto.
Allora rimane tutto uguale. I tuoi non lo so e il cuscino del divano che ha preso la forma del mio culo.ā
«Va bene. Ma chi ci starebbe?» - dissi.
«Soliti.»
«Ok.»
A tavola il clima ĆØ sereno. Strano. I miei genitori hanno difficoltĆ a lasciarmi in pace. Io li vedo, con quello sguardo che esprime preoccupazione e pena. E mi sento una merda. Forse avrebbero sperato in un futuro migliore pe...
Table of contents
- Esergo
- Cap. 1 - Conoscenza
- Cap. 2 - Delusione
- Cap. 3 - Riconciliazione
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