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Il mio Carso
About this book
Il mio Carso è l'opera principale - nonchÊ suo unico romanzo - dello scrittore triestino Scipio Slataper. Lo stile è riconducibile al frammentismo lirico tipico dei "vociani", il periodare è secco, asciutto e la lingua è piuttosto varia e manipola spesso il periodare con "invenzioni" grammaticali. Questa edizione è stata interamente controllata ma, al di là di qualche lievissima normalizzazione, il testo conserva intatto il singolare "slang" semidialettale dell'autore e la sua peculiare e bizzarra scelta lessicale.
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Information
Subtopic
StorytellingPARTE TERZA
Ho ritrovato il mio Carso in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno dâandar lontano. Camminavo spesso, lento, alle rive per veder la gente che partiva. Studiavo lâorario dei piroscafi lloydiani, e se avessi avuto qualche centinaio di corone sarei andato in Dalmazia, a Cattaro, poi mi sarei arrampicato su fino a Cettigne, poi chissĂ ? nellâinterno della Croazia dove câè boschi immensi e bisogna cavalcare lunghe ore per arrivare a una casipola di legno bigio. Il pater familias è ancora lâantico ospite. Di notte, quandâuno non può dormire, sente un canto triste che lo culla. Forse piuttosto sarei andato nellâOriente.
Guardavo i bragozzi ciosoti che con una gran spinta si staccavano, gonfi e carichi, dalla riva. Il padrone della barca si levava la camicia per non infradiciarla di sudore, sâarrampicava sullâalbero, e agganciandosi con la gamba sulla scala a corda sbrogliava la vela, giallastra a macchie mattone. Tutta la notte avrebbero corso lâAdriatico col borino, e poi un altro giorno, e un altro sotto il sole. Specialmente mi desideravo la piena calma marina, se il vento fosse cessato improvvisamente.
Avevo bisogno di star solo. Andavo per le strade poco frequentate, nellâombra degli alti casamenti rettangolari, e mi guardavo intorno spiando di lontano il viso dei passanti. Temevo dâesser conosciuto, dâesser salutato, di dover salutare. Un amico mi mandò una cartolina: perchĂŠ non gli scrivevo? âPoichĂŠ non vuoi, non vengo. Ma non è bello che tu sia cosĂŹ scontroso ed egoistico nel tuo dolore. Proprio ora lâamicizia ti farebbe bene.â Tutte buone care persone: ma io ero in cerca di lontananza.
Stavo solo, nella mia stanzetta, e ogni sera sentivo battere lente le nove, poi le nove e mezzo, poi le dieci, poi le dieci e mezzo... Il tempo camminava come si va nei pomeriggi domenicali, portandosi addosso la noia di tutti gli uomini. E ogni notte sentivo passare una carrozza nella via, poi la voce di tutti i nottambuli che gridavano alla moglie o alla mamma per la chiave.
Ecco - pensavo - ora mi metto a leggere, piglio appunti, studio. Ma calavo la testa sulle braccia raggomitolate - e non potevo piangere.
Non potevo dormire. Ero sotto lâincubo di unâafa grave. E uno usciva di casa nella notte e camminava con passi stanchi. Sognavo di una lunga notte di bora, che i pochi viandanti camminano curvi contro di essa, senza pensare. Mi sognavo soprattutto di cedri infissi nel fondo del mare, che a poco a poco impietravano. Avevo bisogno di sassi e di sterilitĂ . E mi ricordai del Carso, e dentro ebbi un piccolo grido di gioia come chi ha ritrovato la patria.
Quante storie mi raccontai quella notte! Mâero sdraiato sul materasso poggiando la testa sul braccio destro, e ero un bimbo che aspettava con occhi aperti un poâ di lume alla fessura della porta e la mamma entrasse: âNon dormi? Ă tardi. Dormi, dormi. Ti racconto una storiaâ.
Avevo pietĂ e tenerezza per me stesso. E mi raccontavo a voce alta una storia del Carso: âMolti anni prima di noi una donna del Carso con capelli biondi, aveva partorito un piccolo che tremava anche sotto la pelle dâorso. Allora lei poichĂŠ il suo fiato non bastava, accese il fuoco per la prima volta. Il piccolo crebbe e non andava a caccia. Mangiava carne cotta e le notti dâinverno quando si svegliava dâimprovviso e non vedeva la fiamma, lâoscuritĂ e il freddo entravano in lui, ed egli pensava strane cose, rabbrividendo. Dalla volta della grotta stillavano gocce, piĂš lente del battere del suo sangue, e come cadevano sullo strame del giaciglio egli sentiva camminare fuori della grotta. Ma molto lontano; chissĂ dove, chi era?
âPascolava le capre; si ficcava dentro un cespuglio e guardava il cielo tra le frasche. Un cervo passava annusando, un uccello fischiettava, e quei suoni entravano in lui e si intricavano. Poi dormiva un poco. Poi tornava al calar del sole, e raccontava con parole chiare come le foglie dopo la piova. La sua famiglia lâascoltava.
âUn giorno, mentrâegli raccontava, vennero uomini, il torso come macigno spaccato dal ghiaccio; ammazzarono la famiglia, rubarono il fuoco, e condussero lui in servitĂš.â
Anche altre storie mi raccontai. Ma poi fui stanco, e non potevo dormire. La mia testa erano tanti pensieri rotti che nascevano e svolavano via da tutte le parti, portandomi in mille posti contemporaneamente. Sudavo. Allora mâalzai, mi vestii in furia, intascai il mio coltello a serramanico, e andai. In via Chiadino câera ancora una coppia dâamanti, e la donna giocava con le dita del compagno che la teneva avvincolata a sĂŠ. Io pensai: âQuella donna gli può benissimo morire proprio questa notteâ. I cani abbaiavano. Appena su, verso Kluch, dopo la stanga giallonera della dogana, io fui solo e respirai. Camminavo senza pensare.
Anche questa mattina sâè alzato il sole. E come al solito i muratori camminavano nella strada silenziosa, con i loro grossi tacchi. Ho visto una donna dirimpetto alla mia finestra spalancare le imposte e chiamare il figliolo châera ora di scuola.
Dentro di noi sâaccumulano molte nausee e schifi, e un giorno escono e ci appestano lâaria che respiriamo. Secca assai vestirsi, mangiare, alzarsi dalla sedia, ed è inutile; ma è meglio non turbare le abitudini e mettere un piede davanti allâaltro perchĂŠ ci hanno insegnato a camminare. Soltanto non porre ostacoli alla noia, perchĂŠ allora il pensiero sâagita e fa patire; ma se no, la vita procede calma, senza scosse nĂŠ sussurri.
Silenzio e pace. Si cammina per le strade senza far rumore. Non bisogna svegliare. La gente dorme, male, bene, ma dorme. Nessuno ha diritto di svegliare il sonno di nessuno. Passa qualche nottambulo, e una guardia di pubblica sicurezza piantona a passi larghi. Vicino ai fanali senti il fruscio del gas châesce dal beccuccio. Un tratto di luce; la tua ombra cammina davanti a te, poi si smarrisce un poco; una seconda ti segue; si fa piccola, sâavvicina, eguale a te. Ti puoi fermare, sdraiarti su lei, nel lastricato della cittĂ , e dormire anche tu. Ma puoi anche andare avanti, svoltare a sinistra o a destra, è indifferente. Ora sei in mezzo a una puzza di petrolio bruciato; poi, quando questa zona finisce, comincia la ventata calda di grasso dalla cucina dâun albergo. Tu puoi camminare fino allâalba per la cittĂ zitta, mentre la polvere cala lenta per terra.
Piove. Ă una giornata lunga. Il campanello suona: entra Guido, lascia cader lâombrello nel portaombrelli, va in camera sua, butta giĂš i libri, va a mangiare. Mamma passa piano vicino la mia porta, perchĂŠ spera io riposi.
Il giorno sâallunga eguale e infinito.
Un carro traballa lento per la strada. Odo picchiare su ferro. I colombi tubano sul cornicione della casa. Non so che sarĂ della mia vita.
Due uomini passano vicino e si salutano levandosi il cappello. Uno ha un viso triangolare, tuttâossi, con occhi stanchi e erranti; lâaltro cammina a piccoli passi svelti, tutto contento. Ă contento dâaver appetito. Ă contento della sua casa, della giovane sposa che lo aspetta alla finestra. Ha il Piccolo ripiegato in tasca e porta un cartoccio di ciliege per il pranzo. - PerchĂŠ si sono salutati? Che rapporto vi può essere tra questi due uomini? Tutta la vita è intrecciata cosĂŹ ridicolmente. Nessuno può capire lâaltro, ma sâinfinge dâamarlo e dâodiarlo. PerchĂŠ? Lâaltro fa un atto e allora si dice che ha fatto bene, che ha fatto male. In nome di che cosa?
Io passo e lascio passare, e guardo questa ignota vita come un forestiero. Io sono qui perchĂŠ in questo momento cammino per questa strada e vedo un orologiaio curvo su un panchetto svitare una molla con una piccola punta di acciaio. Tiene stretto nellâincavo dellâocchio una lente a tubo, naturalmente, senza increspare un muscolo per lo sforzo. Nella bottega mille pendoli dondano ritmicamente e mille lancette segnano lâora identica e glâidentici minuti. Tornano da scuola le bimbe del Liceo, a frotte, tutte vestite di turchino, e cianciano occhieggiando di straforo i giovanotti che fanno lâaspetta.
Un ragazzotto spruzza dâacqua il selciato davanti a un negozio, poi entra, esce con una scopa e butta la polvere in mezzo alla strada. Un fiaccheraio dorme rannicchiato nella carrozza, sui cuscini rovesciati, e il cavallo, con il muso insaccato, mastica la biada. I colombi di Piazza Grande ogni tanto si levano a stormo e volteggiano in grandi cerchi, poi ricalano e zampettano fra le fossette dâacqua. Il soldato bosniaco davanti al palazzo della luogotenenza marcia a passi duri, si volta in tre tempi, torna in su.
Dove sono? Lâaria calda mi fa socchiudere gli occhi, e cammino trasognato. Cammino lentamente e guardo come un forestiero stanco di viaggio, e che tuttavia debba vedere perchĂŠ qualcuno lo attende pieno di affetto e interesse. Ma nessuno mâaspetta e nessuno si sederĂ accanto a me tornato chiedendomi con occhi amorosi: âE dunque? come fu il viaggio?â.
Io sono solo e stanco. Posso tornare e restare. Posso fermarmi qui in mezzo alla piazza finchĂŠ il sole mi faccia vacillare e cader per terra; e posso andare fra il frastuono dei carri come nel silenzio della notte, perchĂŠ in nessun luogo câè riposo per questa mia grande stanchezza.
E i carbonai che dalla maona carrucolano le ceste di carbone sul Baron Gautsch mi guardano con quei loro occhi infossati e sanguinosi meravigliandosi del mio interessamento.
Uno tosse, sputa, lâaria gli riporta sul torso seminudo, impastato di carbone e sudore, i lunghi filamenti di mucco e forse egli pensa stizzosamente che io ho compassione di lui.
No, no: io sono indifferente. Soltanto non capisco. Vedo che si lavora intorno a me. Un bastimento greco imbarca grosse travi; due pescatori issano la grande vela scura, gocciolante; un gelataio grida la sua merce; uno con occhiali neri nota su un libruccio il numero sacchi cemento; un servo di piazza si fa avanti con il carretto rosso; sâaccosta, spumando, il vapore di Grado; un manzo tira un vagone carico di balle di cartone. Sul vagone è scritto: Troppau-Triest-Rozzol-Assling. Ora un treno sbuffa su per il colle dâOpcina; un altro arriva a Pola, un altro rintrona sul ponte del Po. Lâaria è piena di strepito. Il movimento sâallarga. La terra lavora. Tutta la terra lavora in una grande frenesia di dolore che vuol dimenticarsi. E fabbrica case e si rinchiude tra muri per non vedere reciprocamente i propri corpi avvoltolarsi insonni fra le lenzuola, e si tesse vestiti per poter pensare che almeno il corpo dellâaltro è sano e regolare, e congegna milioni di orologi perchĂŠ lâattimo lâinsegua perpetuamente frustandola avanti nello spazio, come una dannata che si precipiti senza tregua per non cadere. Non fermarti mai per un minuto, o laboriosa terra!
CosĂŹ sentivo; e stavo fermo, come se fossi nel punto morto della terra. Avrei voluto pregare i carbonai di lasciarmi lavorare con loro; ma ridevo malignamente e pensavo: SĂŹ, sĂŹ, lavorate. Câè sempre dentro di voi il mistero come un piccolo grumo che non si scioglie. Lo portate con voi in tutte le vostre faccende, ed esso sta quieto e buono per darvi lâunghiata allâimprovviso. Mangiate il vostro pane e bevete il vostro vino; crescete e moltiplicatevi; perchĂŠ del pane che mangiate e del vino che bevete si nutre il vostro mistero, ed è lâunica veritĂ certa che i vostri figlioli daranno ai loro figlioli. Incallite le vostre mani e il vostro spirito penetri oltre i tessuti piĂš stretti e sia cosĂŹ limpido da farsi specchio a sĂŠ stesso. Torturatevi ogni membro del vostro corpo con tutti gli istrumenti di lavoro, e anche, se volete, buttatevi su un letto comodo e affaticate il vostro spirito. Il mistero non lo estenuate. In che parte di voi è rintanato il piccolo mistero? Potete stritolarvi tutti, e il vostro ultimo sguardo non lo vede. Lo potete anche cercare nelle notti stellate e tra i filoni di ferro, sotto, nellâoscuritĂ , fra le radici delle foreste. Anche, se volete, potete ammazzarvi; ma la palla che passa oltre le vostre tempie non lo brucia, e esso vive in voi anche dopo voi, eternamente, il piccolo mistero che ha fatto questa bella distesa di mare e ha fatto noi e ci ha fatto costruire i piroscafi rossoneri.
Ridevo quasi forte. Mâaccorsi che mi guardavano. Allora ebbi ribrezzo di me. Stetti duro, fermo. Ero tutto infetto. Mi pareva che una mia parola avrebbe impestato il mondo. Guardai il mare largo, puro, e avrei voluto pregare. Ma no: tutto il mio dolore è mio, tutto il mio strazio è per me solo. E mi rinserrai il petto con le mani, e fui un sussulto di dolore attorto contro sĂŠ stesso. Mi parve di poter morire perchĂŠ il mio segreto bruciava avidamente il mio sangue, rosso, come il sole maledetto che tramontava nel mare.
PerchÊ non lavori? Ricordati che qualcuno ha sperato in te. Ella aspetta, e non è contenta. Ogni minuto che tu implori è un delitto. Pesta il capo dentro il tavolino, ma lavora benedicendola. à giusto che sia morta, perchÊ tu sei un vigliacco.
Mi sedetti al tavolino, presi la penna, cominciai a fare scarabocchi sulla carta, e facevo freghi con su scritto il suo nome. Improvvisamente mi spaventai e corsi allo specchio. Guardavo fisso i miei occhi e mi domandavo: âSono molto lucidi? Ma Vedrani dice che non si può capire dai segni esterni se uno è pazzo. Non sono pazzo. Sta calmo, Scipioâ. Guardavo le cose riflesse nello specchio. Le cose riflesse nello specchio - per legge fisica - sono distanti dagli occhi come sono distanti dallo specchio le cose che si riflettono. Cercavo di calcolare se anchâio vedevo cosĂŹ. âSe mi pesto devo sentire dolore. Ma anche i pazzi lo sentono. Come posso avere una prova esterna che io non sono pazzo? â Il tappeto nello specchio faceva un angolo con il tappeto reale. Guardavo per la prima volta, come un bimbo. I lunghi fili rossi, i lunghi fili blu. Corsi in stanza da pranzo; câera Vanda che lavorava. - Ora parlo. - Ma non potevo. Avevo terrore della mia voce. Giravo su e giĂš. Se fosse strana, e Vanda mi guardasse spaventata?
âXe in casa mama?â Ma no, no: avevo domandato con naturalezza e semplicitĂ . Tornai in camera mia. Mi buttai per terra, tenendomi stretta la testa; la chiamai, due volte, tre volte, quattro volte, cinque volte..., e continuai a dire il suo nome lungamente, lungamente, a bassa voce, sempre piĂš piano. Poi mi misi a ninnare: Din, don, campanon - Tre putele xe sul balcon - Una la fila, lâaltra la canta, - Lâaltra la fa putei de pasta - Una la prega sior Idio - che âl ghe mandi un bel mario... Poi non ricordo piĂš. Mi prese il sopore. Mi rialzai dopo pochi minuti e stetti calmo. Non so per dove passai. Ma molte volte ho pregato la pazzia e la morte.
Vorrei farmi legnaiolo della Croazia. Amo le frondose querce e la scure. Andrei al lavoro camminando un poâ storto a destra per lâuso del colpo, e il lungo manico della scure ficcata in cintola mi batterebbe la coscia.
Il capo mi dĂ una manata sulla spalla, ridendo tra denti bruni. Il capo è forte e esperto e noi gli obbediamo con riconoscenza. A noi piace esser comandati. Il capo beve petecchio come acqua, e non traballa mai, ma andando coi suoi passi ben piantati vigila dallâalba alla notte il lavoro - e gira per la foresta come una grossa bestia affamata. Se tu non lavori, subito senti dietro alle spalle uno schianto di rami, una risata di cornacchia infuriata e una pedata in mezzo della schiena.
Ma il capo è buono e mi dice: Uh, Pennadoro! Ho scoperto una pianta per te. Ă dura di centâanni. Come va la scure? Alla! alla! stavolta mette il primo dente. Il primo colpo, qua. Sentirai che carne!
La mia scure è bella, col manico lungo di rovere, e un occhio quadrato. Ride freddamente come il ghiaccio. Ă svogliata e pigra, piena di disprezzo. Ama starsene affondata nellâerba guazzosa e contemplare il cielo. Qualche volta si diverte di giocar con le teste dei cespugli e i getti spumosi del frassino. Allora sorride come una bimba della saliva amarognola che le sgocciola sulle guance. Ma piĂš spesso è triste e tetra.
Ah, ma quando si scalda come dĂ dentro! DĂ dentro come una bestia infoiata. Piomba, piccola e chiara, senza respiro, e han! come un tuono che scoppi, è incassata nella carne dellâalbero. Tutta lâaria attorno ne vibra, e i fringuelli rompono la nota. Si disficca a stratte per assaporar bene la ferita, si libra a dritta ala per un istante, immobile, e han! è dentro allâossa. La quercia sussulta drittamente, senza piegarsi, e accarezza con le frondi basse i quercioletti giovani, attorno, per non impaurirli, come se solo il dolce vento del mare la muovesse. La grande quercia è silenziosa come una madre che muore.
Ma la scure canta. La scure sâalza, sâabbassa e canta. Ride rutilante, rossa. Ă come pazza. Io nâho paura. Non vedo che questo lampo davanti che fischia e ...
Table of contents
- Copertina
- IL MIO CARSO
- Indice
- Intro
- IL MIO CARSO
- PARTE PRIMA
- PARTE SECONDA
- PARTE TERZA
- Ringraziamenti
