La scienza militare
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Questi "nove discorsi" di Luigi Blanch, qua riuniti sotto l'opportuno titolo completo di La scienza militare considerata nei suoi rapporti con le altre scienze e con il sistema sociale, indagano con acume la scienza della guerra nel corso dell'antichità, durante il medioevo e nel rinascimento, i cambiamenti derivanti dalla scoperta della polvere da sparo, passando per la rivoluzione francese e soprattutto approfondendo il rapporto della tecnica bellica con le scienze, le lettere e le arti in genere. In questa edizione il testo è stato interamente e prudentemente normalizzato.

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DISCORSO VIII

Intorno allo stato della scienza militare ed alle sue relazioni con le altre scienze e con lo stato sociale dal 1789 al congresso di Vienna nel 1815.

I movimenti delle umane società per compire i misteriosi fini della provvidenza divina s’operano continuamente, ma non si manifestano così chiaramente a tutti se non che in certe epoche, in cui tutte le trasformazioni lentamente e quasi insensibilmente operate nel corso dei secoli si riassumono in un grave avvenimento, che non crea ma rivela bensì e mette in luce quella serie di modificazioni che il corpo sociale subiva, e le presenta nel loro insieme così coordinate nei metodi come determinate nello scopo. La società moderna formata sulle rovine dell’impero romano aveva per basi lo stabilimento del cristianesimo e l’invasione dei barbari: quello cambiava le credenze, questa modificava la popolazione introducendovi un elemento estraneo al suolo. Il vigore morale stava nel cristianesimo; il fisico, per così dire, nelle razze germaniche che n’erano sì riccamente dotate dalla natura, nelle quali veniva conservato dalle loro sociali condizioni. Noi abbiamo cercato d’indicare nei nostri precedenti discorsi, cominciando dal terzo, per quante fasi e per quante forme questi elementi delle moderne società siano passati per giungere all’ultima indicata nel nostro settimo discorso; e notammo che altre trasformazioni dovevano conseguitare alle prime, e che esse tutte nel loro insieme non alteravano né gli elementi né l’impronta caratteristica della moderna società né lo scopo finale che da questa si dee raggiungere. Rifiutare una verità sì chiara, contenuta in tutte le pagine della storia e nell’analisi delle nostre facoltà intellettuali e morali che spiegano ciò che le vicende storiche fanno conoscere, pare quasi contrario all’esercizio della più comune intelligenza applicata a un tal genere di speculazione. Ma l’esperienza c’insegna che generalmente non si giudicano gli avvenimenti che scuotono l’umanità, che urtano le abitudini ed attaccano al tempo stesso il benessere e la moralità delle nazioni; non si giudicano, dicevamo, secondo le idee esposte qui sopra. La spiegazione di questo fenomeno sta a nostro credere in un sentimento che onora la nostra natura, cioè quello di credere che il male morale sia un’eccezione e non si trovi nell’ordine costante, per cui in generale queste crisi terribili sono considerate come periodi eccezionali, nei quali le leggi che regolano l’intelligenza e la volontà umana sono sospese dal loro corso ordinario e soppiantate da movimenti che non sono suscettivi di spiegazione secondo il naturale ordine delle cose. Sebbene purissimo nella sua sorgente, questo modo di giudicare non può essere ammesso come verità senza contrastare alle regole che nascono dalla filosofia della storia e nuocere allo scopo morale stesso che ha determinato questo genere di soluzione, mentre l’ignoranza delle cause rende fatali gli effetti di ciò che più si teme. Conseguentemente a quanto esponemmo, noi teniamo per fermo che tutti gli avvenimenti che han compromesso tante esistenze e fatto così gran male erano l’effetto di quella elevazione e di quelle modificazioni che abbiamo indicate nei nostri vari discorsi, fermando l’attenzione del lettore su tutte le vicende che lo scibile e lo stato sociale subivano in ogni secolo, e mostrando come la scienza della guerra seguiva ed esprimeva queste fasi sociali. Questo punto di vista da noi adottato fa rientrare nel corso delle cose umane questi grandi cataclismi del mondo morale, come la cognizione perfezionata dalle leggi fisiche vi ha fatto rientrare quelli che si operano nel mondo materiale, senza distruggere in alcun punto la responsabilità morale degl’individui che vi partecipano. La dottrina dei doveri è chiara e semplice: essa è deposta nelle prescrizioni religiose, nelle opere dei moralisti e soprattutto nella coscienza di ognuno e di tutti. Certo non in tutti i tempi l’esecuzione dei propri doveri domanda la stessa energia e condanna agli stessi sacrifici; ma se la dottrina dei doveri dovesse tacere in faccia agli ostacoli ed ai pericoli, il punire che fa il codice militare la mancanza di coraggio in un uomo fisicamente indebolito dalle privazioni e dalle fatiche e moralmente dal desiderio della propria conservazione e dalle più legittime affezioni, sarebbe un’assurda atrocità. E pure non è così. Della serie dei doveri l’ultima espressione è il martirio. Soggiungiamo per spiegare piuttosto che per giustificare i mali ed i loro autori, che ordinariamente alle grandi crisi precedono delle epoche di calma, calma che ammollisce i caratteri e toglie all’intelletto i materiali dell’esperienza; per il che accade che gravi errori nascono per ignoranza e debolezza ed in tutte le classi della società, còlte all’improvviso, per così dire da avvenimenti che le schiacciano, sorpassando le loro forze morali e intellettuali: errori che di rado sono sterili e spesso producono movimenti grandi e rapidi. E gli errori diventano orrori in pratica, quando debbono essere subito applicati; verità che non ha bisogno di dimostrazione pei nostri contemporanei.
La serie d’idee che esponemmo è quella appunto che costituisce il carattere del periodo, breve di tempo ma ricco di avvenimenti, che siamo per trattare in questo discorso, il quale comprenderà l’epoca racchiusa tra il 1789 e il 1815, cioè dalla riunione degli Stati generali fino alla pubblicazione dell’atto del congresso di Vienna. L’abbondanza della materia ci costringe a dividere questa epoca in due periodi, dei quali il primo andrà fino al trattato d’Amiens nel 1800 che pose fine alla prima guerra, e il secondo fino al congresso di Vienna che pose fine alla seconda. Sentiamo tutte le difficoltà cui andiamo incontro nel trattare questo periodo in ristretto, ma seguiremo lo stesso metodo adottato nei precedenti discorsi e ci faremo ad esporre lo stato dell’Europa nel 1789.
La penisola ispanica aveva nel suo stato sociale e nella sua interna politica un carattere uniforme: non così nella sua politica esterna. Il Portogallo e la Spagna conservavano più di qualunque altro Stato le vestigia del medioevo così nelle istituzioni come nelle abitudini e nelle opinioni. Gli sforzi di Pombal e di Carlo terzo per condurre la civiltà di quella penisola al grado degli altri Stati più inciviliti di Europa furono seguiti da una reazione in senso opposto, alla caduta di Pombal pel Portogallo ed alla morte del re per la Spagna; avvenimenti che fecero cadere in mani poco abili la somma delle cose e perciò impedirono le migliorie cominciate. Quanto all’esterna politica, la Spagna fedele al «patto di famiglia» seguitava in tutto la politica francese; il Portogallo in virtù del trattato di Mathuen era divenuto una colonia inglese e continuò ad esser tale dopo la caduta di Pombal. Una tale divergenza nella tendenza politica dei due potentati della penisola aveva solo questo di comune: di non seguirne una propria; e ciò proveniva dall’inferiorità amministrativa che paralizzava le nobili qualità e gli storici ricordi di ambedue le nazioni.
In Francia lo stato delle opinioni, quello dei costumi, il disordine delle finanze, il decadimento della sua politica influenza, tutto domandava, per evitare una crisi e per ristabilire l’equilibrio tra gli elementi, un braccio vigoroso e una mente illuminata ad un tempo, per temperare i rimedi difficili ad amministrarsi quando s’impiegano al momento in cui diventarono indispensabili.
L’Inghilterra retta da grandi uomini cresciuti all’ombra delle sue istituzioni si consolava della perdita delle colonie, e sostituendo il calcolo commerciale all’orgoglio politico, s’accorse di non aver fatta gran perdita pel trattato del 1783. Potente influenza esercitava poi sull’Europa mercé dei suoi gran capitali, del suo credito, della sua marina e della sua civiltà; e questa influenza, fortificata dall’alleanza prussiana, si estendeva così all’occidente che al settentrione e all’oriente.
Quanto all’Olanda, molte erano le cause della sua decadenza. Venuta in lotta col suo capo politico, questi ricorreva alle armi straniere, e in venti giorni ventimila prussiani occupavano l’Olanda: avvenimento stranissimo per uno Stato che aveva resistito per sessant’anni contro la potenza spagnola.
La Prussia benché avesse perduto nel gran Federico uno di quegli uomini ai quali, come sagacemente dice il Segur, si succede ma non si supplisce, godeva di quella considerazione che la gran guerra dei sette anni le aveva meritata, per avere con tanta disproporzione combattuto ed aver non solo conservato la sua esistenza politica, ma benanche ingrandito la sua potenza materiale e morale mercé delle fatte conquiste e della gloria acquistata. In effetti sovrastava alla Francia nel mezzogiorno e occupava l’Olanda a malgrado delle lagnanze di quel potentato; nel settentrione controbilanciava la Russia e l’Austria nelle questioni polacca e germanica; e nell’oriente faceva abbandonare Belgrado alla casa d’Austria, solo risultamento di una guerra infelice.
La casa d’Austria si trovava legata alla Russia in virtù del sistema che i politici dell’epoca chiamavano «orientale» e che tendeva allo scompartimento delle possessioni ottomane in Europa, e lo era alla Francia in occidente contro la Prussia e l’Inghilterra. Innovazioni rapidamente operate non corrisposero nei loro risultamenti alle buone intenzioni dell’imperatore Giuseppe, che uno ingegno cospicuo caratterizzò come «facente male il bene». In effetti gravi turbolenze nascevano in Ungheria; rivolta compiuta nel Belgio; e le sue operazioni amministrative non furono facilmente applicate e non trovarono riconoscenza se non che negli Stati italiani. Giuseppe secondo morì scontento e sorpreso di tali risultamenti, come tutti quelli che non sanno determinare i limiti che separano il bello dal possibile. Il suo successore, il savio Leopoldo, riparò con prudenza e con pacatezza ai mali che la precipitazione dell’antecessore aveva cagionati, trattò coi turchi, fece rientrare il Belgio sotto il dominio della casa d’Austria, acquetò gli spiriti in Ungheria e vide con calma la politica che doveva tenersi con la Francia agitata dalle civili discordie.
Se l’impero germanico aveva perduta l’unità dell’epoca della riforma, l’elevazione della monarchia prussiana consumò la sua scissione, per modo che restò ricco di forme e povero di vita e faceva presagire a chiunque era dotato di qualche acume, che non avrebbe resistito ad una forte commozione che tutto annunziava siccome prossima.
La Polonia col perfezionare le sue istituzioni faceva di riparare in parte alla perdita di una gran porzione delle sue provincie; ma vi sono delle epoche nelle vicende delle nazioni come in quelle degl’individui, nelle quali nulla riesce ed in cui i rimedi stessi si trasformano in mali.
La Russia sotto il dominio di una sovrana illustre ingrandiva il suo territorio in oriente del pari che in occidente con le spoglie dei turchi e dei polacchi. Tutto a quella autocratica riusciva a bene, perché quantunque straniera erasi compiutamente nazionalizzata ed era la più energica ed illuminata espressione delle tendenze del popolo che reggeva. La sua politica interna ebbe più splendore che merito reale; ma le sue utili conquiste, aprendo uno sbocco all’industria agricola delle provincie meridionali dell’impero, ne promuovevano l’incivilimento per mezzo della crescente prosperità. Da questo insieme era facile dedurre l’importanza militare e politica che ben presto avrebbe questo impero esercitato in Europa.
L’impero ottomano si ammolliva senza incivilirsi, non sapeva né combattere né produrre, ignorando ad un tempo le arti della guerra e quelle della pace; esso esisteva per l’altrui gelosia non per propria virtù, e la perdita della Crimea e dei tartari gli toglieva ogni possibilità di lottar con la Russia. Chiaro appariva che la sua storia futura avrebbe offerto guerre infelici, paci ruinose ed interne discordie, le quali avvilirlo dovevano come popolo prima di farlo cessare di esistere come Stato.
La Scandinavia offriva all’osservatore nella Danimarca un’amministrazione paterna e modesta senza essere priva di lumi; nella Svezia, un sovrano distinto che tolse a operare una rivoluzione politica, condotta pressoché in guisa di una cospirazione, e la quale sebbene tendesse a restringere i poteri dei corpi deliberanti fu popolare, siccome quella che ristabiliva l’equilibrio necessario per fare il ben dello Stato: il sovrano perì vittima dei risentimenti di una classe e del delitto di un individuo, ma restò venerato e fu pianto.
L’Italia godeva della pace da più di quarant’anni, pace di cui la prosperità fu conseguenza. I suoi governi in generale tendevano al progresso, fuorché le repubbliche. Gli avanzi del medioevo erano combattuti dai governi monarchici della penisola, siccome quelli che ponevano ostacolo ai miglioramenti amministrativi e all’unità del potere sovrano. La vita attiva d’altronde era quasi che spenta negli individui: nessuno sforzo si esigeva da essi né dalle masse per cooperare ad un ordine di cose che procedeva naturalmente e che in virtù di felici circostanze favoriva il benessere ed il riposo. Ben trista era una siffatta disposizione per affrontare quella serie di solenni e gravi avvenimenti che dovevano sconvolgere la penisola dalle Alpi al Faro.
La riconosciuta indipendenza degli Stati uniti d’America era il preludio della decadenza del sistema coloniale, e appariva chiaramente che il monopolio delle metropoli sulle loro colonie, considerato come la sorgente della ricchezza dello Stato, doveva accelerare la separazione degli Stati americani, i quali avrebbero oramai influito lentamente sul sistema generale come Stati e non più come possessioni europee, secondo che era accaduto fino all’epoca di cui teniamo discorso.
Il carattere generale dell’epoca è lo stesso di quello che dicemmo aver contraddistinto l’epoca esaminata nel precedente discorso, essendosi le grandi trasformazioni operate nel corso del periodo. Cercheremo poi da ultimo di riassumere le condizioni della società dopo i grandi avvenimenti cui fu soggetta, ed i cambiamenti che si operarono in essa sotto tutti gli aspetti.
Ora secondo il metodo per noi adottato in questo lavoro proporremo alcune questioni e faremo di scioglierle.
1. Quali fossero gli uomini, le armi e gli ordini nei periodi dal 1789 al 1800 e dal 1800 al 1815.
2. Quale lo stato della tattica, della strategia, della fortificazione, della guerra di assedio, dell’amministrazione militare e di tutte le istituzioni correlative nei due periodi sopra indicati.
3. Quali mutamenti o modificazioni subisse la scienza militare verso la fine del periodo del quale trattiamo, e come se ne rilevi lo stato dagli scrittori militari, dalle pratiche dei gran capitani e dalle istituzioni che ne son risultate. Da ultimo in che modo possano considerarsi queste modificazioni delle belliche scienze, come accadano e come esprimano le vicende sociali e intellettuali dell’epoca.
4. Qual fosse lo stato delle scienze esatte, naturali e morali nell’indicato periodo.
5. Quale il carattere dello stato sociale verso la fine del periodo e ciò che ha lasciato traccia dello stato intermedio per cui è passato.
6. Quali i risultamenti politici di questa lunga lotta dopo il congresso di Vienna ed in che le transazioni intermedie siano state conservate o siano interamente scomparse.
La composizione della forza pubblica nel suo primo elemento, cioè gli uomini, non subì nessuna modificazione nei vari Stati europei fino all’epoca della guerra della rivoluzione, la quale fece entrar nell’esercito di Francia i battaglioni delle sue numerose guardie nazionali - create per mantenere l’ordine interno - onde supplire alle perdite ed opporre forze bastanti al numero dei nemici. A questo si aggiunse una requisizione generale, che non richiedeva altra condizione che quella dell’età per farne parte o per esserne escluso. Sì fatto mezzo straordinario e violento non poteva divenire metodo permanente se non che regolarizzato siccome legge e perdendo con la sua forma anche il nome. Così nel 1799 fu decretata la coscrizione, che dichiarava il servizio militare come dovere di tutti, successivo e temporaneo, e che armonizzava con l’unità della legislazione civile, criminale e finanziera ch’era stata sostituita alla divisione in classi, in ordini ed in privilegi particolari; e così la tendenza alla fusione delle classi tutte della società nel senso delle loro obbligazioni, la quale formava il carattere del secolo decimottavo, trovava la più significante espressione nella scelta degli uomini destinati a comporre gli eserciti. La composizione del corpo degli ufficiali subì il cambiamento corrispondente all’abolizione dei privilegi nell’ordine civile, e il servizio essendo divenuto un dovere, bisognava che potesse divenire una carriera per tutti, esigendosi non più privilegi di nascita ma condizioni di capacità. Ciò fece che non vi fosse più soluzione di continuità nell’esercito, dal tamburino al generale in capo; e quando Luigi decimottavo diceva che nella giberna di ogni soldato vi era un bastone di maresciallo, dava al tempo stesso una definizione chiara ed una sanzione solenne a questo gran fatto sociale. E se si vuole por mente alla composizione della forza pubblica nel medioevo tal quale noi l’esponemmo nel terzo discorso, si vedrà essere stata interamente diversa dalla presente, perocché ivi tutto era individuale e per così dire privilegiato, e qui tutto generale e condizionato. E nei seguenti discorsi, dal quarto al settimo, abbiamo indicati tutti i passi successivi che si erano fatti per operare gradatamente e senza sorpresa questa fausta trasformazione nel primo elemento della milizia; trasformazione che simboleggiava e confermava al tempo stesso quella operata in tutto l’ordine sociale. Gli altri Stati europei che combattevano la Francia e si opponevano alla rivoluzione anziché adottarla, furono pur nondimeno costretti dal sentimento della propria conservazione a supplire ai mezzi ordinari che la guerra coi suoi nuovi metodi distruggeva rapidamente, chiamando sotto forme e nomi diversi tutta la loro popolazione valida a servir di riserva e di alimento agli eserciti. E questo movimento cominciò nel 1808 nella penisola spagnola, nel 1809 in Austria, e durò fino al 1815 da per tutto fuorché in Inghilterra, ove si reclutò bensì nelle milizie, ma per influenza dei capi e non per legge dello Stato. Una volta chiamate le masse a formare l’esercito, non solo era necessario il sistema delle pene, ma bisognava allettarle con quello delle ricompense; per il che decorazioni ed avanzamenti furono accordati, e questo ancora negli Stati ove dagli ordinamenti civili la separazione delle classi era stata conservata e sussistevano interi i privilegi e finanche la servitù della gleba. Epperò la Francia e le sue dipendenze adottarono il nuovo sistema come conseguenza della loro legislazione, e le altre potenze in opposizione agli ordinamenti che le reggevano lo adottarono perché il richiedeva l’interesse della propria conservazione; chiara prova del nostro assunto sull’influenza reciproca delle belliche scienze e dello stato sociale.
Se grandi furono gli effetti di questi avvenimenti sugli uomini, piccioli furono sulle armi e possono ridursi: 1. all’uso più frequente dell’artiglieria leggiera, con vari metodi nei diversi Stati; 2. all’uso degli obici fatto più frequente ed in proporzioni maggiori coi cannoni, fino a formare il terzo dei pezzi di una batteria; 3. ai razzi alla congrewe che furono impiegati negli eserciti alleati anche in campagna, e dal 1813 in poi adottati generalmente, benché senza aver grandi effetti; 4. alla importanza che racquistarono nel secondo periodo, dal 1800 al 1815, i corazzieri e i lancieri.
Gli ordini, per la stessa causa, non subirono alcuna alterazione e furono i medesimi che nell’ultima epoca di Luigi decimoquarto e di Federico secondo, se ne togli le tre righe nella cavalleria le quali furono disusate piuttosto che abolite. Si conservò ancora l’ordine in due righe adottato come primitivo nell’esercito inglese per la fanteria. L’ordine del giorno dodici ottobre 1813 all’esercito di Napoleone, ove è prescritta la formazione in due righe, ma disposta in colonna per divisione, e questa come ordine abituale, non può esser considerato che come una disposizione di circostanza per potere maneggiar facilmente un esercito forte di numero e povero d’istruzione, e così dargli più consistenza contro la cavalleria nemica alla quale non poteva opporsene una simile per numero e qualità. Ed in effetti i militari regolamenti posteriori non hanno fatto veruna menzione di quest’ordine di battaglia siccome parte della tattica elementare.
Venendo ora alla soluzione del secondo quesito, diremo che la tattica seguiva in tutti gli Stati europei più o meno compiutamente il sistema prussiano. In Francia l’ordinanza del 1791 semplificava e perfezionava questo stesso sistema, e l’esperienza acquistata in un lungo periodo di guerra fatta su tutti i terreni e con tutte le nazioni non rese necessario alcun cambiamento importante, del che l’ordinanza del 1831 è una novella e più compiuta dimostrazione. In tutta l’Europa s’imitò più o meno quel regolamento. Nel secondo periodo un’ordinanza di cavalleria fu redatta in Francia nel 1802 da uomini molto periti nell’arma e ricchi dell’esperienza di dieci campagne. I conoscitori trovano questo regolamento fondato sull’essenza dell’arma, dettato dalla pratica della guerra, e vedono nella sua posizione una severa deduzione logica dai principi alle conseguenze dei movimenti tutti. L’ordinanza del 1831 pubblicata in Francia per l’arma di cui discorriamo, ad avviso di distinti generali e dei medesimi collaboratori di essa, no...

Table of contents

  1. Copertina
  2. LA SCIENZA MILITARE
  3. Indice
  4. Intro
  5. DISCORSO I
  6. DISCORSO II
  7. DISCORSO III
  8. DISCORSO IV
  9. DISCORSO V
  10. DISCORSO VI
  11. DISCORSO VII
  12. DISCORSO VIII
  13. DISCORSO IX
  14. Ringraziamenti