23 ottobre
Il pomeriggio del 23 ottobre si apprestarono a completare la stufa, dato che, ormai, mancavano solo gli ultimi ritocchi. Saranno state più o meno le due, quando per la prima volta nel pomeriggio squillò il telefono. Era mio fratello Ernő che chiamava da Budapest e chiedeva a nostra madre di mandare qualcuno da sua moglie Magdi al quartiere di Pesterzsébet, per avvisarla che anch’egli avrebbe partecipato alla manifestazione e dirle di non preoccuparsi, nel caso che avesse fatto tardi. Ci disse anche di accendere la radio, perché a Budapest stavano accadendo grandi cose.
Ödön e Bandi appresero dalla radio ciò che succedeva. Dapprima il corteo era stato vietato, in un secondo tempo invece fu autorizzato. In realtà essi non attribuirono una grande importanza alla cosa, perché la radio non diceva un gran che. Più tardi, però, verso le sei, il telefono squillò di nuovo. Era Andris (diminutivo di András), che era stato mandato a Pesterzsébet per dare a Magdi il messaggio di Ernő. Con tono di voce molto eccitato, quasi gridando, disse:
- Mamma, sono qui in Piazza degli Eroi. Sono appena sceso dalla statua dello svaligiatore di posta, [con riferimento alla statua di Stalin, che gli insorti volevano abbattere], gli ho legato al collo un cavo metallico, vogliamo tirarlo giù. È talmente saldo che tre camion lo stanno tirando e neanche così si riesce a smuoverlo. Proprio adesso degli operai sono andati in cerca di una saldatrice autogena. Ci saranno qui almeno 10.000 persone che tirano tutte insieme la fune al suono di ‘oh-issa!’. Anche il mio insegnante di russo è qui, lui pure tira la fune. Mi ha detto che quest’anno mi darà eccellente in russo, se il mascalzone rotola giù.
- Andris, di che state parlando? - domandò mia madre - Non ho capito un bel niente, non so di che stai blaterando.
- Ma della statua di Stalin, quella che sta nel Parco civico.
- Gesù, Maria! Che state combinando Andris? Finirete in prigione per questo!
- Non abbiate paura mamma, perché in tutto il paese non ci sono abbastanza prigioni in cui possano rinchiudere tutta questa moltitudine di gente che è qui. Quei 40.000, che oggi pomeriggio hanno marciato verso la statua di Bem gridando tutti insieme «Russi a casa» [‘Ruszkik haza’ nell’originale, N.d.C.], hanno strappato lo stemma russo dalle bandiere e che stanno distribuendo dappertutto le richieste in 16 punti degli studenti universitari, dove vuoi che li rinchiudano? A meno che non intendano fare dell’intero paese una prigione. Adesso tutti cantano e sono felici.
- Aspetta, Andris, c’è qui Ödön, parla anche con lui.
Ödön prese il ricevitore e Andris raccontò anche a lui le notizie di Budapest. Dapprima accadde che Ödön non riuscì a dare nemmeno consigli, perché le cose che Andris raccontava sembravano impossibili. Si trovava di fronte ad una situazione per la cui comprensione ci voleva tempo. Andris promise di telefonare nuovamente più tardi e di tenerci informati sugli ultimi sviluppi.
Ödön e Bandi parlarono ancora con eccitazione delle notizie apprese da Andris e di cosa sarebbe scaturito da tutto ciò. E se si fosse messa in moto la valanga? Gli ÁVO l’avrebbero certamente fermata. E se gli ÁVO non fossero stati capaci di fermarla, ne sarebbe nata una Rivoluzione? Impossibile! Sono stati i comunisti a fare la Rivoluzione, ma mai nessuno ancora ha fatto ancora una Rivoluzione contro i comunisti. L’abbattimento della statua di Stalin, l’eliminazione dello stemma sovietico dalla bandiera nazionale, il clamore e lo strepito della folla, e poi lo slogan «Russi a casa!», le richieste in 16 punti degli studenti universitari, distribuite a tutti i passanti nelle strade, tutto ciò insieme stava a significare che ci sarebbe stato un enorme, finora inimmaginabile, cambiamento nell’evoluzione del futuro della nazione ungherese. Che cosa potevano volere gli studenti universitari? Cosa poteva esserci in quei 16 punti da riuscire ad entusiasmare e appassionare l’intera capitale? Alle 8 di sera Ernő Gerő, segretario generale del Partito Democratico ungherese, avrebbe parlato alla radio. Forse il suo discorso sarebbe riuscito a far luce sulle questioni che apparivano ancora oscure e misteriose.
Squillò ancora il telefono. Saranno state le sette e, in quell’atmosfera di tensione e di eccitazione, Ödön si precipitò all’apparecchio. Era Ernő. Anch’egli con voce emozionata e tono febbrile, quasi gridando, disse:
- Sono qui al Parlamento, nei pressi del quale adesso stiamo scrivendo la storia. Ci sono 200.000 persone nella piazza, che reclamano Imre Nagy. Trascinato da questa folla enorme, sono arrivato fino all’ingresso del Parlamento in compagnia di Péter Veres e Tibor Déry. Abbiamo tirato calci, abbiamo battuto i pugni sul portone, perché le luci nella piazza erano state spente e la folla era rimasta al buio. Quando il portone è stato aperto, una guardia ha detto che i compagni ministri avrebbero ricevuto due persone tra i dimostranti. Abbiamo spinto Péter Veres e Tibor Déry ad andare dentro, ma essi hanno rifiutato. Hanno detto a noi di entrare e, nel caso che più tardi ci fosse stato bisogno di loro, di farli chiamare. Bisognava agire in fretta. Ho chiesto chi fosse disposto a venire con me. Un economista si è unito a me e siamo stati condotti di sopra, dove siamo stati accolti da Hídas. Mekis e Erdei. La paura, che mi ha afferrato mentre salivamo le scale, d’un tratto è sparita, quando Erdei ha chiesto cosa volevamo.
- Per prima cosa accendete le luci nella piazza ed illuminate il palazzo del Parlamento - gli ho risposto.
I tre ministri si sono guardati tra loro. Erdei ha suonato ed ha impartito l’ordine ad un sottufficiale. Le luci si sono accese.
- In secondo luogo ho detto spegnete la stella rossa sulla sommità del Parlamento ed esponete una bandiera nazionale senza lo stemma sovietico. Hanno spento la stella rossa ed il gesto è stato salutato con grida trionfali dalla gente presente nella piazza. Una bandiera nazionale senza emblema sovietico, però, l’hanno trovata solo dopo una lunga ricerca in soffitta. Era una vecchia bandiera, ma l’hanno esposta. Per terzo, chiamate Imre Nagy, perché la folla vuole ascoltare lui. Nessuno di loro conosceva il numero di telefono di Imre Nagy e ciò ha causato seri problemi. Era evidente che la folla voleva sentire lui, perché tutti gridavano in coro il suo nome. Alla fine sono riuscito a convincerli a mandare una macchina a casa di Imre Nagy per portarlo in Parlamento. Anche a me hanno messo a disposizione una vettura per andare alla Radio e farmi dare un registratore, poiché qui stava avendo luogo un evento storico di tale portata, che bisognava immortalarlo su nastro. Qualcuno di voi vada da Magdi e le dica di non preoccuparsi. Può darsi che stanotte non vada a casa. concluse la chiamata mio fratello Ernő.
Ödön e Bandi discutevano sui fatti accaduti e aspettavano di avere nuove informazioni dalla radio. La radio, però, continuava a trasmettere solamente il discorso delle 8 di Gerő e non diceva assolutamente nulla di ciò che stava accadendo a Budapest. Nostra madre, torcendosi le mani, disse solamente: “Vedrete, ragazzi, questa è la fine del mondo”.
Bandi girava la manopola della radio e, gridando, disse: “Attenti, ascoltate! “… Gli studenti universitari chiedono che venga ripristinato lo stemma di Kossuth, che il 15 marzo ed il 6 ottobre vengano dichiarati giorni festivi”.
“… Ci sono state università dove gli studenti hanno presentato le loro richieste in 12 punti, in altre li hanno sintetizzati in 20, ma dappertutto hanno agito con ragionevolezza e con animo appassionato…”.
“… Gli studenti dell’Università di Budapest hanno manifestato oggi tutti insieme. Benché oggi a mezzogiorno il ministro dell’Interno avesse vietato ogni genere di corteo, il Comitato politico del Partito Ungherese dei Lavoratori ha modificato tale decisione. Studenti di medicina, del Politecnico, di Lettere, di Giurisprudenza, di Economia e di altre facoltà e corsi di laurea sfilano con in testa i loro professori ed i dirigenti degli organi del Partito Democratico ungherese…”.
“… All’inizio erano solo un migliaio, ma poi a loro si sono uniti giovani operai, passanti, militari, vecchi, studenti delle scuole superiori, bigliettai tranvieri, cosicché il grandioso fiume di folla si è ingrossato fino a raggiungere le diecimila persone. Nelle strade risuonavano slogan, il popolo di zio Bem e di Kossuth camminava unito, tutti procedevano mano nella mano…”.
“… Chiediamo una nuova dirigenza, crediamo in Imre Nagy, riponiamo la nostra fiducia in lui, viva l’esercito eccetera eccetera, echeggiano, rimbombano, risuonano le grida e le esclamazioni. Sventolano le bandiere tricolori, si spalancano le finestre delle case, un’aria nuova, un’atmosfera di maggiore libertà, percorre le strade di Budapest. Come scriveva PetŒfi a proposito del significato del 15 marzo 1848? … come inizio è magnifico e glorioso, perché è più difficile per un bimbo fare il primo passo che non per un adulto camminare per miglia…”.
- Sì, solo che oggi non è il 15 marzo 1848, ma il 23 ottobre 1956 - disse Ödön.
Bandi, invece, interpretò le parole dello speaker della radio nel senso che la frase scritta da Petőfi a quel tempo era ancora valida e attuale. Disse a nostra madre che non credeva arrivasse la fine del mondo. Piuttosto egli sentiva che sarebbe giunto l’inizio di un nuovo mondo, che proprio allora, in quelle ore, stava per nascere.
Parlò Ernő Gerő, il quale, aldilà di espressioni tipiche del frasario del partito, non disse niente di nuovo. Il suo discorso, dopo la telefonata di Andris ed Ernő, apparve piuttosto come benzina gettata sul fuoco.
Gerő non aveva ancora terminato il suo discorso, quando il telefono squillò di nuovo. Era Ernő, ancora una volta dal Parlamento. Parlò con Ödön in modo così concitato che era difficile capire cosa diceva.
- Sono appena tornato dalla Radio, dove una folla di diecimila persone chiede che vengano letti i 16 punti della richiesta. La Radio, però, è piena di ávó, che usano bombe lacrimogene contro la folla. Qualche volta la gente riesce a prenderne una ed a rigettarla nell’edificio. La folla, comunque, non si muoverà finché i 16 punti non saranno letti al microfono. Anche Imre Nagy è ormai arrivato. Gli ho ricordato di ammonire il ministro degli Interni László Piros a fare in modo che nessun ávó mettesse mano alla pistola, poiché, se l’avesse fatto, ci sarebbe stato in Ungheria uno spargimento di sangue tale che al mondo non se ne sono ancora visti di uguali. Imre Nagy è stato preso alla sprovvista dagli avvenimenti e chiede cosa deve dire alla folla. Gli ho risposto che può dire qualsiasi cosa, purché non inizi rivolgendosi ai presenti con l’espressione ‘Compagni!’. Ha iniziato ugualmente così e la gente lo ha fischiato. Quindi ha ricominciato usando l’espressione ‘fratelli ungheresi’, e la folla gli ha riservato un enorme applauso. Lo hanno acclamato: evviva!! Siamo già circa in venticinque accanto ad Imre Nagy e la folla nella piazza continua ad aumentare. Temo che gli ávó utilizzino ugualmente le armi e allora saranno guai seri, per via dell’umore della folla. Qualcuno è andato da Magdi a dirle di non aspettarmi?
- Non ancora, ma fra un paio di minuti ci avviamo io e Bandi. Dopo veniamo anche noi a Pest.
Ödön riattaccò la cornetta e si rivolse a Bandi dicendogli: “In piedi, ungherese, la patria ti chiama! Ormai c’è bisogno anche di noi. Preparati. Vai su nel fienile e prendi la pistola della seconda guerra mondiale di nostro padre. Io intanto mi lavo le mani”.
Nostra madre, però, si parò dinanzi a loro dicendo: “Orbene, voi non andate da nessuna parte. Già due dei miei figli sono là. Non basta? E poi, comunque, voi non potreste fare niente per quella situazione e, specialmente se andate con la pistola, rischiate solo di farvi uccidere. Non vi lascio andare!”.
Ma Bandi, dimenticando il consueto riguardo, si rivolse a nostra madre chiedendo: “Cosa ne sarebbe del nostro disgraziato paese, se ogni madre ragionasse così? Se ogni madre cercasse di proteggere i propri figli tirandoseli vicino alle sottane, proprio ora che la patria ha bisogno di loro? Cosa direbbe nostro padre, se fosse ancora vivo? Non vi lascio andare o piuttosto il vostro posto è là? Permettetemi, madre, di continuare quel che stava dicendo Ödön… “È giunta l’ora, ora o mai più!”. Se ora non andiamo, allora ci meritiamo il nostro destino, Allora questa nazione è matura per lo sfacelo e la rovina. Dite ancora, mamma, ‘non vi lascio andare?’”.
“No, non lo dico più. - rispose nostra madre piangendo - In me ha parlato solo il cuore trepidante di madre. Forse anche vostro padre vorrebbe così. Direbbe che il vostro posto è là. Non vi intralcerò, andate. Pregherò per voi e per quelle madri che potrebbero perdere i loro figli se un ávó dovesse usare comunque la pistola. Mio Dio! Non permettere che ci sia un bagno di sangue! State attenti e abbiate cura l’uno dell’altro”.
Ödön e Bandi in pochi minuti furono pronti e partirono a piedi per il quartiere di Pesterzsébet. Andarono sulla strada principale e si misero a fare cenni con la mano a tutti i veicoli che si dirigevano a Budapest per fermarli. Finalmente, quando ormai erano giunti quasi alle porte del quartiere di Pesterzsébet, un autocarro che trasportava patate li fece salire, ma non andarono lontano. Davanti alla fabbrica di lampade alcuni giovani con fucili di piccolo calibro in mano fermarono il camion. Uno dei ragazzi chiese all’autista: - Cosa trasporta e dove? Chi sono i suoi passeggeri?
Quando la situazione fu chiarita, i ragazzi dissero che mezz’ora prima alla Stazione della Radio gli ávó avevano sparato sulla folla. C’erano molti morti e tantissimi feriti. Erano stati quelli a cominciare. Loro erano venuti lì perché servivano armi. Era scoppiata la Rivoluzione. A Budapest tutti volevano armi, ma non riuscivano ad entrare nella fabbrica. Il cancello era chiuso e non sapevano cosa fare. Dissero che forse c’erano degli ávó anche alla fabbrica di lampade.
Bandi era dell’idea che, se era scoppiata la Rivoluzione, allora eravamo dei rivoluzionari e come tali dovevamo comportarci. Se servivano armi allora non dovevamo stare a pensarci, dovevamo procurarcele. Ci disse di rimanere lì. Se fosse riuscito ad aprire il cancello, ci avrebbe chiamati con un fischio.
Il cancello della fabbrica di lampade era ad appena un centinaio di metri dal luogo in cui stavano parlando. Bandi si avvicinò e prese a calci il cancello di ferro, al che un uomo anziano uscì dalla guardiola.
- Che cosa vuole? - chiese la guardia.
Bandi parlava sottovoce sommessamente, con voce gutturale alterata, sapendo che, a quella distanza, la guardia non poteva capire. Il vecchio portinaio si avvicinò al cancello e, tra le inferriate, vide che la distanza tra loro era ormai di appena un metro. Prese da sotto il cappotto la pistola di nostro padre, per la quale non avevamo neppure una cartuccia, e la puntò contro la guardia. È scoppiata la Rivoluzione! Apra il cancello o sarà lei la prima vittima eroica di questa Rivoluzione! disse Bandi, ora con voce energica.
I cancelli si aprirono e Bandi chiamò i ragazzi, che vennero di corsa. Nel frattempo Bandi parlò con il vecchio e gli comunicò che poteva andarsene a casa, ormai non c’era più bisogno di lui. Ai ragazzi, invece, disse di strappare dalle pareti tutti gli apparecchi telefonici che trovavano, ma di non toccare il resto. Con sua enorme sorpresa dietro alla dozzina di ragazzi cominciò ad affluire gente da ogni dove. Ormai non si trattava solo di giovani, ma anche di uomini fatti. Tutti volevano un’arma.
Entrarono nella fabbrica a cercare le armi, ma trovarono solamente un grosso quantitativo di munizioni. Il magazzino delle armi non si trovava da nessuna parte. Trovarono una quindicina circa di carabine al poligono di tiro, ma non era questo che cercavano. Dopo una buona mezz’ora di ricerche una ragazza, un’apprendista di 15-16 anni, si avvicinò a Bandi e gli disse che, se stavano cercando quelle grandi casse verdi nelle quali potevano esserci le armi, lei sapeva dov’erano. La ragazzina li guidò verso un lungo corridoio, dove, accanto alla parete di destra, erano accatastate fino al soffitto casse contenenti macchine per cucire.
- La scorsa settimana qui dietro alle casse c’era, da qualche parte, una porta. È là che hanno portato quelle grandi casse verdi - disse la ragazza.
In pochi minuti le macchine per cucire imballate furono gettate in disparte accanto alla parete e così trovarono la porta. Era chiusa a chiave, ma con un piede di porco il problema fu risolto. Quando furono entrati, si trovarono in un’immensa sala, dove ‘le grandi casse verdi’ stavano in fila, accatastate l’una sull’altra in gruppi di sei, lasciando solo uno stretto spazio tra l’una e l’altra: riempivano l’intera sala. Aprirono con un piede di porco la prima cassa e vi trovarono 12 carabine nuove di zecca. Bandi, brandendo la sua pistola vuota, gridò agli altri di non aprire le altre casse lì dentro, ma di portarle fuori nel corridoio e di aprirle là. Ordinò loro, poi, di cercare degli stracci e di ripulire le armi dai residui di grasso. Il grasso spiegò doveva essere tolto prima dalla canna. Disse dunque a quelli che avevano un’arma e munizioni di correre alla Radio più velocemente possibile.
La gente cominciò a defluire ed anche le armi iniziarono a diminuire. In un baleno si diffuse la notizia che alla fabbrica di lampade c’erano armi. Al posto di quelli che se n’erano andati, ne giungevano man mano degli altri e se le portavano via. Nel magazzino, tuttavia, rimanevano ancora molte armi. A questo Bandi trovò una soluzione.
A quelli che arrivavano con camion provenienti da Budapest, Bandi diceva di caricare un paio di casse di armi, un congruo quantitativo di munizioni e di portarle in città, distribuendole poi a coloro che ne facevano richiesta.
Per mezzanotte il deposito si svuotò e Budapest fu rifornita di armi. Bandi ricordò a Ödön che il bambino della Rivoluzione aveva fatto i suoi primi passi e quel bambino, che era nato quel pomeriggio presso la statua di Bem, nel giro di alcuni giorni non solo sarebbe stato capace di camminare, ma addirittura di correre. Quindi, ognuno con una carabina in spalla, si avviarono entrambi verso l’appartamento di Ernő, per portare il suo messaggio a Magdi.
All’azienda agricola statale di Hényelpuszta, dove lavoravo nell’autunno del 1956, la sera del 23 ottobre era stata annunciata la proiezione di un film nella sala per le iniziative culturali, con inizio alle ore 8. La proiezione però fu sospesa, perché, su ordine del segretario di partito, dovemmo ascoltare tutti il discorso di Gerő. Non c’era spazio per proteste e non contava neppure che tutti, al di fuori del segretario di partito, avremmo voluto vedere il film.
Entrammo nella sala per la cultura e, alle 8 in punto, il segretario di partito accese la radio. Non prestavamo molta attenzione al discorso, perché era risaputo che tutto ciò che diceva era menzogna politica sorretta dal solito frasario comunista, in altre parole un ‘lavaggio del cervello’. Quel discorso, tuttavia, aveva pur sempre qualcosa di diverso: “… Che elementi ostili non possano mettere a repentaglio gli sforzi del nostro partito, della nostra classe operaia, della massa dei nostri lavoratori…”.
Gli organi del nostro partito, disciplinatamente, tutti uniti, si oppongano ad ogni tentativo di sovvertimento dell’ordine pubblico e ad ogni tentativo nazionalista di avvelenamento dei pozzi e di provocazione.
Nell’attività della direzione del nostro partito vi sono stati, accanto a molti risultati positivi, anche degli errori
La questione è se vogliamo costruire il socialismo nel nostro paese oppure vogliamo aprire una crepa nell’edificio del socialismo, poi una porta ed infine il cancello al capitalismo? Si tratta di questo: volete permettere che venga minato il potere della classe operaia, che venga messa a rischio l’alleanza tra operai e contadini?
Al termine del discorso, io ed alcuni miei colleghi ci mettemmo ad analizzarne il significato. “È incredibile che Gerő riconosca anche i gravi errori commessi nella dirigenza dell’onnipotente, infallibile partito unico. Beh, se mettessimo sul piatto della bilancia i risultati positivi raggiunti e gli sbagli, da quale parte penderebbe? A partire dal 1945 non hanno fatto altro che far fuori gli elementi migliori della nazione. Non era necessario appartenere alle «Croci Frecciate» per finire a penzoloni sulla corda. Persone che in passato avevano solo osato accennare ai gravi errori menzionati da Gerő, erano finite in prigione e molte di loro sulla forca. Uomini, per i quali l’identità ungherese veniva prima di tutto, finirono la loro esistenza sulla forca, perché avevano ostacolato lo sviluppo del ‘socialismo’. Endre Bajcsy Zsilinszky fu impiccato dalle Croci Frecciate e nel 1945 i comunisti gli intitolarono una via. Nel 1948, tuttavia, volevano deportare la sua vedova, la quale aveva chiesto loro di togliere, per prima cosa, il suo nome dal muro dell’edificio. Anche Mindszenty era stato incarcerato dalle Croci Frecciate, ma ciò che gli ávó fecero con lui è più che disumano. Eppure egli era il principe primate d’Ungheria, il cui unico difetto, agli occhi sia delle Croci Frecciate che dei comunisti, fu di essere angosciato per la sorte della nazione ungherese”.
Nel 1949 i comunisti impiccarono anche László Rajk, la cui salma fu accompagnata alla tomba da quasi 50 generali. Eppure sia Rajk che i generali servirono in tutto e fino alla fine Rákosi. Anzi, fu arrestato persino Gábor Péter, l’ex apprendista sarto divenuto generale, le cui braccia grondavano sangue fino al gomito e che era il ‘compagno devoto’ di Rákosi. Lo arrestarono con l’accusa di ‘congiura sionista’. Ma non c’era bisogno di un’accusa di complotto sionista perché Gábor Péter venisse messo da parte, poiché ci furono periodi in cui il governo ungherese era in gran parte formato da ebrei. Nel giugno del 1953, poco dopo la morte di Stalin, Kruscev convocò a Mosca i dirigenti del governo ungherese e li definì “banda di Giudei”. Mátyás Rákosi, Ernő Gerő?, Mihály Farkas e József Révai, i detentori del potere, erano, infatti, tutti ebrei.
- Di che razza di socialismo parla Gerő? - ci si chiedeva.
Gli operai, i lavoratori non erano mai stati tanto sfruttati come in quel momento. Nel 1945 era stato detto che siamo tutti uguali, che tutti gli uomini hanno ...