«(...) Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza. (...)» (Errico Malatesta, Il Programma Anarchico, 1919) Errico Gaetano Maria Pasquale Malatesta (Santa Maria Capua Vetere, 4 dicembre 1853 – Roma, 22 luglio 1932) è stato un anarchico e scrittore italiano, tra i principali teorici del movimento anarchico.
Passò più di dieci anni della sua vita in carcere e buona parte in esilio all'estero. Collaborò ad un gran numero di testate rivoluzionarie ed è nota la sua amicizia con Michail Bakunin. Assieme a quest'ultimo e a Pierre-Joseph Proudhon, rappresenta uno dei pensatori più importanti della corrente libertaria, da alcuni ritenuto il più importante teorizzatore e rivoluzionario dell'anarchia.
Fu fermamente convinto, così come l'amico Pëtr Kropotkin, dell'imminente avvento di una rivoluzione anarchica (1916). Pochi mesi dopo iniziò infatti la Rivoluzione russa, che ebbe il supporto anche degli anarchici, ma terminò con la presa di potere da parte dei bolscevichi. Solamente dopo 19 anni arrivò una vera rivoluzione anarchica, la fallita Rivoluzione spagnola. Malatesta è riconosciuto come il massimo esponente del movimento libertario italiano e del libero pensiero. Luigi Fabbri (Fabriano,23 dicembre1877–Montevideo,24 giugno1935) è stato unanarchicoesaggistaitaliano.
Perseguitato dalfascismo, lasciò l'Italianel1926. Diede un contributo di primo piano all'organizzazione e all'elaborazione teorica delmovimento anarchico.

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Malatesta, l'uomo e il pensiero
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Parte seconda: l'orientamento
Quadro dell'anarchismo
IL PROGRAMMA ANARCHICO, sia nelle finalità che nella tattica generale della lotta, è per Malatesta, come ben si comprende, il medesimo di tutti gli anarchici, o della stragrande maggioranza di essi. Egli stesso lo ha esposto più volte, all'inizio dei vari periodici da lui redatti, e più completamente in una lunga «Dichiarazione di principi» che nel 1920 presentò in Bologna al II Congresso dell'Unione Anarchica Italiana, il quale lo approvò all'unanimità. Le idee di Malatesta sono in sostanza quelle dell'anarchismo comunista rivoluzionario internazionale. Secondo la definizione sua «il programma comunista- anarchico rivoluzionario, che già da 50 anni fu sostenuto in Italia in seno alla I Internazionale sotto nome di programma socialista, che più tardi si distinse con nome di socialista-anarchico, e che poi, in seguito e per reazione alla crescente degenerazione autoritaria e parlamentare del movimento socialista, si disse semplicemente anarchico» egli lo sintetizzava brevemente, nello stesso scritto, nei termini seguenti: 1 - Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perchè nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente per l'interesse comune e conformemente alle proprie simpatie. 2 - Abolizione del governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistrature, ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi. 3 - Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e di consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall'esperienza, e liberi da ogni imposizione che non derivi dalle necessità naturali a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessita ineluttabile, volontariamente si sottomette. 4 - Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli, ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi. 5 - Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati. 6 - Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere, fratellanza fra tutti i popoli. 7 - Ricostruzione della famiglia, in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso. Con quali vie e mezzi si potrà arrivare a questo scopo? Non certo con la sola propaganda che, pur restando necessarissima, presto esaurirebbe il suo compito con convertire tutti coloro che nell'ambiente attuale sono suscettibili di comprendere e accettare le idee anarchiche, bensì anche con l'azione. «Noi dobbiamo cercare il popolo, nella sua totalità o nelle sue varie frazioni, pretenda, imponga, prenda da sè tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, mano mano che giunge a desiderarle ed ha la forza d'imporle; e, propagando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre più fino a che non ha raggiunto l'emancipazione completa». Di qui la necessità della lotta economica e della politica. La prima deve tendere, attraverso l'azione diretta operaia, all'espropriazione dei mezzi di produzione e di tutte le ricchezze sociali per metterle a disposizione di tutti. La conquista di miglioramenti non deve essere trascurata, ma senza dissimularsi che essa non può giungere, nell'ambito della società attuale, che fino ad un certo limite consentito dal profitto dei padroni, oltre il quale la forza operaia viene a cozzare con quella dei padroni e quindi col governo che ne è l'organo politico ed armato di difesa. Allora la lotta economica diventa lotta politica cioè contro il governo, azione libertaria di rivolta, non soltanto perchè il governo è difensore del capitalismo, ma perchè esso stesso è un organo di privilegi. La lotta politica, quindi secondo gli anarchici, mentre è il mezzo immediato di difesa, e di conquista entro l'ambiente attuale di tutte le libertà parziali possibili, contro ogni governo che tende per sua natura a limitarle o sopprimerle, deve essere rivolta ad abolire completamente ogni specie di governo, cercando fin da oggi di diminuire il suo potere più ch'è possibile mediante la lotta diretta e l'agitazione della piazza, restando fuori e contro di esso, fuori e contro tutte le sue funzioni autoritarie e legislative, sia generali che locali. Così concepita la lotta contro il governo, essa si risolve in ultima analisi, in lotta fisica, materiale, armata. L'insurrezione armata, proletaria e popolare diventa quindi, prima o poi, una necessità imprescindibile, cui bisogna prepararsi moralmente e materialmente. E l'esito di essa dipenderà anche dalla propaganda e dall'energia che gli anarchici sapranno sviluppare. Ecco come Malatesta compendia il compito che gli anarchici dovranno esercitare nella rivoluzione. «Noi dovremo spingere il popolo ad espropriare i proprietari e mettere in comune la roba, ed organizzare la vita sociale da se stesso, mediante associazioni liberamente costituite, senza aspettare gli ordini di nessuno e rifiutando di nominare o riconoscere qualsiasi governo, qualsiasi corpo costituito che , sotto un nome qualunque (costituente, dittatura, ecc.) si attribuisca, sia pure a titolo provvisorio, il diritto di far la legge ed imporre agli altri con la forza la propria volontà. «E se la massa del popolo non risponderà all'appello nostro, noi dovremo - in nome del diritto che abbiamo di essere liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi, e per l'efficacia dell'esempio - attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantener viva la resistenza, e far sì che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano vivere a modo loro. «Noi dovremo, sopratutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell'esercito, e profittare dell'occasione propizia per eccitare i lavoratori delle località non anarchiche a profittare della mancanza di forza repressiva per imporre quelle maggiori pretese che a noi riesca d'indurli ad avere. «E comunque vadano le cose, continuare sempre a lottare, senza un istante di interruzione, contro i proprietari e contro i governanti, avendo sempre in vista l'emancipazione completa, economica, politica e morale, di tutta quanta l'umanità». Qui è inutile diffondersi sui particolari della propaganda e dell'azione pratica che Malatesta ebbe in comune con tutti gli anarchici: difesa e rivendicazione della libertà per tutti in tutti i campi, opposizione intransigente a tutti i riformisti che tendono a collaborare o venire a patti col capitalismo e col governo, tattica antistatale e rivoluzionaria, rivolta collettiva e individuale a seconda delle circostanze e delle necessità, antiparlamentarismo, antimilitarismo, internazionalismo, ecc. Egli aveva bensì dei criteri suoi propri sui modi e le forme con cui condurre la lotta: ne propugnava alcune da altri anarchici non approvate, altre da altri preferite le respingeva in tutto o in parte, altre ancora le accettava in comune con altri, ma con una sua diversa interpretazione o applicazione, ecc. Ma di questo e d'altro che rientra nell'ambito del pensiero peculiare di Malatesta si dirà da qui in avanti. Volontarismo A DIFFERENZA di tutti gli altri teorici dell'anarchismo, Malatesta vedeva nel programma anarchico un complesso di scopi da raggiungere e di vie e mezzi per raggiungerli, del tutto indipendente da qualsiasi apriorismo dottrinario, sia scientifico che filosofico. Egli non subordinava cioè l'anarchismo a nessuno dei sistemi o teorie scientifiche e filosofiche. L'anarchia per lui è semplicemente «un modo di vita individuale e sociale da realizzare per il maggior bene di tutti» non una teoria scientifica o un sistema filosofico. Mentre tutti gli altri più noti scrittori anarchici hanno elaborate le loro idee quasi esclusivamente sulla base delle conclusioni scientifiche raggiunte fino a poco dopo i tre quarti del secolo scorso e delle ipotesi che ne scatturivano, egli respingeva tanto il «giusnaturalismo» del settecento quanto lo «scientificismo» dell'ottocento, non per negare i progressi che le loro constatazioni ed ipotesi permisero di realizzare, me per utilizzarli spregiudicatamente e superarli, senza subordinarvisi a priori nè farsene arrestare o impastoiare nel campo dell'attività sociale. L'anarchia è per Malatesta il fine pratico che gli anarchici si propongono di raggiungere con le proprie forze, con l'aiuto di quanti son d'accordo in tutto o in parte con loro e con l'influenza di essi esercitata tra le masse; e l'anarchismo è il complesso dei metodi e movimenti di pensiero e d'azione determinati da tale volontà di realizzazione. La sua è quindi una concezione volontarista dell'anarchia e della rivoluzione, del tutto diversa e in gran parte contrastante con quella determinista , la quale ultima invece concepisce la rivoluzione e l'anarchia come qualcosa di fatale e d'«inevitabile» (Kropotkin) determinata automaticamente da una supposta legge naturale del progresso e della scienza. L'anarchia è realizzabile solo in quanto e nella misura che gli uomini vorranno realizzarla; e la rivoluzione sarà realizzatrice di un progresso in senso anarchico solo in quanto e nella misura che l'anarchismo, cioè una cosciente volontà anarchica, vi agirà dentro come forza di propulsione e sforzo di realizzazione. «L'esistenza di una volontà capace di produrre effetti nuovi, indipendenti dalle leggi meccaniche della natura è un presupposto necessario per chi sostiene la necessità di riformare la società». Per produrre effetti anarchici è quindi necessaria una volontà anarchica; e a formare questa volontà tende la propaganda, che con la diffusione delle idee e l'esempio dei fatti determina convinzioni e sentimenti anarchici in un raggio sempre più vasto. Perchè un qualsiasi consorzio umano, piccolo o grande, possa vivere anarchicamente è necessario l'intervento della volontà organizzatrice dei suoi componenti, la quale organizzi appunto su basi di libertà tutti quei rapporti sociali che oggi sono organizzati in forza dell'autorità. A tal uopo il solo distruggere gli organismi autoritari non e' sufficiente; bisogna anche creare degli organismi nuovi, senza dei quali ogni vita sociale sarebbe impossibile, e crearli secondo i propri intendimenti di libertà. Ma è grave errore il credere che questa creazione possa seguire alla distruzione degli organismi cattivi solo come conseguenza di tale distruzione, e come frutto automatico e spontaneo di una pretesa legge di armonia della natura. Anche per la creazione, come per la distruzione, è indispensabile l'intervento della volontà umana. Ho raccontato altre volte come l'occasione per me di conoscere Malatesta, nel 1897, fu determinata da un mio articolo sull'«Armonia naturale» mandato all'Agitazione di Ancona, redatta da lui. In quell'articolo, basandomi specialmente su citazioni di Kropotkin e da Bovio, io sostenevo appunto che in natura tutto è armonia anarchica dagli atomi agli astri e che, come gli astri gravitando intorno al proprio centro percorrono la loro traiettoria in piena autonomia senza urtarsi fra loro, senza confondersi o degenerare nel caos. Non si trattava quindi, secondo le erronee mie idee di allora, che di sopprimere gli ostacoli statali e padronali perchè gli uomini, resi liberi e lasciati alle loro tendenze naturali, fossero da queste tendenze condotti a vivere anarchicamente. Malatesta negava radicalmente, in un paio di articoli posteriori, quella mia tesi. «Anche distrutto lo stato e la proprietà individuale, l'armonia non nasce spontaneamente, come se la natura si occupasse del bene e del male degli uomini, ma bisogna che gli uomini stessi la creino». Anzitutto non è vero che nella stessa natura tutto sia armonia, nel senso da noi dato a questa parola: vi sono catastrofi cosmiche, cristalli contorti o mancati, terremoti, malattie, aborti, ecc. Ed in ogni modo quell'armonia che c'è nella natura non è armonia che vorrebbero gli uomini o che ad essi basterebbe. «Carlo Fourier, per dire di quanto la natura è superiore all'arte, si serve di un paragone divenuto classico a forza d'esser ripetuto. Mettete (egli diceva) in un vaso tanti sassolini di vario colore, agitateli, poi versateli sopra un tavolo ed avrete una combinazione di colori così bella che nessun pittore sarebbe riuscito a trovarla. E può anche darsi... Ma una madonna del Tiziano non l'avrete di certo; non avrete quello che vorreste voi, fosse anche una cosa brutta: e questo è l'essenziale». «L'armonia fra gli uomini non e' l'opera spontanea della natura, essa si deve conseguire e mantenere per l'opera cosciente e voluta degli uomini; vale a dire che è un fatto contingente che può essere o non essere secondo che gli uomini regolano in un modo o nell'altro i loro rapporti, non è un fatto necessario (una legge) indipendente dalla volontà umana». «Noi diciamo che bisogna fare la rivoluzione, che vogliamo fare la rivoluzione; e ci sforziamo di suscitare e riunire le volontà intente a tale scopo. Ma un'obiezione fondamentale ci si oppone. La rivoluzione, ci si dice, non si fa per capriccio degli uomini. Essa viene, o non viene, quando i tempi sono maturi. La storia non si muove a casaccio, ma si svolge secondo leggi naturali, ecc. In pratica, almeno nella maggior parte dei casi, non si tratta che di un espediente polemico... o politico. Si afferma che una cosa è impossibile quando non la si vuole; si nega la potenza della volontà quando si è invitati a fare uno sforzo in una direzione che non conviene... Ma poi quando una cosa interessa e piace, si dimenticano tutte le teorie, si fa lo sforzo necessario e, se si ha bisogno del concorso degli altri, si fa appello alla loro buona volontà e della volontà si esalta la potenza». Malatesta non negava il principio di causalità, anzi affermava che esso «risponde ammirevolmente a certi bisogni del nostro intelletto ed è guida sicura nello studio del mondo fisico-chimico» e riconosceva che «il libero arbitrio assoluto degli spiritualisti è contraddetto dai fatti e ripugna al nostro intelletto»; ciò non ostante osservava che applicando secondo la logica il principio determinista ai rapporti umani si arriva «a negare la volontà e far apparire risibile ogni sforzo per uno scopo qualsiasi», la qual cosa «ripugna ai nostri sentimenti». «E intelletto e sentimenti sono parti costituenti del nostro io, che non sapremmo sottomettere l'una all'altra». Però su questa apparente contraddizione sovrasta, secondo Malatesta, un fatto innegabile: che «noi dobbiamo vivere, e vivere da uomini che vogliono cavar della vita il massimo di soddisfazione possibile. «Che cosa è la volontà nella sua essenza? (si domandava). Non lo sappiamo. Ma sappiamo forse che cosa sono nella loro essenza la materia e l'energia?... Ignoriamo: questa ci pare la parola ultima che possa dire, almeno per ora, una saggia filosofia. Ma noi vogliamo vivere una vita cosciente e fattrice; ed una tale domanda, in mancanza di cognizioni positive, certi presupposti necessari, che pos- sono essere incoscienti, ma sono sempre nell'animo di tutti. Ed il primo di questi presupposti è l'efficacia della volontà. Tutto quello che si può cercare sono le condizioni che della volontà limitano o aumentano la potenza». Ed ancora: «Non si è anarchici, non si è socialisti, non si è uomini che s'adoperano per un fine qualsiasi, se non con questo presupposto, cosciente o no, confessato o no, della efficacia della volontà umana. Certamente, questa volontà non e' onnipotente, poichè è condizionata dalle leggi naturali; ma diventa tanto più potente quanto più s'inoltra nella scoperta di dette leggi, la cui conoscenza, mentre sembra restringere il suo potere, gli dà la possibilità di attuare i suoi desideri, gli dà la potenza reale. E siccome non v'è un uomo solo al mondo... la volontà di ciascuno è più o meno efficace a seconda che le volontà degli altri secondino o contrastino la volontà sua».... Quindi «compito delle scienze sociali (e solamente assolvendo questo compito esse sono vere scienze) è quello di scoprire, di determinare quali sono i fatti necessari, le leggi fatali che risultano dalla convivenza degli uomini nelle diverse circostanze in cui possono trovarsi; e così impedire gli sforzi vani, e far sì che le volontà dei varii uomini, invece di paralizzarsi a vicenda, concorrano tutte ad uno scopo comune, utile a tutti». Ma la scienza, anche quella sociale, non è l'unica; in realtà ciascuno fa dire alla scienza ciò che gli conviene; ed è per ciò che quasi tutte le generalizzazioni a cui sono arrivati i cultori di scienze sociali mancano di base veramente scientifica, e sono la negazione dello spirito scientifico, che dovrebbe essere obbiettivo, spassionato, fedele ai fatti, ed indifferente alle conseguenze. Ed in questo errore di scambiare per fatti scientifici i propri desideri cadono un po' tutti, tanto fra i conservatori come tra i progressisti, tanto fra gli autoritari quanto fra gli anarchici. A quelli, fra gli anarchici, che pretendono presentare l'anarchia quasi come una verità scientifica dimostrabile a tutti come tale col semplice ragionamento, Malatesta diceva: «Ma andate a persuadere che gli anarchici hanno ragione qualcuno che sia insensibile ai mali altrui, che ami vivere del lavoro degli altri, che trovi la soddisfazione nel vedersi circondato da schiavi obbedienti! Un ragionamento s'impone: chiunque non è demente è costretto a riconoscere una verità dimostrabile, anche quando essa non gli piace. Un sentimento non si comunica se non risvegliando un sentimento analogo nell'animo altrui. E l'anarchia è tutta fondata sopra un sentimento: il rispetto alla personalità umana e l'amore verso tutti. La scienza, quando vi sarà una vera scienza sociale, potrà fornire indicazioni preziose sul miglior modo per soddisfare un dato sentimento, non può dire che un sentimento sia migliore dell'altro. E la redenzione umana non può es- sere che un'opera di volontà: la volontà di coloro che questa redenzione desiderano». Nello spiegare, in fine dell'articolo precedentemente citato, il perchè egli avesse scelto pel periodico da lui redatto in Ancona il titolo Volontà, Malatesta concludeva: «Noi abbiamo voluto affermare la potenza della volontà contro tutte le teorie essenzialmente fatalistiche, che, o restano vane teorie senza effetto pratico, ed allora sono uno sconcio logico che infirma di continuo ogni ragionamento, o sono logicamente seguite, ed allora tendono a spegnere ogni entusiasmo e a paralizzare ogni attività. Di più, ci è parso che, anche indipendentemente dal punto di vista filosofico, questa parola «volontà» sintetizza bene il concetto di una società anarchica, la quale non può essere che una società di uomini «volontariamente cooperanti al bene di tutti». La scienza è sul terreno della lotta sociale utile e indispensabile - secondo Malatesta - «per stabilire i limiti dove finisce la necessità e comincia la libertà»; ma «perchè gli uomini abbiano la fiducia o almeno la speranza di poter fare opera utile, bisogna ammettere una forza creatrice, indipendente dal mondo fisico e dalle leggi meccaniche, e questa forza è quella che chiamiamo «volontà». I materialisti, deterministi e meccanicisti negano tutto ciò, pensano che tutto è sottoposto alla stessa legge meccanica, tutto è predeterminato dagli antecedenti fisico-chimici: così il corso degli astri, come lo svolgersi della storia umana.... Ma allora, malgrado tutti gli sforzi pseudo-logici dei deterministi per conciliare il sistema con la vita e con il sentimento morale, non vi resta posto, nè piccolo nè grande, nè condizionato nè incondizionato, per la volontà e per la libertà». Se fosse vero, come sostengono i materialisti, e non pochi anarchici con essi, che si debba applicare anche ai fatti morali e sociali della vita umana la interpretazione meccanica dei fenomeni come in fisica, chimica, fisiologica, astronomia, ecc. si verrebbe alla conclusione di Laplace che tutto ciò che è stato doveva essere, tutto ciò che è deve essere, tutto ciò che sarà dovrà essere necessariamente, fatalmente, in tutti i minimi particolari di posizione e di movimento, di intensità e di velocità. «In tale concezione» - si domanda Malatesta - «che significato possono avere le parole volontà, libertà, responsabilità? Se non si può modificare il corso predestinato degli avvenimenti umani, come non si può modificare il corso degli astri o la crescenza di un fiore, a che servirebbe l'educazione, le propaganda, la ribellione?». L'anarchismo verrebbe a mancare della sua principale funzione di propulsore del movimento sociale e della rivoluzione; e si toglierebbe alla lotta anarchica la principale ragion d'essere del suo sentimento di rivolta contro gli oppressori. Malatesta ricordava a tal proposito la bella e notissima autodifesa di Giorgio Etievant nel 1892 avanti al tribunale della Senna, per cogliervi appunto il lato debole del determinismo degli anarchici. Etievant sosteneva che, se delitto aveva commesso (si trattava d'un furto di dinamite a scopo rivoluzionario), egli vi era stato forzato dalle circostanze e dalle ingiustizie altrui e, da buon determinista, volle dimostrare che non lo si poteva dichiarare responsabile e condannarlo, perchè egli non era un libero agente, visto che in natura tutto è necessario e predestinato. E Malatesta osserva che «un giudice di cattivo cuore, ma di spirito sveglio, avrebbe potuto rispondergli: Avete ragione, io non posso giustamente punirvi e nemmeno biasimarvi per le ragioni che così bene avete esposte; ma per le stesse ragioni non è responsabile il prete che vi ha ingannato, il padrone che vi ha affamato, il birro che vi ha torturato, - e non sono responsabile io che vi mando in galera o alla ghigliottina. Tutto quello che avviene deve avvenire». In conseguenza di questa valutazione del fattore «volontà» Malatesta si opponeva a qualsiasi concezione fatalista, ottimista o pessimista che fosse, del divenire sociale. Egli respingeva il fatalismo marxista secondo cui la rivoluzione sarebbe conseguenza inevitabile della «miseria crescente» o della «concentrazione capitalistica»; o secondo cui la rivoluzione non si prepara, ma avviene o «diviene» come per una legge naturale dell'evoluzione e come fatto spontaneo delle grandi masse. Non v'è legge naturale che obblighi l'evoluzione in un senso progressivo invece che regressivo: nella natura vi sono progressi e regressi, ed è solo lo sforzo cosciente della volontà umana che, vincendo la natura e utilizzandola, può dare all'evoluzione una data direttiva. «L'evoluzione cammina nel senso in cui la sospinge la volontà degli uomini». In quanto alle grandi masse, esse tendono in generale ad adattarsi all'ambiente e al fatto compiuto; lasciare quindi alla loro tendenza spontanea, sono piuttosto una forza statica, che può diventare rivoluzionaria solo in circostanze eccezionali ed a seconda della spinta che ricevono dalla volontà cosciente di minoranze attive. «Io credo che la nostra rivoluzione non si può fare senza le masse, ma bisogna incominciare col prendere le masse così come sono». Si son viste le masse applaudire freneticamente i rivoluzionari, disposte a gettarsi allo sbaraglio con questi, e poi sei mesi dopo, mutate le circostanze, lasciarsi trascinare da un'ondata reazionaria dietro i peggiori nemici della libertà, oppure subire passivamente le peggiori prepotenze controrivoluzionarie. «Le folle sono mobili»; ma se esse a un dato momento ci abbandonano «le ritroveremo quando le circostanze ci saranno propizie». L'importante è che vi sia una volontà rivoluzionaria nelle minoranze più capaci di reagire e ribellarsi col proprio sforzo contro l'ambiente. «L'importante è di formare nuclei, il più numerosi che si può, d'accordo, ma di gente cosciente, sicura e devota, che a suo tempo sapranno muovere le folle». Il successo rivoluzionario di queste minoranze dipende, oltre che dalla forza nu- merica che avran saputo raggiungere, anche e forse più dalla consapevolezza e forza di volontà da cui saranno animate: elementi indispensabili alle minoranze per sollevare attorno a sè le maggioranze popolari. Tutto ciò non significa che anche le masse, così come sono, non siano suscettibili d'una certa preparazione, e questa la si debba trascurare. Al contrario! Senza di essa, le minoranze volitive non avranno mai una influenza bastante a muovere nelle migliori occasioni le grandi masse. Bisogna quindi in tempi normali curare «il lavoro lungo e paziente di preparazione e organizzazione popolare» e non cadere nella «illusione della rivoluzione a breve scadenza fattibile solo per iniziativa di pochi senza sufficiente preparazione nelle masse». A questa preparazione, per quel tanto chè possibile conseguirla in un ambiente avverso, mirano fra l'altro la propaganda, l'agitazione e l'organizzazione tra le masse, che non devono mai essere trascurate. Purchè però non si cada nell'errore contrario del rinviare di continuo l'iniziativa rivoluzionaria a quando le masse siano convinte e preparate completamente. La preparazione delle masse è sempre aleatoria e non può andare al di là della misura assai limitata consentita dall'ambiente ostile, che ha su di quelle abitualmente una influenza preponderante. «L'organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori, utile e necessaria finchè si vuole, non può estendersi e durare indefinitamente; arrivata ad un certo punto, se non sbocca nell'azione rivoluzionaria, o il governo la strozza, o essa da se stessa si corrompe e si sfascia - e bisogna ricominciare da capo». Finchè quindi le minoranze rivoluzionarie, profittando di circostanze fortunate e delle disposizioni occasionalmente favorevoli delle masse, non avranno determinato col proprio sforzo un mutamento sufficiente dell'ambiente, sulle masse non si potrà contare in modo definitivo, perchè col cambiar delle circostanze, alle loro disposizioni favorevoli possono presto succedere disposizioni diametralmente opposte - e il compito rivoluzionario resterà ancora e sopratutto affidato alla volontà iniziatrice di quelle minoranze. Anche per l'indomani della rivoluzione, per la riorganizzazione della vita so- ciale dopo la distruzione dell'organizzazione capitalista e statale, Malatesta faceva appello alla volontà creatrice e ricostruttrice, perchè prima della rivoluzione e durante di essa le minoranze rivoluzionarie si preoccupino del dopo e non si affidino fatalisticamente, con soverchio ottimismo, ad una immediata e spontanea capacità delle masse di rifare la propria esistenza collettiva su basi di libertà e di uguaglianza. È un errore secondo lui, «attribuire al popolo, alla massa dei lavoratori tutte le virtù e tutte le capacità». La massa non perderà d'un tratto, solo per la vittoria materiale dell'insurrezione, tutte le cattive tendenze acquisite durante secoli di servitù. Si può utilmente contare su «l'influenza moralizzatrice del lavoro», ma bisogna anche tener presenti «gli effetti deprimenti e corruttori della miseria e della soggezione». Sarebbe disastroso basarsi unicamente sulla supposizione che «basterebbe abolire i privilegi dei capitalisti ed il potere dei governanti perchè tutti gli uomini cominciassero immediatamente ad amarsi come fratelli ed a badare agli interessi altrui come ai propri». Questo non vuol dire che, nel pensiero di Malatesta, la massa, il popolo, sia incapace di vivere anarchicamente; vuol dire soltanto che la capacità non gli verrà dall'oggi al domani, solo con l'essersi liberato insurrezionalmente dagli ostacoli materiali. Questa liberazione è indispensabile, il primo atto, perchè il popolo abbia la possibilità materiale di imparare a fare da sè e di divenirne ca- pace. Ma bisogna che lo diventi; e non lo diventerà che quando la rivoluzione gliene avrà data la libertà, mano a mano che nella libertà ne sorgerà e crescerà in lui la volontà e perderà (abbattuto il governo) l'abitudine di farsi governare. Compito ...
IL PROGRAMMA ANARCHICO, sia nelle finalità che nella tattica generale della lotta, è per Malatesta, come ben si comprende, il medesimo di tutti gli anarchici, o della stragrande maggioranza di essi. Egli stesso lo ha esposto più volte, all'inizio dei vari periodici da lui redatti, e più completamente in una lunga «Dichiarazione di principi» che nel 1920 presentò in Bologna al II Congresso dell'Unione Anarchica Italiana, il quale lo approvò all'unanimità. Le idee di Malatesta sono in sostanza quelle dell'anarchismo comunista rivoluzionario internazionale. Secondo la definizione sua «il programma comunista- anarchico rivoluzionario, che già da 50 anni fu sostenuto in Italia in seno alla I Internazionale sotto nome di programma socialista, che più tardi si distinse con nome di socialista-anarchico, e che poi, in seguito e per reazione alla crescente degenerazione autoritaria e parlamentare del movimento socialista, si disse semplicemente anarchico» egli lo sintetizzava brevemente, nello stesso scritto, nei termini seguenti: 1 - Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perchè nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente per l'interesse comune e conformemente alle proprie simpatie. 2 - Abolizione del governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistrature, ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi. 3 - Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e di consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall'esperienza, e liberi da ogni imposizione che non derivi dalle necessità naturali a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessita ineluttabile, volontariamente si sottomette. 4 - Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli, ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi. 5 - Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istruzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati. 6 - Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere, fratellanza fra tutti i popoli. 7 - Ricostruzione della famiglia, in quel modo che risulterà dalla pratica dell'amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso. Con quali vie e mezzi si potrà arrivare a questo scopo? Non certo con la sola propaganda che, pur restando necessarissima, presto esaurirebbe il suo compito con convertire tutti coloro che nell'ambiente attuale sono suscettibili di comprendere e accettare le idee anarchiche, bensì anche con l'azione. «Noi dobbiamo cercare il popolo, nella sua totalità o nelle sue varie frazioni, pretenda, imponga, prenda da sè tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, mano mano che giunge a desiderarle ed ha la forza d'imporle; e, propagando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre più fino a che non ha raggiunto l'emancipazione completa». Di qui la necessità della lotta economica e della politica. La prima deve tendere, attraverso l'azione diretta operaia, all'espropriazione dei mezzi di produzione e di tutte le ricchezze sociali per metterle a disposizione di tutti. La conquista di miglioramenti non deve essere trascurata, ma senza dissimularsi che essa non può giungere, nell'ambito della società attuale, che fino ad un certo limite consentito dal profitto dei padroni, oltre il quale la forza operaia viene a cozzare con quella dei padroni e quindi col governo che ne è l'organo politico ed armato di difesa. Allora la lotta economica diventa lotta politica cioè contro il governo, azione libertaria di rivolta, non soltanto perchè il governo è difensore del capitalismo, ma perchè esso stesso è un organo di privilegi. La lotta politica, quindi secondo gli anarchici, mentre è il mezzo immediato di difesa, e di conquista entro l'ambiente attuale di tutte le libertà parziali possibili, contro ogni governo che tende per sua natura a limitarle o sopprimerle, deve essere rivolta ad abolire completamente ogni specie di governo, cercando fin da oggi di diminuire il suo potere più ch'è possibile mediante la lotta diretta e l'agitazione della piazza, restando fuori e contro di esso, fuori e contro tutte le sue funzioni autoritarie e legislative, sia generali che locali. Così concepita la lotta contro il governo, essa si risolve in ultima analisi, in lotta fisica, materiale, armata. L'insurrezione armata, proletaria e popolare diventa quindi, prima o poi, una necessità imprescindibile, cui bisogna prepararsi moralmente e materialmente. E l'esito di essa dipenderà anche dalla propaganda e dall'energia che gli anarchici sapranno sviluppare. Ecco come Malatesta compendia il compito che gli anarchici dovranno esercitare nella rivoluzione. «Noi dovremo spingere il popolo ad espropriare i proprietari e mettere in comune la roba, ed organizzare la vita sociale da se stesso, mediante associazioni liberamente costituite, senza aspettare gli ordini di nessuno e rifiutando di nominare o riconoscere qualsiasi governo, qualsiasi corpo costituito che , sotto un nome qualunque (costituente, dittatura, ecc.) si attribuisca, sia pure a titolo provvisorio, il diritto di far la legge ed imporre agli altri con la forza la propria volontà. «E se la massa del popolo non risponderà all'appello nostro, noi dovremo - in nome del diritto che abbiamo di essere liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi, e per l'efficacia dell'esempio - attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantener viva la resistenza, e far sì che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano vivere a modo loro. «Noi dovremo, sopratutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell'esercito, e profittare dell'occasione propizia per eccitare i lavoratori delle località non anarchiche a profittare della mancanza di forza repressiva per imporre quelle maggiori pretese che a noi riesca d'indurli ad avere. «E comunque vadano le cose, continuare sempre a lottare, senza un istante di interruzione, contro i proprietari e contro i governanti, avendo sempre in vista l'emancipazione completa, economica, politica e morale, di tutta quanta l'umanità». Qui è inutile diffondersi sui particolari della propaganda e dell'azione pratica che Malatesta ebbe in comune con tutti gli anarchici: difesa e rivendicazione della libertà per tutti in tutti i campi, opposizione intransigente a tutti i riformisti che tendono a collaborare o venire a patti col capitalismo e col governo, tattica antistatale e rivoluzionaria, rivolta collettiva e individuale a seconda delle circostanze e delle necessità, antiparlamentarismo, antimilitarismo, internazionalismo, ecc. Egli aveva bensì dei criteri suoi propri sui modi e le forme con cui condurre la lotta: ne propugnava alcune da altri anarchici non approvate, altre da altri preferite le respingeva in tutto o in parte, altre ancora le accettava in comune con altri, ma con una sua diversa interpretazione o applicazione, ecc. Ma di questo e d'altro che rientra nell'ambito del pensiero peculiare di Malatesta si dirà da qui in avanti. Volontarismo A DIFFERENZA di tutti gli altri teorici dell'anarchismo, Malatesta vedeva nel programma anarchico un complesso di scopi da raggiungere e di vie e mezzi per raggiungerli, del tutto indipendente da qualsiasi apriorismo dottrinario, sia scientifico che filosofico. Egli non subordinava cioè l'anarchismo a nessuno dei sistemi o teorie scientifiche e filosofiche. L'anarchia per lui è semplicemente «un modo di vita individuale e sociale da realizzare per il maggior bene di tutti» non una teoria scientifica o un sistema filosofico. Mentre tutti gli altri più noti scrittori anarchici hanno elaborate le loro idee quasi esclusivamente sulla base delle conclusioni scientifiche raggiunte fino a poco dopo i tre quarti del secolo scorso e delle ipotesi che ne scatturivano, egli respingeva tanto il «giusnaturalismo» del settecento quanto lo «scientificismo» dell'ottocento, non per negare i progressi che le loro constatazioni ed ipotesi permisero di realizzare, me per utilizzarli spregiudicatamente e superarli, senza subordinarvisi a priori nè farsene arrestare o impastoiare nel campo dell'attività sociale. L'anarchia è per Malatesta il fine pratico che gli anarchici si propongono di raggiungere con le proprie forze, con l'aiuto di quanti son d'accordo in tutto o in parte con loro e con l'influenza di essi esercitata tra le masse; e l'anarchismo è il complesso dei metodi e movimenti di pensiero e d'azione determinati da tale volontà di realizzazione. La sua è quindi una concezione volontarista dell'anarchia e della rivoluzione, del tutto diversa e in gran parte contrastante con quella determinista , la quale ultima invece concepisce la rivoluzione e l'anarchia come qualcosa di fatale e d'«inevitabile» (Kropotkin) determinata automaticamente da una supposta legge naturale del progresso e della scienza. L'anarchia è realizzabile solo in quanto e nella misura che gli uomini vorranno realizzarla; e la rivoluzione sarà realizzatrice di un progresso in senso anarchico solo in quanto e nella misura che l'anarchismo, cioè una cosciente volontà anarchica, vi agirà dentro come forza di propulsione e sforzo di realizzazione. «L'esistenza di una volontà capace di produrre effetti nuovi, indipendenti dalle leggi meccaniche della natura è un presupposto necessario per chi sostiene la necessità di riformare la società». Per produrre effetti anarchici è quindi necessaria una volontà anarchica; e a formare questa volontà tende la propaganda, che con la diffusione delle idee e l'esempio dei fatti determina convinzioni e sentimenti anarchici in un raggio sempre più vasto. Perchè un qualsiasi consorzio umano, piccolo o grande, possa vivere anarchicamente è necessario l'intervento della volontà organizzatrice dei suoi componenti, la quale organizzi appunto su basi di libertà tutti quei rapporti sociali che oggi sono organizzati in forza dell'autorità. A tal uopo il solo distruggere gli organismi autoritari non e' sufficiente; bisogna anche creare degli organismi nuovi, senza dei quali ogni vita sociale sarebbe impossibile, e crearli secondo i propri intendimenti di libertà. Ma è grave errore il credere che questa creazione possa seguire alla distruzione degli organismi cattivi solo come conseguenza di tale distruzione, e come frutto automatico e spontaneo di una pretesa legge di armonia della natura. Anche per la creazione, come per la distruzione, è indispensabile l'intervento della volontà umana. Ho raccontato altre volte come l'occasione per me di conoscere Malatesta, nel 1897, fu determinata da un mio articolo sull'«Armonia naturale» mandato all'Agitazione di Ancona, redatta da lui. In quell'articolo, basandomi specialmente su citazioni di Kropotkin e da Bovio, io sostenevo appunto che in natura tutto è armonia anarchica dagli atomi agli astri e che, come gli astri gravitando intorno al proprio centro percorrono la loro traiettoria in piena autonomia senza urtarsi fra loro, senza confondersi o degenerare nel caos. Non si trattava quindi, secondo le erronee mie idee di allora, che di sopprimere gli ostacoli statali e padronali perchè gli uomini, resi liberi e lasciati alle loro tendenze naturali, fossero da queste tendenze condotti a vivere anarchicamente. Malatesta negava radicalmente, in un paio di articoli posteriori, quella mia tesi. «Anche distrutto lo stato e la proprietà individuale, l'armonia non nasce spontaneamente, come se la natura si occupasse del bene e del male degli uomini, ma bisogna che gli uomini stessi la creino». Anzitutto non è vero che nella stessa natura tutto sia armonia, nel senso da noi dato a questa parola: vi sono catastrofi cosmiche, cristalli contorti o mancati, terremoti, malattie, aborti, ecc. Ed in ogni modo quell'armonia che c'è nella natura non è armonia che vorrebbero gli uomini o che ad essi basterebbe. «Carlo Fourier, per dire di quanto la natura è superiore all'arte, si serve di un paragone divenuto classico a forza d'esser ripetuto. Mettete (egli diceva) in un vaso tanti sassolini di vario colore, agitateli, poi versateli sopra un tavolo ed avrete una combinazione di colori così bella che nessun pittore sarebbe riuscito a trovarla. E può anche darsi... Ma una madonna del Tiziano non l'avrete di certo; non avrete quello che vorreste voi, fosse anche una cosa brutta: e questo è l'essenziale». «L'armonia fra gli uomini non e' l'opera spontanea della natura, essa si deve conseguire e mantenere per l'opera cosciente e voluta degli uomini; vale a dire che è un fatto contingente che può essere o non essere secondo che gli uomini regolano in un modo o nell'altro i loro rapporti, non è un fatto necessario (una legge) indipendente dalla volontà umana». «Noi diciamo che bisogna fare la rivoluzione, che vogliamo fare la rivoluzione; e ci sforziamo di suscitare e riunire le volontà intente a tale scopo. Ma un'obiezione fondamentale ci si oppone. La rivoluzione, ci si dice, non si fa per capriccio degli uomini. Essa viene, o non viene, quando i tempi sono maturi. La storia non si muove a casaccio, ma si svolge secondo leggi naturali, ecc. In pratica, almeno nella maggior parte dei casi, non si tratta che di un espediente polemico... o politico. Si afferma che una cosa è impossibile quando non la si vuole; si nega la potenza della volontà quando si è invitati a fare uno sforzo in una direzione che non conviene... Ma poi quando una cosa interessa e piace, si dimenticano tutte le teorie, si fa lo sforzo necessario e, se si ha bisogno del concorso degli altri, si fa appello alla loro buona volontà e della volontà si esalta la potenza». Malatesta non negava il principio di causalità, anzi affermava che esso «risponde ammirevolmente a certi bisogni del nostro intelletto ed è guida sicura nello studio del mondo fisico-chimico» e riconosceva che «il libero arbitrio assoluto degli spiritualisti è contraddetto dai fatti e ripugna al nostro intelletto»; ciò non ostante osservava che applicando secondo la logica il principio determinista ai rapporti umani si arriva «a negare la volontà e far apparire risibile ogni sforzo per uno scopo qualsiasi», la qual cosa «ripugna ai nostri sentimenti». «E intelletto e sentimenti sono parti costituenti del nostro io, che non sapremmo sottomettere l'una all'altra». Però su questa apparente contraddizione sovrasta, secondo Malatesta, un fatto innegabile: che «noi dobbiamo vivere, e vivere da uomini che vogliono cavar della vita il massimo di soddisfazione possibile. «Che cosa è la volontà nella sua essenza? (si domandava). Non lo sappiamo. Ma sappiamo forse che cosa sono nella loro essenza la materia e l'energia?... Ignoriamo: questa ci pare la parola ultima che possa dire, almeno per ora, una saggia filosofia. Ma noi vogliamo vivere una vita cosciente e fattrice; ed una tale domanda, in mancanza di cognizioni positive, certi presupposti necessari, che pos- sono essere incoscienti, ma sono sempre nell'animo di tutti. Ed il primo di questi presupposti è l'efficacia della volontà. Tutto quello che si può cercare sono le condizioni che della volontà limitano o aumentano la potenza». Ed ancora: «Non si è anarchici, non si è socialisti, non si è uomini che s'adoperano per un fine qualsiasi, se non con questo presupposto, cosciente o no, confessato o no, della efficacia della volontà umana. Certamente, questa volontà non e' onnipotente, poichè è condizionata dalle leggi naturali; ma diventa tanto più potente quanto più s'inoltra nella scoperta di dette leggi, la cui conoscenza, mentre sembra restringere il suo potere, gli dà la possibilità di attuare i suoi desideri, gli dà la potenza reale. E siccome non v'è un uomo solo al mondo... la volontà di ciascuno è più o meno efficace a seconda che le volontà degli altri secondino o contrastino la volontà sua».... Quindi «compito delle scienze sociali (e solamente assolvendo questo compito esse sono vere scienze) è quello di scoprire, di determinare quali sono i fatti necessari, le leggi fatali che risultano dalla convivenza degli uomini nelle diverse circostanze in cui possono trovarsi; e così impedire gli sforzi vani, e far sì che le volontà dei varii uomini, invece di paralizzarsi a vicenda, concorrano tutte ad uno scopo comune, utile a tutti». Ma la scienza, anche quella sociale, non è l'unica; in realtà ciascuno fa dire alla scienza ciò che gli conviene; ed è per ciò che quasi tutte le generalizzazioni a cui sono arrivati i cultori di scienze sociali mancano di base veramente scientifica, e sono la negazione dello spirito scientifico, che dovrebbe essere obbiettivo, spassionato, fedele ai fatti, ed indifferente alle conseguenze. Ed in questo errore di scambiare per fatti scientifici i propri desideri cadono un po' tutti, tanto fra i conservatori come tra i progressisti, tanto fra gli autoritari quanto fra gli anarchici. A quelli, fra gli anarchici, che pretendono presentare l'anarchia quasi come una verità scientifica dimostrabile a tutti come tale col semplice ragionamento, Malatesta diceva: «Ma andate a persuadere che gli anarchici hanno ragione qualcuno che sia insensibile ai mali altrui, che ami vivere del lavoro degli altri, che trovi la soddisfazione nel vedersi circondato da schiavi obbedienti! Un ragionamento s'impone: chiunque non è demente è costretto a riconoscere una verità dimostrabile, anche quando essa non gli piace. Un sentimento non si comunica se non risvegliando un sentimento analogo nell'animo altrui. E l'anarchia è tutta fondata sopra un sentimento: il rispetto alla personalità umana e l'amore verso tutti. La scienza, quando vi sarà una vera scienza sociale, potrà fornire indicazioni preziose sul miglior modo per soddisfare un dato sentimento, non può dire che un sentimento sia migliore dell'altro. E la redenzione umana non può es- sere che un'opera di volontà: la volontà di coloro che questa redenzione desiderano». Nello spiegare, in fine dell'articolo precedentemente citato, il perchè egli avesse scelto pel periodico da lui redatto in Ancona il titolo Volontà, Malatesta concludeva: «Noi abbiamo voluto affermare la potenza della volontà contro tutte le teorie essenzialmente fatalistiche, che, o restano vane teorie senza effetto pratico, ed allora sono uno sconcio logico che infirma di continuo ogni ragionamento, o sono logicamente seguite, ed allora tendono a spegnere ogni entusiasmo e a paralizzare ogni attività. Di più, ci è parso che, anche indipendentemente dal punto di vista filosofico, questa parola «volontà» sintetizza bene il concetto di una società anarchica, la quale non può essere che una società di uomini «volontariamente cooperanti al bene di tutti». La scienza è sul terreno della lotta sociale utile e indispensabile - secondo Malatesta - «per stabilire i limiti dove finisce la necessità e comincia la libertà»; ma «perchè gli uomini abbiano la fiducia o almeno la speranza di poter fare opera utile, bisogna ammettere una forza creatrice, indipendente dal mondo fisico e dalle leggi meccaniche, e questa forza è quella che chiamiamo «volontà». I materialisti, deterministi e meccanicisti negano tutto ciò, pensano che tutto è sottoposto alla stessa legge meccanica, tutto è predeterminato dagli antecedenti fisico-chimici: così il corso degli astri, come lo svolgersi della storia umana.... Ma allora, malgrado tutti gli sforzi pseudo-logici dei deterministi per conciliare il sistema con la vita e con il sentimento morale, non vi resta posto, nè piccolo nè grande, nè condizionato nè incondizionato, per la volontà e per la libertà». Se fosse vero, come sostengono i materialisti, e non pochi anarchici con essi, che si debba applicare anche ai fatti morali e sociali della vita umana la interpretazione meccanica dei fenomeni come in fisica, chimica, fisiologica, astronomia, ecc. si verrebbe alla conclusione di Laplace che tutto ciò che è stato doveva essere, tutto ciò che è deve essere, tutto ciò che sarà dovrà essere necessariamente, fatalmente, in tutti i minimi particolari di posizione e di movimento, di intensità e di velocità. «In tale concezione» - si domanda Malatesta - «che significato possono avere le parole volontà, libertà, responsabilità? Se non si può modificare il corso predestinato degli avvenimenti umani, come non si può modificare il corso degli astri o la crescenza di un fiore, a che servirebbe l'educazione, le propaganda, la ribellione?». L'anarchismo verrebbe a mancare della sua principale funzione di propulsore del movimento sociale e della rivoluzione; e si toglierebbe alla lotta anarchica la principale ragion d'essere del suo sentimento di rivolta contro gli oppressori. Malatesta ricordava a tal proposito la bella e notissima autodifesa di Giorgio Etievant nel 1892 avanti al tribunale della Senna, per cogliervi appunto il lato debole del determinismo degli anarchici. Etievant sosteneva che, se delitto aveva commesso (si trattava d'un furto di dinamite a scopo rivoluzionario), egli vi era stato forzato dalle circostanze e dalle ingiustizie altrui e, da buon determinista, volle dimostrare che non lo si poteva dichiarare responsabile e condannarlo, perchè egli non era un libero agente, visto che in natura tutto è necessario e predestinato. E Malatesta osserva che «un giudice di cattivo cuore, ma di spirito sveglio, avrebbe potuto rispondergli: Avete ragione, io non posso giustamente punirvi e nemmeno biasimarvi per le ragioni che così bene avete esposte; ma per le stesse ragioni non è responsabile il prete che vi ha ingannato, il padrone che vi ha affamato, il birro che vi ha torturato, - e non sono responsabile io che vi mando in galera o alla ghigliottina. Tutto quello che avviene deve avvenire». In conseguenza di questa valutazione del fattore «volontà» Malatesta si opponeva a qualsiasi concezione fatalista, ottimista o pessimista che fosse, del divenire sociale. Egli respingeva il fatalismo marxista secondo cui la rivoluzione sarebbe conseguenza inevitabile della «miseria crescente» o della «concentrazione capitalistica»; o secondo cui la rivoluzione non si prepara, ma avviene o «diviene» come per una legge naturale dell'evoluzione e come fatto spontaneo delle grandi masse. Non v'è legge naturale che obblighi l'evoluzione in un senso progressivo invece che regressivo: nella natura vi sono progressi e regressi, ed è solo lo sforzo cosciente della volontà umana che, vincendo la natura e utilizzandola, può dare all'evoluzione una data direttiva. «L'evoluzione cammina nel senso in cui la sospinge la volontà degli uomini». In quanto alle grandi masse, esse tendono in generale ad adattarsi all'ambiente e al fatto compiuto; lasciare quindi alla loro tendenza spontanea, sono piuttosto una forza statica, che può diventare rivoluzionaria solo in circostanze eccezionali ed a seconda della spinta che ricevono dalla volontà cosciente di minoranze attive. «Io credo che la nostra rivoluzione non si può fare senza le masse, ma bisogna incominciare col prendere le masse così come sono». Si son viste le masse applaudire freneticamente i rivoluzionari, disposte a gettarsi allo sbaraglio con questi, e poi sei mesi dopo, mutate le circostanze, lasciarsi trascinare da un'ondata reazionaria dietro i peggiori nemici della libertà, oppure subire passivamente le peggiori prepotenze controrivoluzionarie. «Le folle sono mobili»; ma se esse a un dato momento ci abbandonano «le ritroveremo quando le circostanze ci saranno propizie». L'importante è che vi sia una volontà rivoluzionaria nelle minoranze più capaci di reagire e ribellarsi col proprio sforzo contro l'ambiente. «L'importante è di formare nuclei, il più numerosi che si può, d'accordo, ma di gente cosciente, sicura e devota, che a suo tempo sapranno muovere le folle». Il successo rivoluzionario di queste minoranze dipende, oltre che dalla forza nu- merica che avran saputo raggiungere, anche e forse più dalla consapevolezza e forza di volontà da cui saranno animate: elementi indispensabili alle minoranze per sollevare attorno a sè le maggioranze popolari. Tutto ciò non significa che anche le masse, così come sono, non siano suscettibili d'una certa preparazione, e questa la si debba trascurare. Al contrario! Senza di essa, le minoranze volitive non avranno mai una influenza bastante a muovere nelle migliori occasioni le grandi masse. Bisogna quindi in tempi normali curare «il lavoro lungo e paziente di preparazione e organizzazione popolare» e non cadere nella «illusione della rivoluzione a breve scadenza fattibile solo per iniziativa di pochi senza sufficiente preparazione nelle masse». A questa preparazione, per quel tanto chè possibile conseguirla in un ambiente avverso, mirano fra l'altro la propaganda, l'agitazione e l'organizzazione tra le masse, che non devono mai essere trascurate. Purchè però non si cada nell'errore contrario del rinviare di continuo l'iniziativa rivoluzionaria a quando le masse siano convinte e preparate completamente. La preparazione delle masse è sempre aleatoria e non può andare al di là della misura assai limitata consentita dall'ambiente ostile, che ha su di quelle abitualmente una influenza preponderante. «L'organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori, utile e necessaria finchè si vuole, non può estendersi e durare indefinitamente; arrivata ad un certo punto, se non sbocca nell'azione rivoluzionaria, o il governo la strozza, o essa da se stessa si corrompe e si sfascia - e bisogna ricominciare da capo». Finchè quindi le minoranze rivoluzionarie, profittando di circostanze fortunate e delle disposizioni occasionalmente favorevoli delle masse, non avranno determinato col proprio sforzo un mutamento sufficiente dell'ambiente, sulle masse non si potrà contare in modo definitivo, perchè col cambiar delle circostanze, alle loro disposizioni favorevoli possono presto succedere disposizioni diametralmente opposte - e il compito rivoluzionario resterà ancora e sopratutto affidato alla volontà iniziatrice di quelle minoranze. Anche per l'indomani della rivoluzione, per la riorganizzazione della vita so- ciale dopo la distruzione dell'organizzazione capitalista e statale, Malatesta faceva appello alla volontà creatrice e ricostruttrice, perchè prima della rivoluzione e durante di essa le minoranze rivoluzionarie si preoccupino del dopo e non si affidino fatalisticamente, con soverchio ottimismo, ad una immediata e spontanea capacità delle masse di rifare la propria esistenza collettiva su basi di libertà e di uguaglianza. È un errore secondo lui, «attribuire al popolo, alla massa dei lavoratori tutte le virtù e tutte le capacità». La massa non perderà d'un tratto, solo per la vittoria materiale dell'insurrezione, tutte le cattive tendenze acquisite durante secoli di servitù. Si può utilmente contare su «l'influenza moralizzatrice del lavoro», ma bisogna anche tener presenti «gli effetti deprimenti e corruttori della miseria e della soggezione». Sarebbe disastroso basarsi unicamente sulla supposizione che «basterebbe abolire i privilegi dei capitalisti ed il potere dei governanti perchè tutti gli uomini cominciassero immediatamente ad amarsi come fratelli ed a badare agli interessi altrui come ai propri». Questo non vuol dire che, nel pensiero di Malatesta, la massa, il popolo, sia incapace di vivere anarchicamente; vuol dire soltanto che la capacità non gli verrà dall'oggi al domani, solo con l'essersi liberato insurrezionalmente dagli ostacoli materiali. Questa liberazione è indispensabile, il primo atto, perchè il popolo abbia la possibilità materiale di imparare a fare da sè e di divenirne ca- pace. Ma bisogna che lo diventi; e non lo diventerà che quando la rivoluzione gliene avrà data la libertà, mano a mano che nella libertà ne sorgerà e crescerà in lui la volontà e perderà (abbattuto il governo) l'abitudine di farsi governare. Compito ...
Table of contents
- Copertina
- Malatesta, l'uomo e il pensiero
- Indice dei contenuti
- Parte prima: l'uomo
- Parte seconda: l'orientamento
- Parte terza: atteggiamenti
- Luigi Fabbri