Il giovane D'Annunzio
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Il giovane D'Annunzio

Uno studio critico

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Il giovane D'Annunzio

Uno studio critico

About this book

Gabriele D'Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista e patriota italiano, simbolo del Decadentismo e celebre figura della prima guerra mondiale, dal 1924 insignito del titolo di "principe di Montenevoso".
Soprannominato "il Vate" (allo stesso modo di Giosuè Carducci), cioè "poeta sacro, profeta", cantore dell'Italia umbertina, o anche "l'Immaginifico", occupò una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana […]».
Come figura politica lasciò un segno nella sua epoca ed ebbe un'influenza notevole sugli eventi che gli sarebbero succeduti.
La sua arte fu così determinante per la cultura di massa, che influenzò usi e costumi nell'Italia - e non solo - del suo tempo: un periodo che più tardi sarebbe stato definito appunto "dannunzianesimo". Alfredo Gargiulo (Napoli, 2 maggio 1876 – Roma, 11 maggio 1949) è stato un critico letterario, scrittore e traduttore italiano.

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Information

Publisher
Passerino
eBook ISBN
9788835836209
Year
2020

L'esplosione naturalistica

La prima affermazione dell’ingegno poetico del D’Annunzio fu esplosiva. Il Canto novo , pubblicato nell’82, scritto nell’81, si può dire che rappresenta già tutto il D’Annunzio posteriore, sebbene in una forma immediata e violenta. Il nostro poeta fu precoce. Già nel Primo vere era precoce la padronanza formale della poesia; ma dal Primo vere al Canto novo si fa un salto impreveduto. Nel Primo vere il poeta, in decorosa attitudine, si presentava tutto pervaso da un’educazione alta, nobile, talora severa: raccolto in un mondo di ideali visioni; malgrado qualche «fremito» o «delirio» ingenuamente prorompente. Aveva il senso della vita preso in prestito al Carducci; e se in lui, come abbiam detto, non vi era tutto il poeta delle Odi barbare , ve n’era sempre tanto da bastare a dargli un contenuto vitale tutto impregnato di pensiero, di storia, vorrei dire, e di quell’ultima forma di modernità dell’anima italiana. Invece, nella parte sostanziale e più significativa del Canto novo , a pochissima distanza di tempo, il poeta si liberava d’ogni vincolo per cantar solo una sua nota originale, che appariva come qualcosa di selvaggio e di primitivo. Se la vita fisica nel Primo vere era assorbita dalla vita ideale, nel Canto novo si mostrava per sè, indipendente e sfacciata, col suo diritto arrogante e prepotente; se in quello la sensualità era nobilitata dal predominio spirituale, in questo si affermava da sola, senza impacci, e senza intermediarii tra il desiderio e l’oggetto desiderato.
Il Canto novo nacque in terra d’Abruzzo. Luigi Capuana, tra quelli che più simpatizzarono con l’esuberante naturalità di quella poesia, vi trovava il paesaggio meridionale «col selvaggio rigoglio dei suoi boschi, coi bagliori delle sue marine, cogli incendii dei suoi tramonti, con la cantilena dei suoi stornelli che muore dolcemente sotto l’ombra dei rami fioriti o per l’immensa distesa delle acque cullanti le paranze dalle vele rosse e gialle, rincorse dagli alcioni». Ad esprimere il potente effetto fisico, tutto sensazioni, del Canto novo, rassomigliava la poesia naturalistica del D’Annunzio ad una sinfonia alla Wagner, dall’orchestra potentemente colorita: i rossi e i gialli sono rantoli ed urli da ottoni, il verde e l’ azzurro cantano come violini e corni inglesi, il bianco, l’ opalino, il violetto, il verde mare, mormorano e sospirano da flauti e da viole».
Nel Canto novo l’anima del poeta diventa natura. Il corpo del poeta è tutto il poeta:
Ignudo le membra agilissime a ’l sole ed a l’acqua
liberamente, come un bianco cefalo
nuota, fiutando ne l’aure lascivia di muschio
che da’ salci a onde spargon le ceràmbici.
Anima e corpo sono una cosa sola, assorbita dalla gioia dell’acqua, del sole e del moto, dalla lascivia di un odore. Il poeta è agile, giovine, forte:
agile io sono, è forte la giovinezza mia!
Non altro egli sente che la sua corporalità, e quindi il suo stato è solo un prolungamento della vita della natura dentro di lui: pei tronchi degli alberi sale la linfa, «qual per le vene il sangue vivo a li umani, sale». Se c’è un dio, questo dio è la natura, da cui egli si sente invasato:
E non è il dio in me? non rinfrangesi il palpito eterno
de la materia ne’ miei nervi, e vibrane
il cérebro, vibrane il sangue, fin l’ima fibrilla
ne vibra, zampillane forte una vita nuova?
Il «cérebro» vibra anch’esso, dunque, di questa esuberanza di vita fisica, tutt’uno col sangue. Le strofe, difatti, germogliano «dal sangue»! Vengono le strofe dalla natura, attraverso i nervi: il mare tempra «nervi e canzoni»! Ecco la fonte della poesia:
fremiti novi de li alberi su le colline
a l’alitar largo de ’l maestrale, vi sento
ne ’l cuor palpitante, ne’ nervi, ne ’l sangue, e una strofe
è ogni fremito, una divina strofe
che vola a l’immenso poema di tutte le cose.
Io – grida entro una voce – non son io dunque un nume?
Le strofe, i versi, il ritmo devono immedesimarsi perciò con la natura. Il poeta vuole un ritmo ove rida «l’immensa pace della campagna in fiore»:
ove ridon li azzurri de ’l cielo latino ed i soli
flavi e le nugole come in un terso rio!
Dalla natura vengono, alla natura ritornino le strofe: i selvatici idillii sian lanciati nel sole fra l’odor delle macchie; le strofe volino pel mare coi gabbiani selvaggi. E non basta: i versi e le strofe sono anche più materializzati. I baci della fanciulla al poeta romperanno «il dattilo in bocca»: le strofe gli balzeranno intorno, mentre egli nuota, «come pesci». Che sono i suoi distici?
Ecco, e le strofe distiche, vipere alate in amore,
armoniche vipere, balzino al sol di maggio
Sogna, il giovane innamorato della natura, di esser diventato una pianta: i nervi sono radici, i capelli un cespuglietto; mette rami, foglie, fiori, chiede amore. Quello stesso amore che pervade la terra, le piante, gli uccelli, i pesci; quelle stesse nozze, che corrono, in fondo al mare, per le selve dei coralli. Sicchè, abbracciato dall’amante, egli può gridare:
Arridi, o Sole! Noi anche il numine
tuo sacro invase per ogni arteria:
noi siam due vergini tronchi
da le conserte floride rame.
La sua fanciulla sarà più bella, sarà più desiderabile, quando egli sentirà qualcosa di più «naturale» in lei, che non le sue labbra:
Tu ridi, ridi: sotto la giovine
forza de’ denti, Lalla, ti sprizzano
infrante le turgide frutta,
e l’umidore voluttuoso,
io, Lalla, e il sano odor selvatico,
ecco, io ne’ baci sento... oh lascivia
di labbra che succhiano rossi
àcini e labbra più rosse ancora!
Tutta la natura partecipa al suo amore
O pantera flessibile da li occhi ove brucia il desio,
ei t’avvinghii pe’ fianchi, là, come un gladiatore;
e su l’erba t’inchiodi. Plaudite, plaudite, plaudite,
come un popolo al circo, piante, colline, mare!
Egli era un cefalo, ella è (in verità, con maggiore evidenza poetica) una pantera. E ciò non deve meravigliare, se la vita degli uomini è la stessa di quella degli animali; se le piante stesse sentono ed amano come noi; se i tronchi rabbrividiscono sotto la pioggia «dall’ime radici»; se le forme si confondono, e le piante sembrano animali, o uomini, ch’è lo stesso:
Nuota il giovine ignudo fra’ pioppi che guardano in riga
come cinerei boa su le code eretti;
e poi:
I tronchi de’ vetrici somiglian najadi rosse
prese a la chioma, pendule sovra l’acque...
È un solo, un unico intrico inestricabile di vita esuberante e lussuriosa, calda e avvincente, che abbraccia uomini, animali e piante, la terra, il sole, i1 mare; e tutto agguaglia, sicchè invano si chiederebbe, fuori della naturalità, contro la naturalità, un accento dello spirito, per sè, libero, rivolto su sè stesso. Il D’Annunzio, che in tutta la sua posteriore produzione anelerà sempre, come vedremo, a tali accenti d’intimità, fuori di ciò che è corpo e sensazione, qui ingenuamente, spontaneamente, invoca la sola natura:
Diritto su ’l monte io t’invoco t’invoco e ti canto,
o Natura, immensa sfinge, mio folle amore!
Francesco Fiorentino, in una sua curiosa critica del Canto novo, scriveva quest’osservazione: «Ho letto attentamente il Canto novo, e m’è parso d’averne scoperto i fonti. Quali sono? Non i lirici antichi, non i moderni, ma un libro scritto in prosa, la Storia naturale di Aloisio Pokorny, adattata all’uso dei nostri ginnasi dal Lessona e dal Salvadori». Si riferiva alla nomenclatura «tecnica», abbondantissima, delle piante e degli animali. La sua osservazione era estrinseca: non si può giudicare della poesia dal vocabolario che vi è adoperato; ma nel caso particolare il critico aveva ragione di additare, in forma ironica, i fonti strani da lui scoperti. La ricchezza dei nomi speciali, tolti alla botanica e alla zoologia, e che non si possiedono senza uno studio di proposito, suscitava il dubbio che nel poeta vi fosse un procedimento a freddo, il quale è poi confermato dall’esame intrinseco delle composizioni. Nessuno potrebbe segnare con rigore i limiti della «lingua comune», in cui un poeta dovrebbe mantenersi: un poeta, che rappresenta un ambiente storico remoto, adopererà probabilmente vocaboli, all’intendimento dei quali il lettore dovrà prepararsi: ed è una preparazione, questa, che si estende a tutto il patrimonio di cultura necessario per intendere il poema. I limiti dell’uso linguistico oscillano all’infinito. Ma, d’altra parte, stando al nostro caso, in cui si tratta di «paesaggi», noi sappiamo che la visione poetica del paesaggio è, per così dire, a macchie di colori: i particolari vi sono assorbiti, e, in generale, i nomi che esorbitano dal vocabolario comune vi appaiono di rado. Potrebbero anche abbondare: non si nega; ma l’atteggiamento del D’Annunzio nel Canto novo non è di quelli che consentono e spiegano l’indugio sui particolari e sui nomi tecnici. Vi è anzi una discordanza stridente tra lo spirito che egli infonde nel paesaggio e la precisione del suo vocabolario. Mi sembra che non sia stato mai notato che la furia sensuale, il desiderio sfrenato di vita fisica, la rispondenza simpatica del poeta all’esistenza esuberante e rigogliosa della natura, non sopportano, nella loro violenza, una visione tanto esatta e minuziosa. Si noti anche che il D’Annunzio non si contenta, per esempio, di nominare tecnicamente le piante meno note; ma ricorre ad altri nomi tecnici per trovar belle similitudini: e ciò pare anche più riflesso e voluto. Dato il suo atteggiamento, i suoi paesaggi dovevano forse riuscire a macchie di colori più grosse e più vistose di quelle che ci hanno dato altri poeti paesisti. Il procedimento è dunque a freddo; ed è a freddo, vorrei dire con un necessario giuoco di parole, per eccesso di calore. Nel poeta non si determina appieno l’immagine del proprio sentimento; egli non riesce a vederlo chiaro, a plasmarlo tutto, a tradurlo interamente nell’espressione: non ha la serenità necessaria per contemplarlo. E quindi effonde il suo slancio in moti incomposti, come chi cerchi di afferrare in ogni modo qualcosa che gli sfugge. I particolari del paesaggio troppo amati per sè stessi fanno pensare alla minuta idolatria di certi amori morbosi, pei quali l’oggetto totale della passione si perde dietro i piccoli segni, una ciocca di capelli, un neo, la piega di una veste, o la punta di una scarpina. Anche per la natura, – non si esclude, – si può avere un amore di tal sorta, e un poeta può cantarlo. Ma deve cantarlo! Invece il D’Annunzio vuol cantare altro: un amore sereno e sano, vale a dire «sintetico»; il quale poi gli sfugge, gli si confonde alla vista, e cade nell’eccesso dell’analisi. Si può affermare che egli ebbe realmente tra mano dei libri di zoologia e di botanica ai quali ricorse con ansia per arricchire il suo sentimento. Ma la ricchezza si trova altrove!
C’è qualcosa di esagerato e di eccessivo in tutto il Canto novo, e specialmente nelle poesie, che abbiamo citate, dove si esprime l’amore della natura rigogliosa e il desiderio del poeta d’immedesimarsi con essa. Che il poeta, nuotando ignudo, somigli ad un «bianco cefalo», ci pare eccessivo: è voluta la violenza dell’immagine animalesca. Così non arriviamo a vedere i suoi distici come «vipere alate in amore»; o tutt’al più arriviamo a scorgere l’impeto del poeta a farli diventar tali: non l’effettiva, sentita, similitudine dei versi e dei serpi. È eccessiva l’immagine dei due amanti, simili a «vergini tronchi da le conserte floride rame»; giacchè noi non sappiamo ritrovarvi l’affinità visiva, che d’altra parte esigiamo, fra i tronchi e le rame da un lato, i corpi dei due giovani dall’altro. Ci riesce dubbia la somiglianza dei pioppi con i boa, e quella dei vetrici con le najadi rosse prese alla chioma. I fremiti degli alberi sulle colline diventano strofe, divine strofe? Certo così il poeta voleva che fosse; ma il dirlo, l’enunciarlo è un segno d’impotenza: l’enunciato sta in luogo di una poesia in cui effettivamente ogni fremito degli alberi doveva tradursi in una strofa. Gli enunciati, perciò, abbondano, insieme con la descrizione dei processi da cui dovrebbe nascere la poesia; il «palpito eterno della materia» si rinfrange nei nervi del poeta, ne vibrano il suo cervello, il sangue, «fin l’ima ...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Il giovane D'Annunzio
  3. Indice dei contenuti
  4. L'imitazione di Carducci
  5. L'esplosione naturalistica
  6. Dalla lirica al racconto
  7. Il racconto Paesaggio
  8. Esaurimento lirico e rimpianti