La Chanson de Roland ( Canzone di Orlando o Rolando ), scritta nella seconda metĂ dell'XI secolo, appartiene al ciclo carolingio ed Ăš tra le opere piĂč significative della letteratura medievale francese. Essa trae spunto da un evento storico, la battaglia di Roncisvalle, avvenuta il 15 agosto 778, quando la retroguardia di Carlo Magno, comandata dal paladino Orlando (o Rolando), prefetto della Marca di Bretagna e dagli altri paladini, di ritorno da una spedizione in Spagna, fu attaccata e annientata dai baschi, nella riscrittura epica trasformati in saraceni.

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LiteratureCHANSON DE ROLAND

Re Carlo, il nostro magno Imperatore,
stette per sette interi anni in Spagna.
Fino al mar conquistĂČ la terra alpestre,
e a lui dâinnanzi caddero castella,
né un borgo, e non un muro, ancorché saldo,
rimase contro a lui né città , tranne
Saragozza che sta su la montagna.
Re Marsilio la tiene, che come a Dio
a Maometto serve e Apollo chiama:
ma sĂŹ non potrĂ far che mal non lo prenda.
Il re Marsilio stava in Saragozza.
Sotto un olivo se nâĂš andato a lâombra:
sopra un lastron di biondo marmo posa.
Dâuomini intorno ha piĂč di venti mila
ed ai suoi conti ed ai suoi duchi parla
«Signori, udite qual danno ci incombe!
Di Francia dolce nella nostra terra
sceso a radunarci Ăš Carlo Imperatore.
Ben so che contro a noi vuol bandir guerra
né meco ho io gente da sperar vittoria.
A salvarmi da morte e da vergogna
sÏ come saggi datemi consiglio!»
Nessun risponde un motto, eccettuato
del castel di Valfonda Biancardino.
Fu costui tra i pagani uno dei piĂč savĂź;
cavalier di gran core, e in consigliare
il signor suo uom di prudenza assai.
E dice al Re: «Su via, non vi perdete!
In contra a Carlo Magno, altero e forte,
spedite méssi con promesse e doni.
Voi gli darete orsi e leoni e cani,
palafreni, e destrieri e settecento
cammelli e mille astor fuori di muda;
dâoro e dâargento quattro cento muli
onusti e carri da caricar cinquanta,
sĂŹ che possa pagarne i suoi soldati.
Quivi ad oste Ăš rimasto ormai sette anni
tempo Ăš che torni in Francia, ad Aquisgrana.
Nel dĂŹ festivo di santo Michele
lo seguirete, e dei cristian la legge
accoglierete; suo vassallo fido
diverrete per bene e per onore.
E sâei vi chiede ostaggi, e voi mandate
o dieci ostaggi o vénti. A sicurtade
mandate un nato de la vostra donna!
Col diritto di morte il figliol mio
gli spedirei: ché minor mal sarebbe
sâei perdesse la testa, anzi che tolta
a noi fosse la Spagna, e ogni vergogna
deposta, a mendicar fossimo indotti».
Rispondono i Pagan: «Retto Ú il consiglio!»
E Biancardino ancor dice: «Per questa
mia destra e per la barba che mi scende
ventilante sul petto, in un baleno
lâoste dei Franchi dilungar vedrete.
In Francia torneranno, a la lor terra;
ciascuno a la sua sede, e ne la sua
cappella ad Aquisgrana Carlo il re.
A san Michele egli farĂ festa grande,
e verrĂ il giorno designato e lâora
senza che alcun di noi nuova gli rechi.
Carlo, fiero e crudele, ai nostri ostaggi
domanderĂ che sian mozze le teste.
Ma sarĂ minor danno a lor la morte
se a noi serbi la Spagna, e acerbe pene
e doglianze risparmi». Al che i Pagani:
«Forse» notan «costui coglie nel vero!»
Marsilio allor toglie il consiglio. A nome
chiama Clargis di Balaguet e insieme
Estramariz ed Eudropis suo pari.
E Primamo e Guarlan dalla gran barba,
e Baciele con lo zio Matteo;
e dâoltre mar Gusnello e Malprimant,
e Biancardino, per far parlamento.
Erano dieci, dei piĂč gran ribaldi.
E disse il Re: «Baroni, a Carlo andrete.
Egli Ăš ora intento ad assediar Cordova;
palme dâolivo, a simbolo di pace
e di umiltĂ , recategli. Se il vostro
senno saprĂ concluder lâamistanza,
dâoro e dâargento gran massa avrete
E gran dominß e terre al piacer vostro».
E i Pagani: «Ben dice il Signor nostro».
CosĂŹ Marsilio terminĂČ il concilio
ai suoi dicendo: «Baroni, voi andrete
recando nelle man fresche di ulivo
dalla mia parte e a Carlo, per il suo Iddio,
chiederete mercede al Signor vostro.
E gli direte ancor che, prima che cada
questo mese, mi avrĂ con mille fidi
a la sua Regia, e mi farĂČ cristiano
e suo vassallo, per amore e fede.
Ed avrà ostaggi, se li vuol, per fermo!»
E Biancardino: «Assai buon patto avrete».
Ordina allora il Re che siano recate
innanzi dieci mule bianche. - Le ebbe
dal signor di Sicilice. - Hanno aureo il freno,
selle e fregi dâargento. In su lâarcione
balzan gli ambasciatori. E tutti in mano
di pacifico ulivo recano fronda
in contro a Carlo che ha Francia in balĂŹa
nĂ© difender si puĂČ da le altrui insidie.
Pien odi letizia e di baldanza Ăš Carlo.
Vinto ha Cordova e con le arco baliste
ha ruinato le torri alte e le mura.
Gran bottino ne han tratto i suoi guerrieri
di belli arredi e dâoro. A la cittĂ
ogni infedele Ăš convertito o morto.
In un verziere Carlo magno siede
Con Orlando e Olivier; gli sono intorno
Sansone il duca, ed Anseis il fiero,
e Goffredo dâAngiĂČ gonfaloniere
del Re; Gerino con Geriero ed altri
molti. Vi son quindici mila prodi
de la terra di Francia. I cavalieri,
seduti sopra a candidi tappeti,
giocan per lor sollazzo al tavoliere,
i piĂč savi e i vegliardi, a lo scacchiere
e i baccellieri spensierati a scherma.
Sotto un pino, lungo un bel rosaio
Ăš un sedile dâoro schietto: ivi di Francia
dolce sta il reggitor. Bianca ha la barba,
bianchi i capelli: nobili le membra,
fiero lâaspetto. Chi di lui richiede
tosto conosce il Re senzâaltra guida.
E di Marsilio ecco i messaggi. A terra
scesi, salutano per amore e fede.
Primo fra loro Biancardin sâavanza
e dice al Re: «Giusto signor, il Dio,
che solo quindi innanzi adoreremo,
vi dia salute! Tal messaggio il Sire
di Saragozza a voi manda. Gran tempo
la dottrina di Cristo ha meditato;
dei suoi tesori a voi largir gran copia
vuole, ed orsi e leoni e sguinzagliati
veltri e cammelli settecento, e mille
astori fuor di muda e quattrocento
muli carchi dâargento e dâoro, e bene
cinquanta carte che caricar farete,
con quanti mai bisanti di buon conio
vi saran dâuopo ad assoldar milizie.
Troppo qui dimoraste, e giunta Ăš lâora
di rimpatriare in Francia, ad Aquisgrana.
Colà verrà per la mia fede, Marsilio».
A questo udir, tende re Carlo al cielo
le palme, e il volto pensieroso, abbassa.
Sta meditando un poâ lâImperatore.
La sua risposta non Ăš pronta. egli suole
parlar pensatamente. Altero apparve,
quando il capo levĂČ nel suo sembiante.
Poi disse ai méssi «Acconcio Ú il parlar vostro;
ma il re Marsilio Ăš mio nimico assai:
come io mi affiderĂČ di cosĂŹ larghe
promesse?» E il Saraceno: «Con buoni ostaggi;
dieci, quindici, vénti, al piacer vostro.
Con diritto di morte, un mio figliuolo
vi manderĂČ: e di piĂč gentil sangue
credo altri pegni avrete. E allor che poi
nella Regia sarete, a la gran festa
di san Michele del Periglio, il mio
Signor vi sarĂ presso; ivi egli vuole
ricevere il battesmo ad Aquisgrana
neâ lavacri che a ivoi fece il Signore».
Carlo rispose: «Ei potrà ancor salvarsi!».
Chiaro in quel giorno risplendette il sole,
e sereno fu il vespero. Re Carlo
fece a le stalle ricoverar le mule
e stendere un velabro in sul verziere
per ripararvi di Marsilio i méssi.
Dodici servi assegnĂČ loro; e quivi
riposarono la notte, in sino a lâalba.
Carlo si risvegliĂČ di buon mattino;
sentĂŹ la Messa e il Mattutino; poi,
standosi sotto un pino, i suoi baroni
fece chiamar per tener parlamento:
ché nulla egli suole deliber...
Table of contents
- Copertina
- CHANSON DE ROLAND
- Indice
- Intro
- INTRODUZIONE
- CHANSON DE ROLAND
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