"Una volta avevo una vita. Ora ho un computer e una connessione Wi?Fi": potrebbe riassumersi con questa frase che, appunto, circola sul web, il concetto di vita che abbiamo noi oggi. Siamo in balia di un flusso di informazioni che trovano la propria sponda tra i margini di uno schermo di un PC o di un display di uno smartphone. Concetto fondamentale è "esserci", essere presenti, "condividere". Quella condivisione che detta le nuove regole di galateo e di recitazione su un palcoscenico virtuale che accoglie tutti e dove questi "tutti" esprimono loro stessi senza timore di essere giudicati come nella realtà. Sbagliando, perché è proprio qui – sui social media – che i giudizi si articolano, si scagliano, a volte, in maniera piuttosto violenta verso chi ha osato, chi ha avuto il coraggio di mostrarsi. Pregi, ma soprattutto difetti vengono analizzati dal popolo, sciorinati, scandagliati e picconati sul personaggio di turno, sullo sconosciuto che vuole emergere e semplicemente farsi notare. Ed è qui che si districano nuovi rapporti sociali, nuove figure con un loro modo di agire, pensare, comportarsi, porsi e comunicare. Perché sì, i social network non sono solo nuove forme di comunicazione, sempre in evoluzione, sempre alla ricerca del "nuovo". Sono anche, e soprattutto, nuovi e inediti divani da psicologo dove si adagiano caratteri, più o meno simili, con tratti ben delineati e che, seppur non è sempre semplice distinguere, non fanno altro che creare altri stereotipi, e poi altri ancora. Sempre in quel flusso di immagini, informazioni e video che ci travolge ogni giorno. Che lo vogliamo o meno.

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Psicologia dei social network. Chi (non) vogliamo essere online
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Information
Federica Vitale
Psicologia dei social network
Chi (non) vogliamo essere online

Copyright © 2020 Tangram Edizioni Scientifiche
Gruppo Editoriale Tangram Srl
Via dei Casai, 6 – 38123 Trento
Collana – NIC 60
Prima edizione digitale: dicembre 2020
ISBN 978-88-6458-209-2 ()
ISBN 978-88-6458-939-8 (ePub)
ISBN 978-88-6458-940-4 (mobi)
In copertina: Fourleafclovermom, Federica Vitale
Della stessa autrice: , Seconda edizione, 2014
“Una volta avevo una vita. Ora ho un computer e una connessione Wi-Fi”: potrebbe riassumersi con questa frase che, appunto, circola sul web, il concetto di vita che abbiamo noi oggi. Siamo in balia di un flusso di informazioni che trovano la propria sponda tra i margini di uno schermo di un PC o di un display di uno smartphone. Concetto fondamentale è “esserci”, essere presenti, “condividere”. Quella condivisione che detta le nuove regole di galateo e di recitazione su un palcoscenico virtuale che accoglie tutti e dove questi “tutti” esprimono loro stessi senza timore di essere giudicati come nella realtà. Sbagliando, perché è proprio qui – sui social media – che i giudizi si articolano, si scagliano, a volte, in maniera piuttosto violenta verso chi ha osato, chi ha avuto il coraggio di mostrarsi. Pregi, ma soprattutto difetti vengono analizzati dal popolo, sciorinati, scandagliati e picconati sul personaggio di turno, sullo sconosciuto che vuole emergere e semplicemente farsi notare. Ed è qui che si districano nuovi rapporti sociali, nuove figure con un loro modo di agire, pensare, comportarsi, porsi e comunicare. Perché sì, i social network non sono solo nuove forme di comunicazione, sempre in evoluzione, sempre alla ricerca del “nuovo”. Sono anche, e soprattutto, nuovi e inediti divani da psicologo dove si adagiano caratteri, più o meno simili, con tratti ben delineati e che, seppur non è sempre semplice distinguere, non fanno altro che creare altri stereotipi, e poi altri ancora. Sempre in quel flusso di immagini, informazioni e video che ci travolge ogni giorno. Che lo vogliamo o meno.
è giornalista pubblicista. Laureata in Lingue e Letterature Straniere nel 2003, ha proseguito gli studi conseguendo una laurea in Scienze e Tecniche della Comunicazione e Relazioni Internazionali. Attualmente scrive per diversi siti di informazione online ed è un’appassionata traduttrice. Il suo percorso formativo l’ha portata a specializzarsi nell’analisi della letteratura e delle sue trasposizioni cinematografiche. Ama scrivere ed esprimersi anche attraverso la fotografia.
I social media danno diritto di parola
a legioni di imbecilli
a legioni di imbecilli
Umberto Eco
A te, che sei sempre con me…
Psicologia dei social network
Chi (non) vogliamo essere online
Introduzione
Social Network, una moderna versione de La finestra sul cortile
La popolarità di una persona, oggi, si misura in “Mi piace” e Followers. La generazione di Facebook e Instagram la vive così, spesso scadendo in una vita grigia fatta di un consenso altrui che (in alcuni casi) non arriva. Erano stati creati per unire, i social media. Hanno finito per dividerci.
Hanno diviso le platee, hanno diffuso la violenza, hanno dato la parola a tutti. Veramente tutti. Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere decisivo e decretarne l’effettiva predisposizione favorevole e mood positivo e farne sinonimo di utilità che, spesso, gli affidiamo. No, non è così se l’inciviltà si nasconde dietro uno schermo e l’opinione e la libertà di parola vengono confuse con l’offesa gratuita, il vilipendio, lo sproloquio e la bestemmia.
No, non sono contraria ai social network. Anzi. Nonostante quel che possa sembrare da quanto esposto finora, ritengo che essi abbiano cambiato il nostro atteggiamento verso l’informazione, verso i confini che spesso tentiamo di stringere e, invece, i social cercano di aprire e allargare.
Il problema non sono i social media, sono le persone. Non dimentichiamo che queste piattaforme, siano esse dedicate alle immagini, alla condivisione di status e di vite parallele, sono pur sempre “cose” e hanno vita se c’è qualcosa o qualcuno che gliela plasma attorno. Non possiamo, infatti, scagliarci contro Facebook se nei commenti ci sono, come ingredienti indispensabili, odio e violenza. Questi, infatti, sono il frutto di menti sottosviluppate che trovano nei social una piazza in cui sfoggiarsi, pavoneggiarsi e sfogarsi. Non possiamo nemmeno additare Instagram o, ancora, Facebook per la diffusione di immagini inutili, spesso cruente per suscitare coinvolgimento emotivo. Spetta a chi le pubblica avere il buon gusto di discernere l’utilità dal non avere alcun significato, alcun beneficio.
Sì, è qui, più che altrove, che vale il discorso “se per me vuol dire qualcosa, la pubblico”. Ma è pur vero che, come non andiamo per strada in mutande, sarebbe il caso di riconoscere che le community, seppur virtuali, sono pur sempre comunità, per l’appunto.
No, su Facebook e sui social in genere tutto è lecito. I ragazzini possono offendere coetanei e professori, gli adulti possono offendere altri adulti e dire la propria opinione che, seppur non richiesta, spesso è lanciata come uno schiaffo, senza la benché minima preoccupazione delle conseguenze.
Come dicevo, il problema non sono i social, bensì le persone e il loro “parlare” pur tacendo. Come quando arriva, un giorno un “Mi piace” da parte di un contatto che neppure si credeva di avere più nell’elenco delle proprie amicizie.
Non so se ricordate quel capolavoro de La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock. Bene, lui in sedia a rotelle che, con il binocolo, scruta l’edificio di fronte la sua finestra per scoprire il colpevole di un ipotetico omicidio. Siamo tutt...
Table of contents
- Il libro
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