Come nacque il Fascismo
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Come nacque il Fascismo

About this book

Benito Mussolini fu un giornalista dalla penna straordinaria. Fondò nel 1914 "Il popolo d'Italia" di cui fu direttore capace e firma di peso. Nell'ebook sono raccolti tutti gli articoli e i discorsi apparsi sul quotidiano in un periodo temporale che va dalla creazione dei Fasci Italiani di Combattimento nel 1914, fino alla sua trasformazione in Partito Nazionale Fascista (1921). Benito Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) fu il fondatore del Fascismo e presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Nel gennaio 1925 assunse de facto poteri dittatoriali e dal dicembre dello stesso anno acquisì il titolo di capo del governo primo ministro segretario di Stato. Dopo la guerra d'Etiopia, aggiunse al titolo di duce quello di "Fondatore dell'Impero" e divenne Primo Maresciallo dell'Impero il 30 marzo 1938. Fu capo della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.

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Information

L’ADUNATA - DOPO L'ADUNATA

Uno degli obiettivi che il movimento dei «Fasci d’Azione Rivoluzionaria» si prefiggeva era quello di creare o di contribuire a creare nelle masse proletarie uno «stato d’animo» simpatico nei riguardi della eventualità di un’azione militare dell’Italia contro gli imperi centrali. Tale obiettivo può dirsi raggiunto e questa constatazione non è un atto di vana superbia. Nelle moltitudini operaie — specie delle grandi città — si guarda ora alla possibilità della guerra con occhio e con animo diversi: non più l’ostilità cieca e irragionevole e preconcetta, ma agnosticismo e molto spesso l’adesione esplicita alla tesi che vien chiamata «guerrafondaia» ed è la nostra. Le masse dove non siano convinte, sono per lo meno «turbate». Ripetono — è vero — meccanicamente, la formula d’opposizione alla guerra, ma il dubbio apre a poco a poco la sua breccia nell’animo di queste masse e le defezioni aumentano. Il numero dei «Fasci» è la prova che questo «stato d’animo» esiste ed è qua e là giunto alla consapevolezza politica e pratica dei doveri che l’epoca attuale impone ai sovversivi italiani. La creazione di questo «stato d’animo» è di una importanza capitale in rapporto alla guerra. Un soldato che si batte sapendo il perché, un soldato che ha la coscienza del suo compito in un dato momento della storia — quella coscienza che non mancava per esempio ai magnifici soldati della Grande Rivoluzione — è un soldato che vince e noi dobbiamo vincere a qualunque costo. La Germania si prepara a una vera guerra di sterminio contro di noi. Le atrocità del Belgio si rinnoverebbero centuplicate nei villaggi, nelle borgate, nelle città di Lombardia e del Veneto, qualora i tedeschi riuscissero a sfondare le nostre linee. Inoltre dobbiamo vincere per fiaccare una buona volta questa egemonia prussiana che infastidiva ed opprimeva il mondo intero. Ciò è pacifico, ormai.
Creato lo stato d’animo, l’adunata d’oggi deve precisare gli obiettivi di un «nostro» intervento. Non vogliamo chiuderci in una nuova formula, ma non vogliamo nemmeno aumentare gli equivoci e la confusione delle lingue. Il nostro è intervento di sovversivi, di rivoluzionari, di anticostituzionali e non già intervento di moderati, di nazionalisti, di imperialisti. Il nostro intervento ha un duplice scopo: nazionale e internazionale. Per una singolare circostanza storica la «nostra» guerra nazionale può servire alla realizzazione di fini più vasti d’ordine internazionale ed umano. La «nostra» guerra — dico — e non già quella che ci possono preparare i ceti governativi d’Italia. Fini nazionali e cioè liberazione degli irredenti del Trentino e dell’Istria, il che significa contribuire allo sfacelo dell’impero austro-ungarico oppressore di troppe nazionalità e baluardo della reazione europea. Ma la guerra contro l’Austria-Ungheria per la realizzazione di queste finalità, d’ordine nazionale, significa guerra contro la Germania militarista, significa affrettare la scomparsa del più grande pericolo per i popoli liberi, significa l’aiuto fattivo e concreto al popolo belga che deve tornare libero e indipendente, significa — forse — la rivoluzione in Germania e per contraccolpo inevitabile la rivoluzione in Russia; significa — insomma — un passo innanzi della causa della libertà e della Rivoluzione.
Gli obiettivi del «nostro» intervento sono così definiti e determinati. Ci sono, certamente, tra gli inscritti ai «Fasci», sfumature d’idee, ma il minimo comune denominatore del pensiero e dell’azione è quello che noi abbiamo ripetutamente prospettato su queste colonne.
Da ultimo, l’adunata odierna deve stabilire i mezzi dell’azione pratica. Credo anch’io che dal punto di vista teorico e dottrinale, la neutralità sia spacciata. E lo dimostra il fatto che non ha più difensori aperti, se non tra gli interessati per la popolarità, o le cariche, o gli stipendi. E va bene. Ma non possiamo dire di aver causa vinta. Ci troviamo dinnanzi a una duplice coalizione di conservatori: i socialisti alleati — volontari o involontari — dei preti e della Monarchia, intesa la parola nell’accezione più vasta del suo significato.
Ci troviamo dinnanzi a un «sacro egoismo» che trova — in basso — la sua pretesa giustificazione nel principio della «lotta di classe» che deve restare puro e immacolato anche in mezzo alle più imponenti catastrofi della Storia, mentre in alto il «sacro egoismo» viene giustificato con la tutela «esclusiva» degli interessi nazionali. Per contrastare all’egoismo del basso possono bastare i semplici mezzi della propaganda con la parola e gli scritti, ma per smuovere il «sacro egoismo delle sfere dirigenti, occorrono mezzi più persuasivi. «O la guerra o la corona!» è una parola d’ordine che ha un significato se ci si prepara contemporaneamente alla guerra e alla Rivoluzione. Dire che noi faremo la rivoluzione perché l’Italia scenda in campo, è prendere un impegno superiore alle nostre forze; ma non possiamo però affermare tranquillamente che non sarà impossibile e nemmeno troppo difficile lo scoppio d’un moto rivoluzionario se la Monarchia «non» farà la guerra. La posizione, in fondo, è identica. L’adunata può discutere e provvedere ad altri mezzi per sospingere il Governo all’intervento.
Per determinare le vaste e travolgenti correnti dell’opinione pubblica, giovano molto le parole, ma più ancora giova qualche gesto e qualche esempio.... I volontari caduti nelle Argonne hanno avvantaggiato la causa dell’intervento più di molti articoli e di molti discorsi.
Questo è — per sommi capi — il compito che l’adunata odierna dei Fasci deve assolvere. Il movimento fascista nato fra l’irrisione e l’ostilità del Partito Socialista, è oggi qualche cosa di più di una semplice promessa.
Questi nuclei di forti e di volitivi sorti qua e là in tutta Italia, costituiscono già un organismo pieno di vita e capace di vivere. Non hanno e non vogliono avere le regole e le rigidità di un Partito, ma sono e vogliono restare una libera associazione di volontari: pronti a tutto: alle trincee e alle barricate. Io penso che qualche cosa di grande e di nuovo può nascere da questi manipoli di uomini che rappresentano l’eresia ed hanno il coraggio dell’eresia.
V’è in molti di essi l’abitudine all’indagine spregiudicata che ringiovanisce o uccide le dottrine; in altri v’è la facoltà dell’intuizione che afferra il senso e la portata di una situazione; in tutti v’è l’odio per lo statu-quo, il dispregio per il «filisteismo», l’amore del tentativo, la curiosità del rischio.
Oggi è la guerra, sarà la rivoluzione domani.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d’Italia, N. 24, 24 gennaio 1915, II.

DOPO L’ADUNATA

Il convegno nazionale dei «Fasci» non ha avuto una «buona stampa». Solo un giornale di Bologna, con un articolo forte e quadrato e ammonitore, ha cercato di vedere nel nostro movimento ciò che vi è sicuramente di vero e di vitale; ma tutti gli altri — non escluso il Corriere — si sono limitati all’«accidentale», al dettaglio, quando non siano trascesi all’ingiuria grossolana.
La Gazzetta di Venezia, la vecchia suocera brontolona della laguna, ci ha onorati del titolo di «pagliacci»; la Perseveranzatanto nomini!... — ha trovato — previa una energica strofinatura ai suoi occhiali affumicati — che «lo scopo dei Fasci non è la guerra per l’unità e la grandezza d’Italia, ma la Rivoluzione sociale». L’una e l’altra cosa, se non vi dispiace, monna Perseveranza!
Sull’ Italia, clericale, l’on. Filippo Meda lancia, al cielo un «Finalmente» e scrive:
«Finalmente gli intervenzionisti, o interventisti che dir si voglia, hanno scelta la loro piattaforma, chiara, precisa, sincera, e va data lode al prof. Mussolini di aver condotto al congresso di ieri il problema nei suoi termini esatti: “ L’adunata — dice l’ordine del giorno da lui fatto approvare — reclama dal Governo l’immediata, pubblica e solenne denunzia del trattato della Triplice”.
«Questa è onestà e logica politica, e noi approviamo. Approviamo, s’intende, la “posizione della questione”; non lo scioglimento che il prof. Mussolini ne vuol dare».
Meno male! L’on. Meda conviene con noi che per rivendicare una qualsiasi libertà d’azione all’Italia, bisogna «pregiudizialmente» rescindere i trattati che ci vincolano all’Austria-Ungheria e alla Germania, denunciare, in una parola, la Triplice Alleanza.
La pregiudiziale che io ho posto al Congresso dei Fasci, è, dunque, valida e logica. Soltanto l’on. Meda trova che per rescindere un «contratto» occorre un motivo decente. E dov’è il motivo?, si chiede il deputato clericale di Rho? Dov’è il motivo?
Ma c’è, on. Meda, ed è formidabile. La guerra scatenata dall’Austria-Ungheria e dalla Germania, ha profondamente alterate tutte quelle condizioni di fatto che potevano giustificare la Triplice di ieri, ma non giustificano più quella d’oggi, svuotata com’è d’ogni significato.
L’equilibrio internazionale è spezzato, on. Meda, e tutte le preghiere del vostro Papa, ad esempio, non bastano a ristabilirlo. O prima o poi, on. Meda, la Triplice Alleanza è destinata a «saltare». Se il blocco austro-tedesco vince ed inghiotte ed umilia semplicemente la Serbia, e sposta in qualche modo il cosidetto equilibrio balcanico, se — insomma — l’Austria vittoriosa si riapre la strada verso Salonicco, l’Italia — oltre alle minacce immediate e alle possibili non lontane rappresaglie — sarà offesa nei suoi fondamentali interessi e dovrà — in condizioni infinitamente più difficili delle attuali — sguainare la spada per tutelarli. Se — viceversa — il blocco austro-tedesco è battuto, la Triplice decade di fatto: l’Italia farà la sua guerra per ottenere le terre soggette all’Austria-Ungheria. E allora, poiché altre eventualità non sono possibili, se ne deduce che ci può essere, on. Meda, una Triplice di domani; ma è certo che quella d’oggi è né più né meno che una semplice «finzione» diplomatica destinata a lacerarsi ad un prossimo urto con la realtà.
Denunciare la Triplice Alleanza è un atto di coraggio, ma sopratutto un atto di «lealtà». Come si vede, siamo esattamente agli antipodi del vostro pensiero, on. Meda. Infatti, aspettare di denunciare la Triplice nel momento in cui Austria e Germania saranno sull’orlo della rovina, può non essere simpatico; ma rivendicare — oggi — la libertà d’azione e l’autonomia dell’Italia, è cosa che tutti troveranno giusta e normale. La «non» avvenuta denuncia della Triplice può spiegarsi in un solo modo: che l’Italia ritenga ancora possibile di correre in aiuto — se ne sarà il bisogno — degli Imperi Centrali; il che significherà per l’Italia — e in caso di vittoria e in caso di sconfitta — aver lavorato alla propria rovina. Anche l’altra ipotesi — quella vagheggiata dai germanofili — cioè l’intesa italo-tedesca a spese dell’Austria-Ungheria, importa in ogni caso e di necessità la fine ingloriosa della Triplice Alleanza.
Per quante situazioni vengano prospettate, non ve n’è una sola che convalidi e giustifichi ancora il mantenimento della Triplice Alleanza.
Denunciare la Triplice Alleanza non è soltanto un « diritto», è piuttosto un « dovere». In un’epoca dinamica come l’attuale, ogni popolo può e deve rivendicare la sua piena libertà d’azione. Si capisce che la denuncia del Trattato deve essere contemporanea al decreto di mobilitazione. Ad ogni modo il primo passo da farsi — e subito — è quello di denunciare il trattato della Triplice Alleanza. Ecco perché i Fasci hanno votato l’ordine del giorno che ho presentato all’adunata nazionale e non mi sorprende che i clericali puri come l’on. Meda e i moderati autentici come la Gazzetta di Venezia insorgano contro il possibile accoglimento della nostra pregiudiziale. Essi sentono che tale fatto costituirebbe una vigilia di guerra contro gli alleati di ieri.... ma sentono altresì che gli eventi ineluttabili di domani «imporranno» quella pregiudiziale osteggiata — et pour cause — da tutti i Meda d’Italia....
Il Congresso dei Fasci ha dunque bene provveduto reclamando — in primis — l’atto formale pubblico di decesso della Triplice. Ma anche sugli altri argomenti la discussione è stata elevata e proficua. Il tema spinoso dell’irredentismo è stato posto e risolto nell’ambito delle idealità socialistiche e libertarie che non escludono la salvaguardia di un positivo interesse nazionale. Tutti i popoli che soffrono di una oppressione esteriore devono esser liberi: questa la dichiarazione di principio: nel caso pratico il nostro è irredentismo anti-austriaco e non anti-francese per Nizza e la Corsica o anti-inglese per l’isola di Malta, in quanto che solo ad Oriente vi sono popolazioni italiane sottoposte al dominio austriaco e che di tale dominio sopportano le atroci sofferenze da lungo volger di anni.... L’irredentismo verso tutti i confini — non sia giustificato da ragioni di giustizia e di libertà — quando nazionalismo o nell’imperialismo: non è il nostro! L’ordine del giorno votato nel Congresso dei Fasci precisa esattamente la nostra posizione teorica e politica di fronte al problema delle terre irredente, il che non m’impedisce di aggiungere che non sarebbe stato — secondo il mio avviso — del tutto superfluo precisare e delimitare il nostro irredentismo anche dal punto di vista «territoriale» e ciò a scanso di equivoci presenti e di responsabilità future. Ma questa è una «subordinata» che non toglie importanza e valore alla massima di principio.
Terzo comma importante: l’azione dei Fasci. Azione nel duplice senso di pensiero e di opere. Per queste ultime noi siamo pronti e attendiamo l’ora propizia, che non può né deve essere lontana.... Ma l’on. De Ambris nel suo forte discorso ha tracciato a grandi linee tutto un programma di revisionismo teorico rivoluzionario. Egli ha detto che un Vangelo solo può bastare a una Chiesa di credenti, non ad una collettività di liberi pensatori. C’è molta parte di verità nella critica «marxista», ma ve n’è anche nella ideologia mazziniana. Proudhon ha qualche cosa (o molto) di vivo, come gran parte dell’opera bakuniniana è ancora salda come granito di roccia. Vogliamo noi — spiriti spregiudicati — credere in un solo Vangelo e giurare in un solo Maestro? O non vale la pena — in quelle che sono epoche di liquidazione — di gettare nella grande fucina ardente della Storia i nostri «valori politici e morali», per sceverare in essi l’eterno dal transitorio, ciò che passa da ciò che non muore? È mai possibile nel campo sconfinato dello spirito la monogamia delle idee? Non è ciò un «auto negarsi» alla più diretta e profonda comprensione della vita e dell’Universo? La vita è varia, complessa, multiforme: ricca di possibilità, fertile di sorprese, prodiga di contraddizioni. Chi è lo stolto che pretende di violentarla nel breve capestro di una formula, nella schematica proposizione di un dogma? Libertà, dunque: libertà infinita! Sàndor Petöfi gridava:
La vita mi è cara
L’amore ancor più,
Ma per la libertà
Li do entrambi!
Libertà di ripudiare Marx, se Marx è invecchiato e finito; libertà di tornare a Mazzini se Mazzini dice alle nostre anime aspettanti la parola che ci esalta in un senso superiore dell’umanità nostra; libertà di tornare a Proudhon, a Bakunin, a Fourier, a S. Simon, a Owen, e a Ferrari, e a Pisacane, e a Cattaneo..., agli antichi e ai recenti; ai vivi e ai morti, purché insomma il «verbo» sia capace di fecondare l’azione....
Il De Ambris non poteva — data l’ora e il luogo — che affacciare la possibilità e la necessità di questa demolizione e ricostruzione di dottrine; ma io credo che — passata la tormenta della guerra — questo sarà il compito arduo e preliminare della nuova critica socialista.
Ecco il bilancio della prima adunata dei «Fasci». Non mi pento di averla definita «grande». Non eravamo in molti, ma — se ci tenessimo al numero — potremmo dire che non siamo più in pochi. I «Fasci» contano oltre cinquemila inscritti, e niente vieta di sperare che tale cifra sarà raddoppiata e triplicata nel volger di un mese.... Ma l’adunata fu «grande», perché fu «nuova», perché fu compresa della gravità del momento attuale e n’ebbe potrei dire — l’estremo pudore, e l’alto senso di responsabilità.... La buona sementa fu gettata e si vedrà: non invano!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d’Italia, N. 28, 28 gennaio 1915, II.

AGLI AMICI

Poche parole e chiare, agli amici, ai simpatizzanti, ai lettori. E per una volta tanto. L’unica. Chiedo, ma non intendo di andare in giro col cappello. Chiedo oggi, dopo tre mesi. Non l’avrei fatto, non l’ho fatto dopo tre giorni di vita del giornale. Ai quindici di novembre il giornale era una speranza o una promessa. Bisogna credermi sulla parola ed era — da parte mia — troppo pretendere in un paese di ipocriti, di sornioni, di poltroni, di maldicenti. Oggi, le cose sono cambiate. Oggi c’è il fatto compiuto. C’è un grande giornale che — a giudizio dei competenti e a giudizio unanime del pubblico sovrano — è uno dei migliori d’Italia. Un giornale moderno, libero, spregiudicato: un organismo pieno di sangue, ricco di nervature, sodo di muscoli: un giornale di notizie, di pensiero, di polemica; un giornale di vita, ben fatto, leggibile, variato, interessante. Gli avversari, a denti stretti e colla bile in corpo, devono riconoscerlo. È un organismo già formato. Sono stati, questi, mesi di lavoro frenetico. Ma tutto è ormai al punto. Abbiamo qualche centinaio di corrispondenti disseminati in tutta Italia, dai grandissimi centri ai più remoti paesi. Dall’estero siamo informati dai nostri inviati speciali a Parigi e a Londra. Il servizio politico da Roma è — specie per ciò che riguarda la politica estera — diligente e coscienzioso, assolutamente indipendente. La migliore, irrefutabile testimonianza è la collezione del giornale. Si spiega, con queste ragioni, che vado prospettando rapidamente, il successo del Popolo, la sua rapida e larga diffusione dovunque, e nei paesi delle vallate nevose del Piemonte e nelle borgate dell’ardente Sicilia o nella dimenticata Sardegna. Sono relativamente contento del mio lavoro. Ma sento che c’è la possibilità di fare ancora di più, molto di più. Ci sono dei progetti da tradurre nella realtà. Dei progetti che fermentano —per ora — nel mio cervello.
Per l’attuazione di tali progetti occorre del denaro. Non posso dir quanto. Occorre del denaro. I milioni non esistono. Esistono solo e sono —ahimè — molti, troppi, gli imbecilli e i malvagi che me li hanno regalati sbrigliando le fantasie. Ma la realtà è div...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Come nacque il fascismo
  3. Indice
  4. PER LA COSTITUZIONE DEL NUOVO«FASCIO D’AZIONE RIVOLUZIONARIA»
  5. L’ADUNATA - DOPO L'ADUNATA
  6. AGLI AMICI
  7. LA NOSTRA COSTITUENTE
  8. ANNO QUINTOAUDACIA!
  9. A RACCOLTA!
  10. FIUME SARA' ITALIANA A QUALUNQUE COSTO - PRELUDIO
  11. 23 MARZO
  12. DISCORSO DI DALMINE
  13. DOPO L’ADUNATA LINEE DEL PROGRAMMA POLITICO
  14. POSTILLA
  15. CONVERGERE GLI SFORZI!
  16. IL PROGRAMMA POLITICO DEI FASCI
  17. NON SUBIAMO VIOLENZE!
  18. PAROLE CHIARE
  19. L’ITALIA NON RINUNCIA A QUEL CHE FU CONSACRATO DAL SANGUE
  20. DISCORSO DA ASCOLTARE
  21. IDEE IN CAMMINO CHE S’INCONTRANO
  22. IL PROGRAMMA DEI FASCI DALLA «RAPPRESENTANZA INTEGRALE»ALL’«ESPROPRIAZIONE PARZIALE
  23. L’ADRIATICO E IL MEDITERRANEO
  24. PER UN'AZIONE POLITICA
  25. IL FASCISMO
  26. LO SCIOPERISSIMO
  27. AURORA! - NOI E LORO
  28. SI CONTINUA, SIGNORI!
  29. VERSO L'INTESA E L'AZIONE
  30. SENSO DELLA VITTORIA!
  31. «NOI SALUTIAMO L’EROE E GLI PROMETTIAMO CHE OBBEDIREMO AD OGNI SUO CENNO»
  32. I DIRITTI DELLA VITTORIA
  33. VERSO L’AZIONE
  34. ELEZIONI E PROGRAMMI
  35. IN CAMPO DA SOLI
  36. LA SIGNIFICAZIONE
  37. GUERRA CIVILE?
  38. LA GRANDE ADUNATA
  39. GIOVINEZZA! GIOVINEZZA!
  40. L’AFFERMAZIONE FASCISTA
  41. NOI E LA CLASSE OPERAIA
  42. TRA IL VECCHIO E IL NUOVO
  43. MALAFEDE
  44. FASCISTI D’ITALIA: «A NOI!»
  45. DOPO L’INTERVISTA

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