Storia degli usi nuziali
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Storia degli usi nuziali

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"Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli Indoeuropei": Ăš questo il lungo titolo originale di quest'opera davvero straordinaria e assolutamente unica, che indaga e spazia a dir poco approfonditamente nel folclore - talvolta anche "storico/magico" - delle usanze e dei costumi da secoli ben radicati nelle tradizioni popolari.

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Information

Year
2020
eBook ISBN
9791220204569

NOTE

[1] AçvĂąlayana Gr’ihyasĂ»tra . I
[2] Ennio, presso Festo, ha:
Ducit me uxorem sibi liberûm quÊrendûm gratia,
e Varrone, presso Macrobio, va piĂč in lĂ : « uxorem liberorum quĂŠrendorum causa ducere, religiosum est.». Presso gli odierni Parsi, il marito piglia una seconda moglie, se la prima sia sterile, e assoggetta la prima alla seconda.
[3] Gajus, I, 108: « Sed in potestate quidem et masculi et feminÊ esse solent; in manum autem feminÊ tantum conveniunt.»
[4] Cfr. Valerio Massimo, II, 16.
[5] Ita quod moriatur si viro suo placuerit.
[6] Rubr. 75: Quoniam est inhonestum verecundiam facere mulieribus, statuimus quod quicumque masculus fecerit alicui mulieri bonĂŠ conditionis et famĂŠ iniuriose cadere de capite vel acceperit vettam vel drapellum vel velectum vel pannum quem in capite deportaret, puniatur pro vice quolibet in XXV lib. den.
[7] Si trova nelle Addizioni agli Statuti di Corsica, Lione 1843: «Avendo avuto notizia che si vada sempre piĂč addomesticando l’abuso giĂ  tanto tempo introdotto di baciare in strada pubblica e di attaccare secondo il vocabolo di quel paese, cioĂš di levare la scuffia, o dar di mano, o di fare altri atti di famigliaritĂ  alle giovani, perchĂ© impossibilitate queste dal pregiudizio che nell’altrui opinione ne sentono a piĂč maritarsi con altri siano costrette a sposarsi con loro, ecc.»
[8] Statuti di Gallese, pubblicati in Gallese nel 1576, lib. V: «PerchĂ© egli Ăš cosa concedente che nelle feste solenni celebrate dalla santa chiesa cattolica romana e parimenti dalla nostra cittĂ  s’abbino da ornare ed onorare con gli lumi maggiori che si possono, e somigliantemente per manutenere le buone e laudabili consuetudini di questa nostra cittĂ  di Gallese, per il presente capitolo, statuiamo ed ordiniamo che tutti gli artigiani della nostra cittĂ  di Gallese siano obbligati e debbano ogni anno perpetuamente un mese avanti la festa della solennitĂ  del glorioso San Famiano advocato et Protettore della nostra Patria, creare due Rettori della loro arte, quali Rettori cosĂŹ creati, abbiano da esercitare il loro ufficio del Rettorato per un anno continuamente, e debbano fare un Talamo, o vero un Cirio, ad uso e stil di Roma, e detto Cirio basti per tutta l’arte, sino che sarĂ  buono adoprare e detti Rettori abbino cura e debbano processionalmente farlo portare per tutta la cittĂ  acceso, ecc.»
[9] Elio Spartiano, nella vita di Elio Vero, presso gli Scriptores HistoriĂŠ AugustĂŠ; ed Th. Vallaurius, AugustĂŠ Taurinorum, 1853: Patere me per alias exercere cupiditates meas. Uxor enim dignitatis nomen est, non voluptatis.
[10] Essa ci viene giĂ  ricordata nel MahĂ bharĂ ta.
[11] Tra i latini, per esempio. Quindi Varrone, presso Nonio: Sic in privatis domibus pueri liberi et puerĂŠ ministrabant; ed Ovidio, nei Fasti, a proposito di un sacrificio domestico:
Stat puer et manibus lata canistra tenet.
Inde ubi ter fruges medios immisit in ignes
Porrigit incisos filia parva favos.
[12] «Signor ambasciatore.»
[13] «Che volete voi.»
[14] Cantando questo versetto le fanciulle e il capo di casa fanno alcuni passi indietro.
[15] Le fanciulle si avanzano di nuovo col capo di casa.
[16] «Io voglio una delle vostre figlie.»
[17] «Quale volete voi?»
[18] «Qual mestiere farà ella?»
[19] Vedi il capitolo Sulla dote nel secondo libro di quest’opera.
[20] «Pigliatevela pure ch’ella Ăš vostra.»
[21] Vedi nel primo libro di quest’opera, il capitolo intorno al messaggero d’amore e quello intorno alla chiesa.
[22] Cfr. Kuhn u. Schwarz: Norddeutsche Sagen, MÀrchen u. GebrÀuche, Leipzig 1848 e, in questo libro, il capitolo che intitolo: «Gli sposi si provano.»
[23] Ecco, in qual modo, lo descrive il Fanfani, nel suo Dizionario dell’uso Toscano: « Verde si chiama la pianta del bossolo che si mantiene sempre verde. Nella quaresima Ăš costume che due, specialmente gl’innamorati, spiccano una o piĂč foglie di verde e la custodiscono gelosamente, guardando di non la perdere; e se l’uno la perde, dee dare all’altro o questa o quella cosa pattovita fra loro. CiĂČ si dice fare al verde, e ogni volta che i due si trovano insieme, l’uno dice tosto all’altro: fuori il verde!»
[24] Vedi ancora, in questo primo libro, il capitolo che descrive «come si fa l’amore.»
[25] Cfr. Atharvaveda, VI, 89.
[26] Cfr. Weber Indische Studien, V.
[27] Cfr. Schönwerth e Weinhold citati dal Weber negli Indische Studien.
[28] Cfr. Gelli, nella Sporta, atto 5°, scena 5 a «Io ti so dir, Lapo, che tu avevi digiunato la vigilia di Santa Caterina, a torre la moglie che tu avevi tolta.»
[29] Corniscarum divarum locus erat trans Tiberim cornicibus dicatus, quod in Junonis tutela esse putabantur.
[30] Accipitrum genera sexdecim invenimus; ex iis Egituum claudum altero pede prosperrimi auguri nuptialibus negotiis. Hist. Nat, X. 8.
[31] Nihil fere quondam majoris rei nisi auspicato, nec privatim quidam gerebatur. Quod etiam nunc auspices nuptiarum declarant, qui re omissa nomen tantum tenent.
[32] «A portare i fuscelli per fare il nido.»
[33] VII, 38.
[34] Vedi, nel secondo libro di quest’opera, il capitolo che s’intitola: «Gli sposi incoronati.» - L’uso medesimo della focaccia con le fave, esisteva pure in Francia, secondo ChĂ©ruel, Dictionnaire historique des institutions, Meurs et Usages de la France. «Il etait d’usage, depuis un temps immĂ©morial, et par une tradition qui remontait jusqu’aux saturnales des romains, de servir, la veille des Rois, un gĂąteau dans lequel on enfermait une fĂ©ve qui designait le roi du festin. Ce gĂąteau des Rois se tirait en famille. Les cĂ©rĂ©monies qui s’observaient en cette occasion, avec une fidĂ©litĂ© traditionnelle, ont Ă©tĂ© dĂ©crites par Pasquier dans ses Recherches de la France (IV. 9). Le gĂąteau, coupĂ© en autant de parts qu’il y a de conviĂ©s, on met un petit enfant sous la table, lequel le maĂźtre interroge sous le nom de PhĂ©be (Phoebus ou Apollon), comme si ce fĂ»t un qui, en l’innocence de son Ăąge, representĂąt un oracle d’Apollon. À cet interrogatoire, l’enfant rĂȘpond d’un mot latin: domine (seigneur, maĂźtre). Sur cela, le maĂźtre l’adjure de dire Ă  qui il distribuera la portion de gĂąteau qu’il tient dans sa main; l’enfant le nomme ainsi qu’il lui tombe en la pensĂ©e, sans acception de la dignitĂ© des personnes, jusques Ă  ce que la part soit donnĂ©e oĂč est la fĂ©ve; celui qui l’a est rĂ©putĂ© roi de la compagnie, encore qu’il soit moindre en autoritĂ©. Et, ce fait, chacun se dĂ©borde Ă  boire, manger et danser. Tacite, au livre XIII de ses Annales, dit que dans les fĂȘtes consacrĂ©es Ă  Saturne, on Ă©tait dans l’usage de tirer au sort la royautĂ©.»
[35] Rivista Europea - Anno III, vol. 2° fasc. 1°
[36] Rivista Europea. Anno V, vol. 3° fasc. 1°
[37] Ed. Th. Vallaurius: Quum amissa uxore aliam vellet ducere, genituras sponsarum requirebat, ipse quoque matheseos peritissimus; et quum audisset esse in Syria quamdam, quĂŠ id geniturĂŠ haberet, ut regi jungeretur, eandem uxorem petiit...
[38] Nella versione Tibetana tradotta dal prof. Foucaux: Histoire du Bouddha Sakya Mouni.
[39] Op. cit.
[40] Nel Comasco Ăš il proverbio:
La rĂŽsada de san Giovan
La guariss tĂŒc’c’i malann.
Vedi le Canzoni popolari comasche, raccolte dal dottor G. B. Bolza, Vienna, 1867; e un canto popolare spagnuolo, riferito dal Caballero ( Cuentos y poesias populares Andaluces):
La mañana da San Juan
Cuaja la almendra y la nuez,
Asi cuajan los amores
Cuando dos se quieren bien.
[41] Noto, 1874.
[42] Cfr. pure per lo stesso uso Avolio, Canti popolari di Noto.
[43] Suppongo che il Pitré col nome di carciofo selvaggio intenda qualificare il semprevivolo.
[44] «Se tol tre amoli; uno eil se pela tuto, e uno el se pela mezo, e uno el se lassa come ch’el xe; e se va via, e resta le amighe; e queste sconde sti tre amoli soto tre piati, uno per piato. Alora se vien fora, e se va coi i oci bendai, e se tol quel piato che se vol. Se se tol el piato dove ze l’amolo pelĂ , se va a star da povereta; se se va a torse quelo de l’amolo mezo pelĂ , se va a star cussĂŹ e cussĂŹ; e se se tol quelo de l’amolo intiero, se va a star da signora.» Credenze popolari veneziane raccolte da Dom. Gius. Bernoni; Venezia, Antonelli. 1874
[45] Da un articolo di Clemet-Mullet, pubblicato nel N. 56 della Revue Orientale et Américaine.
[46] La Baltique. Paris, Hachette.
[47] Si confrontino gli otto acervi dell’uso indiano, nel capitolo: Gli sposi si provano, in questo medesimo primo libro.
[48] Vedi Tommaseo, Canti greci.
[49] Firenze, 1876, terza edizione, pag. 327-329.
[50] Vedi MahĂąbhĂąrata, vol. 1, 5873-5875.
[51] Tuttavia era giĂ  romana la superstizione che fosse di cattivo augurio lo starnutare di primo mattino, e di buono invece lo starnutare nel pomeriggio.
[52] Vedi le mie Fonti vediche dell’Epopea.
[53] Quindi venne l’uso nostro di far riposare gli scolari il giovedì.
[54] Vedi Rocholz, Deutscher Glaube und Brauch, vol. 2, pag. 42. Berlino, 1867. Le granate, con le quali la tradizione popolare si rappresenta le streghe, appartengono evidentemente al medesimo mito.
[55] Vedi, in questo libro, il capitolo che s’intitola: L’autorità del padre e del fratello nelle nozze.
[56] Presso Orelli ed Henzen si trovano iscrizioni le quali ricordano mogli romane morte a 13, a 12 ed anche ad 11 anni. Trovo poi nelle Petri Excerptiones, come la fanciulla poteva a sette anni venir fidanzata e a dodici sposarsi. La stessa etĂ  per le promesse Ăš fissata da Modestinus, Differentiarum, 4.
[57] Dovevano informarsi di certo a tale diritto gli Statuti di Lucca, editi a Lucca nel 1539, i quali concedevano la facoltĂ  di menar moglie, quantunque non matura.
[58] Cesare: «Intra annum vero XX feminÊ notitiam habuisse in turpissimis habent rebus.»
[59] Nell’editto di Liutprando, art. 112, ediz. Baudi di Vesme e Neigebaur, leggo: « De puella unde antea diximus, ut non ante XII annos legitima sit ad maritandum, sic modo statuimus, ut non intrante ipso duodecimo anno, sed expleto, sit legitima ad maritandum. Ideo autem hoc diximus, quia multos intentiones de causis istais cognovimus, et apparuit nobis immatura causa sit ante expletos duodecim quod annos.»
[60] Vi furono tuttavia eccezioni.
[61] A questo ideale s’accosta il proverbio palermitano: « Omu di vintottu e fimmina di dicidottu.» Termine estremo specialmente per la donna, poichĂ© un altro proverbio, pure palermitano, soggiunge: « Figghia di dicidott’anni, maritala o la scanni.» CiĂČ non toglie naturalmente che donne di maggior etĂ  in Sicilia non si maritino, e poichĂ© mi trovo col discorso a Palermo, mi piace riferire la descrizione assai lepida che fa Ricordano Malaspini, o chi per lui, nella sua Storia Fiorentina, del matrimonio e parto di Costanza, madre di Federico II:
Il papa Clemente «trattĂČ con Costanza sirocchia del re Guglielmo che era monaca, e d’anni 50, e la fece uscire del monastero, e dispensĂČ ch’ella potesse essere al secolo e usare matrimonio. E occultamente la fece partire di Sicilia e venire a Roma; e la chiesa la fece dare per moglie al detto Arrigo imperatore. Onde appresso ne nacque colui che poi fu chiamato Federico secondo imperatore, che tante persecuzioni fece alla chiesa, indi dietro, e non senza giudizio di Dio essendo nato da monaca sacrata e d’etĂ  d’anni 50; che era quasi impossibile a natura di femmina di partorire figliolo. E troviamo che quando la de...

Table of contents

  1. Copertina
  2. STORIA DEGLI USI NUZIALI
  3. Indice
  4. Intro
  5. STORIA COMPARATA DEGLI USI NUZIALI IN ITALIA E PRESSO GLI ALTRI POPOLI INDOEUROPEI
  6. SCOPO DEL MATRIMONIO
  7. LIBRO PRIMO
  8. LIBRO SECONDO
  9. LIBRO TERZO
  10. LIBRO QUARTO
  11. APPENDICE
  12. NOTE
  13. Ringraziamenti

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