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About this book
L' Iliade è il primo grande poema epico, tradizionalmente attribuito a Omero. Il titolo deriva da Ilio, altro nome dell'antica Troia e narra gli eventi accaduti nel decimo anno di guerra fra il poderoso esercito degli Achei - che assale Ilio a causa del ratto di Elena - e l'esercito troiano guidato da Ettore. Il poema si apre con l'ira di Achille e si conclude poco prima della conquista di Troia (narrata nell' Odissea ). Opera ciclopica e complessa, è un caposaldo della letteratura greca e occidentale. Questa edizione riporta la traduzione del grande poeta Vincenzo Monti (1754-1828).
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Information
LIBRO DECIMOSESTO
E cosĂŹ questi combattean la nave.
Presentossi davanti al fiero Achille
Patroclo intanto un caldo rio versando
di lagrime, siccome onda di cupo
fonte che in brune polle si devolve
da rupe alpestre. Riguardollo, e nâebbe
pietà il guerriero piè-veloce, e disse:
PerchÊ piangi, Patròclo? Bamboletta
sembri che dietro alla madre correndo
torla in braccio la prega, e la rattiene
attaccata alla gonna, ed i suoi passi
impedendo piangente la riguarda
finchâella al petto la raccolga. Or donde
questo imbelle tuo pianto? Ai MirmidĂłni
o a me medesmo dâuna ria novella
sei forse annunziator? Forse di Ftia
la ti giunse segreta? E pur la fama
vivo ne dice ancor Menèzio, e vivo
tra i MirmidĂłn lâEĂ cide Pelèo,
dâambo i quali dâassai grave a noi fĂ´ra
certo la morte. O per gli Achei tu forse
le tue lagrime versi, e li compiagni
lĂ tra le fiamme delle navi ancisi,
e dellâonta puniti che mi fĂŞro?
Parla, mâapri il tuo duol, meco il dividi.
E tu dal cor rompendo alto un sospiro
cosÏ, Patròclo, rispondesti: O Achille,
o degli Achei fortissimo PelĂŹde,
non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
degli Achei lâempio fato. Oimè, che quanti
eran dianzi i miglior, tutti alle navi
giaccion feriti, quale di saetta,
qual di fendente. Di saetta il forte
TidĂŹde DĂŻomede, e di fendente
lâinclito Ulisse e AgamennĂłn; trafitta
ei pur di freccia EurĂŹpilo ha la coscia.
Intorno a lor di farmaci moltâopra
fan le mediche mani, e le ferite
ristorando ne vanno. E tu resisti
inesorato ancora? O Achille! oh mai
non mi sâappigli al cor, pari alla tua,
lâira, o funesto valoroso! E sâoggi
sottrar nieghi gli Achivi a morte indegna,
chi fia che poscia da te speri aita?
Crudel! nÊ padre a te Pelèo, nÊ madre
Tetide fu: te il negro mare o il fianco
partorĂŹ delle rupi, e tu rinserri
cuor di rupe nel sen. Se doloroso
ti turba un qualche oracolo la mente;
se di Giove alcun cenno a te la madre
veneranda recò, me tosto almeno
invĂŹa nel campo; e al mio comando i forti
Mirmidoni concedi, ondâio, se puossi,
qualche raggio di speme ai travagliati
compagni apporti. E questo ancor mi assenti,
châio, delle tue coperto armi le spalle,
mâappresenti al nemico, onde ingannato
dalla sembianza, in me comparso ei creda
lo stesso Achille, e fugga, e lâabbattuto
Acheo respiri. Nella pugna è spesso
una via di salute un sol respiro;
e noi di forze intĂŠgri agevolmente
ricaccerem la stanca oste alle mura
dalle navi respinta e dalle tende.
CosĂŹ lâeroe pregò. Folle! chĂŠ morte
perorava a se stesso e reo destino.
E a lui gemendo di corruccio Achille:
Che dicesti, o Patròclo? In questo petto
terror dâudite profezie non passa,
nĂŠ di Giove alcun cenno a me la diva
madre recò. Ma il cor mi rode acerba
doglia in pensando che rapirmi il mio
un mio pari sâardisce, e del concesso
premio spogliarmi prepotente. Ă questo,
questo il tormento, il dispetto, la rabbia
onde lâalma è angosciata. Una donzella
di valor ricompensa, a me prescelta
da tutto il campo, e da me pria collâasta
conquistata per mezzo alla ruina
di munita cittĂ , questa alle mie
mani ha ritolta lâorgoglioso Atride,
come a vil vagabondo. Ma le andate
cose sien poste nellâobblĂŹo; chĂŠ lâira
viver non debbe eterna. Io certo avea
fatto un severo nel mio cor decreto
di non porla, se prima non giugnesse
alle mie navi deâ pugnanti il grido
e la pugna. Ma tu le mie ti vesti
armi temute, e alla battaglia guida
i bellicosi Tessali; chĂŠ fosco
di Teucri e fiero un nugolo veggâio
circondar giĂ le navi, e al lido stringersi
in poco spazio i Greci, e su lor tutta
Troia versarsi, audace fatta e balda
perchĂŠ vicino balenar non vede
dellâelmo mio la fronte. Oh fosse meco
stato re giusto AgamennĂłn! Ben io
tâaffermo che costoro avrĂŹan fuggendo
deâ lor corpi ricolme allor le fosse.
Or ecco che nâhan chiuso essi dâassedio:
perocchĂŠ nella man di DĂŻomede,
a tener lunge dagli Achei la morte,
lâasta piĂš non infuria, nĂŠ dâAtride
la voce ascolto io piĂš dallâabborrita
bocca scoppiante; ma sol quella intorno
dellâomicida Ettorre mi rimbomba
animante i Troiani. E questi alzando
liete grida guerriere il campo tutto
tengon giĂ vincitori. E nondimeno
va, ti scaglia animoso, e dalle navi
quella peste allontana, nĂŠ patire
che le si strugga il fuoco, e ne sia tolta
del desĂŻato ritornar la via.
Ma, quale in mente la ti pongo, avverti
deâ miei detti alla somma, e mâobbedisci,
se vuoi che gloria me ne torni, e grande
dai Greci onore, e che la bella schiava
con doni eletti alfin mi sia renduta.
Cacciati i Teucri, fa ritorno: e sâanco
lâaltitonante di Giunon marito
ti prometta vittoria, incauta brama
di pugnar senza me con quei gagliardi
non ti seduca, nĂŠ voler châio colga
di ciò vergogna e disonor: nÊ spinto
dallâardor della pugna alle fatali
dardanie mura avvicinar le schiere
della strage deâ Teucri insuperbito;
onde non scenda dallâOlimpo un qualche
Immortale a tuo danno. Essi son cari,
non obblĂŻarlo, al saettante Apollo.
Posti in salvo i navili, immantinente
dunque dĂ volta, e lascia ambo a vicenda
struggersi i campi. Oh Giove padre! oh Pallade!
e tu di Delo arciero Iddio, deh fate
che nessun possa nĂŠ Troian nĂŠ Greco
schivar morte, nessuno; onde del sacro
ilĂŻaco muro la caduta sia
di noi due soli preservati il vanto.
Mentre seguĂŹan tra lor queste parole
Aiace omai cedea lâarena oppresso
da gran selva di strali. Rintuzzava
le sue forze il voler di Giove e il nembo
delle teucre saette. Il rilucente
elmo percosso un suon mettea che orrendo
glâintronava le tempie, ed incessante
sovra i chiavelli il martellar cadea.
Langue spossata la sinistra spalla
dallâassiduo maneggio affaticata
del versatile scudo. E tuttavolta
nĂŠ la calca premente, nĂŠ deâ colpi
la tempesta il potea mover di loco.
Scuotegli i fianchi piĂš affannato e spesso
lâanelito: il sudor discorre a rivi
per le membra, nĂŠ puote a niuna guisa
pigliar respiro il valoroso. Intanto
dâogni parte lâorror cresce e il periglio.
Muse dellâalto Olimpo abitatrici,
or voi ne dite per che modo il primo
fuoco alle navi degli Achei sâapprese.
Di frassino una grave asta scotea
Aiace. A questa avvicinato Ettorre
tal trasse un colpo della grande spada
che netta la tagliò là dove al tronco
si commette la punta. Invan vibrava
il Telamònio eroe lâasta privata
della sua cima, che lontan cadendo
risonò sul terren. Raccapricciossi
il magnanimo, e vide ivi dâun nume
manifesta la man; vide che avverso
lâAltitonante del pugnar le vie
tutte gli avea precise, e decretata
deâ Teucri allâarmi la vittoria. Ei dunque
lunge dai dardi si ritrasse; e ratto
i Troi gittaro nella nave il foco,
che tosto le si apprese, e dâogni lato
lâinestinguibil fiamma si diffuse.
Si battĂŠ lâanca per dolore Achille,
vista la vampa divorante; e, Sorgi,
mio Patroclo, gridò: sorgi. Alle navi
lâimpeto io veggo della fiamma ostile.
Deh che il nemico non le prenda, e tutti
ne precluda gli scampi: su via, tosto
armati; chĂŠ i miei forti io ti raduno.
Disse: e Patròclo si vestĂŹa dellâarmi
folgoranti. Alle gambe primamente
i bei schinieri si ravvolse adorni
dâargentee fibbie. La corazza al petto
poscia si mise del veloce Achille
screzĂŻata di stelle. Indi la spada
di bei chiovi dâargento aspra e lucente
dallâomero sospese. Indi lo scudo
saldo e grande imbracciò: la valorosa
fronte nellâelmo imprigionò, su cui
dâequine chiome orrendamente ondeggia
una cresta. Alfin prese, atte al suo pugno,
valide lance; ed unica dâAchille
lâasta non prese, immensa, grave e salda
cui nullo palleggiar Greco potea,
tranne il braccio achillèo: massiccia antenna
sulle cime del Pèlio un dÏ recisa
dal buon Chirone, ed a Pelèo donata,
perchĂŠ fosse in sua man strage dâeroi.
Comanda ei quindi che i cavalli al cocchio
subito aggioghi Automedon, guerriero
cui dopo Achille rompitor di squadre
sovra ogni altro ei pregiava: ed in battaglia
nel sostener glâimpetuosi assalti
del nemico, ad Achille era il piĂš fido.
Rotti adunque glâindugi, Automedonte
i veloci corsieri al giogo addusse
Balio e Xanto che un vento eran nel corso,
e partoriti a Zefiro gli avea
lâArpia Podarge un dĂŹ châella pascendo
iva nel prato lungo la corrente
dellâOceĂ n. Dallâuna banda ei poscia
Pedaso aggiunse, corridor gentile,
cui seco Achille un dĂŹ dalla disfatta
cittĂ dâEezĂŻon sâavea condotto;
e quantunque mortale iva del paro
coâ destrieri immortali. Intanto Achille
su e giĂš scorrendo per le tende, tutti
di tutto punto i MirmidĂłni armava.
Quai crudivori lupi il cor ripieni
di molta gagliardia, prostrato avendo
sul monte un cervo di gran corpo e corna,
sel trangugiano a brani, e sozze a tutti
rosseggiano di sangue le mascelle:
quindi calano in branco ad una bruna
fonte a lambir colle minute lingue
il nereggiante umor, carne ruttando
mista col sangue: il cor neâ petti audaci
sâallegra, e il ventre ne va gonfio e teso:
tali dintorno al bellicoso amico
del gran PelĂŹde intrepidi si affollano
i mirmidonii capitani; e in mezzo
a lor sâaggira il marzĂŻale Achille
i cavalli animando e i battaglieri.
Cinquanta eran le prore che veloci
avea condotte a Troia il caro a Giove
Tessalo prence, e carca iva ciascuna
di cinquanta guerrieri. A cinque duci
nâavea dato il comando, ed ei la somma
potestĂ ne tenea. Guida la prima
squadra Menèstio, scintillante il petto
di varĂŻato usbergo. Era costui
prole di Sperchio, fiume che da Giove
lâorigine vantava; e di Pelèo
la bella figlia Polidora a Sperchio
partorito lâavea, donna mortale
commista con un Dio. Ma lui l...
Patroclo intanto un caldo rio versando
di lagrime, siccome onda di cupo
fonte che in brune polle si devolve
da rupe alpestre. Riguardollo, e nâebbe
pietà il guerriero piè-veloce, e disse:
PerchÊ piangi, Patròclo? Bamboletta
sembri che dietro alla madre correndo
torla in braccio la prega, e la rattiene
attaccata alla gonna, ed i suoi passi
impedendo piangente la riguarda
finchâella al petto la raccolga. Or donde
questo imbelle tuo pianto? Ai MirmidĂłni
o a me medesmo dâuna ria novella
sei forse annunziator? Forse di Ftia
la ti giunse segreta? E pur la fama
vivo ne dice ancor Menèzio, e vivo
tra i MirmidĂłn lâEĂ cide Pelèo,
dâambo i quali dâassai grave a noi fĂ´ra
certo la morte. O per gli Achei tu forse
le tue lagrime versi, e li compiagni
lĂ tra le fiamme delle navi ancisi,
e dellâonta puniti che mi fĂŞro?
Parla, mâapri il tuo duol, meco il dividi.
E tu dal cor rompendo alto un sospiro
cosÏ, Patròclo, rispondesti: O Achille,
o degli Achei fortissimo PelĂŹde,
non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
degli Achei lâempio fato. Oimè, che quanti
eran dianzi i miglior, tutti alle navi
giaccion feriti, quale di saetta,
qual di fendente. Di saetta il forte
TidĂŹde DĂŻomede, e di fendente
lâinclito Ulisse e AgamennĂłn; trafitta
ei pur di freccia EurĂŹpilo ha la coscia.
Intorno a lor di farmaci moltâopra
fan le mediche mani, e le ferite
ristorando ne vanno. E tu resisti
inesorato ancora? O Achille! oh mai
non mi sâappigli al cor, pari alla tua,
lâira, o funesto valoroso! E sâoggi
sottrar nieghi gli Achivi a morte indegna,
chi fia che poscia da te speri aita?
Crudel! nÊ padre a te Pelèo, nÊ madre
Tetide fu: te il negro mare o il fianco
partorĂŹ delle rupi, e tu rinserri
cuor di rupe nel sen. Se doloroso
ti turba un qualche oracolo la mente;
se di Giove alcun cenno a te la madre
veneranda recò, me tosto almeno
invĂŹa nel campo; e al mio comando i forti
Mirmidoni concedi, ondâio, se puossi,
qualche raggio di speme ai travagliati
compagni apporti. E questo ancor mi assenti,
châio, delle tue coperto armi le spalle,
mâappresenti al nemico, onde ingannato
dalla sembianza, in me comparso ei creda
lo stesso Achille, e fugga, e lâabbattuto
Acheo respiri. Nella pugna è spesso
una via di salute un sol respiro;
e noi di forze intĂŠgri agevolmente
ricaccerem la stanca oste alle mura
dalle navi respinta e dalle tende.
CosĂŹ lâeroe pregò. Folle! chĂŠ morte
perorava a se stesso e reo destino.
E a lui gemendo di corruccio Achille:
Che dicesti, o Patròclo? In questo petto
terror dâudite profezie non passa,
nĂŠ di Giove alcun cenno a me la diva
madre recò. Ma il cor mi rode acerba
doglia in pensando che rapirmi il mio
un mio pari sâardisce, e del concesso
premio spogliarmi prepotente. Ă questo,
questo il tormento, il dispetto, la rabbia
onde lâalma è angosciata. Una donzella
di valor ricompensa, a me prescelta
da tutto il campo, e da me pria collâasta
conquistata per mezzo alla ruina
di munita cittĂ , questa alle mie
mani ha ritolta lâorgoglioso Atride,
come a vil vagabondo. Ma le andate
cose sien poste nellâobblĂŹo; chĂŠ lâira
viver non debbe eterna. Io certo avea
fatto un severo nel mio cor decreto
di non porla, se prima non giugnesse
alle mie navi deâ pugnanti il grido
e la pugna. Ma tu le mie ti vesti
armi temute, e alla battaglia guida
i bellicosi Tessali; chĂŠ fosco
di Teucri e fiero un nugolo veggâio
circondar giĂ le navi, e al lido stringersi
in poco spazio i Greci, e su lor tutta
Troia versarsi, audace fatta e balda
perchĂŠ vicino balenar non vede
dellâelmo mio la fronte. Oh fosse meco
stato re giusto AgamennĂłn! Ben io
tâaffermo che costoro avrĂŹan fuggendo
deâ lor corpi ricolme allor le fosse.
Or ecco che nâhan chiuso essi dâassedio:
perocchĂŠ nella man di DĂŻomede,
a tener lunge dagli Achei la morte,
lâasta piĂš non infuria, nĂŠ dâAtride
la voce ascolto io piĂš dallâabborrita
bocca scoppiante; ma sol quella intorno
dellâomicida Ettorre mi rimbomba
animante i Troiani. E questi alzando
liete grida guerriere il campo tutto
tengon giĂ vincitori. E nondimeno
va, ti scaglia animoso, e dalle navi
quella peste allontana, nĂŠ patire
che le si strugga il fuoco, e ne sia tolta
del desĂŻato ritornar la via.
Ma, quale in mente la ti pongo, avverti
deâ miei detti alla somma, e mâobbedisci,
se vuoi che gloria me ne torni, e grande
dai Greci onore, e che la bella schiava
con doni eletti alfin mi sia renduta.
Cacciati i Teucri, fa ritorno: e sâanco
lâaltitonante di Giunon marito
ti prometta vittoria, incauta brama
di pugnar senza me con quei gagliardi
non ti seduca, nĂŠ voler châio colga
di ciò vergogna e disonor: nÊ spinto
dallâardor della pugna alle fatali
dardanie mura avvicinar le schiere
della strage deâ Teucri insuperbito;
onde non scenda dallâOlimpo un qualche
Immortale a tuo danno. Essi son cari,
non obblĂŻarlo, al saettante Apollo.
Posti in salvo i navili, immantinente
dunque dĂ volta, e lascia ambo a vicenda
struggersi i campi. Oh Giove padre! oh Pallade!
e tu di Delo arciero Iddio, deh fate
che nessun possa nĂŠ Troian nĂŠ Greco
schivar morte, nessuno; onde del sacro
ilĂŻaco muro la caduta sia
di noi due soli preservati il vanto.
Mentre seguĂŹan tra lor queste parole
Aiace omai cedea lâarena oppresso
da gran selva di strali. Rintuzzava
le sue forze il voler di Giove e il nembo
delle teucre saette. Il rilucente
elmo percosso un suon mettea che orrendo
glâintronava le tempie, ed incessante
sovra i chiavelli il martellar cadea.
Langue spossata la sinistra spalla
dallâassiduo maneggio affaticata
del versatile scudo. E tuttavolta
nĂŠ la calca premente, nĂŠ deâ colpi
la tempesta il potea mover di loco.
Scuotegli i fianchi piĂš affannato e spesso
lâanelito: il sudor discorre a rivi
per le membra, nĂŠ puote a niuna guisa
pigliar respiro il valoroso. Intanto
dâogni parte lâorror cresce e il periglio.
Muse dellâalto Olimpo abitatrici,
or voi ne dite per che modo il primo
fuoco alle navi degli Achei sâapprese.
Di frassino una grave asta scotea
Aiace. A questa avvicinato Ettorre
tal trasse un colpo della grande spada
che netta la tagliò là dove al tronco
si commette la punta. Invan vibrava
il Telamònio eroe lâasta privata
della sua cima, che lontan cadendo
risonò sul terren. Raccapricciossi
il magnanimo, e vide ivi dâun nume
manifesta la man; vide che avverso
lâAltitonante del pugnar le vie
tutte gli avea precise, e decretata
deâ Teucri allâarmi la vittoria. Ei dunque
lunge dai dardi si ritrasse; e ratto
i Troi gittaro nella nave il foco,
che tosto le si apprese, e dâogni lato
lâinestinguibil fiamma si diffuse.
Si battĂŠ lâanca per dolore Achille,
vista la vampa divorante; e, Sorgi,
mio Patroclo, gridò: sorgi. Alle navi
lâimpeto io veggo della fiamma ostile.
Deh che il nemico non le prenda, e tutti
ne precluda gli scampi: su via, tosto
armati; chĂŠ i miei forti io ti raduno.
Disse: e Patròclo si vestĂŹa dellâarmi
folgoranti. Alle gambe primamente
i bei schinieri si ravvolse adorni
dâargentee fibbie. La corazza al petto
poscia si mise del veloce Achille
screzĂŻata di stelle. Indi la spada
di bei chiovi dâargento aspra e lucente
dallâomero sospese. Indi lo scudo
saldo e grande imbracciò: la valorosa
fronte nellâelmo imprigionò, su cui
dâequine chiome orrendamente ondeggia
una cresta. Alfin prese, atte al suo pugno,
valide lance; ed unica dâAchille
lâasta non prese, immensa, grave e salda
cui nullo palleggiar Greco potea,
tranne il braccio achillèo: massiccia antenna
sulle cime del Pèlio un dÏ recisa
dal buon Chirone, ed a Pelèo donata,
perchĂŠ fosse in sua man strage dâeroi.
Comanda ei quindi che i cavalli al cocchio
subito aggioghi Automedon, guerriero
cui dopo Achille rompitor di squadre
sovra ogni altro ei pregiava: ed in battaglia
nel sostener glâimpetuosi assalti
del nemico, ad Achille era il piĂš fido.
Rotti adunque glâindugi, Automedonte
i veloci corsieri al giogo addusse
Balio e Xanto che un vento eran nel corso,
e partoriti a Zefiro gli avea
lâArpia Podarge un dĂŹ châella pascendo
iva nel prato lungo la corrente
dellâOceĂ n. Dallâuna banda ei poscia
Pedaso aggiunse, corridor gentile,
cui seco Achille un dĂŹ dalla disfatta
cittĂ dâEezĂŻon sâavea condotto;
e quantunque mortale iva del paro
coâ destrieri immortali. Intanto Achille
su e giĂš scorrendo per le tende, tutti
di tutto punto i MirmidĂłni armava.
Quai crudivori lupi il cor ripieni
di molta gagliardia, prostrato avendo
sul monte un cervo di gran corpo e corna,
sel trangugiano a brani, e sozze a tutti
rosseggiano di sangue le mascelle:
quindi calano in branco ad una bruna
fonte a lambir colle minute lingue
il nereggiante umor, carne ruttando
mista col sangue: il cor neâ petti audaci
sâallegra, e il ventre ne va gonfio e teso:
tali dintorno al bellicoso amico
del gran PelĂŹde intrepidi si affollano
i mirmidonii capitani; e in mezzo
a lor sâaggira il marzĂŻale Achille
i cavalli animando e i battaglieri.
Cinquanta eran le prore che veloci
avea condotte a Troia il caro a Giove
Tessalo prence, e carca iva ciascuna
di cinquanta guerrieri. A cinque duci
nâavea dato il comando, ed ei la somma
potestĂ ne tenea. Guida la prima
squadra Menèstio, scintillante il petto
di varĂŻato usbergo. Era costui
prole di Sperchio, fiume che da Giove
lâorigine vantava; e di Pelèo
la bella figlia Polidora a Sperchio
partorito lâavea, donna mortale
commista con un Dio. Ma lui l...
Table of contents
- Copertina
- ILIADE
- Indice
- Intro
- ILIADE
- LIBRO PRIMO
- LIBRO SECONDO
- LIBRO TERZO
- LIBRO QUARTO
- LIBRO QUINTO
- LIBRO SESTO
- LIBRO SETTIMO
- LIBRO OTTAVO
- LIBRO NONO
- LIBRO DECIMO
- LIBRO UNDECIMO
- LIBRO DUODECIMO
- LIBRO DECIMOTERZO
- LIBRO DECIMOQUARTO
- LIBRO DECIMOQUINTO
- LIBRO DECIMOSESTO
- LIBRO DECIMOSETTIMO
- LIBRO DECIMOTTAVO
- LIBRO DECIMONONO
- LIBRO VENTESIMO
- LIBRO VENTESIMOPRIMO
- LIBRO VENTESIMOSECONDO
- LIBRO VENTESIMOTERZO
- LIBRO VENTESIMOQUARTO
- Ringraziamenti