Discorso sulla felicità
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Discorso sulla felicità

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Il "Discorso sulla felicità" è una raccolta di scritti vari di Pietro Verri, ordinati da Giulio Carcano (1854).
"Affine di sviluppare e porre nella massima attività il poter nostro è necessario che ci occupiamo profondamente per conoscerci e conoscere gli uomini. Conosci te stesso, è un antico e verissimo precetto della sapienza, il quale in poco indica la perfezione della grand’opera a cui debbono tendere le ben dirette nostre meditazioni. Poche sono le anime privilegiate che resistano ad un tranquillo e continuato esame di loro medesime, e la maggior parte degli uomini sono come deboli ammalati che temono la vista delle proprie ulceri." Pietro Verri (Milano, 12 dicembre 1728 – Milano, 28 giugno 1797) è stato un filosofo, economista, storico e scrittore italiano considerato tra i massimi esponenti dell'Illuminismo italiano, è considerato il fondatore della scuola illuministica milanese.

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Information

Publisher
Passerino
Year
2015
eBook ISBN
9788899617899

Dell'ambizione

L’ambizione è forse la passione la più funesta insieme e la più benemerita; a lei dobbiamo la massima parte dei politici disastri e delle più grandi e utili imprese; i desideri che la costituiscono hanno per oggetti la gloria, la stima, gli onori.
Gli uomini energicamente organizzati e dotati d’una robusta maniera di pensare sentonsi angustiati da due limiti tanto vicini fra il nascere e il morire: la loro esistenza è come compressa in un piccolo spazio, e quindi con un nobilissimo entusiasmo sentono il bisogno di estenderla a più lontani limiti di tempo e di luogo. Questi sono ambiziosi di gloria, e cercano di lasciare ai secoli venturi e alle rimote nazioni vivo il loro nome o per conquiste o per regolamenti civili, ovvero coll’accrescere il deposito de’ lavori dell’ingegno. Sono questi o soldati, o ministri, o uomini di scienze, di lettere e di belle arti. Un monarca ambizioso di gloria trova già preparate le due prime strade; ma per l’ultima gli conviene partire dal punto medesimo d’ogni altro uomo, cioè dalla ignoranza. Perciò nell’indice delle biblioteche gli autori coronati vi sono in assai maggior numero che non trovansi nella serie cronologica i sovrani conquistatori e legislatori. Ma per un uomo privato le due prime strade della gloria sono difficilissime, e per un capitano di condizione privata veramente illustre, per un ministro degno di memoria l’antichità ci ha trasmessi venti privati scrittori, architetti, pittori che hanno reso celebre il loro nome. Chi cerca fra i privati di passare alla posterità scegliendo il partito delle armi, rifletta che più due milioni d’uomini avran dato il nome alla milizia in questo secolo sino alla metà di esso, e che appena sei generali fra gli uomini privati si conteranno, i quali veramente abbiano avuta occasione e sapere per veder scritto il loro nome nel tempio brillante della gloria. E quand’anche il tempo non cancellasse alcuno di questi nomi, sarebbe sempre la probabilità di acquistarsi la gloria per questa via come l’unità a trecento e più mila, sorta di lotteria di cui la disuguaglianza balza agli occhi troppo facilmente. Quindi è che realmente siano mossi piuttosto dall’ambizione degli onori che dall’ambizione della gloria coloro che intraprendono questa carriera per ambizione. Se cercasi la gloria dai privati che ambiscono le cariche del ministro, sono anch’ essi abbagliati da un seducente oggetto che è difficilissimo a conseguirsi. Gli affari umani si muovono quasi sempre per una diagonale composta da più forze motrici: l’energia medesima dell’animo ambizioso di gloria, per quanto sieno retti i di lui fini e limpida la sua morale, ne scosta gli elementi motori. Gli uomini si collegano meno contro una nascente ricchezza che contro una gloria nascente. E siccome in questa carriera non si possono occultare i primi progressi, come si fa nelle lettere, volendo; così si deve combattere mentre che ti stai armando, e pochissima resta la probabilità della riuscita. Quindi pochissimi ambiziosi di gloria fra i privati s’ingolfano a cercarla negli affari pubblici, e quei che ne intraprendono la carriera per ambizione, lo fanno per l’ambito degli onori. Se hai dunque desiderio di gloria e di passare ai posteri, ragionando tu sceglierai la strada la più indipendente, la più tranquilla e non meno lusinghiera, cioè quella delle scienze, delle lettere e delle belle arti; giacché, se il tuo animo ha tanto vigore di non accontentarsi dell’ambizione degli onori, non ti mancherà l’ingegno e il calore per innalzarti negli studi della mente al punto di meritarti e ottenere la gloria. Gli onori può darli un uomo, ma la gloria la danno gli uomini, le età, le nazioni. Chi s’innalza sopra di essi, è in gran pericolo al primo slanciarsi che fa a volo: quello è il tempo della oscurità e del silenzio pel saggio; ma spiegato che sia il volo, è decisa la superiorità. Gli uomini cessano d’invidiare uno che ha cessato d’essere oggetto di confronto, si rivolgono ad ammirare chi gli ammaestra, e in ricompensa dell’utile e del piacere che ne ritraggono, e delle fatiche sostenute a tal fine, lo onorano, e insegnano ai figli loro di onorarlo; nel che consiste la gloria. Io non dirò che il desiderio della gloria per gli altri oggetti sia da spegnersi; dirò bensì che per un Alessandro, un Cesare, un Maometto vi sono migliaia d’uomini infelicissimi, e che questi tre conquistatori, da quanto possiamo saperne, furono essi medesimi divorati da amarissime passioni. Dirò che per un Sejano, per un Triboniano e per un Richelieu, si può dire lo stessa dei disgraziati che hanno ambito la gloria negli impieghi pabblici; e questi fortunati nemmeno lo furono per la loro felicità. Dirò finalmente che i desideri della gloria, portando un privato alla contemplazione della verità e alla perfezione delle arti liberali, lo ripongono nello stato il più invidiabile per un uomo ambizioso di gloria. Quindi invece di combatterne il desiderio, saggiamente pensando alla propria felicità, convien coltivarlo. Ma questa gloria conviene invitarla, meritarsela ed aspettarla senza una indiscreta impazienza. Gli uomini di lettere nella prima loro gioventù talvolta si slanciano nell’arena ancora mal esperti. Questa giovanile impazienza è da calmarsi; conviene aspettare di aver cose da presentare al pubblico giudizio le quali s’innalzino sulla mediocrità. La gloria, cioè una generale, estesa e durevole opinione, non si può ottenere dagli uomini in un momento. Al primo comparire d’un’opera interessante, le opinioni sono divise; non conviene maravigliarsi d’un avvenimento che è inevitabile, nè promettersi un accordo istantaneo delle tante discordi menti umane in favor nostro, peggio poi discendere a confutare le censure che la piccola invidia o l’ignoranza fanno sempre nascere appunto a corredare un bel lavoro per morire un momento dopo, come i vapori esalati da paludoso terreno schiudono un baleno che abbaglia e sviene, lasciando gli astri adorni dell’immortal luce placidi ed eterni nella loro rivoluzione. Se, desiderando la gloria delle belle arti, conoscerai intimamente queste verità, non avrai desiderio che non sia compiuto, a meno che tu non offenda incautamente coll’annunziare le tue idee quegli uomini e que’ ceti che possono far soffrire bensì un uomo, ma non già togliergli la gloria, esposto ch’egli abbia alla pubblica luce il suo lavoro.
L’ambizione della stima è un sentimento più circoscritto alle persone meno rimote da noi, e ad un tempo limitato poco più del vivere nostro. Questa ambizione è compagna della virtù, e se la prima ambizione tende a sottometterci gli uomini, questa sembra accostarceli e aver per oggetto di rendercegli amici. Se il desiderio della stima pubblica cade nell’animo di un uomo superiore al comune livello per dignità e potere, potrà egli vederlo adempiuto facilmente. La rettitudine, la popolarità, la beneficenza, l’amorevolezza delle maniere bastano; ma so ti abbandoni al desiderio di ottenere la stima de’ tuoi eguali ti prepari l’amarezza, perchè nel tempo istesso in cui si sentiranno costretti a stimarti, il dolore di contribuire a darti col loro suffragio una temuta superiorità, farà che non te la mostrino. I nostri pari sono nostri rivali nati; mostreranno essi più distinzione ad un uomo mediocre che li diverte e non gl’imbarazza, che ad un cittadino virtuoso che con una nobile fermezza vuol sempre essere buono, e tacitamente loro rimprovera col paragone che non siano tali. Gli uomini saggi quando hanno ambito la stima generale, hanno sempre incominciato dal popolo, più facile ad acquistarsi, perchè non trovasi in concorrenza con noi, nè sente rivalità della superiorità nostra già stabilita dalla fortuna, anzi ci sa buon grado che valutiamo la sua opinione, e che ci spogliamo dell’orgoglio che circonda chi è superiore al popolo, ed è disposto ad esaltare la nostra virtù per poco che ne lasciamo travedere. Allora fiancheggiati dalla stima de’ popolari costringiamo gli stessi ottimati a celare la loro rivalità e soccombere al numero. Che se immediatamente cerchi il suffragio de’ tuoi pari, tu desideri un’opinione instabilissima per natura, la quale, quand’anche si ottenga, porta sempre seco la maggiore probabilità pel cambiamento. Chiunque non avendo un animo comune, si propone d’acquistare i suffragi de’ suoi pari, deve per lo più disporsi ad un intero e lungo sacrifizio col modellare ogni parola ed ogni atto esterno sulle opinioni e sui pregiudizi di essi, per modo che rinunziando quasi all’esistenza propria, deve addossarsene una fattizia, e ciò per tentare l’acquisto di una chimera pronta a scomparirgli davanti al minimo soffio contrario. L’assurdità di questo contratto è tanto evidente che io non so che alcun uomo non volgare lo abbia mai fatto. Convien dunque cercar la stima generale non mai al nostro livello, ma o più alto o più basso; perchè coloro che son posti a sedere più alto di noi, egualmente che i molti che corrono nel piano più basso non sono in rivalità di virtù e di merito, e ci giudicano senza passione almeno, se non senza errore. Quindi l’ambizioso della stima pubblica diminuirà o cancellerà dal suo cuore il desiderio di quella de’ suoi pari, ed ascoltando la ragione non mai bastantemente adoperata sull’importantissimo affare della felicità nostra, coltiverà quella sola porzione di desideri che sia pareggiabile col potere, lo ho detto che l’ambizione della stima è compagna della virtù, non già perchè sempre l’uomo virtuoso sia mosso da desiderio di acquistarsi la stima, ma perchè questo desiderio sarebbe una contraddizione se si supponesse in un animo capace di commettere azioni ingiuste, dure o crudeli, azioni distruggitrici della stima pubblica; ed ho appoggiato anzi alla virtù che alla superiorità de’ lumi l’acquisto della stima, perchè questi ci sforzano ad ammirare ed a confessarci inferiori, ma non ad avere quella rispettosa benevolenza e fiducia che porta con sé il sentimento di stima.
Finalmente l’ambizione degli onori è la terza classe, la quale nè esclude, nè suppone le virtù del cuore e l’energia dell’animo. Questa classe di ambiziosi è più numerosa incomparabilmente delle altre due. Alcune volle l’uomo di merito, e che vive lontano dalla ricerca degli onori, si trova amareggiato dalla insolenza e dal fasto d’uno che è distinto nella società per una carica o per un titolo. Questi amari frizzi si moltiplicano; vede che il merito disarmato è oppresso dal vanaglorioso; si determina e si scaglia impetuosamente sulla carriera per acquistarne e pareggiarsi agli altri e sottrarsi alla ingiustizia, e prova allo stolido che la distanza posta dalla fortuna fra un uomo e l’altro non è sempre uno spazio insuperabile. Questi ambisce gli onori per sottrarsi all’insultante fasto altrui, non perchè in sé stesso gli abbia in pregio. Altri cercano gli onori come un testimonio del merito proprio: leggieri, fluttuanti, incerti fra il bene e il male, la maggior parte degli uomini vorrebbero persuadersi di valere, e provano frequenti occasioni di conoscere che valgon poco. Questa fatale incertezza li rattrista: sembra loro di uscirne acquistando degli onori: costoro sono uomini vani e non uomini ambiziosi. Ambizioso è colui che li cerca come un mezzo per difendersi; vano colui che li cerca come un testimonio del proprio merito che non trova nella propria coscienza. La vanità più facilmente conduce agli onori che l’ambizione, perchè l’animo dell’uomo vano, appunto perchè più incerto di sé medesimo, è più versatile e pieghevole alle diverse circostanze de’ tempi e de’ luoghi; lad...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Discorso sulla felicità
  3. Indice
  4. Introduzione
  5. Della ricchezza
  6. Dell'ambizione
  7. ​Dell'accrescimento del nostro potere
  8. Di alcuni contrasti tra le leggi
  9. Della conoscenza di noi e degli uomini
  10. Dei movimenti del cuore
  11. ​Se i mezzi per vivere felici crescano ovvero sceminsi in questo secolo
  12. Conclusione
  13. Ringraziamenti

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