"Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie" (comunemente note come "Alice nel Paese delle Meraviglie", titolo originale "Alice's Adventures in Wonderland") è un'opera letteraria pubblicata per la prima volta nel lontano 1865 e scritta dal matematico inglese reverendo Charles Lutwidge Dodgson, sotto lo storico pseudonimo di Lewis Carroll. L'autore
Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson (Cheshire, 27 gennaio 1832 – Guildford, 14 gennaio 1898), è stato uno scrittore, matematico, fotografo e logico britannico. Introduzione a cura di Clelia Canè
Clelia Canè (Formia, 1989) creatrice del mondo di Quieta Radura, è una scrittrice, illustratrice, educatrice e naturalista italiana. Studiosa di pedagogia sperimentale, esperta di home living, attenta estimatrice della cultura anglosassone, appassionata di storia, arte e letteratura, ispira uno stile di vita semplice e raffinato. Traduzione a cura di Silvio Spaventa Filippi (31 agosto 1871 – 21 ottobre 1931), giornalista, traduttore e scrittore italiano.

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Alice nel Paese delle Meraviglie
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LiteratureTestimonianza d'Alice
â Presente! â rispose Alice.
Dimenticando, nella confusione di quellâistante di esser cresciuta enormemente, saltò con tanta fretta che rovesciò col lembo della veste il banco deâ giurati, i quali capitombolarono con la testa in giĂš sulla folla, restando con le. gambe in aria. Questo le rammentò lâurtone dato la settimana prima a un globo di cristallo con i pesciolini dâoro.
â Oh, vi prego di scusarmi! â ella esclamò con voce angosciata e cominciò a raccoglierli con molta sollecitudine, perchĂŠ invasa dallâidea dei pesciolini pensava di doverli prontamente raccogliere e rimettere sul loro banco se non li voleva far morire.
â Il processo, â disse il Re con voce grave, â non può andare innanzi se tutti i giurati non saranno al loro posto... dico tutti, â soggiunse con energia, guardando fisso Alice.
Alice guardò il banco deâ giurati, e vide che nella fretta avea rimessa la lucertola a testa in giĂš. La poverina agitava melanconicamente la coda, non potendosi muovere. Subito la raddrizzò. âNon giĂ perchĂŠ significhi qualche cosa, â disse fra sĂŠ, â perchĂŠ nĂŠ la testa nĂŠ la coda gioveranno al processoâ.
Appena i giurati si furono rimessi dalla caduta e riebbero in consegna le lavagne e le matite, si misero a scarabocchiare con molta ansia la storia del loro ruzzolone, tranne la lucertola, che era ancora stordita e sedeva a bocca spalancata, guardando il soffitto.
â Che cosa sai di questâaffare? â domandò il Re ad Alice.
â Niente, â rispose Alice.
â Proprio niente? â replicò il Re.
â Proprio niente, â soggiunse Alice.
â Ă molto significante, â disse il Re, volgendosi ai giurati.
Essi si accingevano a scrivere sulle lavagne, quando il Coniglio bianco li interruppe:
â Insignificante, intende certamente vostra MaestĂ , â disse con voce rispettosa, ma aggrottando le ciglia e facendo una smorfia mentre parlava.
â Insignificante, giĂ , è quello che intendevo â soggiunse in fretta il Re; e poi si mise a dire a bassa voce: âsignificante, insignificante, significante...â â come se volesse provare quale delle due parole sonasse meglio.
Alcuni dei giurati scrissero âsignificanteâ, altri âinsignificanteâ.
Alice potĂŠ vedere perchĂŠ era vicina, e poteva sbirciare sulle lavagne: âMa non importaâ, pensò.
Allora il Re, che era stato occupatissimo a scrivere nel suo taccuino, gridò: â Silenzio! â e lesse dal suo libriccino: âNorma quarantaduesima: â Ogni persona, la cui altezza supera il miglio deve uscire dal tribunaleâ.
Tutti guardarono Alice.
â Io non sono alta un miglio, â disse Alice.
â SĂŹ che lo sei, â rispose il Re.
â Quasi due miglia dâaltezza, â aggiunse la Regina.
â Ebbene non mâimporta, ma non andrò via, â disse Alice. â Inoltre quella è una norma nuova; lâavete inventata or ora.
â Che! è la piĂš vecchia norma del libro! â rispose il Re.
â Allora dovrebbe essere la prima, â disse Alice.
Allora il Re diventò pallido e chiuse in fretta il libriccino.
â Ponderate il vostro verdetto, â disse volgendosi ai giurati, ma con voce sommessa e tremante.
â MaestĂ , vi sono altre testimonianze, â disse il Coniglio bianco balzando in piedi. â Giusto adesso abbiamo trovato questo foglio.
â Che contiene? â domandò la Regina
Non lâho aperto ancora, disse il Coniglio bianco; â ma sembra una lettera scritta dal prigioniero a... a qualcuno.
â Devâessere cosĂŹ â disse il Re, â salvo che non sia stata scritta a nessuno, il che generalmente non avviene.
â A chi è indirizzata â domandò uno dei giurati.
â Non ha indirizzo, â disse il Coniglio bianco, â infatti non câè scritto nulla al di fuori. â E aprĂŹ il foglio mentre parlava, e soggiunse: â Dopo tutto, non è una lettera; è una filastrocca in versi.
â Sono di mano del prigioniero? â domandò un giurato.
â No, no, ârispose Il Coniglio bianco, questo è ancora piĂš strano. (I giurati si guardarono confusi).
â Forse ha imitato la scrittura di qualcun altro, â disse il Re. (I giurati si schiarirono).
â MaestĂ , â disse il Fante, â io non li ho scritti, e nessuno potrebbe provare il contrario. E poi non câè alcuna firma in fondo.
â Il non aver firmato, â rispose il Re, non fa che aggravare il tuo delitto. Tu miravi certamente a un reato; se no, avresti lealmente firmato il foglio.
Vi fu un applauso generale, e a ragione, perchĂŠ quella era la prima frase di spirito detta dal Re in quel giorno.
â Questo prova la sua colpa, â affermò la Regina.
â Non prova niente, â disse Alice.
â Ma se non sai neppure ciò che contiene il foglio!
â Leggilo! â disse il re.
Il Coniglio bianco si mise gli occhiali e domandò: â MaestĂ , di grazia, di dove debbo incominciare ?
â Comincia dal principio, â disse il Re solennemente... â e continua fino alla fine, poi fermati.
Or questi erano i versi che il Coniglio bianco lesse:
Â
âMi disse che da lei te nâeri andato,
ed a lui mi volesti rammentar;
lei poi mi diede il mio certificato
dicendomi: ma tu non sai nuotar.
Â
Egli poi disse che non ero andato
(e non si può negar, chi non lo sa?)
e se il negozio sarĂ maturato,
oh dimmi allor di te che mai sarĂ ?
Â
Una a lei diedi, ed essi due le diero,
tu me ne desti tre, forsâanche piĂš;
ma tutte si rinvennero, â o mistero!
ed eran tutte mie, non lo sai tu?
Â
Se lei ed io per caso in questo affare
misterioso involti ci vedrem,
egli ha fiducia dâesser liberato
e con noi stare finalmente insiem.
Â
Ho questa idea che prima dellâaccesso,
(giĂ tu sai che un accesso la colpĂŹ),
un ostacol per lui, per noi, per esso
fosti tu solo in quel fatale dĂŹ.
Â
Châegli non sappia chi lei predilige
(il segreto bisogna mantener);
sia segreto per tutti, che qui vige
la impenetrabile legge del misterâ.
Â
â Questo è il piĂš importante documento di accusa, â disse il Re stropicciandosi le mani; â ora i giurati si preparino.
â Se qualcuno potesse spiegarmelo, â disse Alice (la quale era talmente cresciuta in quegli ultimi minuti che non aveva piĂš paura dâinterrompere il Re) â gli darei mezza lira. Non credo che ci sia in esso neppure un atomo di buon senso.
I giurati scrissero tutti sulla lavagna: âElla non crede che vi sia in esso neppure un atomo di buon sensoâ. Ma nessuno cercò di spiegare il significato del foglio.
â Se non câè un significato, â disse il Re, â noi usciamo da un monte di fastidi, perchĂŠ non è necessario trovarvelo. E pure non so, â continuò aprendo il foglio sulle ginocchia e sbirciandolo, â ma mi pare di scoprirvi un significato, dopo tutto... âDisse... non sai mica nuotarâ. Tu non sai nuotare, non è vero? â continuò volgendosi al Fante.
Il Fante scosse tristemente la testa e disse: â Vi pare che io possa nuotare? (E certamente, no, perchĂŠ era interamente di cartone).
â Bene, fin qui,â, disse il Re, e continuò: â âE questo è il vero, e ognun di noi io saâ. Questo è senza dubbio per i giurati. â âUna a lei diedi, ed essi due gli dieroâ. â Questo spiega lâuso fatto delle torte, capisci...
Ma, â disse Alice, â continua con le parole: âMa tutte si rinvenneroâ.
â GiĂ , esse son la, âdisse il Re con unâaria di trionfo, indicando le torte sul tavolo. â Nulla di piĂš chiaro. Continua: âGiĂ tu sai che un accesso la colpĂŹâ,â tu non hai mai avuto degli attacchi nervosi, cara mia, non è vero?â soggiunse volgendosi alla Regina.
â Mai! â gridò furiosa la Regina, e scaraventò un calamaio sulla testa della lucertola. (Il povero Guglielmo! aveva cessato di scrivere sulla lavagna col dito, perchĂŠ sâera accorto che non ne rimaneva traccia; e in quellâistante si rimise sollecitamente allâopera, usando lâinchiostro che gli scorreva sulla faccia, e lâusò finche ne ebbe).
â Dunque a te questo verso non si attacca, â disse il Re, guardando con un sorriso il tribunale. E vi fu gran silenzio.
Ă un bisticcio â soggiunse il Re con voce irata, e tutti allora risero. â Che i giurati ponderino il loro verdetto â ripetĂŠ il Re, forse per la ventesima volta quel giorno.
â No, disse la Regina. â Prima la sentenza, poi il verdetto.
â Ă una stupiditĂ â esclamò Alice. â Che idea dâaver prima la sentenza!
â Taci! â gridò la Regina, tutta di porpora in viso.
â Ma che tacere! â disse Alice.
â Tagliatele la testa! urlò la Regina con quanta voce aveva. Ma nessuno si mosse.
â Chi si cura di te? â disse Alice, (allora era cresciuta fino alla sua statura naturale). â Tu non sei che la Regina dâun mazzo di carte.
A queste parole tutto il mazzo si sollevò in aria vorticosamente e poi si rovesciò sulla fanciulla: essa diede uno strillo di paura e dâira, e cercò di respingerlo da sĂŠ, ma si trovò sul poggio, col capo sulle ginocchia di sua sorella, la quale le toglieva con molta delicatezza alcune foglie secche che le erano cadute sul viso.
â Risvegliati, Alice cara,â le disse la sorella, â da quanto tempo dormi, cara!
â Oh! ho avuto un sogno cosĂŹ curioso! â disse Alice, e raccontò alla sorella come meglio potĂŠ, tutte le strane avventure che avete lette; e quando finĂŹ, la sorella la baciò e le disse:
â Ă stato davvero un sogno curioso, cara ma ora, va subito a prendere il tè; è giĂ tardi. â E cosĂŹ Alice si levò; e andò via, pensando, mentre correva, al suo sogno meraviglioso.
Sua sorella rimase colĂ con la testa sulla palma, tutta intenta a guardare il sole al tramonto, pensando alla piccola Alice, e alle sue avventure meravigliose finchĂŠ anche lei si mise a sognare, e fece un sogno simile a questo:
Prima di tutto sognò la piccola, Alice, con le sue manine delicate congiunte sulle ginocchia di lei e coi grandi occhioni lucenti fissi in lei. Le sembrava di sentire il vero suono della sua voce, e di vedere quella caratteristica mossa della sua testolina quando rigettava indietro i capelli che volevano velarle gli occhi. Mentre ella era tutta intenta ad ascoltare, o sembrava che ascoltasse, tutto il luogo dâintorno si popolò delle strane creature del sogno di sua sorella.
Lâerba rigogliosa stormiva ai suoi piedi, mentre il Coniglio passava trotterellando e il Topo impaurito sâapriva a nuoto una via attraverso lo stagno vicino. Ella poteva sentire il rumore delle tazze mentre la Lepre di Marzo e gli amici suoi partecipavano al pasto perpetuo; udiva la stridula voce della Regina che mandava i suoi invitati a morte. Ancora una volta il bimbo Porcellino starnutiva sulle ginocchia della Duchessa, mentre i tondi e i piatti volavano e sâinfrangevano dâintorno e lâurlo del Grifone, lo stridore della matita della Lucertola sulla lavagna, la repressione dei Porcellini dâIndia riempivano lâaria misti ai singhiozzi lontani della Falsa-testuggine. Si sedette, con gli occhi a metĂ velati e quasi si credĂŠ davvero nel Paese delle Meraviglie; benchĂŠ sapesse che aprendo gli occhi tutto si sarebbe mutato nella triste realtĂ . Avrebbe sentito lâerba stormire al soffiar del vento, avrebbe veduto lo stagno incresparsi allâondeggiare delle canne. Lâacciottolio, delle tazze si sarebbe mutato nel tintinnio della campana delle pecore, e la stridula voce della Regina nella voce del pastorello, e gli starnuti del bimbo, lâurlo del Grifone e tutti gli altri curiosi rumori si sarebbero mutati (lei lo sapeva) nel rumore confuso dâuna fattoria, e il muggito lontano degli armenti avrebbe sostituito i profondi singhiozzi della Falsa-testuggine.
Finalmente essa immaginò come sarebbe stata la sorellina giĂ cresciuta e diventata donna: Alice avrebbe conservato nei suoi anni maturi il cuore affettuoso e semplice dellâinfanzia e avrebbe raccolto intorno a sĂŠ altre fanciulle e avrebbe fatto loro risplendere gli occhi, beandole con molte strane storielle e forse ancora col suo sogno di un tempo: le sue avventure nel Paese delle Meraviglie. Con quanta tenerezza avrebbe ella stessa partecipato alle loro innocenti afflizioni, e con quanta gioia alle loro gioie, riandando i beati giorni della infanzia e le felici giornate estive!Â
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Ringraziamenti
Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (spesso contratto in Alice nel Paese delle Meraviglie, titolo originale Alice's Adventures in Wonderland) è un'opera letteraria pubblicata per la prima volta nel 1865 e scritta dal matematico e scrittore inglese reverendo Charles Lutwidge Dodgson, sotto il ben piÚ noto pseudonimo di Lewis Carroll.
L'autore
Lewis Carroll, pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson (Cheshire...
Table of contents
- Copertina
- Alice nel Paese delle Meraviglie
- Indice
- Introduzione
- Proemio
- GiĂš nella conigliera
- Lo stagno di lagrime
- Corsa arruffata, e racconto con la coda
- La casettina del coniglio
- Consigli d'un bruco
- Porco e pepe
- Un tè di matti
- Il crouquet della regina
- Storia della falsa-testuggine
- La contraddanza de' gamberi
- Chi ha rubato le torte?
- Testimonianza d'Alice
- Ringraziamenti
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