Ordine politico e cambiamento sociale
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About this book

Che cosa sono le istituzioni politiche? Innanzitutto, per Huntington la principale differenza tra i regimi politici è di forza, e non di forma. La distinzione fondamentale è tra regimi forti, capaci di governare, dotati dell'autorità e della fl essibilità necessaria per il governo, e regimi deboli; e non tra democrazie e totalitarismi. La forza delle istituzioni, dei governi, e dei regimi politici, è la loro capacità di governare, è la loro efficacia nel regolare i comportamenti sociali. Nei regimi caratterizzati da decadenza politica, cioè da un'acuta instabilità e violenza di regime, e da una diffusa corruzione al vertice, quali sono le vie di uscita dalla decadenza? E quali attori sociali sono in grado di sollevare le sorti di questi regimi dalla decadenza ulteriore? Qual è il ruolo, perciò, giocato dai militari? Sono essi in grado di riportare l'ordine e di porre le fondamenta di un regime stabile? Qual è il ruolo dei lavoratori, degli studenti, del clero, del sottoproletariato urbano, delle potenze straniere? Qual è il timing strategico di cui il politico riformatore deve tenere conto per attuare le riforme strutturali? Quando non sono più possibili le riforme ed è possibile solo la rivoluzione? Qual è il ruolo del partito, nella costruzione di regimi civili, cioè quei regimi in cui le istituzioni sono forti, cioè capaci di governare? In questo volume, Huntington, tenta di rispondere a queste domande, passando in rassegna una fi tta serie di casi empirici, fortemente legati all'intuizione fondamentale del libro: la critica alla tesi, diffusamente accettata, secondo la quale la modernizzazione socio-economica porta con sé anche la modernizzazione politica. In una situazione ormai compromessa, quando il livello di partecipazione politica è di massa, l'unica via, ammonisce Huntington, è quella spettrale e sanguinosa della rivoluzione.

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1.
Ordine politico e decadenza politica

IL DIVARIO POLITICO

La distinzione politica più importante tra Paesi riguarda non la loro forma di governo, ma il grado in cui un governo esiste. Le differenze tra democrazia e dittatura sono minori di quelle che corrono tra i Paesi in cui la politica incorpora consenso, comunità, legittimità, organizzazione, efficacia, stabilità, e quelli in cui al contrario queste qualità sono assenti. Sia gli Stati totalitari comunisti sia gli Stati democratici dell’Occidente rientrano in genere nella classe dei sistemi politici efficienti, non di quelli deboli. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica hanno forme di governo diverse: ma in tutti e tre i sistemi il governo governa. Ciascuno di questi Paesi è una comunità politica in cui la popolazione riserva un larghissimo consenso alla legittimità del sistema politico: in ognuno di essi i cittadini e i loro leader hanno una visione comune dell’interesse pubblico della società e delle tradizioni e dei principi su cui è fondata la comunità politica. Tutti e tre i Paesi possiedono istituzioni politiche forti, adattabili e compatte: burocrazie efficienti, partiti politici ben organizzati, un grado elevato di partecipazione popolare agli affari pubblici, meccanismi funzionanti di controllo civile sull’apparato militare, un’estesa attività economica da parte dello Stato, e procedure abbastanza affidabili di regolamentazione della successione al potere e di controllo del conflitto politico. Questi governi sono depositari della lealtà dei loro cittadini, e quindi hanno la capacità di incamerare risorse tramite la tassazione, di reclutare forza lavoro, e di innovare e portare a esecuzione le politiche. Se il Politburo, il Cabinet o il Presidente prendono una decisione, è elevata la probabilità che essa sia attuata tramite l’apparato amministrativo.
Per tutte queste caratteristiche, i sistemi politici degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica sono notevolmente diversi dai governi esistenti in molti, se non nella maggior parte, dei Paesi in via di modernizzazione dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina. In questi Paesi mancano molte cose. V’è effettiva carenza di risorse alimentari, di alfabetizzazione, di istruzione, di ricchezza, di reddito, di salute e di produttività: ma della maggior parte di queste carenze si è creata consapevolezza, e si sono fatti sforzi per porvi qualche rimedio. Tuttavia, oltre e dietro tali carenze, ve n’è una ancora più grande: la mancanza di comunità politica e di un governo efficace, autorevole e legittimo. Ha osservato Walter Lippmann: «Io so che, per uomini che vivono in comunità, non c’è necessità più grande di quella di essere governati: di governarsi da sé, se possibile; di essere ben governati, se sono fortunati; ma, in ogni caso, di essere governati»1. Lippmann ha scritto queste parole in un momento di sconforto riguardo agli Stati Uniti. Ma esse si applicano in misura di gran lunga maggiore ai Paesi in via di modernizzazione dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina, dove la comunità politica è frantumata e solcata da antagonismi, e dove le istituzioni politiche hanno scarso potere, autorevolezza ancor minore, e nessuna elasticità: dove, semplicemente, in molti casi i governi non governano.
Alla metà degli anni ’50, Gunnar Myrdal richiamava l’attenzione mondiale sul fatto palese che le nazioni ricche del globo stavano diventando più ricche, in termini assoluti e relativi, a un ritmo più rapido delle nazioni più povere. Egli osservava che «nel complesso, negli ultimi decenni le disuguaglianze economiche tra Paesi sviluppati e sottosviluppati sono andate crescendo». Nel 1966 il Presidente della Banca mondiale notava che, ai tassi di crescita vigenti, il divario nel reddito nazionale pro capite tra gli Stati Uniti e quaranta Paesi sottosviluppati sarebbe destinato ad aumentare del 50% entro l’anno 20002. È chiaro che un problema centrale, forse il problema centrale, dell’economia internazionale e di sviluppo è la tendenza, evidente e inesorabile, all’allargamento di questo divario economico. Un problema simile, ed egualmente urgente, esiste in politica. In questa, come nell’economia, il divario tra i sistemi politici sviluppati e quelli sottosviluppati, tra i sistemi politici nutriti di senso civico e quelli corrotti, si è ampliato. Il divario politico assomiglia a quello economico, ed è a esso collegato: ma non si tratta della stessa cosa. Paesi con economie sottosviluppate possono possedere sistemi politici altamente sviluppati; e Paesi che hanno raggiunto livelli elevati di benessere economico possono avere ancora una politica disorganizzata e caotica. Tuttavia, nel xx secolo il sottosviluppo politico tende a essere localizzato principalmente, come il sottosviluppo economico, nei Paesi in via di modernizzazione dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina.
Con poche eccezioni significative, l’evoluzione politica di questi Paesi dopo la Seconda guerra mondiale è stata caratterizzata da un aumento del conflitto etnico e di classe, da ricorrenti sommosse e insurrezioni violente, frequenti colpi di stato militari, predominio di instabili leadership personali che hanno perseguito spesso politiche economiche e sociali disastrose, corruzione diffusa e sfacciata nel personale di governo e degli apparati, violazione arbitraria dei diritti e delle libertà dei cittadini, standard di efficienza e rendimento delle burocrazie in declino, alienazione dilagante tra i gruppi politici urbani, perdita di autorità dei parlamenti e delle corti di giustizia, frammentazione e talora disintegrazione completa di partiti politici con larghe basi di sostegno. Nei due decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, si sono avuti colpi di stato riusciti in 17 dei 20 Paesi dell’America latina (solo Messico, Cile e Uruguay hanno mantenuto in vita processi costituzionali), in una mezza dozzina di Stati del Nord Africa e del Medio Oriente (Algeria, Egitto, Siria, Sudan, Iraq, Turchia), in un numero analogo di Paesi dell’Africa occidentale e centrale (Ghana, Nigeria, Dahomey, Alto Volta, Repubblica centro-africana, Congo), e in varie società asiatiche (Pakistan, Thailandia, Laos, Vietnam del Sud, Birmania, Indonesia, Corea del Sud). Violenza rivoluzionaria, insurrezioni e guerriglia hanno devastato, in America latina, Cuba, Bolivia, Perù, Venezuela, Colombia, Guatemala e Repubblica Dominicana; nel Medio Oriente, Algeria e Yemen; in Asia, Indonesia, Thailandia, Vietnam, Cina, Filippine, Malaysia e Laos. Violenze o tensioni di natura razziale, tribale o civile hanno lacerato la Guyana, il Marocco, l’Iraq, la Nigeria, l’Uganda, il Congo, il Burundi, il Sudan, il Ruanda, Cipro, l’India, Ceylon, la Birmania, il Laos e il Vietnam del Sud. In America latina, dittature oligarchiche di vecchio stampo in Paesi come Haiti, Paraguay e Nicaragua hanno conservato un fragile dominio su base poliziesca. Nell’emisfero orientale, in Iran, Libia, Arabia, Etiopia e Thailandia, regimi tradizionali si sono sforzati di introdurre riforme quando ormai barcollavano nell’imminenza di un rovesciamento rivoluzionario.
Nel corso degli anni ’50 e ’60, nella maggior parte dei Paesi del mondo è drasticamente cresciuta l’incidenza numerica della violenza e del disordine di natura politica. L’anno 1958, secondo un conteggio, ha visto non meno di 28 durature insurrezioni di guerriglia, quattro sollevazioni militari e due guerre convenzionali. Sette anni dopo, nel 1965, erano in corso 42 insurrezioni prolungate, si sono contate dieci rivolte militari, e si stavano combattendo cinque conflitti convenzionali. Anche l’instabilità politica, negli anni ’50 e ’60, è notevolmente aumentata. Ricorso alla violenza e altri eventi destabilizzanti, tra il 1955 e il 1962, sono stati cinque volte più frequenti che nel periodo dal 1948 al 1954, e, sulla stessa base di confronto, 64 Paesi su 84 hanno goduto di minor stabilità3. In Asia, Africa e America latina si è avuto un declino dell’ordine politico, e un’erosione dell’autorità, dell’efficacia e dell...

Table of contents

  1. Cover
  2. Sinossi
  3. Profilo biografico dell'autore
  4. Indicazione di collana
  5. Frontespizio
  6. Colophon
  7. Presentazione dell’edizione italiana
  8. Prefazione all’edizione del 2006
  9. Prefazione
  10. Ordine politico e cambiamento sociale
  11. 1. Ordine politico e decadenza politica
  12. 2. La modernizzazione politica:America vs. Europa
  13. 3. Il cambiamento politico nei sistemi politici tradizionali
  14. 4. Pretorianesimo e decadenza politica
  15. 5. Rivoluzione e ordine politico
  16. 6. Riforma e cambiamento politico
  17. 7. Partiti e stabilità politica
  18. Note

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