La gestione dell'emergenza sanitaria durante l'epidemia di Covid ha imposto ai governi di limitare alcune libertà fondamentali, di anteporre la salute alla libertà. Si è parlato con accenti diversi, e con più o meno plausibilità, di "dittatura sanitocratica", "biopotere", "stato di eccezione", ecc. Anche se la nostra epoca può essere vista come un'epoca di emergenze continue, e di necessità del loro governo, il più generale rapporto fra la sicurezza (non solo sanitaria ma anche economica, militare, fisica, ecc.) e la libertà percorre tutto il pensiero filosofico e politico della modernità. È almeno da Hobbes che il dilemma, di cui si è fatto carico lo Stato, del rapporto fra questi due concetti si presenta in tutta la sua radicalità e irrisolvibilità davanti alle coscienze più attente. È come se il concetto stesso di libertà si mostrasse attraversato da una frattura che si tende a ricomporre senza mai però poterla sanare definitivamente. Attraverso un excursus storico che dall'autore del Leviatano giunge sino ai nostri giorni, l'autore si propone, in nome della Libertà, di portare alla luce e alla consapevolezza teoretica questa cesura ineliminabile.

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Political PhilosophyCapitolo 9
Michel Foucault: saperi e sistemi di potere
In Le parole e le cose, del 1966, Michel Foucault (1926-1984) individua due importanti “fratture epistemologiche” in età moderna. La prima struttura epistemica, che è quella che qui a noi interessa, fattasi spazio alla fine del XVI secolo, ha imposto le sue pratiche discorsive ai secoli XVII e XVIII, cioè a quella che Foucault chiama “età classica”. In sostanza, il sapere, ovvero il discorso scientifico, ha rotto allora i legami che, almeno fino al rinascimento, lo tenevano legato alle cose (anche attraverso la mimesis) e si è imposto come rappresentazione[1].
L’idea di Foucault, già verificata all’epoca in cui scriveva il libro in opere di vasto e innovativo impianto storico, si specifica ulteriormente nel prosieguo della sua ricerca. La quale, nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, si sposta man mano, chiarendosi ulteriormente, dall’analisi dei sistemi di sapere a quella delle strutture e relazioni di potere che a essi si intrecciano.
In Sorvegliare e punire, l’opera del 1975 in cui Foucault fa i conti con il panoptico di Bentham, viene fuori l’idea che il sistema penitenziario, la pratica di imprigionare, rinchiudere per sanzionare e correggere ladri, violenti, assassini, che viene codificata in età moderna, e a cui corrisponde la creazione di istituti di reclusione o carceri, si basa sulla
messa a punto, tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e per manipolare le loro forze, si era sviluppato nel corso dei secoli classici negli ospedali, nell’esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina. Il XVIII secolo ha senza dubbio inventato le libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi[2].
Ove si affaccia l’idea, abbastanza inquietante, soprattutto da un punto di vista “liberale”, che la società disciplinare sia l’inseparabile diritto/verso di quella liberale.
Interessante, e forse anche suggestivo di questi tempi, è che il capitolo dedicato al panoptismo, che è l’ultimo dei tre della terza parte del libro (Disciplina), sia costruito mettendo a raffronto l’opera di Bentham con un regolamento del Seicento (cioè del secolo prima che fosse elaborato il progetto del pensatore inglese) sulle precauzioni da prendere quando si manifestava in una città la peste. Ovviamente, a Foucault interessano le tecniche di governo usate per arginare quella che è stata storicamente, come è noto, l’epidemia par excellance. Quello che però emerge dall’analisi comparativa è che, pur all’interno di uno stesso ordine di idee, si assiste a un sostanziale mutamento (o evoluzione), subito dalle tecniche disciplinanti, del modo di manifestarsi del potere.
Nell’un caso e nell’altro, il disciplinamento funziona agendo in una doppia direzione: cioè imponendo, da una parte, tecniche o discipline individualizzanti; dall’altra, l’universalità dei controlli disciplinari tesi a individuare chi non è “normale” (che sia malato, infetto, delinquente, poco importa) e a «far giocare contro di lui i meccanismi dualistici dell’esclusione».
La divisione costante tra normale e anormale, cui ogni individuo è sottoposto, riconduce fino a noi, e applicandoli a tutt’altri soggetti, il marchio binario e l’esilio del lebbroso; l’esistenza di tutto un insieme di tecniche e di istituzioni che si assumono il compito di misurare, controllare e correggere gli anormali, fa funzionare i dispositivi disciplinari che la paura della peste richiedeva. Tutti i meccanismi di potere che, ancora ai nostri giorni, si dispongono intorno all’anormale, per marchiarlo come per modificarlo, compongono quelle due forme da cui derivano di lontano. Il Panopticon di Bentham è la figura architettonica di questa composizione[3]
Nel Panopticon «ogni attore è solo, perfettamente individualizzato e costantemente visibile… è visto, ma non vede: oggetto di una informazione, mai soggetto di una comunicazione»[4].
Il Panopticon, da una parte, disarticola i gruppi di reclusi: c’è solo una «collezione di individualità separate»: una «solitudine sequestrata e scrutata»; dall’altra, crea una «molteplicità numerabile e controllabile»[5]. Panopticon è perciò:
1)una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti: c’è un evidente asimmetria fra il “sorvegliante”, che vede ma non è visto, e i detenuti, che al contrario sono visti ma non vedono. Bentham pose con forza «il principio che il potere doveva essere visibile e inverificabile»[6]. Il fatto, veramente produttivo di conseguenze, è però che il primo decide di “vedere” quando vuole, a proprio arbitrio, mentre i secondi sanno di poter essere potenzialmente visti in ogni momento;
2)un meccanismo che, proprio perché induce nel detenuto uno stato cosciente di visibilità, assicura il funzionamento automatico del potere. Detto altrimenti, il potere, con questo dispositivo, si automatizza e deindividualizza.
Ciò, in modo più preciso, comporta che:
2.a) a parte sujecti, diciamo così, questo dispositivo sia una macchina per creare e sostenere un rapporto di potere indipendente da colui che lo esercita;
2.b) a parte objecti, i reclusi siano presi in una situazione di potere di cui sono essi stes...
Table of contents
- Cover
- Sinossi
- Indicazione di collana
- Frontespizio
- Colophon
- Introduzione
- Thomas Hobbes: lo Stato garante della sicurezza
- John Locke: lo Stato che garantisce la libertà garantisce anche la sicurezza
- La semantica della paura nella modernità e le sfide d’oggi del liberalismo
- Montesquieu: la paura come principio del governo dispotico
- Niccolò Machiavelli: la paura incorporata nella politica
- Giambattista Vico: la paura all’origine della storia
- Georg Wilhelm Friedrich Hegel: la filosofia speculativa come dispositivo securitario
- Jeremy Bentham: meccanismi di controllo
- Michel Foucault: saperi e sistemi di potere
- L’avvento dell’eugenetica fra positivismo e democrazia
- Peter Sloterdijk: “addomesticamento” e “selezione” dell’essere umano
- Friedrich von Hayek: fra neutralizzazione del Politico e critica del costruttivismo
- Benedetto Croce: la Vitalità come potenza destrutturante e lato d’ombra della libertà moderna
- Carl Schmitt: lo “stato d’eccezione” come “principio fondativo” del Politico moderno
- Giorgio Agamben: “stato d’eccezione” e biosicurezza
- Ulrich Beck: la “società del rischio globale”
- Michel Foucault: il dispositivo biopolitico
- Rischio, emergenza, eccezione
- L’emergenza pandemica appresa col concetto
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