I buchi neri sono un'apertura verso qualcosa che sta al di lĂ del nostro mondo abituale in diversi sensi. Un buco nero è un'estrema deformazione dello spazio e del tempo. Il suo contorno è un luogo, detto orizzonte degli eventi, dove un attimo si dilata in eternitĂ e dove la luce resta sospesa immobile. Al di lĂ dell'orizzonte c'è una regione senza ritorno, dove il tempo converge verso un punto ben preciso nello spazio. In questo punto centrale c'è un'infinita concentrazione di energia e le equazioni della fisica cessano di valere. E al di lĂ di questo punto? Le simmetrie matematiche si aprono verso altri universi, o forse altri luoghi nello spazio e nel tempo.Questi corpi celesti tanto stravaganti sono entrati a far parte del nostro quotidiano grazie alla recente rilevazione delle onde gravitazionali, tenuissimi segnali che ci giungono da immani catastrofi cosmiche verificatesi alcuni miliardi di anni fa, a miliardi di anni luce da noi: il collasso e la fusione di coppie di buchi neri.Questo libro ripercorre le tappe dei processi di pensiero e di osservazione che ci hanno portato dapprima a immaginare la realtĂ dei buchi neri â e infine a incontrarla. Ă anche una rievocazione del mio personale coinvolgimento nella prima identificazione di un buco nero all'inizio degli anni '70 all'UniversitĂ della California. Ă, infine, un assaggio della sfida che i buchi neri rappresentano per la nostra ordinaria illusione di sapere chi siamo, da dove veniamo, cosa succede intorno a noi...â Shantena Augusto Sabbadini

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Ciencias fĂsicasSubtopic
AstronomĂa y astrofĂsica1
Al di lĂ del buio
Il termine ÂŤbuco neroÂť per indicare lâultimo stadio del collasso gravitazionale di una stella fu introdotto dal fisico americano John Archibald Wheeler (1911-2008) nel 1967. Lâinvenzione è, come ebbe a dire lo stesso Wheeler, ÂŤterminologicamente banale, ma psicologicamente potenteÂť. Evocando immagini archetipiche di abissi spalancati verso un mondo infero, lâidea di buco nero tende a identificarsi con un luogo oscuro che risucchia e divora implacabilmente qualsiasi cosa gli si avvicini, dissolvendola nel nulla.
Terrore e fascino. Bambini e gatti possono contemplare a lungo un buco nero, per esempio lo scarico di un lavandino. La domanda di fronte a un buco nero, celeste o terrestre, è ovviamente: cosa câè al di lĂ ?
I buchi neri di cui ci parla la fisica sono unâapertura verso qualcosa che sta al di lĂ del nostro mondo abituale in diversi sensi. Un buco nero è unâestrema deformazione dello spazio e del tempo. Il suo contorno è un luogo, detto orizzonte degli eventi, dove un attimo si dilata in eternitĂ e dove la luce resta sospesa immobile. Al di lĂ dellâorizzonte câè una regione senza ritorno, dove il tempo converge verso un punto ben preciso nello spazio. In questo punto centrale câè unâinfinita concentrazione di energia e le equazioni della fisica cessano di valere. E al di lĂ di questo punto? Le simmetrie matematiche si aprono verso altri universi, o forse altri luoghi nello spazio e nel tempo.
Questa è la sfida. Non sappiamo quanto di tutto questo corrisponda a realtĂ . Sappiamo soltanto che è molto di piĂš di quanto sembrasse quando, un secolo fa, queste cose sono emerse per la prima volta come astratte conseguenze matematiche di unâelegante teoria. E piĂš il viaggio procede, piĂš ci rendiamo conto della profonda stranezza di questo universo in cui viviamo e della relativitĂ della nostra immagine della realtĂ (a cominciare dallo spazio e dal tempo).
Questo libretto ripercorre rapidamente le tappe dei processi di pensiero e di osservazione che ci hanno portato a immaginare la realtĂ dei buchi neri, e in una certa misura a incontrarla. Ă anche una rievocazione del mio personale coinvolgimento nella prima identificazione di un buco nero e della felice collaborazione con il mio mentore di allora, Jim Hartle (1939-), allâUniversitĂ della California. Ă, infine, un assaggio della sfida che i buchi neri rappresentano per la nostra ordinaria illusione di sapere chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, cosa succede intorno a noiâŚ

Fig. 1 Lâautore con Jim Hartle nel 2014.
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Il romanzo della luce
Onde o particelle
La vicenda delle teorie sulla natura della luce è uno dei piÚ affascinanti capitoli della storia delle scienze, ed è un capitolo che ha giocato un ruolo fondamentale nella nascita dei due grandi pilastri della fisica moderna: la teoria della relatività e la fisica quantistica.
Di cosa è fatta la luce? Due teorie si sono combattute, con alterne vicende, fin dagli inizi della scienza moderna, tre secoli e mezzo fa: la teoria corpuscolare e la teoria ondulatoria. In base alla prima, la luce consisterebbe di particelle; la seconda sostiene invece che la luce sia composta da onde.
La teoria corpuscolare ha origini antiche. Platone, per esempio, riteneva che la visione dipendesse dal fatto che gli occhi emettono un flusso di minuscole particelle, che vanno a colpire gli oggetti circostanti: curiosamente allâinverso delle teorie moderne, secondo le quali la luce entra, e non esce, attraverso gli occhi.
In epoca moderna i due grandi portavoce della teoria corpuscolare e di quella ondulatoria sono stati rispettivamente lâinglese Isaac Newton (1642-1727), uno dei padri fondatori della fisica moderna, e lâolandese Christiaan Huygens (1629-1695), un pioniere dellâottica. La teoria corpuscolare è indubbiamente abbastanza intuitiva e rende immediatamente ragione della propagazione rettilinea dei raggi luminosi. La teoria ondulatoria si scontra invece subito con una difficoltĂ : qual è il mezzo in cui le onde luminose si propagano?
Conosciamo bene le onde che si propagano nellâacqua; sappiamo inoltre che anche i suoni sono onde, che si propagano nellâaria: è lâaria che ondeggia e fa vibrare il nostro timpano quando percepiamo un suono. Ma che cosa ondeggia nel caso della luce? PoichĂŠ le onde implicano necessariamente un mezzo in cui propagarsi, mentre la luce sembra viaggiare senza alcuna difficoltĂ anche nel vuoto, la teoria ondulatoria è costretta a postulare un mezzo onnipresente e invisibile, detto etere.
Sembra a questo punto che la teoria ondulatoria parta decisamente svantaggiata. Ma recupera subito lo svantaggio, perchĂŠ con lo sviluppo dellâottica emerge tutta una serie di fenomeni di carattere tanto tipicamente ondulatorio da lasciare pochi dubbi sul fatto che la luce sia in qualche modo unâonda.
Uno di questi fenomeni è lâinterferenza di raggi luminosi. Se due raggi provenienti da una sorgente monocromatica (cioè che emette luce di un colore ben definito) vengono separati e poi fatti convergere su uno schermo, si osserva unâalternanza di righe chiare e scure, che dipende dalla differenza fra i cammini percorsi dai due raggi (fig. 2). Questo effetto ha una spiegazione immediata dal punto di vista della teoria ondulatoria: dove due onde luminose sono in fase, cioè si sovrappongono picco su picco e valle su valle, esse danno luogo a unâonda di intensitĂ maggiore (riga chiara); dove sono fuori fase, cioè si sovrappongono picco su valle e valle su picco, tendono a cancellarsi a vicenda e producono unâonda di intensitĂ minore o nulla (riga scura). Se vogliamo cercare di spiegare lo stesso effetto in termini di particelle siamo costretti a ricorrere a ipotesi assai piĂš artificiose.

Fig. 2 Interferenza di raggi luminosi. Sullo schermo a destra si osserva unâalternanza di righe chiare e scure: una riga chiara dove le onde arrivano in fase (picco su picco e valle su valle), una riga scura dove arrivano fuori fase (picco su valle e viceversa).
Lo sviluppo dellâottica sembrò perciò mandare in pensione la teoria corpuscolare della luce. Nella seconda metĂ dellâ800 anche il problema di che cosa ondeggi nella luce aveva assunto una fisionomia assai meglio definita. Nel 1865 il fisico scozzese James Clerk Maxwell (1831-1879) aveva unificato le discipline in precedenza distinte dellâelettricitĂ e del magnetismo e posto le basi della moderna comprensione della luce (cosĂŹ come di molte altre forme di radiazione non visibili, infrarossa, ultravioletta, raggi X, eccetera) come onda del campo elettromagnetico.
I vari colori della luce corrispondono a diversi valori della frequenza (numero di oscillazioni al secondo) e della lunghezza dâonda della radiazione elettromagnetica in una particolare banda di frequenze, detta appunto della luce visibile. Altri tipi di onde elettromagnetiche non visibili corrispondono a frequenze minori (e lunghezze dâonda maggiori) o frequenze maggiori (e lunghezze dâonda minori) rispetto a quelle del visibile (fig. 3).

Fig. 3 Lo spettro delle radiazioni elettromagnetiche. La luce visibile corrisponde alla banda in basso.
Ma un nuovo colpo di scena si produsse intorno al volgere del secolo. Un punto debole della teoria elettromagnetica era il fatto che essa non sembrava capace di descrivere correttamente i processi di emissione e assorbimento di radiazione da parte della materia. Sommando i contributi di tutte le frequenze nella radiazione emessa da quello che veniva definito un ÂŤcorpo neroÂť (un corpo ideale, che assorbe completamente ogni radiazione incidente) si otteneva un risultato infinito, cosa che ovviamente non corrispondeva alla realtĂ . Nel 1900 Max Planck (1858-1947) propose una soluzione del problema del corpo nero mediante quello che sembrava allora soltanto un artificio matematico: una descrizione corretta dello spettro di emissione di un corpo nero si otteneva ammettendo che gli scambi di energia fra radiazione e materia avvenissero solo per pacchetti discreti, detti quanti di energia. Lâenergia di ciascun pacchetto o quanto era proporzionale alla frequenza della radiazione: per una radiazione con frequenza ν, il quanto di energia era hν, dove h è una costante di proporzionalitĂ , detta appunto costante di Planck.
Cinque anni dopo, Albert Einstein (1879-1955) introdusse una rivoluzione nelle teorie della luce (e nella fisica in generale) con due lavori fondamentali, apparsi a brevissima distanza lâuno dallâaltro.
Nel primo di questi lavori egli riprese lâipotesi di Planck e, mentre la maggior parte dei suoi colleghi si sforzava di spiegare questa strana discontinuitĂ degli scambi di energia fra radiazione e materia in termini della teoria ondulatoria classica, adottò la prospettiva opposta: quella di ammettere che non soltanto gli scambi di energia con la materia, ma la radiazione in sĂŠ stessa fosse quantizzata, consistesse cioè di pacchetti discreti, detti fotoni, di energia hν. Con questa resurrezione della teoria corpuscolare, Einstein riusciva a spiegare in modo semplice e brillante un fenomeno (lâeffetto fotoelettrico, cioè lâemissione di elettroni da parte di un metallo colpito dalla radiazione) le cui caratteristiche sconcertavano i fisici giĂ da qualche tempo.
Beninteso, questa rivincita della teoria corpuscolare non fu affatto una dĂŠbâcle della teoria ondulatoria: poichĂŠ il fotone è caratterizzato da una frequenza di oscillazione ν, esso deve pure, in qualche modo, essere unâonda. Il lavoro di Einstein sullâeffetto fotoelettrico, lungi dal risolvere lâannosa questione della natura della luce, aprĂŹ uno spiraglio su una questione ancora piĂš complessa e misteriosa, cioè la natura simultaneamente corpuscolare e ondulatoria sia della radiazione sia della materia. Ma questa è unâaltra affascinante storia, quella della fisica quantistica, nella quale non possiamo qui addentrarci.
La velocitĂ della luce
Unâulteriore difficoltĂ della teoria elettromagnetica classica (oltre ai risultati infiniti nello spettro di emissione del corpo nero) era la questione della velocitĂ della luce.
Assai presto, nello studio sperimentale delle proprietĂ della luce, ci si rese conto che la luce non si propaga istantaneamente, bensĂŹ con velocitĂ finita, benchĂŠ molto grande. La prima solida dimostrazione di questo fatto fu data nel 1676 dallâastronomo danese Ole Rømer (1644-1710).
Nel 1610 Galileo (1564-1642), servendosi del primo telescopio astronomico, aveva scoperto i quattro satelliti principali di Giove. Alcuni decenni piĂš tardi, un altro italiano, lâastronomo Gian Domenico Cassini (1625-1712) aveva ottenuto con il nuovo strumento vari risultati importanti. Uno di questi era la prima misura ragionevolmente esatta della distanza fra la Terra e il Sole; un altro la compilazione delle Effemeridi dei satelliti gioviani, che prevedevano esattamente le eclissi dei satelliti di Giove nel cono dâombra del pianeta. Ole Rømer, a quel tempo un giovane collega di Cassini a Parigi, si servĂŹ di questi due risultati per ottenere una stima della velocitĂ della luce.
Lâosservazione di Rømer fu che gli intervalli fra le eclissi successive di Io, il piĂš interno fra i grandi satelliti di Giove, non erano del tutto regolari, bensĂŹ presentavano scostamenti dellâordine di una decina di minuti rispetto alla tabella di Cassini. La geniale intuizione di Rømer fu che non si trattasse di unâirregolaritĂ delle eclissi, ma di un effetto della distanza variabile fra il punto di osservazione (la Terra) e il sistema osservato (Giove), a seconda della diversa collocazione dei due pianeti sulle loro orbite. Se la luce viaggia con velocitĂ finita, le immagini delle eclissi non ci arrivano istantaneamente, bensĂŹ in tempi proporzionali alla distanza che esiste in quel momento fra Terra e Giove. Alcune eclissi ci appaiono perciò ritardate, altre anticipate. PoichĂŠ la massima variazione nella distanza fra i due pianeti corrisponde a un diametro dellâorbita terrestre (cioè due volte la distanza fra Terra e Sole misurata da Cassini), la massima variazione degli intervalli fra le eclissi di Io deve corrispondere al tempo impiegato dalla luce a percorrere tale diametro, e quindi ci fornisce un valore per la velocitĂ della luce.
Cassini aveva stimato la distanza Terra-Sole in 138 milioni di chilometri (contro lâattuale valore di 150 milioni di chilometri). Su questa base Rømer stimò la velocitĂ della luce in 225.000 chilometri al secondo, contro i 300.000 chilometri al secondo delle misure attuali. Un risultato non disprezzabile, se si tiene conto della limitazione dei mezzi tecnici dellâepoca. Ma, indipendentemente dalla precisione della misura, lâaspetto rivoluzionario della scoperta consisteva nel fatto che si trattasse di una velocitĂ finita. Questa idea non fu accettata immediatamente: ci vollero un altro mezzo secolo e gli esperimenti dellâastronomo inglese James Bradley (1693-1762) per fugare ogni dubbio sul fatto che la luce non si propaghi istantaneamente.
Nelle equazioni di Maxwell la velocitĂ finita di propagazione delle onde elettromagnetiche figura come una costante, una caratteristica universale delle interazioni elettromagnetiche, che è invalsa lâabitudine di indicare con la lettera c minuscola. Ma, se la velocitĂ della luce, e delle onde elettromagnetiche in generale, è costante e uguale a c, la domanda che sorge immediatamente è: rispetto a quale sistema di riferimento la luce si muove con questa velocitĂ c? In quale sistema di riferimento valgono le equazioni di Maxwell?
Mi spiego. Se dico che una palla da biliardo si muove con una certa velocità , normalmente mi riferisco alla velocità rispetto al piano del tavolo. Ma supponiamo che il tavolo da biliardo si trovi su una nave in movimento. La velocità della palla da biliardo rispetto alla superficie del mare è diversa dalla velocità rispetto al piano del tavolo, in quanto si compone con la velocità della nave. Perciò è necessario specificare in quale sistema di riferimento, rispetto al tavolo o rispetto al mare, la palla ha quella determinata velocità .
Se ammettiamo che vi sia un mezzo, il famoso etere, in cui la luce e tutte le onde elettromagnetiche si propagano, esso devâessere il sistema di riferimento in cui valgono le equazioni di Maxwell e in cui la velocitĂ della luce è uguale a c. Ma la domanda allora diviene: in quale sistema di riferimento lâetere è a riposo?
Verso la fine dellâ800 le misure della velocitĂ della luce avevano giĂ raggiunto un grado notevole di raffinatezza. Ci si aspettava perciò di riuscire a misurare le differenze di velocitĂ in differenti situazioni e di individuare cosĂŹ in quale sistema di riferimento lâetere è a riposo. Ora, il risultato sorprendente fu questo: la velocitĂ della luce è sempre la stessa (c = 300.000 chilometri al secondo) in ogni sistema di riferimento, qualsiasi sia il moto della sorgente e quello dellâosservatore. Lâetere sembra essere a riposo in tutti i sistemi di riferimento!
Questo risultato era allâepoca altamente sconcertante. La soluzione del dilemma fu portata da Einstein nel terzo dei quattro fondamentali lavori da lui pubblicati nel 1905, il suo annus mirabilis. Ă una soluzione radicale, che non si può proprio definire a buon mercato: ammettere la costanza della velocitĂ della luce rispetto a tutti i sistemi di riferimento implica niente meno che lâabbandono della natura assoluta dello spazio e del tempo. La misura di...
Table of contents
- Copertina
- Copyright
- Frontespizio
- 1. Al di lĂ del buio
- 2. Il romanzo della luce
- 3. Lo spazio e il tempo curvi
- 4. Vita e morte di una stella
- 5. Buchi neri
- 6. I buchi neri esistono davvero?
- 7. Onde gravitazionali
- 8. Passaggi fra universi
- Bibliografia
- Indice
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