Stagioni
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Stagioni

Alessio Tanfoglio

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Alessio Tanfoglio

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Il testo si affianca al precedente: "Il rastrello e il giglio rosso", traducendo i
cambiamenti sociali in storie che hanno contribuito a definire l'idea di comunità
inzinese. Il fiume Mella, attraversando in tutta la sua lunghezza la Valle Trompia,
è il tramite tra i luoghi, il paesaggio, le persone e le vicende narrate. I racconti
presentati permettono pluridiscorsive interpretazioni, risultando linearmente
inseriti nel contesto che li ha formati, sempre compresi nel dialogo con la natura e
le comunità della Valle. L'ampio ventaglio delle situazioni coinvolge
emotivamente anche grazie al fatto che sanno intrecciare vicende personali con la
realtà, presentando vari filoni di riflessione, non solo letteraria, nella pluralità di
connessioni con il contemporaneo in continui rimandi e sollecitazioni che toccano
le nostre sensibilità in fatto di ecologia, senso del vivere, consapevolezza della
storia e lucido sguardo sul futuro. Come è stato rilevato, alcune storie sembrano
sostenere una certa filmografia in bianco-nero di autori che delle piccole cose, di
realtà contadine e lontane dalla grande città, sembrano avere il caposaldo.

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Information

Publisher
Youcanprint
Year
2019
ISBN
9788831630603
Primavera: marzo, aprile, maggio
La primavera, che coincide con i mesi di marzo, aprile e maggio, per l'immaginario comune è l'inizio del risveglio della vita; si comincia a sentire il sole scaldare l'aria, le case, le ossa. Dopo il freddo e l'umidità dell'inverno anche noi come la natura e gli animali ai primi tepori di questa stagione, ci sentiamo rivitalizzati.
Il cielo diventa spesso azzurro terso come ci si era dimenticati a causa del grigiore e del buio delle giornate invernali. I prati e gli orti iniziano a mostrare il loro bel manto verde, di una tonalità che ci convince della nuova stagione. Anche la neve sui monti si ritira, si scioglie, e il Mella, come il torrente Re della Val Rendena, già da febbraio inizia a canticchiare scattante con piglio sicuro portando con sé il colore della neve. A marzo la sua voce è ormai vivace e decisa nello scendere il suo percorso. La sua acqua fresca e limpida si muove saltellante nello scenario verdeggiante di alberi e cespugli per i quali alcuni, per fortuna, dimostrano ancora di aver cura. Il Mella scorre baldanzoso da Collio fino a Marcheno, e la sua discesa appare sicura e vivace. Sembra voglia lasciarsi alle spalle la pigrizia dell'inverno e quella svogliatezza che per mesi lo ha trattenuto, perciò fluisce sicuro, non balbettando come un bambino. Sembra desideroso di scoprire il mondo. In prossimità di Inzino, nella zona conosciuta come bresciana, in faccia all'ex miniera S.D.I., diventa calmo e lento, come rilassato quasi voglia riposarsi nella sua corsa, comunicando quella serenità che conserva lungo tutto il suo percorso nel territorio della comunità di esperti incisori. A guardarlo dal ponte romanico il fiume lo vediamo procedere placido nel paesaggio costeggiato da alte albere che si riflettono nelle sue acque, misurandosi con le nuvole e il loro cielo. Mentre accarezza le sponde e i sassi che lo invitano sul cammino, sembra abbia perso tutta la sua malinconia, desideroso d'incontrare, prima di arrivare in città, i restanti sette affluenti che allegri scendono dalle varie gole della valle. I torreggianti pioppi sembra vogliano proteggere le sue rive.
Inzino si trova a mezza Valle Trompia, contornato da montagne che sembrano proteggerlo e fare da nido; oltre che dal fiume Mella è attraversato dal torrente Re che scende dal monte Guglielmo. Se da bambino il paese mi sembrava il mondo intero, ora so che ero piccolo io per cui tutto mi appariva grande, eppure Inzino ha avuto, a partire dal decennio 1950, grande sviluppo urbano ed oggi sembra aver raggiunto la sua massima espansione.
Il paesaggio, dalla città ad Inzino, nel suo nocciolo d'origine é rimasto quasi tutto invariato; la strada é ancora la stessa, solo un poco più sicura con carreggiata più larga, ma sostanzialmente ha mantenuto la stesse caratteristiche. Uno dei dati più evidenti del cambiamento dagli anni sessanta ad oggi, si potrebbe dire sia la continuità dei paesi che erano ben distinti da fratture nel paesaggio, con cartelli stradali e abitazioni che si aggrumavano e improvvisamente si volatilizzavano, e un flusso di auto e camion continui a quasi tutte le ore del giorno. Quarant'anni fa la proincial per quasi tutto il suo percorso era abbastanza stretta e sgusciava tra prati che segnavano i confini dei vari paesi della valle; alcuni tratti erano marchiati da lapidi e santelle, non come oggi che di edicole votive ormai resiste solo quella di Zanano mentre per le croci e lapidi si perde il conto.
Tutti almeno una volta ci siamo fermati, in primavera, in una postura di accoglienza dei raggi benevoli del sole scoprendoci figli delle stesse piccole necessità della natura. Gli animali e la vegetazione in questa stagione sembrano ridestarsi lasciando sbocciare gemme e fiori, a partire dalla luminosa e gialla forsizia, la prima a fiorire, che a me ricorda il carattere tempestivo e sbrigativo di suor Ersilia in quello che era conosciuto come l'Asilo Infantile di Inzino, dove lei rimase fino al 1965; a noi bambini voleva bene, ma sembrava improvvisare sempre tutto. Anche durante le varie occasioni liturgiche, che alcuni di noi aspettavano come occasione per rivestire un ruolo utile durante la funzione religiosa, lei assumeva il compito di coordinatrice dell'evento nonostante il suo carattere sanguigno e sbrigativo, mentre sarebbe stato utile possedere un minimo di spirito organizzativo, quello per cui don Nicola era magnificamente favorito. Ricordo che si metteva a dire „fate così‟ e „fate cosà‟, ma senza una precisa logica, come se quel che comandava le fosse dato da una voce superiore, divina. Noi ci accorgevamo dei suoi dubbi per via di contrordini affrettati in quanto poi si dispiaceva delle sue contraddizioni; forse pensava che noi bambini non fossimo in grado di capire. Però era dolcissima nel suo incoraggiarci a seguire i suoi imperativi. Gesticolava come se stesse dirigendo un'orchestra, ma sempre secondo quello che probabilmente era una sua ispirazione, un suo genuino gusto di una qualche estetica colta al volo lì, proprio in quel momento. Tutti le volevamo bene anche se non lo stesso che avevamo per suor Imelda, che io vedevo come una bellezza luminosa dell'esercito di Gesù. Lei sì che sapeva infonderci calma e serenità, sempre col suo bel sorriso ampio e sincero e con i suoi modi garbati; le carezze e gli abbracci che regalava quando i bambini piangevano, esprimevano compiutamente l'amore della sua vocazione.
Ma c'erano altri personaggi che sapevano come riempire la fantasia e gli occhi di noi che in quel decennio eravamo bambini.
“Ho sempre abitato in valle di Inzino” esordisce Margherita Zatti, “e ricordo che alla fucina dello Speranza in certi giorni del mese arrivava la Cilì con del baccalà secco che veniva messo sotto il maglio per essere battuto, appiattito e messo „a bagno‟, naturalmente dopo essere stato opportunamente coperto da panni puliti. Quel baccalà veniva poi venduto a tranci nella sua bottega. Verso il 1952/53 ricordo che all'asilo c'era una signora, una collaboratrice conosciuta come hstriulina (nel nome il significato). Quando i bambini che si pisciavano addosso, non c'erano ancora i pannolini, li spogliava e metteva sulla loro testa le mutandine bagnate. Però va detto, non come scusante, che ancora in quegli anni la prepotenza di alcuni adulti era tollerata come normalità, vista come metodologia educativa. C'era però, verso il 1953 una suora, suor Amabile originaria di Bovegno, che era buona e simpatica e ci voleva bene. In quegli anni avevo i capelli ricci e lunghi, e suor Amabile scioglieva le trecce che la mamma ogni mattina realizzava, e mi lasciava correre felice di sentire la sensazione di essere libera.
all'asilo c'erano i tavolini con un foro che serviva per inserire una ciotola di metallo, tutta ammaccata, nella quale la cuoca versava la minestrina, che noi chiamavamo pappariso, il nostro pranzo. Ogni bambino e bambina aveva il suo cestino color paglia, e i grembiuli di colore rosa per le bambine e azzurro per i bambini. Il cestino conteneva ciò che la mamma inseriva, per esempio frutta o pane e marmellata per la merenda. Il pomeriggio riposavamo le nostre testoline sugli avambracci appoggiati sopra i tavolini. Ricordo che verso la metà del decennio 1960, per quell'oretta di riposo si iniziò ad utilizzare le sdraio.
Nel periodo estivo all'asilo era organizzata la colonia; doveva essere nel 1953/54, e la mamma mi dava da portare alle suore, una volta alla settimana, una borsa piena di verdure che cucinavano per tutti; ero con mia cugina Amalia Zatti e scendevamo il viottolo (dal Santuario non c'era la strada asfaltata), con quella borsa stracolma di verdure. Ricordo anche che ai funerali le suore organizzavano la partecipazione dei bambini e bambine dell'asilo dopo averci messo in fila due a due, vestiti con mantellina blu e basco. Si trattava di presenziare al passaggio del feretro sul sagrato della chiesa (era usanza che la famiglia del defunto richiedente quel servizio, lasciasse alle suore „la bustina’ contenente un'offerta come ringraziamento per la loro condivisione del dolore e della funzione religiosa). A volte capitava di partecipare con la veste bianca della comunione, come si può vedere in alcune rarissime fotografie dell'epoca. Questa abitudine restò in voga fino verso la seconda metà del 1950.”
La signora Margherita Zatti, referente attiva del Gruppo Missionario di Inzino, prosegue il suo racconto: “Vorrei anche sottolineare che, tra le numerose suore inzinesi, andrebbe citata mia zia Suor Maria Crescentina, all'anagrafe Lucia Zatti, suora missionaria dell'ordine di Sant'Anna di Torino. Nata a Inzino il 26 gennaio del 1905; entrò in noviziato il 22 ottobre del 1928 e prese i voti il 10 agosto del 1931. Si imbarcò per le missioni dell'India il 25 novembre del 1935, e svolse la sua missione come infermiera nella casa provinciale del suo ordine religioso. Servì gli umili e i bisognosi negli ospedali sia a Bansilalpet che a Secunderabat, e poi a Nandigama e a Mithapur. Morì il 24 maggio 1972, compianta da tutti coloro che l'avevano conosciuta, e seppure ad Inzino non lasciò che il ricordo profondo nella famiglia, è un esempio di altruismo che in questa società sta diventando sempre più raro. Anch‟essa di Inzino, si aggiunge alle numerose sorelle che tanto bene hanno portato nel mondo. Per quanto riguarda gli aiuti per le missioni, noi familiari di suor Crescentina spedivamo abiti, alcuni erano vestine per la prima comunione o per le nozze, oppure mandavamo scatoloni di stoffe o veli, materiale ed oggetti che poi le suore utilizzavano secondo esigenze della comunità. Il Gruppo missionario di Inzino ha sempre avuto la chiarezza di raccogliere fondi e mandarli a persone fisiche conosciute e fidate, in modalità diretta, non tramite associazioni più o meno conosciute, per cui coloro che li ricevevano, avevano la possibilità di decidere autonomamente come impiegarli.”
Per quanto riguarda il periodo in cui frequentava le scuole elementari, Margherita Zatti rammenta che: “La signora Tina Beretta aveva regalato a tutti i bambini di prima elementare il „Dizionario di Italiano Palazzi‟, che ancora conservo come ricordo. A 11 anni, finite le elementari tutti chi più chi meno, facevano piccoli lavori in casa o nell'attività di parenti e conoscenti, in attesa del compimento dei fatidici 14, età che dava l'accesso al lavoro in officina o altro. C'era a nche qualcuno, pochi, che procedeva negli studi. Per accedere alle scuole medie bisognava superare alla fine della quinta elementare, un esame abbastanza severo; coloro che non continuavano gli studi, erano destinati al lavoro.
Tra i miei ricordi di ragazza, avrò avuto circa 13 anni, mi viene in mente quando un mattino in un bel gruppetto, noi bambini e bambine, ci eravamo dati appuntamento sul sagrato del Santuario perché avevamo saputo che si sarebbe celebrato il matrimonio di una persona molto conosciuta a Gardone, e per noi era l'occasione per avere dagli invitati un po' di confetti, quelli di zucchero che ci piacevano tanto, alcuni bianchi o azzurri o rosa, ed altri argento e dorati. Eravamo tutti in attesa davanti alla chiesa, ma ad un certo punto comparve don Almici sulla porta e ci disse che il matrimonio non si sarebbe più celebrato. Abbiamo saputo solo dopo che la sposa non si era presentata perché ci aveva ripensato. Naturalmente ci rimanemmo tutti piuttosto male, non solo per la sposa, ma soprattutto per i mancati confetti.”
La conferma arrivò puntuale da Cecilia Peli, che aggiunse: “Come divertimento, bisogna dire che ci si accontentava di veramente poco, i ragazzi avevano via libera per andare al campo o sul sagrato o addirittura gironzolare da soli, liberi per il paese, la pineta e i vari prati del circondario, le ragazze invece erano costrette a stare sempre in casa o nel cortile, guardate a vista dalla mamma. Un momento di sfogo era all'asilo, ma solo la domenica, dove noi bambine ci recavamo per quelle due ore a giocare in compagnia; ricordo che le suore tenevano una piccola rivendita di dolci, caramelle assortite, farina di castagne, liquirizia.”
Verso i primi anni del decennio 1960, per i pomeriggi della domenica il parroco don Almici decise, con lungimiranza, di aprire anche ai ragazzi, i cancelli dell'asilo, che era „Oratorio femminile‟, in un gesto che sembrò di grande visione verso istanze che si sarebbero di lì a pochi anni imposte nella società. La separazione tra femmine e maschietti sembrò d'un colpo frutto di antiche, sorpassate e retrograde concezioni, tanto lontane da apparire improvvisamente urticanti.
Cecilia continua il suo racconto: “Quando, sempre di domenica pomeriggio, iniziarono le proiezioni di film, c'era l'occasione per potersi incontrare all'asilo-Oratorio Femminile e giocare con i ragazzi in quello spiazzo occupato da una giostra; per le più intraprendenti iniziò la possibilità di veder nascere i primi filarini.
Nel cortile di casa mia abitavano diverse famiglie: i Grassi, Diamante „Menegocc‟, Petrolio, Poli della Adele, la Rosina, la „balinina‟ la Oliva, Fausta, Angela, e c'era Guerini del coro che nel suo viaggio di nozze mi aveva portato come regalo una borsetta che mi rese felicissima. E ancora la famiglia di Gioanassi caagnì, Tanfoglio dei Lame, Scalmana, él muto, Peli. In quegli anni era normalità che ci fossero famiglie numerose, e in una stanza ci si adattava tutti insieme a dormire e mangiare; quel poco che c'era, era di tutti. A volte nascevano discussioni, però ci si voleva bene. Per dare un'idea di come fosse in quegli anni del decennio 1950: ricordo che ero bambina e da mangiare non ce n‟era molto, ma la nonna Diamante Zanoletti, quando mungeva le mucche in stalla, ci chiamava noi bambini ci metteva in fila uno dietro l'altra, e a turno ci suggeriva di avvicinarci e accucciarci vicino per bere il latte direttamente come se sgorgasse da una fontanella miracolosa. C'erano anche le figlie Graziella, Cati, Maria, Lidia e Dante. Ci tengo a dirlo: se la povertà era diffusa, la generosità lo era in misura maggiore.
In autunno l'uccisione del maiale per noi bambini era una festa perché le mamme cucinavano la torta di sangue con cipolle, pan grattato e uvetta. Per merenda si mangiava él pà con le grépole, perché il papà dava una parte del grasso del maiale al fornaio del paese, che ci portava quel pane così saporito e caratteristico. A cena, o a pranzo, c'era la ministrina hpùrca minestra con i fegatini e rigaglie di pollo, e di domenica spesso c'era lo spiedo che si mangiava con la polenta. Anche mangiare le ossa di maiale col loro midollo era molto gustoso, seppure fosse un piatto povero. Ai genitori piaceva mangiare pure la mostarda, col suo forte sapore agrodolce che lasciava a noi bambini un lungo e fastidioso formicolio alla lingua. Dalla Cilì, che aveva la bottega di alimentari, andavamo a comperare la Nutella che veniva raccolta con un cucchiaio da un vasetto grande, e depositata su un foglio di carta velina; quella bontà veniva poi pesata ad etti.
Ricordo che, e mi fa ancora sorridere, la mamma aveva alcune galline e ci fu un periodo che trovava le uova vuote; „possibile che siano le galline a bere le uova?‟ diceva incredula ma con piglio indagatore a noi bambini e bambine. Com‟è come non è, iniziò a controllare il pollaio e scoprì che, di nascosto, mia sorella Dori che era più grande, avrà avuto circa quindici anni, entrava nel pollaio e senza farsi vedere bucava con un ago le uova e ne beveva il contenuto lasciando il guscio intatto appoggiato dove l'aveva trovato. Piccole marachelle di bambini.”
Dopo una pausa Cecilia riprese: “Alle elementari, la nostra classe era composta da ben 42 o 43 bambine; tutti avevamo l'obbligo di vestire il grembiule nero. La nostra maestra era la signora Parolini che aveva una protuberanza, un'accentuazione anormale della curvatura della spina dorsale, diciamo pure una gobba; ricordo che, come altre maestre, aveva l'abitudine di utilizzare una bachéta per far rispettare le regole e il silenzio. Era severa, come in quegli anni lo erano quasi tutte le maestre e gli adulti. Per la ricorrenza del 4 Novembre, considerato giorno di „Festa nazionale‟, il maestro Marizzoni organizzava un coro armonizzando le canzoni classiche, tipo Fratelli d'Italia, Il Piave mormorò ecc., davanti agli ex combattenti e alle autorità religiose e comunali convenute presso il monumento ai caduti che ancora in quegli anni era posizionato sul sagrato della parrocchiale. Ricordo che ci metteva schierati di fianco al monumento, con le autorità e la gente che riempivano il Piazzale. Seppure fossi stonata, volevo entrare in quel coro perciò agli incontri preparatori c‟ero sempre; un giorno il maestro si accorse di una voce fuori registro e chiese di ricantare il brano. Io che ero abbastanza sveglia, non mi persi d'animo e muovevo le labbra senza però emettere alcun suono. Finì che il maestro si dichiarò contento della prova così anch'io, con orgoglio, feci parte del gruppo di cantori.
In quegli anni si andava a lavorare che eravamo poco più che bambine, adolescenti di 14/15 anni; io, che avevo da poco finito le scuole elementari, venni assunta alla Bernardelli. Fui assegnata, come era norma, al settore delle hspolete delle bombe; eravamo un centinaio di ragazze che venivano anche dai paesi vicini. Io lavoravo in collaudo e per arrivare in reparto, che si trovava in un grande scantinato interrato, dovevo attraversare tutta la sezione del reparto degli uomini che naturalmente, alla vista di noi ragazze, si giravano lanciando i più vari e coloriti apprezzamenti, chi per gli occhi chi per le gambe e chi per i sorrisi dell'una o dell'altra. Ho scritto una poesia su quelle situazioni: ‘I zuinòcc i fào i salamòcc’. C'era una bella ragazza che si chiamava Marlene, come la Dietrich, però bionda e sempre ben pettinata, con le labbra rosse come maòle, fragole; poi c'erano le amiche Stella, Beatrice e Angiolina, la bambulina , una ragazza che chiamavano così perché era bella ma piccolina. Che emozioni: alcune si fidanzarono proprio grazie a quelle situazioni. Che trepidazione i primi innamoramenti, e anche la prima paga.”
Silvanointervenne: “c'è un detto popolare che recita: hel hignùr él vòl e la Madòna l’è conteta, él fa trà anche él sciòp déla Bernardel, come a dire che nella rivalità tra gli operai delle due importanti fabbriche d'armi di Gardone, gli operai della Beretta, in numero nettamente superiore, andavano dicendo che le armi prodotte dalla Bernardelli non erano così affidabili come qu...

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