2001. Un Archivio
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2001. Un Archivio

L'11 settembre, la war on terror, la caccia ai virus

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2001. Un Archivio

L'11 settembre, la war on terror, la caccia ai virus

About this book

La coincidenza fra il ventennale dell'11 settembre e il ritorno dell'Emirato islamico in Afghanistan chiude il cerchio di una storia che sembra tornare al punto di partenza. E dimostra, con il fallimento della «global war on terrorism», l'inconsistenza dei suoi presupposti culturali, dalla teoria dello scontro di civiltà al progetto di esportazione armata della democrazia. Mentre il mondo si interroga sulle conseguenze geopolitiche della disfatta occidentale a Kabul, il ventennio alle nostre spalle si contrae in un tempo di transizione largamente contrassegnato, sulle due sponde dell'Atlantico, dagli effetti dell'attacco alle Torri gemelle e della risposta bellica americana: politiche securitarie e xenofobiche, crisi del multiculturalismo, erosione dei diritti e delle garanzie costituzionali, backlash e fine del patriarcato. Ma l'11 settembre non fu solo l'inizio di tutto questo: fu anche l'epifania in diretta televisiva del mondo globale nato sulle ceneri del bipolarismo novecentesco. E la ferita di Manhattan fu anche un trauma del pensiero che domandava un salto di fronte all'impensato. Dalla critica della sovranità nazionale ai paradigmi biopolitici del governo del vivente all'ontologia femminista della vulnerabilità e dell'interdipendenza, si forma allora quell'agenda filosofico-politica tuttora necessaria, e tuttavia non sufficiente, per affrontare un nuovo evento globale come quello pandemico, scatenato non più dal virus terrorista ma da un virus biologico.

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Information

New York

Come se Dio ci fosse
Intervista con Carlo Galli
27 settembre 2001

Lo sfondamento delle Twin Towers è stato anche uno sfondamento culturale: crollano le categorie politiche della modernità. La prima guerra globale non è la terza guerra mondiale e non farà ordine, la coppia amico/nemico non funziona più e non si può ricostruire come scontro di identità fra Occidente e Islam. In un mondo che mette al bando la politica, la politica ritorna in forme selvagge.
«Non è per caso che di fronte a quei due aerei che trapassavano le Twin Towers siamo rimasti tutti “senza parole”. Non c’era solo l’enormità dell’evento e l’incredulità che ti prende quando la realtà supera l’immaginazione. Il fatto è che non si sa bene che cosa pensare di quella strage e della situazione in cui ci ha catapultati. Lo sfondamento delle Torri gemelle è stato anche uno sfondamento dei nostri orizzonti concettuali, e quindi del nostro lessico politico». Due settimane dopo l’epoché dell’11 settembre Carlo Galli non abbassa il tono apocalittico (anzi: «solo la teologia ci può aiutare a vedere e a capire, basta rileggere i capitoli 17 e 18 del Libro dell’Apocalisse»), né sull’evento né sulle conseguenze che porterà in un mondo globale già contrassegnato dalla crisi di tutte le forme politiche, e relative categorie, della modernità. In questa chiave Galli aveva trattato la globalizzazione nel suo Spazi politici. L’età moderna e l’età globale (il Mulino): come un insieme di processi contraddittori, in cui tutte le tensioni della modernità esplodono in figurazioni ormai post-moderne, ma ancora incapaci di produrre nuove forme e un nuovo ordine politico; come un gigantesco sconfinamento delle geometrie spaziali e temporali che ordinavano la mappa politica della modernità. Per dirla con un’immagine: il Guggenheim di Frank Gehry a Bilbao, primo monumento dell’era globale, costruito su una geometria che ignora gli assi cartesiani. Per dirla in termini più consueti nel linguaggio politico: fine del perimetro della fabbrica e nascita del circuito virtuale della rete; fine del rapporto fra centro e periferia e stratificazione di nuove gerarchie fra locale e globale; fine delle lotte di classe tradizionali ed esplosione di conflitti etnici e culturali; fine del comando della politica sull’economia; fine dello Stato nazionale, ma anche fine dell’ordine internazionale, sia nella versione dello jus publicum europaeum sia in quella bipolare della Guerra fredda. E, aggiunge adesso la cronaca, fine del Nemico – quello visibile, individuabile, a sua volta statuale a cui eravamo abituati -, e di conseguenza fine della logica d’interpretazione della politica moderna basata sulla coppia amico/nemico. Con lo studioso, prima che della globalizzazione, di Carl Schmitt (sua l’imponente monografia Genealogia della politica, Il Mulino), proviamo a collocare i caratteri della “prima guerra globale” nello spazio privo di rassicuranti geometrie del mondo attuale
Senza parole davanti alle Torri gemelle in fiamme. Siamo senza parole anche di fronte a quella che si annuncia come la prima guerra dell’età globale? O possiamo cercare di definirla?
Sta accadendo qualcosa di mai visto prima, e dunque difficile da decifrare e persino da nominare: la querelle politica e giuridica su come chiamare sia l’attacco dei terroristi sia la reazione americana – «atto di terrorismo» o «atto di guerra» da una parte, «guerra» o «operazione di polizia» dall’altra – è spia di questa difficoltà. Cominciamo col dire che questa non è una guerra mondiale, ma una guerra globale. La distinzione è tutt’altro che accademica. Di guerre mondiali nel Novecento ne abbiamo avute tre, due «calde» e una «fredda», e ne conosciamo le logiche di funzionamento; di questa no. Le guerre mondiali sono state scontri armati fra entità pubbliche – stati o superpotenze –, con un forte investimento ideologico e un coinvolgimento potenzialmente illimitato dei civili; ma nonostante i loro orrori, mantenevano una riconoscibilità dei contendenti, dei loro confini, delle loro identità, dei loro scopi. La guerra globale invece è scatenata da un nemico «privato» (e come tale formalmente non titolare del diritto di guerra), senza volto e senza nome (nessuno ha ancora rivendicato gli attentati dell’11 settembre, e nessuno è stato ancora dimostrato esserne l’autore); non è indirizzata contro uno Stato ma contro l’umanità o contro una sua parte; è caratterizzata dall’assenza delle frontiere e dei fronti; dalla mancanza di distinzione fra militari e civili; da una intensità incontrollata che sconfina nella dimensione teologica; dall’evanescenza dell’identità dei contendenti. Non dispone, al momento, di armi adeguate: gli arsenali sono pieni di bombe inutilizzabili contro il terrorismo, «l’atomica per l’ordine pubblico» è un paradosso insensato che la dice lunga su quanto la situazione ci trovi impreparati. Infine, la guerra globale è tendenzialmente interminabile, essendo giustificata in termini etici più che politici, cioè col desiderio di fare giustizia più che di costruire un assetto di pace.
«Infinite Justice», «Giustizia infinita», è stata chiamata infatti all’inizio la risposta americana, poi ribattezzata come «Enduring freedom», «Libertà duratura».
Già, «giustizia infinita», un vero e proprio lapsus che vuol dire «farai il crociato per l’eternità, non avrai pace, non darai pace»: una dannazione eterna. Del resto, se la guerra diventa un atto di giustizia, diventa automaticamente interminabile: l’estirpazione del Male, com’è noto, non ha mai fine. Le guerre moderne tradizionali non dovevano fare giustizia bensì ordine: ha funzionato così fino a Yalta. Questa, invece, non produrrà alcun ordine. E non solo per insipienza dei potenti della terra – oltretutto, l’amministrazione americana si sta dimostrando persino meno insipiente di quanto si potesse temere –, ma per una difficoltà storica. Ci manca un pensiero all’altezza della crisi di sistema che è esplosa, e ci manca perché le condizioni di un nuovo ordine globale non ci sono ancora: non c’è un nuovo Hobbes all’orizzonte, e non per caso. Abbiamo solo domande, non abbiamo risposte. La tragicità della situazione sta qui.
Ma anche prima di Hobbes il disordine sotto il cielo era grande e terribile... Non c’è anche qualche somiglianza, fra quell’inizio della modernità e questo informe inizio di una post-modernità politica?
Tutto è simile e tutto è diverso dall’inizio della modernità – leggermente diverso, ma quanto basta perché sia completamente diverso. Quelli erano tempi di teologia politica: bisognava creare un ordine a partire da un bisogno di secolarizzazione, facendo come se Dio non ci fosse: Dio – ovvero la legittimazione religiosa dell’ordine politico – non c’era più, e la sovranità politica lo riproduceva in terra. Oggi è il contrario, tutti sembrano agire come se Dio ci fosse, mentre la sovranità politica decade irreversibilmente.
Una sorta di regressione dal simbolico al reale, anzi all’iper-reale?
Sì, come se il mondo fosse precipitato in un mostruoso videogame, in uno stadio infantile, pre-simbolico, pre-linguistico. Che come sai è lo stato paranoide per definizione. Perciò dobbiamo parlare, oggi più che mai, a tutti i costi. Per non restare affascinati e paralizzati dall’icona totale, dell’immagine spettacolare delle Torri incendiate e della guerra globale. O succubi di un potere che non si prende più cura di argomentare nei parlamenti e nelle altre sedi deputate, si limita a mostrarsi e esibirsi, in tv come sul proscenio dei vertici internazionali.
Cos’altro c’è di leggermente e completamente diverso dall’inizio della modernità?
La coppia amico/nemico, che è stata la categoria ordinatrice della politica moderna, nel nuovo scenario non funziona più. Implica una dimensione pubblica, e oggi il nemico terrorista è nascosto; implica un riconoscimento reciproco, un «dialogo», sia pure conflittuale o perfino armato, fra i contendenti, e oggi uno dei due contendenti attacca ma non parla; implica un principio politico di neutralizzazione del conflitto al servizio dell’autorità del Sovrano e dell’ordine che segue al conflitto, e oggi quale sarebbe questo principio? «Il terrorismo è barbarie» può diventare un principio politico? In mano a chi, e per fare che cosa?
D’accordo, la coppia amico/nemico è palesemente obsoleta nella situazione attuale – e ci sarebbe da discutere se fosse così esaustiva anche prima. Però è anche vero che tutto, e tutti, tentano di ricostruirla, su una base identitaria. Occidente/Islam non rischia di diventare la nuova versione della coppia amico/nemico? Dico di più, la nuova versione di un bipolarismo geopolitico, di cui tutti, in campo filoamericano e in campo antiamericano, sembrano improvvisamente avere nostalgia?
Certo che c’è questo tentativo. Ma è esattamente la trappola a cui bisogna sottrarsi. In primo luogo perché la coazione identitaria, il principio secondo il quale per esistere bisogna per forza essere qualche cosa, dotarsi di un certificato d’appartenenza, accettare di dire «right or wrong, it’s my country», è una coazione violenta. In secondo luogo, perché politicamente non funziona: in un mondo già globalizzato e multiculturale, può produrre solo guerra civile.
La sintassi politica moderna non funziona più, ma non abbiamo ancora un pensiero all’altezza dei tempi. Però intanto, nella partita che si sta giocando fra il dominio imperial-neoliberista della globalizzazione e la regressione verso una frattura identitaria del mondo, rischia di restare stritolata l’idea di un’altra globalizzazione possibile, la globalizzazione dal basso di cui parla il Movimento dei movimenti, o un nuovo ordine globale più equo di quello attuale. Non possiamo proprio figurarci alcuna via d’uscita?
L’attentato sulle Twin Towers ha ucciso la «buona» globalizzazione, stroncando, con la vita di migliaia di persone di sessantacinque nazionalità diverse, quel precario ma fantastico laboratorio di cosmopolitismo che è Manhattan e che a Manhattan dà il suo particolare timbro di libertà. Adesso il cosmopolitismo è sotto attacco su due fronti, quello del terrorismo e quello della guerra infinita. Malgrado la crisi in cui siamo immersi, la speranza e la forza per non archiviare quel modernissimo sogno kantiano dobbiamo cercarle e possiamo trovarle, ancora una volta, solo nella politica. C’è un’altra cosa che l’11 settembre ha distrutto per sempre, ed è l’illusione, su cui si è retta fin qui la «cattiva» globalizzazione, che bastino gli interessi del capitale e del mercato a dare forma e ordine al mondo. Non è vero: in un mondo che mette la politica al bando, la politica ritorna in forme selvagge. La mancanza di politica si paga, e adesso paghiamo tutto in una volta il conto salato di dieci anni senza politica. Se vogliono fare qualcosa di sensato su un arco territoriale immenso che va dall’Egitto all’Afghanistan, gli Stati uniti devono rimettere mano alla politica, cercare di colmare l’incredibile deficit di egemonia che ha caratterizzato per troppo tempo la loro immane potenza. E sottostare, essi per primi, a un ordine globale basato sul risarcimento e sulla responsabilità. In cui chi deve pagare – i teroristi, ma anche il grande capitale – paga, e la storia ridiventa un campo di azione responsabile, non un regno naturale che ci agisce e ci sovrasta.

Dal melting pot al melting plot
Intervista con Jeffrey Schnapp/1
29 settembre 2001

Lo sfregio di New York visto dalla costa occidentale. In California, dove l’attentato cyborg alle Twin Towers mette alla prova il sogno tecnologico e libertario della Silicon Valley, il richiamo identitario, patriottico e occidentalista si scontra con il laboratorio in perenne trasformazione del multiculturalismo americano e nelle università si risveglia il movimento pacifista. Ma si teme per la libertà di circolazione e comunicazione.
C’è un punto che non entra nella testa né dei filoamericani di casa nostra che aspettano di arruolarsi sotto la bandiera a stelle e strisce, né degli antiamericani che temono che tutti i cittadini statunitensi la brandiscano come un’arma. Non è un punto di second’ordine, perché si tratta della composizione materiale della società americana. Dove il meticciato e il multiculturalismo sono non da oggi una realtà, radicata...

Table of contents

  1. contemporanea
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  4. New York