Parte I
Corpi del capitale
Il sentire del cuore
Introduzione alla prima parte
Cristina Morini
Pensiero che non sente
non pensa veramente.
Solo un forte sentire
lo costringe a capire
la necessaria veritĂ presente.
âSentireâ inteso non certo solo come capacitĂ di ascoltare suoni e rumori grazie a un organo preposto (lâorecchio), ma come percezione complessiva del corpo. âProvare una sensazione fisica provocata da stimoli interni o esterniâ. âAvvertireâ. âAvere una certa âsensazione fisicaâ.
Partirei da questa parola per introdurre questo seminario di studio, il terzo che la rete Effimera ha organizzato sul tema del valore, e con ciò la prima parte dei nostri lavori.
Sentire del corpo, luogo di desideri, sentimenti e memorie, corpo-soggetto che, nella sua fragilitĂ intrinseca e nelle ingiustizie di una societĂ da sempre ineguale, facilmente rischia di essere assoggettato, soprattutto se non conforme non maschio, non bianco, non adulto. Un sistema complesso, biologico, anatomico e sociale, sessuato, in parte materia tangibile in parte pensiero intangibile, laddove la materia, il suo stato (essere in salute/in malattia; essere giovane/vecchio; essere benestante/essere in miseria) influisce sul pensiero e viceversa. Questo corpo, tra leggi naturali e leggi umane, mi consente di interagire con altri e con il mondo. Esso cambia, cresce, ha il potere di riprodurre un altro corpo, invecchia, si ammala, si trasforma. E nel cambiare modula anche il proprio modo di sentire. Ho questo corpo, dunque. Nella sua unicitĂ e differenza da altri corpi. Anche se non è detto che esso corrisponda alla mia identitĂ o a quella che mi viene assegnata. Il corpo non esaurisce lâio, ma è anche altro dallâio. Il corpo è condizionato, nel suo stare nel mondo, da una serie di dispositivi e apparati, regole, norme, gerarchie.
Non mi addentro oltre, non starò qui a pretendere di farvi una storia del corpo in pochi momenti, ma la premessa serve a dire è che questo corpo sensore, e la mente a esso inscindibilmente congiunta, messi entrambi, insieme, alla prova da un virus che sta attraversando i continenti, nella sua materialità interdipendente, è qualcosa con cui non dobbiamo mai dimenticare di fare i conti.
I femminismi hanno messo al centro i corpi. Le donne hanno sentito, parlato del, ascoltato il, esaminato, osservato il loro corpo. Hanno rivendicato di disporre dei propri corpi e della propria autonomia, hanno rivendicato una libertĂ dâazione e di pensiero espropriata sin dalla notte dei tempi, per farne oggetto accessibile al possesso da parte degli uomini.
Nel pensiero delle donne non câè cesura tra natura e cultura. La rimozione del corpo è viceversa parte dellâesperienza maschile, cosĂŹ come lo è la riduzione al silenzio del corpo, lâestraneitĂ del corpo, condizione per la fondazione di una individualitĂ disposta secondo leggi dallâessere umano maschio dalle quali la donna, per secoli e secoli, è stata esclusa.
Per capire il nesso tra sapere e potere e per capire a fondo anche lâarcano del valore e della accumulazione capitalistica, ânoi dobbiamo abbassarci noi stessi per scrutare lĂŹ dove vivono i corpi. Per rintracciare il marchio, la presa sui corpi che le norme produconoâ. Per non soggiacere in modo completamente passivo alla presa sui corpi, anche in questo frangente storico ci siamo fatti guidare da una veritĂ soggettiva, come ha scritto Luisa Muraro: âLa veritĂ soggettiva è un collegamento vivo, personale, con la realtĂ che cambia. Come si fa a dirla? [âŚ] Il come preciso non lo so ma cerchiamola praticamente nelle cose che facciamo (o non facciamo), combattendo lâinganno e lâauto-ingannoâ. Con Foucault si potrebbe parlare della necessitĂ di un lavoro del soggetto su di sĂŠ stesso, di cura di sĂŠ. In tutti i casi questa verità è frutto delle esperienze diverse dei corpi ed stataforma di orientamento, tra tanta paura, solitudine e clamore osceno delle spettacolarizzazioni dei mass media, con lâinvito a âstarsene a casaâ rivolto a tutti/e ma in presenza di una elevata percentuale di popolazione che è stata costretta ad andare al lavoro, ad ammalarsi nel lavoro.
VeritĂ soggettiva, dicevo. Donna Haraway afferma che la conoscenza è sempre parziale. Essa è incompleta, dal momento che ogni punto di vista è sempre âsituatoâ e non può cogliere tutto. Ma è anche âdi parteâ, poichĂŠ gli esseri umani non sono semplici dispositivi passivi ma sono guidati da interessi e desideri.
Tuttavia è venuto il momento di riflettere insieme sul proble ma grande che abbiamo di fronte, un problema di portata storica, un virus sconosciuto, con grandi capacitĂ di propagazione in tutto il mondo. Tutto questo senza smettere di interrogarci sulle forme dellâoppressione. La soggettivitĂ non può davvero fermarsi o chiudersi allâinterno di sĂŠ stessa: proprio nel suo rapporto con la veritĂ , ritrova la possibilitĂ di aprirsi, anche contro sĂŠ stessa. Non è questa, dunque, la politica? Il ruolo della politica? Il senso profondo della politica?
Ă il tempo dellâascolto, del dubbio, delle domande. Non voglio propugnare la pretesa di ridurre a uno tanta molteplicitĂ , ma certamente credo necessario uno sforzo del pensiero e dellâazione per scoprire un modo di ritrovarci, di ricomporre la frammentazione. La moltitudine precaria ha veramente espresso tutte le proprie varianze, tutti i punti di vista, dovendosi confrontare con un potere che ha apertamente e pesantemente giocato e spalancato definitivamente i meccanismi di inclusione ed esclusione consentiti dallâoccasione. Siamo tutte e tutti alle prese con lâesistenza del virus ma non siamo per nulla tutte e tutti uguali di fronte ad esso.
La precarietà esistenziale è risaltata in modo evidente, mostrando il volto di un pianeta dove le divisioni di classe (e le possibilità di proteggersi) si sono approfondite e diversificate e il vivente è in pericolo a causa della pretesa di dominio onnipotente del capitale.
Il capitalismo è in gran forma, i profitti sono aumentati a dismisura. Siamo noi che ci siamo ammalati e nel distanziamento facciamo fatica a vedere come costruire non solo resistenze ma affondi. Certo, gli Stati Uniti e il movimento Black Lives Matter ci dicono che qualcosa stride fortemente e di un meccanismo che sta rischiando di salta re per aria. Ma come avere vera consapevolezza, come organizzare, come esportare, come tradurre lâaggressivitĂ contro il vicino di casa (è sua la colpa) verso il nemico comune?
Simone Weil scrive nel 1934 che è necessario ârifiutare di subordinare il proprio destino al corso della storiaâ. E aggiunge:
âPer risolversi a un simile sforzo di analisi critica basta aver compreso che esso permetterebbe a chi vi si impegnasse di sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere il patto originario dello spirito con lâuniversoâ.
Non è questo, forse, il sentire del cuore? Quel sensibile, come guida, cui mi appellavo in esordio?
Il problema è che il capitale è diventato sempre piÚ onnipotente, dopo le lotte dei Trenta...