Il luogo dell'altro
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Storia religiosa e mistica

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Storia religiosa e mistica

About this book

La storia religiosa dei secoli XVI e XVII ha trovato nell'opera di Michel de Certeau un insuperato punto di riferimento. In quest'epoca attraversata da inquietudini e dibattiti, il suo sguardo individua voci e testimonianze come quelle di Carlo Borromeo (riformatore tridentino a Milano e Roma) e di René d'Argenson (segretario di stato per gli Affari esteri di Luigi XV) o, ancora, Lafitau (che cercò di inscrivere i costumi e le tradizioni amerindie nella storia dell'umanità) e Michel de Montaigne, acuto indagatore dei cannibali brasiliani, che contribuirà alla nascita dell'antropologia. Le analisi di Certeau, a cui vanno aggiunte pagine fondamentali su Henri Bremond, Robert Mandrou o gli "Esercizi spirituali" di sant'Ignazio, recuperano l'alterità del passato (soprattutto, ma non esclusivamente, religioso) e ne mostrano i resti inassimilabili, i residui che sfuggono al trattamento ideologico o alla presa totalizzante, fosse pure quella del senso che non appartiene a nessuno e che, proprio per questo, non si deve smettere di cercare. "Il luogo dell'altro" rappresenta dunque una mirabile sintesi dell'opera di Certeau: un'opera mai compiuta e sempre proiettata al di là dei suoi guadagni.

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Information

FIGURE DEL RELIGIOSO

Capitolo primo
CARLO BORROMEO (1538-1584)

Una leggenda episcopale

La «leggenda» post-tridentina di Carlo Borromeo è il fenomeno che si impone di primo acchito allo storico. Nello stesso anno della sua morte (1584), le sue Vite si diffondono nell’Occidente cattolico. Pertanto Mons.Canigiani, arcivescovo di Aix-en-Provence, comunica immediatamente un necrologio a César de Bus, che lo traduce in francese e lo diffonde. La Controriforma ha il suo eroe. Questi oltrepassa le montagne, precede e introduce i canoni del Concilio di Trento molto prima che vengano riconosciuti (in Francia lo saranno ufficialmente solo nel 1615): Vite di Agostino Valerio (Verona, 1586, in latino; Colonia, 1587; traduzione italiana, Milano, 1587), di Gian Francesco Bonomi (Milano, 1587), di Giovanni Battista Possevino (Roma, 1591; traduzione francese, 1611), di Carlo Bascapé (Ingolstadt, 1592; Venezia, 1596; Brescia, 1602; Parigi, 1643; Lodi, 1658; ecc.), di Giovanni Pietro Giussano (Milano, 1610; Roma, 1610; Brescia, 1612; Venezia, 1613; traduzione francese di N. de Soulfour con una introduzione di Bérulle, Paris, 1615, e di E. Cloyseault, Lione, 1685; traduzione latina, Milano, 1751; altre otto traduzioni in tedesco, inglese, spagnolo), di Antoine Godeau (Bruxelles, 1684)… Prolifera una letteratura la cui parte pubblicata fornisce solo alcuni riferimenti pubblici, al fianco di manoscritti e bollettini di ogni tipo o «storie» orali che emergono frammentariamente nelle corrispondenze. Più che la Vita della sua contemporanea Teresa d’Avila († 1582, prima edizione nel 1588) nel campo mistico che narrativizza, le Vite di Carlo Borromeo costituiscono un racconto unico ma con cento varianti che fa circolare il programma pastorale e sacerdotale della Riforma tridentina.
Potenza del racconto. Si costruisce su uno spazio che assume valore utopico ed esemplare, l’unità biografica. Vi delinea la figura di un principe in cui si realizza il sogno di un secolo di cristianità, la reformatio in capite, alla testa della Chiesa. Sotto questo segno a un tempo deferente e «meraviglioso», vengono descritte partiche amministrative in sequenza che, alla fine, corroborano la santità e la validità dell’eroe. Exemplum seduttore, questa actio retorica mobilita i sacerdoti, valorizzati da questa storia di cui sono i principali divulgatori: enuncia e seleziona i loro desideri. Tuttavia, come la Vita di Teresa presenta anche metodi di preghiera nel romanzo biografico in cui si raccontano le meraviglie e le «follie» di una ricerca d’amore, così le Vite di Carlo Borromeo precisano tecniche pastorali mentre raccontano come il diritto ecclesiastico abbia la meglio sul potere della nascita, come la parola del prete metamorfizza quanto Bossuet chiamerà la «Babilonia» milanese, e in che modo la potenza dell’eletto sacerdotale trionfi sui suoi avversari «temporali», laici o mondani. Il linguaggio del desiderio e della promozione simbolica si articola su quello dei metodi.
Questa narrazione dipende dalla «retorica ecclesiastica» a cui Agostino Valerio (biografo e discepolo di Borromeo), nella sua De Rhetorica ecclesiastica (Verona, 1574) o Luis de Granada (amico del santo), nelle sue Ecclesiasticae Rhetoricae… libri sex (Lisbona, 1576) consacrano interi trattati, posti precisamente sotto l’egida dell’eroe (per Luis de Granada si tratta dell’edizione di Venezia, 1576). Essa obbedisce a due criteri di quanto viene dunque designato come un’«azione» oratoria: movere (commuovere e mettere in movimento) e docere (insegnare). Tali discorsi mirano a suscitare nel destinatario le pratiche che descrivono; hanno valore di «azioni»: il racconto dottrinale, suscitatore di moti, fa quel che dice. Più ancora: narrando rende credibile quanto espone, crea un’attendibilità della Controriforma. Infine ritaglia, mette in primo piano e popolarizza un trasformatore della società, il vescovo secondo il Concilio di Trento. Produce storia da ogni punto di vista. Conformi o meno a quanto oggi un’erudizione ricostituisce dietro di esse, queste «finzioni» più o meno agiografiche creano una credibilità post-tridentina, e modificano realmente il dato storico illustrandone un nome proprio: Carlo Borromeo. È questo nome storicizzato che modella tanti altri rappresentanti della Riforma, dimodoché in Francia, per esempio, Mons. Potier de Gesvres verrà chiamato «il Borromeo di Baeuvais», Mons. de Grammont «il Borromeo della Franche-Comté», o Mons.de Solminihac «il santo Carlo di Francia» – tracce, tra cento altre, della produttività del racconto borromeo.
Poiché non ha come oggetto «azioni» narrative, un articolo biografico deve analizzare quanto le ha rese possibili e quanto queste hanno occultato, caricaturizzato o rivelato del personaggio il cui nome è stato fornito da esse così efficacemente. Dal «teatro» post-borromeo, bisogna passare a quanto lo studio dei testi e dei documenti produce come storia dell’eroe. Si tratta di misurare indirettamente l’effetto proprio dovuto alla narrativizzazione dell’eroe episcopale, ma anche di ripeterla, perché questa vita si presenta come una serie di gestae, una novella di gesti di cui occorre seguire le sequenze e da cui l’«insegnamento» o la «dottrina» di Carlo Borromeo non è separabile.

Una famiglia

Nato il 2 ottobre 1538 nel castello di famiglia di Arona, sul Lago Maggiore, Carlo, terzo figlio del conte Gilberto († 1558) e di Margherita de’ Medici († 1547), appartiene a un’antica e ricca famiglia originaria di Padova. All’inizio ci sono una famiglia e un nome (la cui forma originaria, Buon Romeo, è la firma adottata da Carlo in molte delle sue lettere di gioventù). I due sono sempre stati preziosi per questo ultimogenito di buona famiglia. La «grandeur» e l’antichità dei Borromeo gli sono care. Del resto egli deve alla famiglia le sue responsabilità ecclesiali e la fulminea carriera, e soprattutto allo zio materno, il cardinal Gian Angelo de’ Medici, eletto papa il 25 dicembre 1559 con il nome di Pio IV: un mese dopo, il 31 gennaio 1560, il papa nomina cardinale il suo nipote di ventun anni corso a Roma, gli affida l’incarico della Segreteria di Stato e gli affida l’amministrazione perpetua dell’arcidiocesi di Milano, mentre nel contempo nomina Federico, il fratello maggiore di Carlo, capitano delle truppe della Chiesa di Roma. Una strategia familiare organizza il gioco delle posizioni e delle forze che legano i membri tra di loro. Il cardinale rimane fedele a tali contratti di sangue impiegando molte energie per «difendere gli interessi della famiglia», per maritare le sue tre sorelle con dei principi (Camilla con Cesare Gonzaga, Geronima con Fabrizio Gesualdo, e Anna con Fabrizio Colonna), per fornire di dote sua nipote Margherita Gonzaga grazie a un prestito di 25.000 scudi del duca di Toscana, per provvedere ai suoi cugini Carlo e Federico, ecc.
La rete delle alleanze familiari costituisce un’unità di potere. Il riferimento al clan rimane fino alla fine un movente dell’azione di Borromeo, così abile nello scegliere dei «fedeli» e nel circondarsi di una «clientela» sul modello della famiglia, organizzatore di una milizia ecclesiastica che deve essere «un manipolo di pastori pronti a tutto… per le anime… sotto la direzione del vescovo»1. L’ideale presbiterale borromeo consiste nel creare un corpo, distinto dagli altri, le cui parti si sostengono organicamente e obbediscono tutte a una testa. «Voi siete i miei occhi, le mie orecchie, le mie mani», dice loro; le metafore organiche, così frequenti nel suo discorso, hanno in lui un valore letterale. Indicano il modello, biologico e del clan, a cui si riferisce e sarà così caro a molti vescovi (nobili) della Controriforma. Si tratta di trasformare le diocesi in «storie di famiglia» sacerdotali, storie, del resto, parallele a quelle di molte congregazioni religiose e dei loro concorrenti. Nell’opacità della storia, dunque, la famiglia è il fondamento di questa milizia costantemente mobilitata e unita nell’ambito della sua «nobiltà» e della sua «grandeur» eccezionale.
L’ascesa familiare dei Borromeo si inscrive anche nel movimento di un’espansione e quasi di una conquista milanese di Roma. È il tempo in cui Milanesi e Lombardi affluiscono a Roma: architetti, scultori, fonditori, orafi, operai, carrozzieri, agrimensori2. La Confraternita dei Milanesi, fondata a Roma nel 1471, prospera. Uomini d’azione, venuti dal Nord, partecipano efficacemente alla trasformazione del papato del Rinascimento e dei Medici in capitale della Controriforma trionfante sotto Sisto V e Clemente VIII. Uno stile nuovo, amministrativo e tecnico, costruttivo e pragmatico, si impone. Come ai tempi di sant’Ambrogio, Milano, i cui cittadini guadagnano nel Sud un’influenza nuova, diviene un centro rivale di Roma. Risiedendovi per primo dopo un secolo, l’arcivescovo Borromeo compirà un atto politico. Lavorerà alla «gloria» della sua «patria» milanese: l’insediamento di questo principe, arcivescovo e «quasi papa» rinforzerà un «nazionalismo» lombardo che, d’altro canto, lo ripagherà bene.

La cultura del chierico

Tonsurato e nominato abate commendatario dell’abbazia dei Santi Graziano e Felino ad Arona (13 ottobre e 20 novembre 1545, quando ha sette anni), a partire dal novembre del 1552 studente di diritto a Pavia sotto la guida di Francesco Alciati, dottore in utroque jure il 6 dicembre 1559, Carlo, votato al clero in quanto figlio minore, è portato per le lettere più che per le armi. La sua passione per la caccia non è che un diversivo. Riceve una formazione classica. Il diritto lo orienta forse verso le tecniche dell’azione e dell’«occasione» che postulano al tempo un primato della produzione e della «meccanica» sociali sulla natura; in ogni caso raggiunge il suo gusto per la precisione, perfino per la meticolosità del dettaglio.
Lo studente comunque legge molto. Nel 1551 si lamenta già che gli mancano i libri (desunt libri), e chiede a suo padre di inviargli Plinio, il De animalibus di Aristotele e Sallustio3. Arcivescovo di Milano, avrà una biblioteca molto ricca4 e anche un museo privato importante. Tuttavia, nella sua giovinezza, scrive le Rime diverse5, poesie perdute, lirismo effimero, svenevole. A Roma fonda l’Accademia delle Notti vaticane6: per tre anni (1562-1565), un’assemblea di futuri vescovi o cardinali discute di Cicerone, Tito Livio, Lucrezio, Virgilio (le Georgiche), Varrone (De re rustica), Aristotele (Retorica), ecc., ma lascia poco a poco questa letteratura profana per argomenti più sacri, scritturistici e patristici. Una tradizione umanista del Rinascimento, qui segnata come una reliquia, vira verso il riformismo religioso. Se, in seguito, legge sempre e ovunque, trascinando più tardi casse di libri durante le sue visite pastorali, Carlo Borromeo accentua questa evoluzione verso una cultura destinata a una utilizzazione pastorale: i Padri della Chiesa (soprattutto i modelli rappresentati da Ambrogio e Cipriano) e gli esegeti o commentatori della Scrittura. Come la sua esistenza, i suoi libri devono servire l’azione programmata dal concilio.
Francesco di Sales, tuttavia, giudica il suo collega milanese con un po’ di alterigia e di distanza «savoiarda» quando, a proposito della sua predicazione, scrive: «il beato Carlo Borromeo non aveva scienza che piuttosto mediocremente; tuttavia faceva meraviglie»7. Sicuramente «mediocre» significa «onesto» nel suo francese. Ma è anche giudicare il discorso Borromeo superficialmente, un po’ ampolloso e austero, spogliato di altri riferimenti oltre a quelli biblici, e sprovvisto della picchiettatura lirica delle citazioni, delle allusioni e delle perifrasi l...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. INDICE
  5. Introduzione. Un peculiare stile di storico
  6. Nei controcanti della storia
  7. SCRIVERE LA STORIA
  8. FIGURE DEL RELIGIOSO
  9. MISTICA E ALTERITÀ